Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

V DOMENICA DI PASQUA ‘b’

aprile 24th, 2018

29 aprile 2018
V DOMENICA DI PASQUA B*
Gv. 15, 1-8

“Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore . … Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vita, così neanche voi se non rimanete in me”

Il brano evangelico della vite e dei tralci si presenta come un’unità letteraria costruita in modo concentrico. Così al ‘portare frutto’ (v.2) corrisponde ‘ la gloria del Padre che portiate frutto’ del v. 8; alla ‘parola che rende puri’ del v.3, stanno in parallelo le parole che, dimorando nel discepolo, rendono efficace la preghiera’ (v.7); al ‘rimanete in me’ del v.4 corrisponde ‘se uno non rimane in me del v.6, e in modo simile al ‘tralcio che non può portare frutto da sé’ (v. 4b) corrisponde il ‘senza di me non potete far nulla’ del v. 5b. Al centro del brano troviamo infine l’autorivelazione “io sono la vite”, che ci riporta al v.1 “io sono la vera vite”.
In questa parabola agiscono dunque tre soggetti: la vite, il vignaiolo e i tralci, cioè, fuori metafora: Cristo, il Padre e i discepoli.
Ci troviamo alla conclusione di tutta una serie di autorivelazioni contenute nel vangelo di Giovanni.
Gesù appare come la verità del progetto di Dio sul popolo che si era dimostrato vite infeconda, vigna sterile. E’ Gesù che realizza pienamente il disegno del Padre, Egli è la vite vera, perché non ha mai smesso di rispondere alle attese del vignaiolo.
L’intento del Padre è ottenere il massimo rendimento, questa è la ragione del suo intervento sui tralci, tagliati e potati. Questa potatura non va intesa come segno della severità di Dio, ma come profonda partecipazione alla sorte dei tralci ( i discepoli) oggetto di una cura attenta e premurosa, per renderli più fruttiferi. Egli vuole il loro vigore, non la loro fine! E il rendimento di tali tralci ha per fine la gloria del Padre, gloria che è il manifestarsi del Suo amore che salva.
Gli altri versetti del nostro brano riguardano il rapporto tra la vite stessa e i tralci, cioè tra Gesù e i discepoli (vv.4-8). Il messaggio fondamentale è la comunione reciproca che si deve instaurare tra Cristo e i discepoli, e tale unione è espressa con il verbo ‘rimanere’, che ritorna per ben sette volte.
Il rimanere è infatti la condizione, il presupposto necessario per poter portare frutto ed essere esauditi: non esiste altro modo per portare frutto, se non rimanendo in Cristo. E’ allora chiaro che il non portare frutto non dipende da Lui, ma solo dai discepoli, unici responsabili di una eventuale separazione da Lui. La fecondità è perciò condizione e conseguenza del ‘rimanere’.
Per Giovanni ‘rimanere’ indica un evento dinamico. Il ‘rimanere nell’amore’ diventa fondamento del restare e perseverare nella fede. E ancora, il ‘rimanere in’ (in Cristo, nel suo amore, nella sua parola) è fondamentale per il ‘rimanere con’ i fratelli.
Il v.7 aggiunge qualcosa rispetto al ‘rimanere del v.$: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”, ma il ‘volere’ non è legato al nostro arbitrio: Dio fa la volontà di chi compie la Sua volontà. E’ questo il senso dell’incontro tra la volontà di Dio e quella dell’uomo, nel vangelo di Giovanni.

IV DOMENICA DI PASQUA ‘B’

aprile 21st, 2018

22 aprile 2018
LECTIO DIVINA

IV DOMENICA DI PASQUA ‘B’

Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 11-18

“ Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde… Io sono il buon pastore, conosce le mie pecore, e le mie pecore conoscono me……”.

La sezione in cui ci troviamo (capp.5-10) è ritmata dal succedersi delle feste ebraiche, in occasione delle quali Gesù compie alcuni dei suoi ‘segni’.
Gesù, che si era già presentato come il ‘pane di vita’ e la ‘luce del mondo’, si manifesta come il ‘buon pastore’ (v.11).
Il nostro brano si divide in due parti.
Nella prima parte (vv.11-13) Gesù appare come il pastore buono disposto a morire per proteggere le pecore. Sue nuovi personaggi entrano a far parte della similitudine: il mercenario e il lupo.
La differenza tra il pastore e il mercenario consiste nella proprietà: il mercenario è “colui al quale le pecore non appartengono” (v.12) e che, per questo, non ha un motivo valido per mettere a repentaglio la propria vita.
Nella seconda parte (vv.14-18) il pastore è bravo perché conosce le pecore, le distingue le une dalle altre, e anche le pecore sanno distinguere la voce e il richiamo del pastore.
Non è difficile trasferire l’idea dall’immagine alla realtà che si vuol comunicare: Gesù, come Javeh, conosce intimamente il suo popolo poiché è in intimità con Dio stesso:”… come il Padre conosce me ed io conosco il Padre” (v.15).
La rivelazione del pastore diventa anche rivelazione della qualità della pecora, cioè, fuori di metafora, del credente che segue il pastore Gesù Cristo: il credente è colui che conosce il Signore e ne ascolta la voce. (vv. 14.16).
Giovanni parla di una conoscenza reciproca tra pecore e pastore, da intendere come intimità di vita, ma più impartante per il IV evangelista è l’idea dell’ offrire la vita, cioè l’immagine di un pastore che muore per dare la vita alle pecore, che rimanda a Isaia 53, 5-7: “…era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”.
Ecco la novità e il paradosso di Gv.10: il Dio-Pastore ed il Servo-Agnello sono la stessa persona!

