Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

MATTEO E IL SUO VANGELO

novembre 16th, 2016

MATTEO E IL SUO VANGELO (anno A)

La tradizione ecclesiastica antica ha considerato Matteo come il primo vangelo, scritto in lingua ebraica.
Una parte importante della critica recente invece ritiene Marco come il vangelo più antico; infatti le ricerche sul suo uso dei termini, mostrano che Matteo è stato scritto in greco, e sarebbe stato composto dopo la distruzione del Tempio, dunque tra gli anni 80/100. Tra i sinottici, quello di Matteo è il vangelo più esteso, più completo, il più strutturato e anche il più citato.
Il suo autore, Matteo, è un uomo di una certa cultura, un pubblicano = esattore delle tasse, di formazione ellenistica, tanto che pare abbia grecizzato il suo nome: Marco e Luca infatti lo presentano con il nome di Levi (di origine ebraica).
Purtroppo non sappiamo nulla di storicamente certo sull’apostolato di Matteo, né sulle circostanze della sua morte o del suo martirio.
La comunità per cui Matteo scrive il suo vangelo è di origine giudeo-ellenistica. Una comunità – o Chiesa- vicina alla Palestina, forse la comunità di Antiochia, dove si parlava la lingua greca.
L’evangelista Matteo e la sua comunità sembrano essere in lotta su due fronti. Da una parte Matteo si rivolge a un fronte interno, costituito ,forse, da carismatici (Mt.7,21), che hanno una intensa vita religiosa (Mt.7,22), ma non osservano o addirittura rifiutano l’interpretazione della Legge data da Gesù, e perciò commettono iniquità (7,23). Contro costoro Matteo fa valere la continuità dell’autorità della legge, che non è stata abolita ma portata a compimento da Gesù (5, 17-20). Ma c’è sicuramente anche un fronte esterno, costituito dal giudaismo, che dopo la distruzione del Tempio nel 70, tentava di ricompattarsi attorno alla Legge e alle sue interpretazioni offerte dai rabbini farisei. Con questo giudaismo Matteo ha probabilmente ormai rotto i ponti ed è in aperta polemica. Lo si capisce dalle invettive contro ‘scribi e farisei’ (23,1-36) e dall’estraneità che esprime nei confronti delle ‘loro sinagoghe’ (4,23; 9,35; 10,17; 13,54; 23,34).
Lo stile del vangelo secondo Matteo è solenne, quasi liturgico ( è infatti il più usato nella liturgia).
A differenza di Marco e Luca, che prediligono esposizioni vivaci e ricche di particolari, Matteo preferisce un racconto essenziale. Lo stile del suo scrivere è molto importante per capirne le intenzioni (= esegesi), la sua struttura infatti fa già parte del messaggio teologico.
Il vangelo di Matteo si compone di sette parti nettamente distinte tra loro.
Il nucleo centrale è formato di cinque discorsi (Matteo si rifà al Pentateuco), ognuno dei quali è separato dagli altri da una formula sempre uguale:” Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi [parabole, istruzioni]…” ( Mt.7,28; 11,1; 13,53; 19,1; 26,1).
Prima di ogni discorsi vi è una raccolta di fatti o miracoli, strettamente connessi al discorso stesso: Matteo vuole sottolineare che Gesù, Parola del Padre, è il vero dabar. In ebraico il termine ‘dabar’ significa parola-fatto, o fatto-parola.
La parola di Dio produce sempre un evento e gli eventi che Dio compie contengono sempre un messaggio, sono sempre eloquenti. Gesù compie dei fatti, e poi li evidenzia, li spiega con un discorso.
Prima e dopo il nucleo dei cinque ‘fatti e discorsi’, Matteo pone due sezioni. Una riguarda la nascita e l’infanzia del Messia, l’altra chiude il Vangelo e descrive la morte-risurrezione di Gesù.
Matteo è dunque strutturato come una cattedrale a 5 navate (i cinque discorsi) con un atrio (infanzia) e un’abside (morte e risurrezione).
I cinque ‘discorsi’ (dabar) sono in relazione coi cinque libri del pentateuco, come per dimostrare che Gesù è il nuovo legislatore, il nuovo Mosè.
Tenendo conto di questa struttura, vediamo in dettaglio la suddivisione del nostro vangelo:
– Introduzione e nascita di Gesù: Mt. 1-2:
• genealogia
• nascita
• visita dei magi
• fuga in Egitto
• strage degli innocenti
• ritorno a Nazaret.
Ognuno di questi fatti realizza un aspetto delle Scritture. Con Cristo inizia il tempo della realizzazione, del compimento della Salvezza. Matteo presenta chiaramente Cristo come il centro e il culmine della Salvezza.
E’ interessante fare un parallelo tra la genealogia di Gesù e il Capitolo 33 del libro di Numeri: Questo è un capitolo intero di luoghi geografici, ma se si fa il calcolo, questi luoghi geografici sono 42 , esattamente come la genealogia, divisa in tre parti: le tre parti hanno 42 nomi= 42 tappe, 42 generazioni!
Allora: la Terra Promessa verso cui il popolo di Israele tendeva non è più un luogo geografico, ma è la Persona stessa, la Parola di Dio fatta carne: Cristo Signore.
Il popolo di Israele uscendo dalla schiavitù di Egitto si è incamminato verso il punto centrale a cui tutta la storia converge e questo punto è sì un luogo geografico – la terra Promessa-, ma quella terra promessa è il Verbum caro factum est. E’ il Cristo morto e risorto, è il mistero pasquale.
– Ai primi due capitoli segue il primo discorso (o discorso del monte): Mt. 5-6 (preceduto dai fatti riguardanti l’inizio del ministero (Mt.3-4).
– Il secondo discorso comprende una serie di miracoli (Mt. 8-9) e il discorso missionario (Mt. 10).
– Il terzo discorso comprende l’opposizione alla missione del Messia (Mt. 11-12).
– Il quarto comprende i fatti riguardanti la fondazione della Chiesa (Mt. 14-17) e il corrispondente discorso ecclesiale (Mt. 18).
– L’ultimo discorso comprende eventi riguardanti l’opposizione o lo scontro diretto di Gesù con le autorità di Israele (Mt. 19-23) e il discorso escatologico (Mt.24-25).
– Alla fine troviamo l’ultima sezione, che narra il compimento della vita del Messia: la sua passione, morte e risurrezione (Mt. 26-28).
Da questo schema si comprende facilmente come il vangelo secondo Matteo abbia uno scopo didattico: Matteo vuol porsi come un ‘maestro’ del Vangelo, un rabbino cristiano.
Egli è “lo scriba che trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13,52). Le cose nuove sono quelle realizzate da Cristo, il Messia. Sono le sue azioni e le sue parole. Le cose antiche sono le promesse fatte da Dio a Israele, i riferimenti che l’Antico Testamento ha nei confronti del Messia futuro. Sono ‘tipi’ ( profeti, eventi) che anticipano, preparano il Messia (l’’antitipo’).
Il vangelo secondo Matteo è segnato all’inizio e alla fine da un richiamo che rappresenta il filo tematico di tutta la narrazione: l’annucio della nascita dell’Emanuele “che significa Dio con noi” (Mt.1,22-23), e la promessa del Risorto: “Io sono con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt.28,20). Tutto il racconto evangelico è infatti incentrato sull’ ‘essere con noi’ di Dio in Gesù.
Siamo di fronte a un vangelo dottrinale, centrato sulla fondazione della Chiesa, nuovo Israele, dopo che l’antico Israele ha rifiutato il Messia.
La legge mosaica non è abolita, ma superata. L’alleanza operata da Cristo è il completamento delle alleanze passate. Legge e alleanza trovano in Cristo il loro compimento definitivo e universale.

