Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

SS. TRINITA’

maggio 22nd, 2018

27maggio 2018 LECTIO DIVINA

SS. TRINITA’

Dal vangelo secondo Matteo, Capitolo 28, versetti 16-20
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo …”

I versetti del vangelo di Matteo che la liturgia ci propone per la festa di oggi, costituiscono il grandioso finale e il coronamento di tutta la narrazione dell’evangelista. Il nostro brano è conciso, la scena viene appena abbozzata, ma in modo molto incisivo.
La scena si svolge su un monte. Questo monte non è un luogo che si posa fissare geograficamente, ma il luogo tipico di una importante rivelazione: sul monte avvenne la Trasfigurazione e la proclamazione delle Beatitudini.
Il testo ci introduce nel ‘tempo della Chiesa’: Gesù ormai glorificato, promette ai discepoli la sua assistenza ‘sino alla fine dei tempi’.
Al.v.17 abbiamo un verbo importante. “si prostrarono”. Esso viene usato come riconoscimento della dignità di Gesù: così fecero i magi, poi il lebbroso, i discepoli nella barca, la Cananea.
L’omaggio dei discepoli ha quindi un carattere di venerazione religiosa e liturgica, ed esprime in anticipo quanto sarà proclamato al v.18b, circa il ‘potere’ di Gesù, cioè la sua ‘autorità’ di risuscitato , che invia chiunque si sente interpellato dal suo messaggio, ad annunciarlo a tutti, perché divengano suoi discepoli. Solo così potranno riconoscere la sua presenza tra loro e chiamarlo ‘Dio con noi’: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v.20).
Ma è il versetto 19b che giustifica la scelta di questo brano per la festa di oggi: abbiamo una formula chiaramente trinitaria : ”…battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo”.
Ciò dimostra la stretta relazione di vita e di azione tra Gesù e il Padre nello Spirito santo .
Il secondo comando dato ai discepoli è quello di ‘insegnare’: gli apostoli devono insegnare, come ha insegnato anche Gesù; soprattutto il vangelo di Matteo ce lo presenta come Maestro.
La missione e l’annuncio saranno compiuti da inviati obbedienti alla parola e ai comandi del Signore, consolati dall’affermazione del Signore che li assicura di essere con loro “tutti i giorni”.
La vita cristiana ha una struttura chiaramente trinitaria: essa si manifesta e si consolida nell’annuncio della parola di Gesù e nella vita sacramentale, nell’osservanza dei comandamenti e nella preghiera.
Il cristiano è costituito tale dal battesimo, cioè dalla ‘immersione’ (tale è il significato del termine ‘battesimo’) nel Padre, nel Figlio e nello Spirito, ma –da quel momento in poi- tutta la sua vita deve essere impegno a far passare nella sua vita tutta la dottrina di vita del Vangelo.

PEPNTECOSTE ‘B’

maggio 15th, 2018

20 maggio 2018
LECTIO DIVINA

PENTECOSTE ‘B’

Dal Vangelo secondo Giovanni 15,26-27; 16,12-15

“Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza… Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera…”.

Il Vangelo odierno descrive, attraverso le parole di Gesù, l’azione dello Spirito secondo le sue diverse coordinate:Spirito che proviene dal Padre, inviato da Gesù per compiere la sua testimonianza, operante con i discepoli nel mondo, e nei discepoli all’interno della comunità.
Al termine del suo discorso sull’odio del mondo, Gesù introduce il discorso riguardante lo Spirito.
Esso è definito ‘avvocato’ ‘difensore’; egli ha il potere di convincere il mondo “quanto al peccato, alla giustizia, e al giudizio”.
Qui il Paraclito che il Risorto invierà dal Padre è descritto nella sua azione di ‘rendere testimonianza’ a Gesù, ma la sua azione forma quasi una cosa sola con quella dei discepoli:”egli mi renderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza” (15,26-27). Il Paraclito non può parlare direttamente al mondo, ma deve servirsi dei discepoli! Lo Spirito si servirà della loro persona, della loro fede. Ai discepoli sarà data una parola di verità, come una nuova rivelazione che li renderà capaci di trafiggere i cuori, come Pietro ai tremila nel giorno di Pentecoste (Atti 2,37).
Il contenuto di tale testimonianza consiste nell’annuncio di ciò che è stato ‘fin dal principio ’ e che i discepoli hanno visto e udito.
Ancora oggi lo Spirito plasma il volto di chi crede a immagine del volto di Cristo, rendendolo testimone e memoria di Lui nella storia.
Nella seconda parte del discorso (16,12-15), dopo aver annunciato l’attività del Paraclito nei confronti del mondo, ora se ne descrive il ruolo all’interno della comunità. Egli non solo comunica la Verità di Gesù, ma ne prosegue l’opera rivelatrice: “egli vi guiderà alla verità tutta intera”(v.13).
Ciò non deve indurci a pensare che per Giovanni la Rivelazione non sia ancora compiuta, tanto che si affretta a precisare :” non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito… prenderà del mio e ve l’annunzierà” (vv.13-14).
E’ una promessa che si compie: lo Spirito che aveva inaugurato il ministero di Gesù apre ora la missione della Chiesa.
Chiediamo dunque oggi i prodigi di una rinnovata Pentecoste perché sia nella nostra vita personale che nel cammino delle nostre comunità solo questo dono può sostenerci e farci testimoni ai fratelli.