III DOMENICA DI PASQUA ‘B’

aprile 10th, 2018

15 aprile 2018
LECTIO DIVINA

III DOMENICA DI PASQUA ‘B’

Dal Vangelo secondo Luca 24, 35-48:

“Gesù… apparve in mezzo a loro e disse:”Pace a voi!”. Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse:”… Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e osa come vedete che io ho”……. Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare il terzo giorno…”…

Il vangelo di oggi fa parte della sezione dedicata da Luca ai racconti della Pasqua. Lungo l’intero Capitolo 24 del suo vangelo, Luca ritrae con molta cura la situazione di partenza dei discepoli: l’incertezza e la paura delle donne, lo scetticismo degli undici di fronte al loro annuncio, la cecità spirituale e l’abbattimento di Cleopa e del suo compagno, lo stupore e lo spavento di fronte a Gesù risorto, l’incredulità ‘per la gioia’ dei discepoli, i dubbi e il turbamento del loro cuore. Allo stesso tempo emerge come questa situazione iniziale si vada via via modificando, fino ad essere completamente trasformata, fino ad arrivare all’apertura della mente (v.45), e poi all’adorazione, alla gioia e alla lode (Lc.24,52).
Il vangelo di oggi coglie un momento cruciale di questa trasformazione. L’apparizione del risorto coglie di sorpresa i discepoli. A questo punto comincia una sequenza di azioni e parole attraverso cui si esprime l’iniziativa di Gesù nei loro confronti: “toccatemi e guardate” (v.39); mostrò loro le mani e i piedi (v.40); disse: avete qui qualcosa da mangiare?” (v.41); aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture (v.45).
La sua esegesi delle Scritture è un’esegesi ad ampio raggio che spazia dalla Legge di Mosè fino ai Profeti ed ai Salmi, mostrando in essi ciò che si riferisce a Lui. Ma Gesù non si limita a raccogliere ed elencare una serie di dati, egli ne penetra profondamente il significato. Per questo può concludere:”Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione ed il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (vv.46-47).
In questo modo Gesù fornisce la chiave di interpretazione delle Scritture: se stesso, il Cristo perseguitato, crocifisso e risorto è la chiave di volta di tutta la Rivelazione di Dio all’uomo.
Non basta che Gesù sia visto, ascoltato, toccato, che mangi davanti a loro perché i discepoli giungano alla fede: occorre l’apertura della loro mente alla comprensione delle Scritture, in esse deve essere toccato il Signore. Scrive Ugo di san Vittore: “ La Parola di Dio rivestita di carne umana è apparsa una sola volta in modo visibile e ora questa medesima Parola viene a noi nascosta nella pagina scritturistica e nella voce umana che la proclama”.

II DOMENICA DI PASQUA ‘B’

aprile 5th, 2018

08 aprile 2018
LECTIO DIVINA

II DOMENICA DI PASQUA ‘ B ‘

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31

“…Tommaso, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”……Rispose Tommaso:”Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse:”Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.

Dove si posano gli occhi commossi dei discepoli la sera di Pasqua, quando Gesù entra a porte chiuse nel luogo dove essi si trovano pieni di paura?
Dove si posano lo sguardo e la mano di Tommaso otto giorni dopo la Pasqua, quando Gesù è di nuovo presente in mezzo a loro?
Sono le mani trapassata dai chiodi e il fianco aperto dalla lancia ad essere presentati da Gesù Risorto. Lui sta davanti a noi senza pretese: ci offre la Vita nella fede all’Amore che nella Passione si è detto e dato in pienezza.