– LA TEOLOGIA DI MATTEO

Matteo presenta Gesù come il Maestro, il Messia, il fondatore della Chiesa, nuovo Israele. Gesù è il Cristo, il punto di arrivo della storia della salvezza; egli compie la storia di Israele, ed è il punto di partenza della storia della Chiesa.
Cristo è dunque il centro non solo della storia salvifica, ma anche della storia personale e universale. Egli divide la storia in un ‘prima’ e in un ‘dopo’. Ma ne è anche il centro nel senso teologico ed esistenziale.
Cristo chiede a tutti una opzione fondamentale. Chi lo accoglie entra a far parte del regno e sperimenta la salvezza. Chi lo rifiuta ne rimane fuori, si autocondanna all’esilio.
L’uomo, ogni uomo, è posto di fronte ad una scelta che non ammette tentennamenti o compromessi: stare con Cristo o contro di Lui: Su questa discriminante ciascuno gioca la propria esistenza e l’eternità.
La storia è una continua dialettica fra il bene e il male. Con Cristo il male è vinto per sempre e radicalmente. Ma questa vittoria si manifesta gradualmente nella Chiesa e nel mondo. Essa si rivelerà solo nel ‘tempo escatologico’, quando il pastore dividerà i capri delle pecore (Mt. 25).
Dio in Gesù si rivela come Padre che ama. Diventare piccoli come bambini, in relazione a Dio, è la condizione per entrare nel Regno (Mt.18,3-4).
Facendosi povero, Gesù chiamo ogni uomo ad accettare liberamente e gioiosamente spogliazioni e persecuzioni (Mt.5, 11-12).
Matteo cita sette monti:
– il monte delle tentazioni (Mt.4,8),
– il monte delle Beatitudini (Mt.5,1)
– il monte della Trasfigurazione (Mt.17,19,
– il monte degli Ulivi (Mt. 21,1; 24,3; 26,30),
– il monte della missione universale (Mt. 28,16).
La simbologia del monte richiama il monte Sinai e sottolinea la volontà di Dio di incontrarsi con l’uomo. Gesù, salendo sul monte, novello Mosè, ci porta a Dio e porta Dio tra noi.

I miracoli di Gesù sono segni che dicono la presenza del Regno. Il Regno, all’inizio, si presenta piccolo, quasi insignificante come un granello di senape. Ma se accolto, cresce per forza propria. Il Regno richiede un cambiamento del cuore.

Gesù affida ai discepoli la missione di annunziare il vangelo, cioè la buona notizia, fonte di gioia, che Dio è con noi come Padre che ci ama e ci perdona, così come noi perdoniamo ai nostri debitori.

Lungo tutto il racconto evangelico Gesù Messia vede crescere l’incomprensione del suo popolo, ma anche l’accoglienza della comunità dei discepoli, che egli forma per mandarli dopo la Pasqua ad annunciare il vangelo a tutte le genti, un impegno che anche la comunità di Matteo fa proprio.
Gesù, di fronte al rifiuto da parte di Israele, fonda la sua Chiesa, di cui Pietro, l’apostolo che lo testimonia come ‘Figlio di Dio’, è il fondamento.
La Chiesa è chiamata a proseguire nel tempo l’opera di Gesù, ad annunciare l’avvento del Regno.
Il Regno è una simbologia ricorrente nei testi dell’A.T. In Israele l’esperienza storica del regno comincia con Davide, il re secondo il cuore di Dio. A Davide il Signore promette un regno eterno (cf 2 Sam 7, 13-16).
Di fatto, storicamente la profezia non si è verificata. La dinastia davidica si interrompe con la caduta di Gerusalemme nel 587 a.C.
Evidentemente la profezia di Natan ha il suo compimento in Cristo. Se Cristo è il Regno, allora il Regno è già venuto. E tuttavia lo attendiamo con ferma speranza. Speriamo non perché venga, ma finchè venga. Cioè finchè non si manifesti come già totalmente venuto.
Con la sua morte e risurrezione Gesù anticipa il compimento del Regno e la risurrezione finale dei morti (Mt. 27,52-53).
Vivere la presenza di Cristo è già vivere nel Regno. Con la fede, la speranza e la carità noi anticipiamo il non ancora. Lo rendiamo già possibile nel presente. Ma Gesù ci insegna che non si entra nel Regno a parole, bensì facendo la volontà del Padre: ed è lasciandoci amare da Lui che diventiamo perfetti.

