Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

LA MIA AVVVENTURA AL PASSO DI DIO

ottobre 11th, 2015

LA MIA AVVENTURA AL PASSO DI DIO

Alla soglia dei miei ‘primi settant’anni’ sento il bisogno di ripercorrere la bella avventura della mia vita.
Della mia infanzia ho solo pochi ricordi. Non è stata un’infanzia che si potrebbe definire felice.
Nata in una famiglia benestante, laica e un po’ ‘razzista’. Quando –frequentando la scuola elementare- mi venne il desiderio di andare all’Oratorio come le mie compagne, mamma fu categorica: “Tu non ci vai, perché lì si imparano le parolacce, il dialetto e si diventa maleducati!”.
Papà(bancario) e mamma (obbligata da lui a lasciare il suo lavoro in Banca, prima donna ad essere assunta alla Cassa di Risparmio) litigavano spesso e io mi sentivo soprattutto in colpa, perche era lui ad alzare la voce, ma io, senza dirlo apertamente, parteggiavo per papà, non per la mamma, sempre così lamentosa …
Papà Guido era appassionato di pittura: gli piacevano molto i quadri e ‘promuoveva’ giovani artisti che poi si son fatti un nome. Casa nostra aveva le pareti tappezzate di dipinti, persino in bagno! Amava correre in macchina ed in moto e, appena finiva il lavoro in banca correva a Riccione, dove aveva aperto un locale notturno. Mia madre invece- gran bella donna, che papà aveva sposato per ‘rubarla’ al suo capoufficio- , pur avendo studiato era una casalinga senza troppe pretese e non approvava tutte le iniziative di papà, che a me incuriosivano tanto, mentre mio fratello aveva il carattere di mamma.
Mamma Regina mi ricordava spesso – penso per farmi sentire in colpa, un episodio della mia prima infanzia. Avevo 3 anni e Dario era appena nato. Dormiva in una culla di vimini. Lei mi ha colto mentre, salita sul tavolo, stavo lanciando verso di lui la mela più grossa del cesto di frutta!
Ricordo che, tornando da scuola, correvo avanti per arrivare a casa prima di mio fratello più piccolo per potergli gridare dal terrazzo: “Dumbo! Se fai uno sforzo voli!”, perché aveva le orecchie a sventola …
Un giorno mi cadde addosso il comodino con la base di marmo: si ruppe il marmo e non la mia testa, per cui mamma commentò: “Hai proprio la testa più dura del marmo!”.
Ero (sono!) golosissima: quando a casa arrivava qualche leccornia, io mi precipitavo a scegliere il meglio, mentre Dario diceva: “Aspettiamo che scelga Annina!”.
Per non parlare di quando travestivo me e mio fratello da ‘zingari’ e poi suonavo alle porte dei nostri inquilini, certa di ricevere caramelle o dolcetti. Sapevo di essere riconosciuta, ma recitavo la parte, così come facevano coloro che ci aprivano la porta. C’erano due fratelli anziani e single: Tea e Aristide. Loro ci regalavano sempre una fetta di torta con le mandorle, che a me piaceva molto, anche si era durissima( doveva essere ben ‘stagionata’): io mi affrettavo a mangiarla, perché se la vedeva mamma me la buttava nella spazzatura!
Raccoglievo anche per strada i noccioli delle albicocche, per poi schiacciarli e mangiarne il contenuto. La preoccupazione per l’igiene non è mai stata il mio forte!