VI DOMENICA DI PASQUA ‘B’

maggio 1st, 2018

06 maggio 2018
LECTIO DIVINA

VI DOMENICA DI PASQUA “B”

Dal Vangelo secondo Giovanni 15, 9-17

“Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore…. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici……”.

Nell’odierno brano evangelico, il motivo del ‘rimanere’ lascia il posto a quello dell’’amare’.
L’amore a cui ci si riferisce non è tanto un sentimento, quanto piuttosto la dimensione in cui si esercita la libertà di scelta del discepolo:”Se osservate i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ha osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (v.10).
“Dare ,a vita per i propri amici” (v.13), non indica il morire in sé, ma il più impegnativo ‘morire a se stessi’: il frutto richiesto ai discepoli è quello dell’amore ablativo, dell’esercizio quotidiano della libertà nella direzione del dono di sé; dono che abbraccia tutte le dimensioni della persona, fino ad arrivare al sacrificio totale sul modello di Cristo.
Come il chicco di grano non può dar frutto senza prima morire (12,24), così il discepolo per non restare solo e produrre frutti di comunione è chiamato a rendere testimonianza allo Sposo.
Il discepolo può amare perché è stato amato da Lui per primo. Il suo amore consiste nel testimoniare l’Amore, annunciare, con parole e azioni, l’amore di Dio nel suo Figlio Gesù che si è offerto, una volta per tutte, per darci la vita.
L’amore è comandato, ma poiché è Gesù che lo comanda, da Lui che l’ha vissuto fino alla fine, esso è anche offerto e donato a chi lo accoglie.
“Rimanere in Cristo” significa partecipare alla sua dinamica di sottomissione-obbedienza al Padre, per ottenere da lui l’unione a Dio, l’essere “figli nel Figlio”.
Al contrario di Adamo che rivendica la sua autonomia dal Creatore, il discepolo accetta liberamente la via dell’obbedienza ai suoi comandamenti. Adamo si allontana da Dio illudendosi così di trovare la propria identità; il discepolo rimane vicino a Gesù, scoprendo in Lui la propria vocazione eterna: essere vite, sposa del Signore.

V DOMENICA DI PASQUA ‘b’

aprile 24th, 2018

29 aprile 2018
V DOMENICA DI PASQUA B*
Gv. 15, 1-8

“Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore . … Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vita, così neanche voi se non rimanete in me”