Matteo riporta quasi centocinquanta riferimenti, tra espliciti e impliciti, presenti nell’ Antico Testamento e riguardanti il Cristo.
Matteo riprende il tema del Protovangelo (Gen.3,15). La contrapposizione fra mondo e Cristo, fra i malvagi che rifiutano il Messia e la Chiesa , è espressa nella formula : “Non si possono servire due padroni. O si serve Dio o mammona” (Mt.6,24).
‘Mammona’ indica qualunque sicurezza umana, qualunque garanzia o senso di vita che non venga da Dio.
Secondo il Protovangelo un figlio di donna avrebbe schiacciato la testa al serpente, simbolo del male, del limite, della morte. Questa promessa esce dalla bocca di Dio. E’ dunque una Parola che produce un fatto: nella promessa del Protovangelo si adombra già la figura di un uomo-Dio, o di un Dio che si fa uomo.
Questa profezia viene recepita lentamente da Israele.
Il Protoisaia, per primo, annuncia il nome che Dio si è dato: “La vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele” (Is.7,14). Gesù è annunciato come Emmanuele (Mt. 1,23).
E la nascita di Gesù a Betlemme, città di Davide, è il compimento della profezia di Michea: “ E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore di Israele” (Mic. 5,1).
La visita dei magi (Mt.2, 1-12) è annunciata dal Tritoisaia: “Uno stuolo di cammelli ti invaderà [Geruselemme], dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore “ (Is.60,6).
La fuga in Egitto (Mt.2,13-14) realizza la profezia di Osea: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os.11,1).
Il battesimo di Gesù (Mt.3, 13-17) si compie un’altra profezia del Deuteroisaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui”. (Is.42,1).
Con la sua morte e risurrezione Gesù realizza il segno del profeta Giona (Mt.12, 38-42): come Giona esce dal ventre del pesce dopo tre giorni, così Gesù esce vivo dal ventre della terra.
La passione, la morte e la risurrezione sono, per Matteo, la realizzazione dei Canti del Servo di Jhavè in Isaia.
(Sono solo alcuni esempi di come Matteo veda in Gesù la realizzazione delle profezie dell’A.T.)
Anche gli altri evangelisti richiamano spesso profezie dell’A.T. riguardanti il Messia. Matteo, però, lo fa in modo sistematico e con uno scopo preciso. Vuole dimostrare la divinità di Cristo, ma soprattutto vuol dimostrare come Israele avrebbe dovuto riconoscere in Gesù l’inviato di Dio.
Questo riconoscimento non è avvenuto. Perciò Cristo ha rigettato Israele e ha fondato un nuovo popolo, la sua Chiesa.
La Chiesa è chiamata a essere nel mondo ma non del mondo. E’ chiamata a condividere la condizione degli uomini non per adattare il vangelo alla mentalità del mondo, ma per portare il mondo a Dio. Non per costruire una città stabile, ma per portare l’umanità alla città eterna. Per predicare la speranza.

Dopo la risurrezione Cristo invia gli apostoli fino agli estremi confini della terra (Mt.28,16-20). Essi devono essere il sale della terra e la luce del mondo (Mt.5, 13-16). Essere sale vuol dire conservare per il Regno coloro che il Padre ci affida. Essere luce vuol dire prendere per mano i fratelli e condurli con amore sulle strade di Dio. Il vangelo è per tutti. A tutti il Cristo rivolge un invito, o forse un comando.
A tutti Gesù dice: “ Seguimi ! “.
Un imperativo che non ammette tentennamenti da parte nostra, che non ammette obiezioni o rimandi.
E’ lo stesso comando-invito rivolto da Gesù a Levi, seduto al banco delle imposte. Levi si alza e segue il Maestro. Non sa chi sia Gesù. Si fida semplicemente di lui. Si abbandona a Lui con la fiducia del bambino. Con la fiducia con la quale Gesù si abbandona la Padre.
E il pubblicano Levi diventa l’apostolo Matteo.

Bibliografia: G. De Roma : “MATTEO” – Milano 1995

TEMPO DI AVVENTO

novembre 16th, 2016

IL TEMPO LITURGICO DELL’ ATTESA :
L’ AVVENTO

La letteratura cristiana pone alla base delle certezze della fede l’avvento di Cristo-sepranza, alla fine del tempo. Ma nell’attesa ogni credente deve sperare perché l’evento Cristo si realizzi nel suo cuore e nel cuore di ogni uomo:”venga il tuo Regno!”. La vita dei credenti adesso è attesa colma di speranza, poi sarà eternità.
Per specificare ulteriormente, diciamo con O.Casel che l’anno liturgico non ha né inizio né fine, ma ha, in un certo modo, due punti di inizio: l’Epifania e la Pasqua, che sono al tempo stesso punti culminanti. Tutti e due in fondo racchiudono lo stesso Mistero, soltanto considerato in due diversi modi.
L’Avvento può essere celebrato anche come icona di un prolungato Sabato Santo. S. Giacomo così ci esorta:” Vi esorto, fratelli siate pazienti fino alla venuta del Signore…Rinfrancate i vostri cuori…Prendete a modello di pazienza i profeti…” (Gc.5, 7-10).
Pur tenendo ben presente che la radice dell’attesa della seconda venuta del Signore rimane la Pasqua, e che agli inizi fu la Veglia pasquale il momento forte dell’attesa del Salvatore, non possiamo ignorare che è proprio nell’Avvento che viene dato speciale rilievo, nelle celebrazioni liturgiche, al tema dell’ ATTESA.
Ci soffermeremo perciò ora a parlare più diffusamente di come tale tema sia la “trama” che percorre tutto il tempo di Avvento.
Se nel rito romano oggi è messa particolarmente in evidenza questa dimensione dell’Avvento, non dimentichiamo mai che essa va vista non soltanto in collegamento con il Natale, ma specialmente con la Pasqua, per non perdere il senso genuino dell’attesa e della speranza cristiana.
Occorre far sentire l’Avvento nel suo completo significato, come rievocazione di un lontano passato, come realtà presente, come preparazione dell’avvenire.
Basta scorrere rapidamente il Lezionario, dove campeggia Isaia, per rendersi conto come il profeta ritragga la situazione dell’uomo peccatore, e gli atteggiamenti di Dio a suo riguardo, in attesa della redenzione. Sono ora parole severe di rimprovero, minacce di abbandono, ora accenti vivi di paterno richiamo perché il popolo si ravveda. Sono frequenti promesse di misericordia e perdono; sono aneliti di speranza e di attesa verso il Figlio che nascerà da una Vergine, e avrà nome Dio, Forte, e sederà sul trono di Davide e regnerà in eterno.
Al profeta Isaia fa eco Geremia: “Ecco verranno giorni, quando io susciterò a Davide un rampollo giusto, e regnerà e sarà sapiente e farà valere la giustizia sulla terra….In quei giorni Giuda sarà salvato e Israele abiterà sicuro.” E Zaccaria: “Ecco verrà il Signore… e in quel giorno si avrà una gran luce”. E Osea: “ Dall’Egitto ho chiamato il mio Figlio; egli verrà per salvare il suo popolo”.
Veramente tutto il tempo presente appare come un cammino verso di Lui che deve venire, tutta la vita assume il senso della preparazione a quel definitivo incontro.
La venuta è sempre differita, ma sempre imminente. Col passare del tempo cadono tutte le cose, ma questa speranza non muore, è sempre nuova, ogni giorno più viva e non mai delusa.
Il miglior simbolo dell’Avvento è forse il trono vuoto del Pantocrator rappresentato nei mosaici di Roma e di Ravenna.
I tre aspetti dell’Avvento: rievocazione del passato (Cristo è venuto), realtà presente (Cristo viene) e preparazione ed attesa dell’ultimo giorno (Cristo verrà), mi sembra siano chiaramente indicati e sintetizzati nell’inno di Avvento per l’Ufficio delle Letture:
Verbo, splendore del Padre,
nella pienezza dei tempi
Tu sei disceso dal cielo,
per redimere il mondo.
Il tuo Vangelo di pace
Ci liberi da ogni colpa,
infonda la luce alle menti,
speranza ai nostri cuori.
Quando verrai come giudice,
fra gli splendori del cielo,
accoglici alla tua destra
nell’assemblea dei beati.