Sono anche molto stonata; lo sono sempre stata. Ho un lucido spiacevole ricordo di quando, alle Elementari, veniva il marito della mia maestra a farci cantare. Subito mi individuava, mi faceva uscire dal gruppo, e me ne dovevo stare lì in un angolo ad ascoltare i miei compagni. Non ho più cantato da allora. Solo in monastero ho osato timidamente ‘appoggiarmi’ alle voci più intonate della mia.
Eppure, danzando, il tempo lo sentivo: il fatto è che ‘dentro’ ho la melodia giusta, ma esce fuori un’altra cosa!
Mi piaceva però ballare, come piaceva a papà, tanto che per imparare io mettevo i miei piedi sulle sue scarpe, e così mi muovevo con lui e come lui, cosa che mi divertiva molto!
Per il resto i miei ricordi svaniscono nel nulla: crescendo mi ero chiusa in me stessa, ero timida e scontrosa, anche a scuola faticavo, e il periodo delle Medie è stato il più duro. Solo le corse sulla spyder rossa di papà mi davano un senso di libertà e sicurezza.
Mamma inoltre, proveniente da un ceto sociale più elevato di quello di mio padre, non aveva piacere che andassimo dai nonni (i suoi genitori erano morti prima che si sposasse): ho in mente il disagio che provavo le poche volte anche andavamo a trovarli … Certo è una grazia che, viste queste premesse, io riconosca senza difficoltà ‘ogni uomo come mio fratello’. Mi fido di tutti, al punto da sembrare agli occhi delle sorelle un po’ imprudente!
Ma: “non cade foglia che Dio non voglia”: per il mio assoluto rifiuto del latino mi opposi ai miei che volevano frequentassi l’Istituto Magistrale. Mi iscrissi a un istituto professionale e lì strinsi amicizia con Flora, una ragazza solare, che insistette perché ascoltassi almeno duna predica della “Novena della Madonna delle Lacrime” (la Madonna pianse nel XV° secolo e salvò Treviglio dalla distruzione da parte dell’esercito francese). Parlava un Vescovo bravissimo e la gente gremiva più volte al girono il nostro Santuario.
Io rifiutai a lungo – non mi interessava, non volevo essere come tanti trevigliesi che solo in quell’occasione si recavano in chiesa, per tradizione più che per convinzione.
Era una questione di principio, e poi in famiglia nessuno mi incoraggiava in quel senso, e io ripetevo con tono di sfida che mia mamma mi diceva che le poche volte che andavo in chiesa con lei, dopo pochi minuti volevo uscire annoiatissima, tanto che mamma commentava: “Ti dà proprio fastidio l’odore dell’incenso!”.
Per l’insistenza della mia amica, per non contrariarla, alla fine l’accontentai.
Ogni volta che torno a casa ripeto un ‘memoriale’ il rito della visita al Santuario, mi metto allo stesso porto in cui mi trovavo ‘quel giorno’ del febbraio 1962 e ripeto il mio rendimento di grazie.
Sì, perché quella predica mi folgorò. Da quel giorno tornai ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera ad ascoltare le parole ispirate di Mons. Aldo Forzoni che mi facevano sentire un Dio vicino, un Dio amore, quel Dio di cui avevo intenso bisogno per riempire il vuoto che sentivo dentro, per dare un senso alla mia esistenza. Mi colpì moltissimo quanto il Vescovo ripeteva spesso: “Dio ci ha imposto la vita per proporci il suo amore”: era la risposta a tanti miei interrogativi!
I miei mi prendevano in giro: come mi appassionavo per cantanti e attori, ora si era aggiunto alla lista ‘Gesù’, e aspettavano che l’infatuazione passasse.

