Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

PEPNTECOSTE ‘B’

maggio 15th, 2018

20 maggio 2018
LECTIO DIVINA

PENTECOSTE ‘B’

Dal Vangelo secondo Giovanni 15,26-27; 16,12-15

“Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza… Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera…”.

Il Vangelo odierno descrive, attraverso le parole di Gesù, l’azione dello Spirito secondo le sue diverse coordinate:Spirito che proviene dal Padre, inviato da Gesù per compiere la sua testimonianza, operante con i discepoli nel mondo, e nei discepoli all’interno della comunità.
Al termine del suo discorso sull’odio del mondo, Gesù introduce il discorso riguardante lo Spirito.
Esso è definito ‘avvocato’ ‘difensore’; egli ha il potere di convincere il mondo “quanto al peccato, alla giustizia, e al giudizio”.
Qui il Paraclito che il Risorto invierà dal Padre è descritto nella sua azione di ‘rendere testimonianza’ a Gesù, ma la sua azione forma quasi una cosa sola con quella dei discepoli:”egli mi renderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza” (15,26-27). Il Paraclito non può parlare direttamente al mondo, ma deve servirsi dei discepoli! Lo Spirito si servirà della loro persona, della loro fede. Ai discepoli sarà data una parola di verità, come una nuova rivelazione che li renderà capaci di trafiggere i cuori, come Pietro ai tremila nel giorno di Pentecoste (Atti 2,37).
Il contenuto di tale testimonianza consiste nell’annuncio di ciò che è stato ‘fin dal principio ’ e che i discepoli hanno visto e udito.
Ancora oggi lo Spirito plasma il volto di chi crede a immagine del volto di Cristo, rendendolo testimone e memoria di Lui nella storia.
Nella seconda parte del discorso (16,12-15), dopo aver annunciato l’attività del Paraclito nei confronti del mondo, ora se ne descrive il ruolo all’interno della comunità. Egli non solo comunica la Verità di Gesù, ma ne prosegue l’opera rivelatrice: “egli vi guiderà alla verità tutta intera”(v.13).
Ciò non deve indurci a pensare che per Giovanni la Rivelazione non sia ancora compiuta, tanto che si affretta a precisare :” non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito… prenderà del mio e ve l’annunzierà” (vv.13-14).
E’ una promessa che si compie: lo Spirito che aveva inaugurato il ministero di Gesù apre ora la missione della Chiesa.
Chiediamo dunque oggi i prodigi di una rinnovata Pentecoste perché sia nella nostra vita personale che nel cammino delle nostre comunità solo questo dono può sostenerci e farci testimoni ai fratelli.

VI DOMENICA DI PASQUA ‘B’

maggio 1st, 2018

06 maggio 2018
LECTIO DIVINA

VI DOMENICA DI PASQUA “B”

Dal Vangelo secondo Giovanni 15, 9-17

“Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore…. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici……”.

Nell’odierno brano evangelico, il motivo del ‘rimanere’ lascia il posto a quello dell’’amare’.
L’amore a cui ci si riferisce non è tanto un sentimento, quanto piuttosto la dimensione in cui si esercita la libertà di scelta del discepolo:”Se osservate i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ha osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (v.10).
“Dare ,a vita per i propri amici” (v.13), non indica il morire in sé, ma il più impegnativo ‘morire a se stessi’: il frutto richiesto ai discepoli è quello dell’amore ablativo, dell’esercizio quotidiano della libertà nella direzione del dono di sé; dono che abbraccia tutte le dimensioni della persona, fino ad arrivare al sacrificio totale sul modello di Cristo.
Come il chicco di grano non può dar frutto senza prima morire (12,24), così il discepolo per non restare solo e produrre frutti di comunione è chiamato a rendere testimonianza allo Sposo.
Il discepolo può amare perché è stato amato da Lui per primo. Il suo amore consiste nel testimoniare l’Amore, annunciare, con parole e azioni, l’amore di Dio nel suo Figlio Gesù che si è offerto, una volta per tutte, per darci la vita.
L’amore è comandato, ma poiché è Gesù che lo comanda, da Lui che l’ha vissuto fino alla fine, esso è anche offerto e donato a chi lo accoglie.
“Rimanere in Cristo” significa partecipare alla sua dinamica di sottomissione-obbedienza al Padre, per ottenere da lui l’unione a Dio, l’essere “figli nel Figlio”.
Al contrario di Adamo che rivendica la sua autonomia dal Creatore, il discepolo accetta liberamente la via dell’obbedienza ai suoi comandamenti. Adamo si allontana da Dio illudendosi così di trovare la propria identità; il discepolo rimane vicino a Gesù, scoprendo in Lui la propria vocazione eterna: essere vite, sposa del Signore.