Il famoso teologo tedesco Karl Rahner parla in modo mirabile del tempo liturgico che stiamo esaminando:
“Avvento -arrivo , propriamente significa futuro, avvenire. Pertanto, già nel termine stesso s’annunzia una singolare compenetrazione di presente e avvenire, di esistenza attuale e di esistenza, per così dire, dilazionata, ancora attesa, di possesso e di aspettazione.

Il termine AVVENTO deriva dal latino, e corrisponde al greco epifania, parusia: tutte parole che sottintendono l’apparizione del divino, una presenza che si fa evidente salvando, liberando, illuminando. Quindi, connessa all’avvento è la ‘salvezza’: la parola avvento indica già un certo incarnarsi, umanizzarsi del divino che discende tra gli uomini per innalzarli a sé.
L’Avvento cristiano dunque è proteso verso la venuta, mentre nella fede e nella speranza (“ La speranza è in ascolto della melodia del futuro, e credere vuol dire danzare secondo tale melodia” ha scritto un teologo brasiliano) già possiede quel che desidera.

LUCA E IL SUO VANGELO

novembre 20th, 2015

S. Luca è l’evangelista che ci accompagnerà in questo anno liturgico ‘C’. Vi presento la sua figura di evangelista.

IL VANGELO DI SAN LUCA

Luca – lo “scriba mansuetudinis Christi” come giustamente lo chiama Dante- e’ originario di Antiochia di Siria, medico, ex pagano convertito, che Paolo si associa nell’apostolato, chiamandolo ‘compagno di lavoro’ (Filemone 24). Nella sua citta’, Antiochia, infatti Luca aveva conosciuto Paolo, condotto la’ da Barnaba per formare alla fede la nuova e fiorente comunita’ composta da Ebrei e pagani convertiti (At 11,25ss).
Luca scrive il suo vangelo per i cristiani venuti del paganesimo, quando gia’ circolavano quelli di Marco e Matteo, per difendere la purezza del messaggio cristiano contro tutti gli errori. Egli non ha mai visto Gesù, ma si basa sui testimoni diretti, tra cui probabilmente alcune donne, fra le prime che risposero all’annuncio. C’è un’ampia presenza femminile nel suo vangelo.