E dal bozzolo è nata la farfalla.
Dalla ragazza chiusa e introversa è emersa una diciasettenne con una gran gioia di vivere, tanta energia, tanto desiderio di bene. Mi si era aperta una finestra verso la terra e verso il cielo.
Tutto da allora è cambiato per me, perché è cambiato lo sguardo sul mondo!
Mi sono ritrovata ad essere una leader, a scuola e nel gruppo di amici di Azione Cattolica, sempre un po’ trasgressiva e polemica, sempre con le battute pronte, anche nei confronti dei professori, che però non riuscivano trattenersi dal ridere e … mi evitavano rimproveri e note.
Gli amici, vista la mia grinta, mi avevano soprannominato ‘la mantide religiosa’ la quale, dopo averlo sposato, mangia il marito. Quando comunicai loro l’ intenzione di farmi suora dissi :”Ho trovato l’unico marito che posso mangiare!”.
Con gli amici il rapporto dura ancora, dopo più di 40 anni: quando vado a casa si passano la voce e troviamo sempre il modo di ritrovarci tutti in allegria.
Tutto mi interessava, il corso di danza classica, il viaggiare, le gite in montagna, il partecipare ai vari convegni, ma mai senza essere stata prima a Messa ed essermi fermata per l’adorazione: Lui era come una calamita per me; non potevo passare davanti ad una chiesa senza entrarvi. E il ringraziamento dopo la comunione non finiva mai, tanto che il sagrestano doveva venire a pregarmi di lasciare la chiesa perché doveva chiudere.
Che periodo fantastico! Tutto ciò che mi capitava era bello, visto con gli occhi della fede.
Ho trovato in questi giorni, dopo aver scritto quanto sopra, una frase di Papa Francesco in cui mi ritrovo perfettamente: “Quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare la propria persona, la propria realtà con occhi diversi”.
Avevo anche un ragazzo con cui mi trovavo bene, però quando mi disse di essere andato a scegliere l’anello di fidanzamento, io mi spaventai e reagii dicendo che era troppo presto, che dovevo ancora capire cosa il Signore volesse da me.
Intanto, per reagire ai miei che affiggevano sulle case da affittare il cartello ‘Non a meridionali’, oltre a preoccuparmi di strapparli puntualmente, organizzai con le amiche le ‘vacanze al Sud’ indirizzata dal ‘mio vescovo’ che era divenuto il mio padre spirituale.
Lui ci consigliò di soggiornare dalle Suore di Petina (Sa), le stesse di cui ora faccio parte. Ma io ero fidanzata e pensavo solo a fare nuove conoscenze, a condividere i disagi dei fratelli meno fortunati di me.
Quando le Suore benedettine ci invitarono a visitare la Casa Generalizia ad Ostuni (Br) fui l’unica tra le mie amiche a non essere d’accordo. Ma la maggioranza vinse, e ci andammo.
E lì, altro ‘colpo di fulmine’: il Signore, che mi conosce più di me stessa, sapeva che potevo essere convinta solo con metodi bruschi!
Entrammo in chiesa mentre le Suore cantavano il Vespro e io ne rimasi affascinata. Sentii dentro che il mio posto era lì. Mi vidi in Coro, vestita di nero, e mi prese il terrore! Risultato: febbre alta e impossibilità a ripartire con le mie amiche. Dovetti fermarmi alcuni giorni, e cominciò il travaglio …
Quel mondo mi attirava anche se, insegnando dalle Suore della mia città (mi ero intanto diplomata al Magistrale), ero sovente in contrasto con loro, e le mandavo spesso e volentieri ‘al diavolo’. Tanto che quando comunicai ai miei l’intenzione di fare un periodo di esperienza in convento, si opposero fortemente. Loro, laici, con una figlia suora, che fino a poco prima non voleva avere a che fare con loro? Loro, che quando poi tornavo a casa per qualche giorno di dicevano: “ Se usciamo insieme tu cammina avanti, perché ci vergogniamo con te vestita così …”.
Mamma era però una ‘laica bigotta’: la prima volta che tornai a casa con l’abito monastico, Paolo lo seppe e chiese di potermi venire a trovare. Io gli risposi affermativamente, convinta che una mia risposta negativa gli avrebbe fatto sperare che avessi qualche dubbio circa la vocazione. Ma mia mamma si arrabbiò molto, dicendomi che una suora non poteva ragionare così.
E quando mio fratello decise di sposarsi solo civilmente andò in crisi, e gli chiese di consigliarsi con me. Naturalmente io gli risposi che stimando il sacramento ed essendo sia lui che lei non praticanti, ero d’accordissimo con la loro decisione. Per mesi mia mamma, infuriata, non si fece più sentire da me!
Circa un anno dopo la mia ‘conversione’ accadde un fatto che poteva essere visto negativamente, ma che la gioia che avevo dentro risolse in modo positivo. Con gli amici andava spesso in montagna. Quel giorno piovigginava, e proprio mentre passavo io un grosso masso si staccò, e solo per la mia prontezza non mi trascinò con sé a valle. Mi schiacciò solo un piede. Ricoverata in Ospedale a Bergamo mi dissero subito che rischiavo l’amputazione. Ho ancora lo scrupolo di aver accettato che mio padre mi facesse trasferire dalla corsia al reparto paganti: là sembrava un ghetto, lì un albergo a cinque stelle … Era una contraddizione per ma, ma … non rifiutai. Ci rimasi più di un mese, e la mia camera divenne punto di ritrovo per gli altri degenti: si chiacchierava, si parlava di cose serie, si rideva e si pregava. Una volta dimessa chiesi di trascorrervi un periodo come infermiera volontaria, tanto mi ero trovata bene!
Col fidanzato decidemmo un periodo di ripensamento, solo che per lui fu presto chiaro che ero la sua ‘anima gemella’, io invece mi convinsi di non poter condividere con altri un Amore che era diventato il Tutto per me.
Quando lo seppero le Suore presso cui insegnavo, si dissero convinte che mi avrebbero mandato via dopo una settimana!