V DOMENICA DI PASQUA ‘b’

aprile 24th, 2018

29 aprile 2018
V DOMENICA DI PASQUA B*
Gv. 15, 1-8

“Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore . … Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vita, così neanche voi se non rimanete in me”

Il brano evangelico della vite e dei tralci si presenta come un’unità letteraria costruita in modo concentrico. Così al ‘portare frutto’ (v.2) corrisponde ‘ la gloria del Padre che portiate frutto’ del v. 8; alla ‘parola che rende puri’ del v.3, stanno in parallelo le parole che, dimorando nel discepolo, rendono efficace la preghiera’ (v.7); al ‘rimanete in me’ del v.4 corrisponde ‘se uno non rimane in me del v.6, e in modo simile al ‘tralcio che non può portare frutto da sé’ (v. 4b) corrisponde il ‘senza di me non potete far nulla’ del v. 5b. Al centro del brano troviamo infine l’autorivelazione “io sono la vite”, che ci riporta al v.1 “io sono la vera vite”.
In questa parabola agiscono dunque tre soggetti: la vite, il vignaiolo e i tralci, cioè, fuori metafora: Cristo, il Padre e i discepoli.
Ci troviamo alla conclusione di tutta una serie di autorivelazioni contenute nel vangelo di Giovanni.
Gesù appare come la verità del progetto di Dio sul popolo che si era dimostrato vite infeconda, vigna sterile. E’ Gesù che realizza pienamente il disegno del Padre, Egli è la vite vera, perché non ha mai smesso di rispondere alle attese del vignaiolo.
L’intento del Padre è ottenere il massimo rendimento, questa è la ragione del suo intervento sui tralci, tagliati e potati. Questa potatura non va intesa come segno della severità di Dio, ma come profonda partecipazione alla sorte dei tralci ( i discepoli) oggetto di una cura attenta e premurosa, per renderli più fruttiferi. Egli vuole il loro vigore, non la loro fine! E il rendimento di tali tralci ha per fine la gloria del Padre, gloria che è il manifestarsi del Suo amore che salva.
Gli altri versetti del nostro brano riguardano il rapporto tra la vite stessa e i tralci, cioè tra Gesù e i discepoli (vv.4-8). Il messaggio fondamentale è la comunione reciproca che si deve instaurare tra Cristo e i discepoli, e tale unione è espressa con il verbo ‘rimanere’, che ritorna per ben sette volte.
Il rimanere è infatti la condizione, il presupposto necessario per poter portare frutto ed essere esauditi: non esiste altro modo per portare frutto, se non rimanendo in Cristo. E’ allora chiaro che il non portare frutto non dipende da Lui, ma solo dai discepoli, unici responsabili di una eventuale separazione da Lui. La fecondità è perciò condizione e conseguenza del ‘rimanere’.
Per Giovanni ‘rimanere’ indica un evento dinamico. Il ‘rimanere nell’amore’ diventa fondamento del restare e perseverare nella fede. E ancora, il ‘rimanere in’ (in Cristo, nel suo amore, nella sua parola) è fondamentale per il ‘rimanere con’ i fratelli.
Il v.7 aggiunge qualcosa rispetto al ‘rimanere del v.$: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”, ma il ‘volere’ non è legato al nostro arbitrio: Dio fa la volontà di chi compie la Sua volontà. E’ questo il senso dell’incontro tra la volontà di Dio e quella dell’uomo, nel vangelo di Giovanni.

IV DOMENICA DI PASQUA ‘B’

aprile 21st, 2018

22 aprile 2018
LECTIO DIVINA

IV DOMENICA DI PASQUA ‘B’

Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 11-18

“ Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde… Io sono il buon pastore, conosce le mie pecore, e le mie pecore conoscono me……”.