Il racconto che ci presenta il Vangelo di oggi si svolge in tre scene: nella prima protagonisti sono Gesù e i discepoli (senza Tommaso). E’ sera, il giorno della Risurrezione volge al termine, ma i discepoli vivono ancora come se Gesù fosse morto, come morti loro stessi: sono rinchiusi in casa, assediati dalla tristezza e dalla paura. Il sepolto vive, mentre i vivi sono sepolti!…
La seconda scena vede l’ingresso di un nuovo personaggio: Tommaso, il quale dialoga con i discepoli mentre Gesù è assente; anzi, è presente,ma solo nelle parole dei discepoli.
Qui i temi cari a Giovanni, del vedere e del credere, si trovano di nuovo uniti, come nell’episodio di Pietro e Giovanni al sepolcro (Gv.20,8), ma stavolta in senso negativo:”Se non vedo… non crederò” (v.25).
E Gesù viene ancora (terza scena); tra i discepoli c’è anche Tommaso. Ecco il momento della verità.
Gesù viene e dice:”Pace a voi!”, poi, rivolto a Tommaso:”Metti il dito… stendi la mano…”. Tommaso si rende conto che Gesù vede nel suo intimo, riconosce lo sguardo del Maestro su di sé, ritrova quello sguardo e quella parola che sanno penetrare senza ferire, trafiggere per consolare: “Non essere più incredulo ma credente!” (v.27). Tommaso ritrova la pace.
Il motivo della venuta del Signore risorto è sempre quello di portare la pace; Gesù non torna con lo scopo di rimproverare Tommaso, ma ricondurlo appunto a quella pace in cui gli altri discepoli si trovano già.
Così, ricolmo della pienezza dello Spirito, Tommaso, ex incredulo ora credente, pronuncia la professione di fede più alta e profonda di tutto il vangelo, vertice cristologico del racconto: “Mio Signore e mio Dio!”. (v.28).

IL MONACO E IL GENDARME

marzo 28th, 2018

Il monaco e il gendarme
L’Osservatore Romano 26 marzo 2018
«Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo (…) vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese (…) che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente lasciate nell’indifferenza dell’anonimato». Frère Christian de Chergé, priore del monastero di Notre-Dame de l’Atlas a Thibirine moriva martire con sei confratelli nel maggio del 1996 vedendo realizzato quanto aveva scritto nel suo testamento qualche anno prima.
Sulla soglia della settimana santa un altro francese, un altro cattolico ha versato il suo sangue di vittima innocente: Arnaud Beltrame è morto sabato 24 marzo in seguito alle ferite riportate durante l’attentato perpetrato a nome del cosiddetto stato islamico a Trèbes, una cittadina poco lontana da Carcassonne nel sud della Francia.
Un monaco e un tenente colonnello della gendarmeria francese, due storie di vita molto diverse eppure unite da un filo rosso comune. Giovane ufficiale dell’esercito francese era stato anche Christian de Chergé quando nel 1959 prestava servizio durante la guerra tra Francia e Algeria proprio nel paese per il quale morirà da monaco molti anni dopo; da giovane ufficiale è morto per la Francia chiedendo di essere preso in ostaggio al posto di una donna il tenente colonnello Arnaud Beltrame. Dietro la sua vita pare però celarsi una strada che la professione di gendarme lascia solo intravedere, quasi una vocazione che passa inaspettatamente per le mura di un monastero.
A darne chiara e toccante testimonianza è père Jean-Baptiste Golfier, canonico regolare della Madre di Dio all’abbazia di Lagrasse, poco lontano da dove viveva il giovane militare. Le sue parole sono state diffuse dalla diocesi di Carcassonne e Narbonne: «Ho conosciuto per caso durante una visita alla nostra abbazia, monumento storico nazionale, il giovane tenente colonnello Arnaud Beltrame e Marielle con la quale si era da poco sposato civilmente il 27 agosto 2016», afferma père Jean-Baptiste aggiungendo che la coppia aveva chiesto di essere preparata al matrimonio religioso che si sarebbe celebrato il prossimo 9 giugno. Le parole del monaco svelano poco a poco la storia di un’autentica conversione: «Nato da una famiglia poco praticante (…) ha ricevuto la prima comunione e la cresima dopo due anni di catecumenato nel 2010 (…). Dopo un pellegrinaggio a Sainte-Anne-d’Auray nel 2015, durante il quale ha chiesto alla Vergine Maria di poter incontrare la donna della sua vita, si è legato a Marielle, la cui fede è profonda e discreta». Seguirà, rende noto il monaco, un’assidua frequentazione dell’abbazia durante la quale Arnaud e Marielle «hanno passato molte ore a lavorare sui fondamenti della vita coniugale» che avrebbe ricevuto il definitivo compimento in un giorno d’estate ormai prossimo.
«Ho potuto raggiungerlo all’ospedale di Carcassonne verso le 21 di ieri sera — testimonia père Jean-Baptiste — era vivo ma non più cosciente. Ho potuto amministrargli il sacramento dei malati e la benedizione apostolica in articulo mortis». Con la sua Marielle accanto che prega, una medaglia miracolosa di rue du Bac appuntata alla spalla da un’infermiera «comprensiva e professionale» Arnaud si spegne nella giornata di sabato. «Egli sapeva, come ci ha detto Gesù, che non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici», un amore che nasce sia per Christian che per Arnaud alla scuola dell’essenzialità monastica, in quella palestra di spogliazione e di semplicità che può condurre a trovare la forza sovrumana del dono della vita e a far emergere quella luminosa gioia cristiana che riesce a squarciare le tenebre più spaventose.
di Ferdinando Cancelli

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