DALLE BENEDETTINE DI CATANIA

novembre 28th, 2014

DALLE BENEDETTINE DI CATANIA

Ringraziando vivamente quanti ci hanno voluto fraternamente coinvolgere in questa bella iniziativa, lodiamo il Signore per questa occasione di comunione e condivisione.
L’anno della Vita Consacrata che Papa Francesco ci ha donato è una preziosa opportunità che dobbiamo valorizzare e vivere pienamente per rinnovarci e ri-orientarci singolarmente e comunitariamente.
Come comunità monastica nello specifico di Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento che vivono, pregano e lavorano nel cuore della città di Catania (il nostro monastero è sito nel centro storico a pochi passi dalla cattedrale), abbiamo il dono di poter focalizzare la nostra attenzione – avendoli anche come particolari intercessori – su quattro pilastri assunti come i quattro punti cardinali: il nostro Santo Padre Benedetto, la nostra Madre Fondatrice Mectilde de Bar, Sant’Agata Patrona della nostra arcidiocesi e il beato Cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, benedettino e pastore della Chiesa catanese.
Quattro modelli di vita consacrata, di esistenze caratterizzate dal primato dato a Cristo – al cui amore nulla hanno anteposto – e da una testimonianza luminosa ed eroica di carità. Due uomini e due donne che, nella complementarietà delle peculiarità di ciascuno, ci sono modelli e guida con il loro esempio e il loro insegnamento. Essi sono per noi come il nord e il sud, l’est e l’ovest, ossia dei punti di riferimento certi, fermi e sicuri: ci segnano la rotta soprattutto nelle notti senza stelle, quando cioè la nostra fragilità umana può a volte prevalere, ma mai farci soccombere. Ci sono vicini, ci accompagnano, ci incoraggiano perché ognuno di loro e tutti insieme ci indicano il centro verso cui tutte le direzioni convergono: Cristo!
Gli Atti del martirio di Sant’Agata (martirizzata a Catania nel 251) ci tramandano alcune sue esclamazioni pronunciate durante il processo: «La mia mente è saldamente fondata sulla pietra che è Cristo. Giammai cesserò di invocarlo con la bocca e glorificarlo con il cuore. La mia salvezza è Cristo. Ho il Signore Gesù Cristo, che con la sola parola restaura ogni cosa». Tra le reliquie ex corpore di Agata, si conserva pure il velo, per noi tanto significativo perché simbolo della sua consacrazione verginale a Cristo.
La Regola di San Benedetto (480-547) presenta una impostazione fortemente cristologia e cristocentrica: al monaco è comandato di «rinunciare interamente a se stesso per seguire Cristo» (4,10), e ancora di «niente anteporre all’amore di Cristo» (4,21). Ecco perché i monaci sono coloro che «niente hanno di più caro che Cristo» (5,2). In Cristo il monaco “spezza i cattivi pensieri che si affacciano alla mente” (Cfr. 4,50) e “prega per i nemici” (Cfr. 4,72) con la certezza che “associandosi ai patimenti di Cristo, si è fatti meritevoli di essere partecipi del suo regno” (Cfr. Prologo, 50). Ed è significativo che la Regola si chiude con lo sguardo rivolto a Gesù: «Chiunque pertanto tu sia che ti affretti alla patria celeste, poni in pratica con l’aiuto di Cristo questa minima Regola per principianti appena delineata» (73,8). E sappiamo come, fedele agli insegnamenti del Vangelo, San Benedetto ponga accanto al primato di Cristo quello della carità perché è Cristo stesso che noi riconosciamo nell’abate, nel fratello, nell’ospite, nell’infermo… «gli altri si prestino a vicenda il servizio in spirito di carità» (35,6).
Madre Mectilde de Bar (1614-1698) ha fatto dell’Eucaristia, cioè del Cristo incarnato, il fulcro della sua spiritualità benedettino-eucaristica: «Il Santissimo Sacramento per noi è tutto. Quale obbligo di riconoscenza abbiamo verso quest’amore ineffabile, che ha trovato un’invenzione così divina per far abitare il paradiso sulla terra e racchiuderlo in un tabernacolo! Mi pare che non abbiamo più bisogno di libri né di scienza: tutto è contenuto nel pane eucaristico» (C. M. DE BAR, Non date tregua a Dio, Jaca Book, p.81). L’Eucarestia, il memoriale per eccellenza, diventa continuo memento dell’apertura in verticale e in orizzontale del Mistero dell’Incarnazione e della Redenzione: Dio e i fratelli. «Non respingete duramente mai nessuno, siate dolci e condiscendenti, rendendo servizio a tutti come e Gesù Cristo» (C. M. DE BAR, Attesa di Dio, Riflessioni sulla Regola, Jaca Book, p.255).
Il beato Cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet (1818-1894) nel 1880 ebbe ad esortare così i suoi fedeli: «La sincera e sentita dilezione di Dio e per conseguenza dei fratelli, non ce la ispira in effetto se non la Eucarestia. Di certo il movente a sacrificarsi per la salute spirituale e temporale del prossimo è Gesù Cristo, amore infinito, che discende nelle nostre viscere, è Gesù Cristo che cade nei nostri cuori». Davvero Gesù è stato il centro e il movente della grande carità del Dusmet. Lapidario il suo programma realizzato sino alla morte: «Sin quando avremo un panettello, Noi lo divideremo col povero. La nostra porta per ogni misero che soffra sarà sempre aperta. L’orario che ordineremo affiggersi all’ingresso dell’Episcopio sarà che gl’indigenti a preferenza entrino in tutte l’ore. Un soccorso, ed ove i mezzi ci manchino, un conforto, una parola di affetto l’avranno tutti e sempre». (Lettera pastorale del14 marzo 1867).
Ecco che l’Anno della Vita Consacrata ci chiede – e ci aiuterà senz’altro! – a vivere sempre più il duplice comandamento della carità fino al dono di sé. Ciò lo chiediamo per intercessione di tutti i Santi e soprattutto della Vergine Maria, modello e Madre di tutti i consacrati e le consacrate.
Perché, davvero, non c’è amore più grande!
Le Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento di Catania