Luca e’ l’unico evangelista che apre il suo vangelo presentandosi (1,1-4). Egli presenta se stesso come uno storico serio e un pastore zelante per la sua comunita’. Presenta la finalita’ della sua opera: aiutare la sua comunita’ a diventare adulta nella fede. Ci da’ infine notizie sul come ha lavorato facendo ricerche accurate e risalendo fino alle origini.
Nel Nuovo Testamento c’e’ un altro libro che si apre con un prologo simile, quello degli Atti degli Apostoli (At 1,1-2). Fin dall’antichita’ la Chiesa e’ stata concorde nell’attribuire a Luca entrambi i libri, in cui lo stile, la tematica e la struttura chiaramente convergono, e che formano come due parti di una stessa opera.
Luca possiede una buona cultura; lo si vede dal suo greco fluente ed elegante, dalla sua perfetta conoscenza della Bibbia scritta in greco, detta dei “Settanta”, ed infine dal come, di tanto in tanto, affiorano punti di contatto con il modo di scrivere degli storici greci del suo tempo.
Quando Luca sente parlare per la prima volta di Cristo ad Antiochia siamo, piu’ o meno, nel 37 D.C.
La Chiesa, a quell’epoca, e’ una minoranza esigua, perseguitata, ma e’ anche la Chiesa della prima generazione: entusiasta, piena di ardore missionario, in attesa del suo Signore che presto ritornera’ tra i suoi. E’ la Chiesa come emerge dagli Atti degli Apostoli.
Quando invece Luca scrive il Vangelo il quadro non e’ piu’ lo stesso. E’ la Chiesa della seconda generazione nella quale stanno emergendo alcuni elementi che la rendono piu’ vicina a noi: si scopre che non c’e’ solo il martirio del sangue ma anche quello della perseveranza, della fedelta’ costante nel tempo… una Chiesa in cui si riscontra l’esperienza del peccato, della stanchezza…
È a questa comunita’ che Luca si rivolge ricordando le parole e i fatti di Gesu’ (Vangelo) e l’entusiasmo della comunita’ primitiva (Atti). Si tratta di una autentica catechesi che sa inserire la testimonianza viva del Salvatore nella nuova situazione, in modo da illuminarla dall’interno.
A questa Chiesa che scopre la dimensione del peccato Luca propone il tema della conversione e della misericordia di Dio (7,36-50; 16,19-31; 19,1-10; cap. 15).
Davanti all’attesa del Regno che sembra venire frustrata, Luca rilancia il tema della gioia, perche’ il Regno non e’ solo un avvenimento da attendere, ma anche qualcosa gia’ presente di cui fin d’ora bisogna gioire (17,21; 1,44; 1,47; 2,10; 19,6; 24,41), ed e’ sintomatico che il suo vangelo termini proprio parlando di gioia e di lode (24,52ss).
Nello stesso tempo Luca ricorda alla sua comunita’ che il Regno di Dio e’ si’ in mezzo a noi ma ancora sotto il segno della croce. Per questo Luca organizza la parte centrale del suo Vangelo (9,51-19,28) come un grande “viaggio di Gesu’ dalla Galilea a Gerusalemme”, il luogo della croce e della Risurrezione.
Nello schema di questo viaggio egli colloca poi tutto un insieme di parole e fatti di Gesu’, per cui tale itinerario si trasforma in un vero e proprio “viaggio del discepolo che segue il suo maestro sulla via della croce”.
Se il vangelo di Marco può essere definito ‘il vangelo del catecumeno’ e quello di Matteo ‘il vangelo del catechista’ quello di Luca è quello del ‘discepolo di Cristo’,di colui che vuol seguire Cristo, nonostante tutto.
Un altro tema su cui Luca torna con insistenza e’ quello della poverta’ e dei poveri, al punto di legare inscindibilmente l’essere discepolo all’essere povero. Tra gli evangelisti, infatti, solo Luca riporta questa frase di Gesu’: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi non puo’ essere mio discepolo” (14,33).
Probabilmente Luca ha davanti agli occhi le grandi ingiustizie sociali delle citta’ greche, ma anche l’individualismo che si annidava nelle comunita’ cristiane in via di espansione, o l’attaccamento ai beni terreni da parte di qualche cristiano che si era “stancato” di aspettare la venuta del Signore.
Per questo Luca presenta la poverta’ e la condivisione come segno della novita’ del Regno tra gli uomini e fermento di comunione fraterna (cf. At 2,44; 4,34)e di annuncio della salvezza universale( cf. 3,38, 2,11.14).Come Gesù può essere definito il missionario del Padre (vedi il suo Vangelo), così la chiesa è essenzialmente missionaria, perché partecipe della missionarietà di Gesù (vedi gli Atti degli Apostoli).
L’unitarietà dell’opera di Luca è evidenziata anche da questa corrispondenza tra la missione di Gesù e quella della Chiesa.
Un altro tema frequente di Luca e’ quello della preghiera. Una preghiera insistente (11,5-8; 18,1-6) che si modella su quella di Gesu’, sovente colto in preghiera dal racconto di Luca. Una preghiera infine legata molte volte al dono dello Spirito Santo, che il Padre da’ appunto a coloro che glielo chiedono (11,13).
Due gli aspetti centrali del pensiero lucano (vangelo ed Atti):
a) Cristo come centro di tutta la storia e del cosmo;
b) La Chiesa come prosecuzione di Cristo (Atti).
Questi due temi, centrali in Luca, gli derivano dall’essere stato alla scuola di Paolo.

L’ordine della narrazione del vangelo di Luca segue fondamentalmente la sequenza stabilita da Marco, ma il nostro distingue più chiaramente che Marco e Matteo i periodi della missione di Gesù. I racconti dell’infanzia, come un preludio a tutto il vangelo, offrono un riassunto del ministero di Cristo. Segue poi il tempo di Giovanni Battista, del ministero di Gesù in Galilea, il grande viaggio fino a Gerusalemme: entrata trionfale, ultima settimana, apparizioni del risorto.
Luca narra a cerchi concentrici il diffondersi del messaggio e del mistero di Cristo attraverso gli Apostoli, i discepoli, i diaconi e i fedeli, presentando prima la Chiesa di Gerusalemme, poi le prime missioni in Palestina e dintorni, poi le grandi missioni apostoliche di Paolo.

Schema del Vangelo di San Luca:

1) Prologo 1,1-4
2) Nascita ed infanzia di Gesu’ 1,5-2,52
3) Ministero di Gesu’ in Galilea 3,1-9,50
4) Viaggio di Gesu’ a Gerusalemme 9,51-19,27
5) Entrata trionfale e ultima settimana 19,28-23,56
6) Risurrezione e apparizioni di Gesu’ 24,1-53.

Luca, abbiamo detto, è chiamato da Dante “scriba della mansuetudine di Cristo”.
In effetti tutta la sua opera converge intorno a questo messaggio, che può essere ritenuto il ‘vangelo dentro il suo vangelo’. E’ questa l’unica vera ‘bella notizia’ che Luca sente di dover trasmettere all’umanità intera, e a servizio di essa egli pone la sua capacità di storico, la sua arte letteraria, la sua fede di discepolo.
Secondo un’antica leggenda, Luca sarebbe stato anche pittore e, in particolare, autore di numerosi ritratti della Madonna. Altre leggende dicono che, dopo la morte di Paolo, egli sarebbe andato a predicare fuori Roma; e si parla di molti luoghi. Di troppi… In realtà, nulla sappiamo di lui dopo le parole di Paolo a Timoteo dal carcere: “Solo Luca è con me” (2 Tim. 4,11): è questa l’ultima notizia certa dell’evangelista. Ma il Vangelo di Luca continua ad essere annunciato insieme a quelli di Matteo, Marco e Giovanni in tutto il mondo, e con esso gli Atti degli Apostoli, che formano col vangelo un racconto comune.

EUCARISTIA

novembre 15th, 2014

E U C A R I S T I A

 

La Cena pasquale di Cristo è stata una cena rituale inserita nella Pasqua ebraica (cfr.Es.12;13, 3-8. 14; ” Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia…Il vostro agnello sia senza difetto, maschio…Tutta l’assemblea della casa di Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po’ del suo sangue lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case… E’ la Pasqua del Signore. In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito della terra d’Egitto… Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore. Io vedrò il sangue e passerò oltre… Per sette giorni voi mangerete pani azzimi.”) (Deut.6,20-25: “.Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: cosa significano queste istruzioni…Tu risponderai : Eravamo schiavi del faraone e il Signore ci fece uscire dall-Egitto…” ).  La preghiera che fa il capo famiglia si chiama appunto ‘la benedizione’, cioè racconta lodando Dio per quel che ha fatto ai suoi fedeli, “fino ad oggi “ perché anche oggi Dio ci libera come ha liberato i nostri padri”.

Ora, Gesù ha fatto lo stesso, soltanto che, invece di dire :”Questo è il pane di afflizione dei  padri [pane azzimo]”, ha detto :”Questo è il pane per la mia afflizione, il pane del mio sacrificio = questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. E’ questo il punto di arrivo di tutta la rivelazione precedente e il punto di partenza di tutta la rivelazione dell’amore di Dio per il suo Popolo. Israele è simbolo di tutto il mondo, nel pensiero di Dio Israele è l’emblema della sua opera nel mondo.

Cristo ringrazia per la liberazione, ma non solo per la liberazione dall’ Egitto (profetica), che non era completa né definitiva.

Cristo ringrazia per tutto ciò che è avvenuto, ma ringrazia soprattutto per la liberazione reale che si compie in Lui.

In quel momento Cristo offre se stesso in sacrificio, cioè offre se stesso alla ubbidienza al Padre, che lo porterà tra poco alla morte di croce (cfr.Sal 39): la morte è il segno del sacrificio di Cristo, non è il sacrificio: il sacrificio di Cristo consiste nella sua ubbidienza al Padre. Perché il Padre ama tanto gli uomini da dare il Figlio, ma il Figlio ama tanto gli uomini e il Padre da accettare questo amore infinito che lo porta fino alla morte, nell’ubbidienza: è la liberazione vera (che distrugge il peccato), della quale la Pasqua antica era segno.

Ora il pane (corpo) che Cristo dà nell’ultima cena è la Pasqua nuova = non è più il pane ebraico segno dell’antica liberazione, è il pane nuovo, segno dell’attuale liberazione, che è salvezza dal peccato e dalla morte.

Egli dà in quel momento il sacramento del suo sacrificio (che compirà sulla croce): Cristo morirà (cfr.Vangelo di Giovanni) nel momento stesso in cui gli agnelli pasquali venivano offerti al tempio.

Cristo dà il pane e il vino. Nella realtà oggettiva il sacrificio di Cristo è uno solo, è la sua morte cruenta; però il sacrificio di Cristo vuol essere e deve essere un sacrificio pasquale, e la Pasqua reale ebraica si è svolta in 2 momenti:

I°  Sacrificio dell’agnello in Egitto e degli azzimi[ Es.12] ( col cui sangue han segnato le porte),

II°  50 giorni dopo, al Sinai, c’è l’offerta del sacrificio dell’Alleanza  [Es.24,4-8 ] (quando Mosè prende il sangue e parte lo versa sull’altare, parte sulle 12 stele delle tribù di Israele) = la comunione con lo stesso sangue (altare e popolo) crea l’Alleanza: il quel momento nasce il Popolo di Israele: il Popolo è di Dio, e Dio diventa il dio d’Israele.

Dunque: i DUE MOMENTI, che hanno significati diversi, formano un’UNICA PASQUA :

I°   Agnello e pane azzimo = segno della LIBERAZIONE (pane)

I I° Sangue = segno dell’ ALLEANZA  (vino)  (Cristo dirà:   “Questo è il sangue della  Nuova

     Alleanza.)   

Cristo vuole realizzare alla lettera le parole di Geremia 31,31: “Farò una nuova alleanza e la metterò dentro il vostro cuore”.

Cristo donandoci pane e vino ha voluto significare il duplice senso della Pasqua: Liberazione (pane) e Alleanza (vino).

La cena pasquale ebraica si apriva col pane e si chiudeva con la benedizione del terzo calice di vino (che si chiamava ‘calice della benedizione ’ ). I due elementi nella liturgia li abbiamo insieme, però si dice: “Dopo che ebbe cenato…..prese il calice” : c’è una distanza.

La Pasqua ha questo doppio significato, e tutto l’A.T. è impostato in questo modo: liberazione –

alleanza. (cfr: Ez. 16  : la fanciulla trovata e lavata = liberazione; poi cresciuta e sposata  = alleanza). Questa è la Storia Sacra : Dio ha agito così con gli uomini, con noi, sempre con questo doppio passaggio: I° un avvicinamento per liberarci (dal male, dal peccato), poi, II°, l’alleanza = “tu diventi mio”. Il senso nuziale dell’A.T. è evidentissimo e percorre tutta la Storia della Salvezza.

Ed è quello che traspare nel N.T.: il Padre celebra la festa di nozze di Suo Figlio e ci invita a cena; cerca gli invitati e poi li fa cenare al suo banchetto:

Questo è il senso della (doppia) partecipazione all’Eucaristia.

Abbiamo visto ciò che Cristo ha fatto dando il suo corpo e il suo sangue nel sacramento del pane e del vino. Il Signore ha concluso questo suo dono dicendo: “Fate questo in memoria di me”. Mi sono introdotta parlando del ‘memoriale’ : il sacrificio di cristo è uno solo, esso non viene offerto di nuovo nella Cena: nella celebrazione eucaristica il Signore ci dà il sacramento del suo sacrificio ( e il sacramento non moltiplica la realtà; ogni Eucaristia è la ripresentazione di quell’unico sacrificio (es: 50 specchi mi riproducono lo stesso sole!) S.Pietro dice chiaramente:”Una volta per tutte si è offerto”, e lo stesso dice il Cap.8 della lettera agli Ebrei. Cristo è venuto, noi siamo nella realtà, nel fatto: la Redenzione si è compiuta.

Potremmo chiederci allora che senso ha ripetere l’Eucaristia, se Lui ha compiuto tutta la Pasqua, cioè tutta l’opera della Salvezza, con il passaggio dalla morte alla vita. Ripetiamo l’Eucaristia per rendere reale a livello personale quest’opera di salvezza che ha un valore universale.

Ognuno deve ‘entrare’ in questa salvezza: c’è un fiume che scorre, che può salvare tutti, ma se io non mi ci butto dentro…Da che il sangue di Cristo è cominciato a scorrere con la sua Passione, scorre sempre, lava il mondo, ma non lava me se non mi ci immergo.

“Noi viviamo dell’opera redentrice di Cristo, ma non possiamo godere della Redenzione senza attuarla”  (R.Guardini).

La celebrazione non moltiplica quell’unico sacrificio di Cristo, ma serve a me, a ciascuno, per rendermi presente quello che Lui ha fatto, affinché io accetti questo sacrificio come mezzo della mia salvezza. La Redenzione allora diventa mia personale.

Ma , come? : NEL SACRIFICIO DI CRISTO IO DEVO OFFRIRE ME STESSO. Questo è il punto! Perché se l’Agnello immolato (che nel N.T. è Cristo) sulle spalale non porta me,  il suo sacrificio non mi serve!

Allora se nel segno del pane e del vino ( e li dobbiamo mettere noi!) ci sono io, e quel pane e quel vino indicano la volontà mia di offrirmi in cambio,  Cristo mi rende presente la Sua offerta (della cena e della Croce) perché io entri in essa e dica al Padre:” Padre, io mi offro come si è offerto il Cristo tuo Figlio, anzi mi offro nell’offerta di tuo Figlio”. Si tratta di unire le due offerte: quella di Cristo già avvenuta che mi vien resa presente volta per volta, e la mia offerta, che vuole unirsi a quella di Cristo. ALLORA IL MIO PANE DIVENTA IL SUO CORPO, CIOE’ IO, ATTRAVERSO IL SEGNO, DIVENTO CORPO DI CRISTO (cfr. S.Policarpo – Gregorio Magno).

Appare chiaro allora come l’Eucaristia sia l’evento nel quale il dono dell’amore fatto a noi una volta per sempre nel sacrificio pasquale del Figlio eterno, ci viene ripresentato, comunicato, contagiato per trasformare la nostra vita: è l’idea biblica di memoriale.

L’idea veterotesatamentaria del memoriale è di un ricordo che non è semplice ricordo, ma che è attualizzazione della presenza di Dio nella storia, delle meraviglie di Dio che rendono nuova la storia antica degli uomini. (Es. 12, 14: “Questo girono sarà per voi un memoriale, lo celebrerete come festa del Signore di generazione in generazione…”)

Gesù, nel momento in cui ha celebrato l’ Ultima Cena si è situato in questa grande tradizione della fede ebraica. Egli ha celebrato la cena, l’ultima cena, nel contesto della Pasqua ebraica, ed è in tale contesto  che egli ha pronunciato quelle parole che vengono ricordate in Lc.22,19 e nella tradizione di Paolo in 1 Cor.24-25 :” Questo è il mio memoriale”, cioè avrebbe detto: “Quanto io sto facendo ora, questo pane benedetto e spezzato con voi, questo calice condiviso, è il MEMORIALE; è l’evento nel quale nel tempo degli uomini io verrò a rendermi presente a voi e con voi nella vostra storia; io sarò il Dio con voi”.

Ma,, che cos’è il “memoriale”?

“Il memoriale è il passato della salvezza che diventa il nostro presente, è l’evento della fedeltà di un Dio che non si stanca di ricominciare da capo con noi e per noi, senza ripetere ciò che ha fatto una volta, ma attualizzandolo e rendendolo presente a noi. “ (Bruno Forte)

“L’Eucaristia fa la Chiesa”, dicevano i Padri, e ha detto il Concilio, perché il Cristo riconosce in quel pane la Sua offerta, perché chi ha messo quel pane ha espresso la volontà di volere ciò che Lui vuole, e allora sono “uguali” = “questo il mio corpo” (il corpo di Cristo e la Chiesa).

Dovrebbe essere chiaro allora come non abbia senso partecipare all’Eucaristia senza fare la Comunione, perché l’eucaristia si fa perché ciascuno partecipi al sacrificio. E in questo senso bisogna far sì che la celebrazione sia veramente partecipata, che non sia un fatto puramente esterno (canti, cerimonie,ecc) : la vera partecipazione è quella interiore = unirsi al sacrificio di Cristo, che vuol dire: dire sì al Padre in ogni momento, AVERE LA VOLONTA’ DI FARE LA VOLONTA’ DI DIO (come X.to: cfr. Sal.39, Ebr. 10, 5-7). Allora la Grazia che arriva a me si partecipa a tutti coloro che sono disposti a riceverla.

   Il gesto del sacerdote che al momento della comunione porta il corpo di Cristo dell’uno all’altro dei presenti, è come il gesto del tessitore: il corpo del Signore corre come un filo d’oro dall’uno all’ altro, così tutti si sentono uniti. Portare la divisione, rompere l’unità, indurire le posizioni, negare il perdono, cercare se stessi a danno degli altri, chiudersi nell’amor proprio, vuol dire spezzare quel filo d’oro con cui Cristo ci ha uniti, ed è il filo del suo Amore.

 Scrive S. Agostino: “la chiesa è chiamata ‘corpo di Cristo’, ed essa offre il proprio culto a Dio precisamente nel suo essere corpo di Cristo, poiché il sacrificio dei cristiani consiste nell’essere tutti un unico corpo in Cristo”. E aggiunge con efficacia:”Molti corpi, ma non molti cuori”.

Purtroppo però, la comunità come soggetto celebrante molto spesso non la si sente né la si vede. Ne è la spia la proliferazione delle Messe che ancora imperversa in molti luoghi: Non si verifica, in genere, quanto indicato dalla S.C. al n.3:”Bisogna fare in modo che il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della messa domenicale”.

E ancora, nel decreto Presbyterorum Ordinis al n.5: “Nessuna comunità cristiana può costituirsi senza trovare la sua radice e il suo centro nella celebrazione Eucaristica. E’ dunque dall’Eucaristia che bisogna cominciare l’educazione allo spirito comunitario”.

Purtroppo invece, come  affermava L.Evely “Le nostre chiese, fredde e impersonali sono spesso luoghi in cui lo Spirito d’amore circola poco anche quando sono piene di cristiani. Ci si trova lì più giustapposti che riuniti. L’indifferenza reciproca che c’è tra i presenti scoraggia il tentativo di incontro fraterno. Allora lo Spirito santo d’amore non si fa visibile, e nessuno si converte assistendo a certe messe domenicali… Il nostro mondo diviso, sfigurato dall’odio, dal razzismo, dalla droga, dalla violenza, si convertirà davanti  a comunità cristiane in cui sarebbe bello vivere, credere impegnarsi. E’ facile convertire il mondo: basta rendere visibile lo Spirito santo!”.

 Dovremmo tutti poter dire in sincerità ciò che hanno proclamato i martiri di Abitinia, nei primissimi secoli del cristianesimo: “Noi non possiamo vivere senza celebrare il Giorno del Signore”. E questa affermazione costò loro la vita!

Al termine della celebrazione eucaristica il sacerdote scioglie l’assemblea dicendo: “Andate in pace nel nome di Cristo”, o espressioni simili: Questo, oltre ad essere un commiato, è un invito: i fedeli, dopo aver ascoltato la Parola di Dio ed essersene nutriti, si devono sentire impegnati a proclamarla attraverso la loro esistenza. Si sono donati a Dio, ora sono invitati ad offrirsi ai fratelli nella gioia. (cfr. n.47 e 48 di “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia”) .

E’ infetti la stessa, unica parola (il Verbo) che di molti pezzi di pane fa un unico Corpo di Cristo, e la comunione per la quale tutti mangiamo alla stessa mensa lo stessa cibo spirituale ci fa ‘uno ‘ con Cristo e con i fratelli.

Preghiamo:

Questo sacramento continui ad agire in noi, o Signore, e la sua efficacia cresca di giorno in giorno per la nostra attiva collaborazione . (Oremus dopo la Comunione Giovedì II sett. Di Quaresima).

 

             Sr.Anna Maria o.s.b.

 

DOMENICA DELLE PALME – TRIDUO PASQUALE

aprile 10th, 2014

DOMENICA DELLE PALME – TRIDUO PASQUALE

DOMENICA DELLE PALME

Con la domenica delle Palme inizia la “grande settimana”. In questo giorno la Chiesa fa memoria dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme per compiervi il suo mistero pasquale.

Nella liturgia rivivono i due aspetti fondamentali della Pasqua:

–          L’ingresso messianico del Signore in Gerusalemme come annuncio e figura del trionfo della sua Risurrezione;

–          La memoria della sua Passione, che segnerà la nostra liberazione dal peccato e dalla morte.

Oggi siamo chiamati a riconoscere la divinità di Gesù, la sua messianicità, cioè la sua azione di salvezza per il mondo.

Oggi siamo chiamati ad entrare con Gesù nel dramma della sua Passione per condividerla.

L’accostamento dei due momenti caratteristici della domenica della Palme, la processione in onore di Cristo Re e la proclamazione della passione, anticipa il tema pasquale della morte e della risurrezione: ci dispone dunque a vivere la settimana santa in un clima di meditazione dei misteri di Cristo.

 

TRIDUO PASQUALE

 

Il triduo pasquale (venerdì -sabato- domenica), con un ‘prologo’ costituito della celebrazione ‘in coena Domini’ del giovedì santo, costituisce il cuore di tutto l’anno liturgico.

Si capisce il Triduo solo se lo si celebra ‘in unità’, senza separare tra loro venerdì, sabato e domenica. Esso è infatti come un’unica grande celebrazione.

Dividere il Triduo è assurdo, sarebbe come smembrare il mistero pasquale in tanti eventi separati. Ma la Pasqua di Cristo consta della sua morte e risurrezione, cioè della novità di vita che scaturisce dalla morte redentrice. Come la passione-morte sono inseparabili dalla risurrezione, così il Venerdì santo è inseparabile dalla Domenica di Pasqua.

Il Venerdì e il Sabato non hanno la celebrazione dell’Eucaristia, perché l’Eucaristia del Triduo è quella che si celebra nella ‘veglia di tutte le veglie’: la Veglia pasquale. E’ la Veglia nella notte tra il Sabato santo e la Domenica di Pasqua unificare l’intero Triduo.

Non si tratta di attendere la Risurrezione, che è un fatto storico avvenuto una volta per tutte, ma di vegliare in questa notte nella quale “i fedeli, portando in mano la lucerna accesa, assomigliano a coloro che attendono il Signore al suo ritorno, così che, quando egli verrà, li trovi ancora vigilanti e li faccia sedere alla sua destra” (Messale Romano p.161).

La celebrazione della Veglia, e del Triduo di cui essa è il centro, è per la Chiesa esperienza di liberazione e redenzione, è comunione con le opere che Dio ha compiuto nella storia per la nostra salvezza, e anticipazione del futuro, quando tutti entreremo nel riposo di Dio, nel suo Regno

Al centro del Venerdì santo vi è la celebrazione della passione del Signore con la lettura del vangelo secondo Giovanni, che presenta la morte di Gesù in croce come l’intronizzazione del re. Lì si rivela la gloria del Figlio di Dio.

In questa prospettiva gloriosa, la croce viene adorata come ‘trono della grazia’.

Di fronte alla croce i fedeli comprendono la loro vita alla luce di Colui che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.

Il Sabato santo è celebrato nel silenzio e nell’attesa. In questo giorno l’unica celebrazione liturgica è la liturgia delle ore. Il silenzio è il grande ‘simbolo’ che segna questa giornata del Triduo che ha termine con l’inizio della Veglia.

In questo giorno la Chiesa è chiamata a porsi in ascolto del ‘magistero del silenzio’. Un’antica ‘Omelia sul Sabato santo’ dice: “Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano”.

Ogni passaggio del Triduo riceve luce dalla Cena del Signore: è questa anche la funzione della Messa in Coena Domini del giovedì, rispetto al Triduo.

Accogliere il volto del Maestro e Signore che depone le sue vesti e lava i piedi ai suoi discepoli è il passo necessario da compiere per avere ‘parte con lui’ – come dice Gesù a Pietro: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv. 13,8) e per poter celebrare in verità il Triduo: Pasqua è infatti entrare nel suo Mistero

E il giorno di Pasqua si prolunga in un unico grande giorno costellato di

“Allelutia”,  che dura per 50 giorni, fino a Pentecoste.

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