Il brano evangelico della vite e dei tralci si presenta come un’unità letteraria costruita in modo concentrico. Così al ‘portare frutto’ (v.2) corrisponde ‘ la gloria del Padre che portiate frutto’ del v. 8; alla ‘parola che rende puri’ del v.3, stanno in parallelo le parole che, dimorando nel discepolo, rendono efficace la preghiera’ (v.7); al ‘rimanete in me’ del v.4 corrisponde ‘se uno non rimane in me del v.6, e in modo simile al ‘tralcio che non può portare frutto da sé’ (v. 4b) corrisponde il ‘senza di me non potete far nulla’ del v. 5b. Al centro del brano troviamo infine l’autorivelazione “io sono la vite”, che ci riporta al v.1 “io sono la vera vite”.
In questa parabola agiscono dunque tre soggetti: la vite, il vignaiolo e i tralci, cioè, fuori metafora: Cristo, il Padre e i discepoli.
Ci troviamo alla conclusione di tutta una serie di autorivelazioni contenute nel vangelo di Giovanni.
Gesù appare come la verità del progetto di Dio sul popolo che si era dimostrato vite infeconda, vigna sterile. E’ Gesù che realizza pienamente il disegno del Padre, Egli è la vite vera, perché non ha mai smesso di rispondere alle attese del vignaiolo.
L’intento del Padre è ottenere il massimo rendimento, questa è la ragione del suo intervento sui tralci, tagliati e potati. Questa potatura non va intesa come segno della severità di Dio, ma come profonda partecipazione alla sorte dei tralci ( i discepoli) oggetto di una cura attenta e premurosa, per renderli più fruttiferi. Egli vuole il loro vigore, non la loro fine! E il rendimento di tali tralci ha per fine la gloria del Padre, gloria che è il manifestarsi del Suo amore che salva.
Gli altri versetti del nostro brano riguardano il rapporto tra la vite stessa e i tralci, cioè tra Gesù e i discepoli (vv.4-8). Il messaggio fondamentale è la comunione reciproca che si deve instaurare tra Cristo e i discepoli, e tale unione è espressa con il verbo ‘rimanere’, che ritorna per ben sette volte.
Il rimanere è infatti la condizione, il presupposto necessario per poter portare frutto ed essere esauditi: non esiste altro modo per portare frutto, se non rimanendo in Cristo. E’ allora chiaro che il non portare frutto non dipende da Lui, ma solo dai discepoli, unici responsabili di una eventuale separazione da Lui. La fecondità è perciò condizione e conseguenza del ‘rimanere’.
Per Giovanni ‘rimanere’ indica un evento dinamico. Il ‘rimanere nell’amore’ diventa fondamento del restare e perseverare nella fede. E ancora, il ‘rimanere in’ (in Cristo, nel suo amore, nella sua parola) è fondamentale per il ‘rimanere con’ i fratelli.
Il v.7 aggiunge qualcosa rispetto al ‘rimanere del v.$: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”, ma il ‘volere’ non è legato al nostro arbitrio: Dio fa la volontà di chi compie la Sua volontà. E’ questo il senso dell’incontro tra la volontà di Dio e quella dell’uomo, nel vangelo di Giovanni.

IV DOMENICA DI PASQUA ‘B’

aprile 21st, 2018

22 aprile 2018
LECTIO DIVINA

IV DOMENICA DI PASQUA ‘B’

Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 11-18

“ Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde… Io sono il buon pastore, conosce le mie pecore, e le mie pecore conoscono me……”.

La sezione in cui ci troviamo (capp.5-10) è ritmata dal succedersi delle feste ebraiche, in occasione delle quali Gesù compie alcuni dei suoi ‘segni’.
Gesù, che si era già presentato come il ‘pane di vita’ e la ‘luce del mondo’, si manifesta come il ‘buon pastore’ (v.11).
Il nostro brano si divide in due parti.
Nella prima parte (vv.11-13) Gesù appare come il pastore buono disposto a morire per proteggere le pecore. Sue nuovi personaggi entrano a far parte della similitudine: il mercenario e il lupo.
La differenza tra il pastore e il mercenario consiste nella proprietà: il mercenario è “colui al quale le pecore non appartengono” (v.12) e che, per questo, non ha un motivo valido per mettere a repentaglio la propria vita.
Nella seconda parte (vv.14-18) il pastore è bravo perché conosce le pecore, le distingue le une dalle altre, e anche le pecore sanno distinguere la voce e il richiamo del pastore.
Non è difficile trasferire l’idea dall’immagine alla realtà che si vuol comunicare: Gesù, come Javeh, conosce intimamente il suo popolo poiché è in intimità con Dio stesso:”… come il Padre conosce me ed io conosco il Padre” (v.15).
La rivelazione del pastore diventa anche rivelazione della qualità della pecora, cioè, fuori di metafora, del credente che segue il pastore Gesù Cristo: il credente è colui che conosce il Signore e ne ascolta la voce. (vv. 14.16).
Giovanni parla di una conoscenza reciproca tra pecore e pastore, da intendere come intimità di vita, ma più impartante per il IV evangelista è l’idea dell’ offrire la vita, cioè l’immagine di un pastore che muore per dare la vita alle pecore, che rimanda a Isaia 53, 5-7: “…era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”.
Ecco la novità e il paradosso di Gv.10: il Dio-Pastore ed il Servo-Agnello sono la stessa persona!

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