La sezione in cui ci troviamo (capp.5-10) è ritmata dal succedersi delle feste ebraiche, in occasione delle quali Gesù compie alcuni dei suoi ‘segni’.
Gesù, che si era già presentato come il ‘pane di vita’ e la ‘luce del mondo’, si manifesta come il ‘buon pastore’ (v.11).
Il nostro brano si divide in due parti.
Nella prima parte (vv.11-13) Gesù appare come il pastore buono disposto a morire per proteggere le pecore. Sue nuovi personaggi entrano a far parte della similitudine: il mercenario e il lupo.
La differenza tra il pastore e il mercenario consiste nella proprietà: il mercenario è “colui al quale le pecore non appartengono” (v.12) e che, per questo, non ha un motivo valido per mettere a repentaglio la propria vita.
Nella seconda parte (vv.14-18) il pastore è bravo perché conosce le pecore, le distingue le une dalle altre, e anche le pecore sanno distinguere la voce e il richiamo del pastore.
Non è difficile trasferire l’idea dall’immagine alla realtà che si vuol comunicare: Gesù, come Javeh, conosce intimamente il suo popolo poiché è in intimità con Dio stesso:”… come il Padre conosce me ed io conosco il Padre” (v.15).
La rivelazione del pastore diventa anche rivelazione della qualità della pecora, cioè, fuori di metafora, del credente che segue il pastore Gesù Cristo: il credente è colui che conosce il Signore e ne ascolta la voce. (vv. 14.16).
Giovanni parla di una conoscenza reciproca tra pecore e pastore, da intendere come intimità di vita, ma più impartante per il IV evangelista è l’idea dell’ offrire la vita, cioè l’immagine di un pastore che muore per dare la vita alle pecore, che rimanda a Isaia 53, 5-7: “…era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”.
Ecco la novità e il paradosso di Gv.10: il Dio-Pastore ed il Servo-Agnello sono la stessa persona!

III DOMENICA DI PASQUA ‘B’

aprile 10th, 2018

15 aprile 2018
LECTIO DIVINA

III DOMENICA DI PASQUA ‘B’

Dal Vangelo secondo Luca 24, 35-48:

“Gesù… apparve in mezzo a loro e disse:”Pace a voi!”. Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse:”… Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e osa come vedete che io ho”……. Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare il terzo giorno…”…

Il vangelo di oggi fa parte della sezione dedicata da Luca ai racconti della Pasqua. Lungo l’intero Capitolo 24 del suo vangelo, Luca ritrae con molta cura la situazione di partenza dei discepoli: l’incertezza e la paura delle donne, lo scetticismo degli undici di fronte al loro annuncio, la cecità spirituale e l’abbattimento di Cleopa e del suo compagno, lo stupore e lo spavento di fronte a Gesù risorto, l’incredulità ‘per la gioia’ dei discepoli, i dubbi e il turbamento del loro cuore. Allo stesso tempo emerge come questa situazione iniziale si vada via via modificando, fino ad essere completamente trasformata, fino ad arrivare all’apertura della mente (v.45), e poi all’adorazione, alla gioia e alla lode (Lc.24,52).
Il vangelo di oggi coglie un momento cruciale di questa trasformazione. L’apparizione del risorto coglie di sorpresa i discepoli. A questo punto comincia una sequenza di azioni e parole attraverso cui si esprime l’iniziativa di Gesù nei loro confronti: “toccatemi e guardate” (v.39); mostrò loro le mani e i piedi (v.40); disse: avete qui qualcosa da mangiare?” (v.41); aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture (v.45).
La sua esegesi delle Scritture è un’esegesi ad ampio raggio che spazia dalla Legge di Mosè fino ai Profeti ed ai Salmi, mostrando in essi ciò che si riferisce a Lui. Ma Gesù non si limita a raccogliere ed elencare una serie di dati, egli ne penetra profondamente il significato. Per questo può concludere:”Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione ed il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (vv.46-47).
In questo modo Gesù fornisce la chiave di interpretazione delle Scritture: se stesso, il Cristo perseguitato, crocifisso e risorto è la chiave di volta di tutta la Rivelazione di Dio all’uomo.
Non basta che Gesù sia visto, ascoltato, toccato, che mangi davanti a loro perché i discepoli giungano alla fede: occorre l’apertura della loro mente alla comprensione delle Scritture, in esse deve essere toccato il Signore. Scrive Ugo di san Vittore: “ La Parola di Dio rivestita di carne umana è apparsa una sola volta in modo visibile e ora questa medesima Parola viene a noi nascosta nella pagina scritturistica e nella voce umana che la proclama”.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi