Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

LITURGIA SCUOLA DI FEDE

aprile 7th, 2014

LA LITRGIA SCUOLA DI FEDE

La liturgia è stata definita da Odo Casel o.s.b. come “la azione rituale dell’opera salvifica di Cristo, ossia presenza, attraverso il velo dei simboli, dell’opera divina della Redenzione”, e da  Padre Marsili o.s.b. :”attuazione rituale della Parola, fattasi in Cristo Mistero di Salvezza”:

Con parole più semplici, nella Liturgia l’avvenimento stesso della Salvezza viene reso presente e attivo per gli uomini di ogni tempo e luogo, per cui ogni azione liturgica è un succedersi di momenti della Storia della Salvezza.

Ridiventando  – col Concilio Vaticano II° – un “momento della Storia della Salvezza”, la Liturgia riprende il posto di vera “tradizione”, cioè trasmissione del Mistero di Cristo attraverso un rito, che di quel Mistero è attuazione e rivelazione.

Per aiutarci a vivere autenticamente i momenti liturgici così frequenti nella nostra giornata, dovremmo pensare che il Signore è sordo e non sente i nostri canti, è cieco e non vede le luci, i fiori, il bianco delle tovaglie, non vede niente, ma può vedere tutto questo  solo se tutto noi illuminiamo dal di dentro, se tutto è simbolo, segno della nostra realtà interiore, della nostra attenzione amorosa a Lui.

 

Al n. 117 il Documento di Base (“Il rinnovamento della catechesi”) leggiamo: “La liturgia è una fonte inesauribile per la catechesi. Difficilmente si potrebbe trovare una verità di fede cristiana, che non sia in qualche modo esposta nella liturgia: le celebrazioni liturgiche sono una professione di fede in atto”.

 

Se i cristiani non trovano nella liturgia il nutrimento della loro vita di fede celebreranno la liturgia senza vivere di essa.

Infatti, come la Bibbia, così anche la liturgia ha bisogno di essere capita, meditata, interiorizzata fino a diventare preghiera.

La domanda che negli Atti degli Apostoli Filippo pone all’etiope intento a leggere il profeta Isaia – “Capisci quello che stai leggendo?” (At. 8,31), vale anche per la liturgia: “Capisci quello che stai celebrando?”. E la risposta è la stessa dell’etiope: “Come potrei capire, se nessuno mi guida?”.

Guidare al mistero è il metodo che la chiesa antica ci consegna per fare sì che i credenti vivano ciò che celebrano.

Quello che la Lectio divina è per le Scritture, la mistagogia  (cioè:la guida al mistero) lo è per la liturgia.

 

L’attualità della mistagogia.

 

L’attualità della mistagogia per la chiesa di oggi è stata ribadita con forza e autorevolezza dal sinodo straordinario del 1985, celebrato per i vent’anni dalla chiusura del concilio Vaticano II.

Nel documento finale, intitolato : “La chiesa, nella parola di Dio, celebra i misteri di Cristo per la salvezza del mondo”, i padri sinodali hanno indicato alcuni importanti elementi per il rinnovamento della liturgia dichiarando: “Le catechesi, come già accadeva all’inizio della chiesa, devono tornare ad essere un cammino che introduca alla vita liturgica, siano cioè catechesi mistagogica”.

Domandiamoci allora: a che punto sono oggi le nostre comunità eccelsiali nella recezione e nell’attuazione di questo invito?

Se, come afferma la Sacrosanctum concilium al n.7, ogni azione liturgica è azione di cristo, ancora oggi egli ci rivolge la domanda: “Capite ciò che vi ho fatto?”. (Gv.13,12).

Possiamo dire allora che la mistagogia è la conoscenza del mistero narrato dalle Scritture e celebrato nella liturgia.

E’ la mistagogia che dà la possibilità di superare il reciproco ignorasi tra liturgia e catechesi:  essa è la via maestra per riportare la liturgia al centro della vita della chiesa, ma purtroppo non è ancora che raramente prassi sperimentata. E questo per una semplice ragione: per fare mistagogia sono necessari dei mistagoghi. Per questo essa non potrà diventare prassi ordinaria della chiesa fino a quando i presbiteri per primi non saranno mistagoghi, ma può essere mistagogo che ha avuto accesso al Mistero e lo ha contemplato.

La conoscenza biblica non è autentica fino a quando essa non diventa celebrazione comunitaria dell’alleanza di Dio con il suo popolo.

L’autentica mistagogia è quella che pone in relazione ogni rito con il racconto biblico (sia del Primo che del Nuovo Testamento) che custodisce e narra l’evento di salvezza,  e che rende ragione del culto liturgico. La liturgia è infatti memoriale di ciò che le Scritture narrano.

 

 

Liturgia e trasmissione della fede.

 

Attraverso la sua relazione vitale con le sacre Scritture la liturgia è dunque la fonte prima della fede, perché in essa sono custoditi tutti gli elementi costitutivi della fede cristiana.

Se la chiesa crede come prega, ogni liturgia è professione di fede.

I vescovi italiani, nell’ importante documento  sempre attuale “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia” hanno dato importanti indicazioni in questo senso.

Leggiamo al n. 49:

“ Spesso uno dei problemi più difficili oggi è proprio la trasmissione del vero senso della liturgia cristiana, Si constata qua e là una certa stanchezza e anche la tentazione di tornare a vecchi formalismi o di avventurarsi alla ricerca ingenua dello spettacolare. Pare, talvolta, che l’evento sacramentale non venga colto. Di qui l’urgenza di esplicitare la rilevanza della liturgia quale luogo educativo e rivelativo, facendone emergere la dignità e l’orientamento verso l’edificazione del Regno….. Serve una liturgia insieme seria, semplice e bella, che sia veicolo del mistero, rimanendo al tempo stesso intelligibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli uomini”.

Ancora oggi – credo- un clima di stanchezza avvolga le nostre liturgie, al quale spesso si reagisce appunto avventurandosi nella ricerca dello spettacolare, cioè della liturgia come spettacolo, come fenomeno di attrazione, coinvolgimento ed esaltazione.

Il fine dello spettacolare è quello di far vivere emozioni forti, intense, a scapito dell’interiorità, del pensiero, del silenzio e soprattutto dell’essenzialità, della semplicità di mezzi e segni di cui da sempre la liturgia cristiana è fatta: un pezzo di pane, un sorso di vino, la solita gente della mia comunità, la mia parrocchia e le liturgie che in essa si celebrano, che non hanno davvero nulla di spettacolare.

Credo che ci si debba domandare se anno dopo anno, giornata mondiale dopo giornata mondiale, evento dopo evento, i giovani non siano stati troppo abituati e dunque educati quasi unicamente a liturgie spettacolari, di massa, emozionanti ed esaltanti.

Ma nella liturgia ciò che è spettacolare incanta gli occhi di tutti , però rischia di non convertire il cuore di nessuno.

NEL CRISTIANESIMO L’ESSENZIALE E’ E RIMANE INVISIBILE AGLI OCCHI.

Bisogna riscoprire la serietà, la semplicità e la bellezza della liturgia.. Essa infatti ha bisogno di ritrovare queste tre caratteristiche per dare ai giovani di oggi e di domani la possibilità di conoscere il vero senso della liturgia cristiana, e, attraverso di essa, conoscere il mistero della fede.

 

Liturgia e trasmissione della fede nel mistero della chiesa.

 

Quando un cristiano, recitando il Credo confessa la sua fede dice: “Credo la chiesa una, santa, cattolica e apostolica”. La liturgia ha un modo proprio e del tutto originale di far vivere al credente il suo celebrare la chiesa. Non lo fa con concetti teologici o formule dottrinali come lo fa la teologia o la catechesi, ma facendo vivere la chiesa., facendola toccare con mano ed immergendo in essa.

Per questo, la liturgia non descrive la chiesa ma la fa vivere e sperimentare anzitutto nella concretissima assemblea liturgica della comunità a cui si appartiene. Ciascuno vada con la mente all’assemblea domenicale a cui partecipa, composta da persone comuni, nè migliori né peggiori di altre. Alcune conosciute e altre sconosciute, che hanno in comune con me solo l’essere insieme in uno stesso luogo per celebrare l’Eucaristia: la comunione tra i presenti nasce da ciò che si riceve insieme.

Questa comunità, che nella sua vita ordinaria è spesso attraversata da divisioni è l’epifania del corpo di Cristo dove ognuno è chiamato a formare un solo corpo al fine di ricevere – come grazia – il dono della comunione:essa è l frutto dello Spirito santo che versa l’amore di Dio nel cuore dei credenti.. La chiesa è santa non malgrado la sua umanità, ma al cuore della sua umanità, quell’umanità che Dio in Cristo viene a cercare e santificare nello Spirito.

Ecco come la liturgia trasmette la fede e fa vivere il ‘credere la chiesa’.

Sintetizzando: la liturgia è la prima e fondamentale scuola del mistero della chiesa e della sua umanità.  Questo significa trasmettere la fede: non ideali o nozioni, ma la sapienza delle cose umane ispirata da Dio. A questa conoscenza non intellettuale del mistero di Dio e della sua chiesa si giunge aderendo pienamente alla realtà, imparando dalle situazioni, dagli eventi e da tutto ciò che ci circonda.

Un esempio concreto di quanto ho detto fino ad ora:

perché per ricevere l’eucaristia, la liturgia chiede di lasciare il posto nel quale ciascuno si trova all’inizio della celebrazione, fare una breve processione insieme agli altri, aprire le mani per ricevere il pane eucaristico e rispondere. “Amen” al ministro che dice: “Corpo di Cristo”?

Anche attraverso questa sequenza di gesti e parole, la liturgia trasmette la fede della chiesa nell’eucaristia.

Il fedele è chiamato a lasciare il suo posto e camminare verso l’altare. In questo modo la liturgia invita a compiere un movimento, a intraprendere un cammino che manifesta come l’eucaristia sia il pane per ‘l’uomo in cammino’.

La processione di comunione è dunque l’immagine dell’umanità che va a Dio, cciascuno nella propria condizione.

S. Agostino spiega  – in una catechesi mistagogica sull’ eucaristia – il senso di essa partendo dal rito della comunione e dal breve dialogo: “Corpo di Cristo” – “Amen”:

“…ti si dice: “corpo di Cristo”, e tu rispondi “Amen”. Sii membro del corpo di Cristo, perché il tuo “Amen” sia vero…Siate ciò che vedere e ricevete ciò che siete”.

 

Essere ciò che si riceve: il corpo di Cristo. Questa formula è la più alta confessione della fede eucaristica della chiesa. Essa confessa che quel pane è il corpo di Cristo, e il fedele rispondendo: “Amen” conferma e fa sua questa fede.

E’ importante notare che il ministro non diceQuesto è il corpo di Cristo”, o . “Il corpo di Cristo”, ma semplicemente: “corpo di Cristo”. In questo modo la liturgia dice che “Corpo di Cristo” non è solo una formula affermativa, ma anche esortativa. Porre al fedele il pane eucaristico dicendo “corpo di Cristo”, non significa solo confessare la fede che quel pane è il corpo del Signore, ma significa anche ricordare a chi lo sta ricevendo che ciò comporta ricevere nelle proprie mani e nutrirsi dell’eucaristia: diventare corpo di Cristo.

E’ come se il ministro dicesse: “Sii ciò che ricevi, sii il corpo di Cristo! Vivi, agisci e opera nella chiesa affinchè essa sia ciò che ricevi: il corpo di Cristo nella storia!”. (D. Barsotti amava dire: quella eucaristica è una presenza misterica che dive diventare reale in noi!”). Anche a questa verità il credente pronuncia il suo “Amen”.

La liturgia educa e trasmette la fede in queste modo: attraverso l’azione liturgica.

E’ un modo molto diverso ma complementare a quello concettuale della teologia e a quello didascalico della catechesi.

La filosofa ebrea Simone Weil nella celebre lettera indirizzata a padre Couturier, nel1956, con un linguaggio provocatorio e paradossale scrisse: “Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non avere nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando invece leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento come una specie di certezza che questa fede è la mia”.

 

Come la liturgia di domani trasmetterà la fede.

 

A 50 anni dal Concilio e con davanti anni certamente impegnativi e decisivi per il futuro del cristianesimo in occidente, penso che i pastori e gli educatori della fede dovranno anzitutto saper cogliere meglio e rispondere in modo adeguato al bisogno che i credenti manifestano, anche se speso in modo confuso: il bisogno di trovare nella liturgia un’atmosfera più orante e meditata, dove cioè ci siano meno parole e più Parola.

Perché – ne sono fermamente convinta – l’autentica festa liturgica è soprattutto interiore, silenziosa, calma e sobria, perché è festa della fede.

Parlando di festa interiore non voglio assolutamente auspicare un ritorno all’intimismo, né tanto meno rifiutare in blocco le espressioni corporali e sensibili che la liturgia necessariamente richiede in quanto azione anche umana e destinata all’uomo.

Al contrario, il rilevare il bisogno di una liturgia più contemplativa significa recuperare il primato dell’interiorità.

A questo fine penso che nei prossimi anni sia necessario ripensare il concetto di “partecipazione attiva” che pure resta un’acquisizione fondamentale e irrinunciabile del concilio, un punto di non ritorno.

Ma in questi ultimi decenni, sulla base di una errata interpretazione della “partecipazione attiva” si è forse troppo insistito sull’esteriorizzazione nella liturgia.

Oggi si avverte, o forse si riscopre, che la liturgia è, prima di essere la somma delle emozioni di un gruppo, è anzitutto “interiorizzazione”, cioè accoglienza della parola che convoca l’assemblea, la nutre per permetterle di vivere ciò che ha ricevuto.

La celebrazione liturgica dovrà sempre più diventare spazio di contemplazione e interiorizzazione, cioè esperienza della liturgia come ascolto della Parola, preghiera, adorazione e reale incontro con Dio.

Al termine di una celebrazione domenicale colui che vi ha partecipato dovrebbe poter dire in cuor suo: Ho vissuto una vera esperienza spirituale che mi ha nutrito come uomo e come credente”.

Se il senso dei testi e dei gesti liturgici non è interiorizzato essi non saranno in grado di formare l’identità del credente .

Mi pare –per la poca esperienza che ho – che oggi questa esigenza di interiorità sia espressa soprattutto dai giovani credenti seri e motivati, che cercano una relazione più profonda con Dio.

Chi frequenta con regolarità la liturgia – e in particolare l’eucaristia domenicale- cerca la fede salda che viene dalla parola del Vangelo, ma cerca anche la carità che viene dalla comunione al corpo di Cristo.

E’ questo uno dei presupposti essenziali perché la liturgia possa continuare ad essere luogo di trasmissione della fede.

 

Se la chiesa non sosterrà il primato della celebrazione della fede perderà qualcosa di essenziale.

Occorre investire un maggior numero di forze umane e spirituali nella liturgia e nella vita sacramentale, con la convinzione che la liturgia è più necessaria che utile La valorizzazione dello spazio liturgico, dell’arte, del canto, della bellezza di un gesto, del profumo dell’incenso non devono essere considerati inutili e non necessari.

Cristina Campo, letterata e poetessa, autentica credente e amante della liturgia ha scritto: “la liturgia – come la poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile”.

Davvero la liturgia è più necessaria dell’utile, perché ha la sua radice in quel vaso di nardo che una donna versò sul capo e sui piedi di Gesù , e da quello spreco incantevole fatto per amore di lui solo Gesù pare sia rimasto affascinato.(Gv. 12,3).

Da allora ogni liturgia cristiana profuma del nardo prezioso di quella donna.  Perché la liturgia  è “splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile”.

E’ necessario custodire la liturgia e, custodendola, essa trasmetterà la fede della chiesa.

Termino con una citazione del Card. Danneels, che sottolinea come la liturgia abbia la sua origine e il suo fine in se stessa:

Spesso la liturgia è diventato una scuola. Vi si vuole mettere di tutto. Essa invece deve restare un’attività simbolica e ludica. La vera liturgia si celebra nei monasteri. Là, almeno, non serve a nulla! Non è catechesi e le omelie sono fatte di poche parole: non è nulla di molto artistico, ma è bella in sé. Consiste nell’accoglienza gustosa di Cristo attraverso l’azione liturgica. L’anima e il corpo sono catturati, anche se l’intelligenza non ha capito tutto”.

 

I Segni liturgici 

Abbiamo detto che la Liturgia è la continuazione rituale del mistero di Cristo. Essa appare esternamente come un insieme di segni. Odo Casel, famoso liturgista benedettino tedesco, l’ha così definita: “La Presenza sotto il velo dei simboli, dell’opera Divina della Redenzione”. È questa infatti la via che Dio ha scelto per comunicarsi a noi: il velo dei segni. Essi sono sempre una ‘realtà-ponte’ tra un significato legato al segno stesso, e coloro ai quali viene reso presente ( per esempio la bandiera alla Patria, la foto ad una persona cara…). Il linguaggio simbolico è sempre esistito nella vita umana e soprattutto in campo religioso, in quanto simbolo si presta più alla comprensione che non la nuda parola. Viviamo oggi nella civiltà dell’immagine e, quindi mai la Liturgia è stata tanto attuale coi suoi segni che, se fatti bene, sono per se stessi parlanti. Purtroppo il rischio del ritualismo s’insinua nella Liturgia, che è un mondo di simboli. Il segno (o simbolo) si rinnova solo se chi celebra lo fa col cuore nuovo di chi sempre incomincia. E’ un po’ come il direttore d’orchestra che non cambia la musica, ma la ricrea nell’atto di dirigerla. Il concilio Vaticano II quando si è preoccupato che la Liturgia  (in particolare l’Eucaristia) cambiasse la vita dei fedeli, così si è espresso: “La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, mediante i riti e le preghiere partecipino all’azione sacra consapevolmente, pienamente, e attivamente…” (S.C.n.48).

Da un poco di tempo sembra sia di moda, da una parte dire che i riti liturgici non sono tanto comprensibili, dall’altra andare alla ricerca di capire che cosa è il simbolo, il linguaggio simbolico,l’azione simbolica ecc. Nel famoso libro il ‘Piccolo Principe’, la volpe dice: “I riti ci vogliono… e sarebbe : venire sempre alla stessa ora, avere un giorno fisso per la festa…” Il rito è un sistema fisso che si ripete, è sempre uguale, ha un inizio, uno svolgimento, una conclusione.

Il rito ha sempre uno scopo: quello di rendere presente un avvenimento passato che sta alla base di esso e lo giustifica. E’ il “memoriale” liturgico, che è ben più che un ricordo, e non è teatro, né drammatizzazione: esso attualizza ciò che viene commemorato. Il rito è un fenomeno presente a tutte le religioni: si compiono delle azioni, si dicono delle parole, in un tempo e in uno spazio stabiliti, per rivivere, far memoria di un evento che si vuole presente oggi, qui, per entrarvi.

E non dimentichiamo che per vivere autenticamente la Liturgia dovremmo pensare che il Signore è sordo e non sente i nostri canti, è cieco e non vede le luci, i fiori, il bianco delle tovaglie, lo splendore dei paramenti, non vede niente, ma può vedere tutto questo soltanto se noi illuminiamo tutto dal di dentro, se tutto è simbolo, segno della realtà interiore.

La liturgia nei suoi linguaggi ama le cose di ogni giorno e le mette al servizio di Dio, poiché le piccole cose sono promessa e premessa delle grandi, così come il tempo prepara all’eternità.

E’ importante dunque lasciarci educare e leggere i molteplici segni che animano il rito liturgico, e alla luce della Parola di Dio e del linguaggio umano dare vitalità ai gesti che ogni giorno compiamo nella liturgia, per partecipare più in profondità all’azione sacra.

Vediamo ora di prendere in esame brevemente i ‘gesti liturgici ‘ più importanti e significativi.

Il segno di croce

Ogni celebrazione liturgica inizia con il segno di croce; questo gesto rituale nasce da una scelta di fede e da uno stile di vita che avvolge il nostro quotidiano, e ci è insegnato fin dai primi momenti della nostra esistenza di battezzati. Spesso poniamo questo segno per abitudine, e pronunciamo con superficialità le parola:”Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Amen”. Invece, il tracciare questo segno sulla nostra persona deve esprimere la nostra volontà di crescere sotto il segno della Pasqua del Signore, e perciò di non voler sottrarre nulla di noi al mistero della croce.

La verità della nostra esistenza è infatti quell’albero da cui è scaturita la Vita.

I genitori ed i padrini, quando nel giorno del battesimo tracciano il segno della croce sulla fronte del neonato, si impegnano ad educarlo alla luce del mistero di Gesù morto e risorto, perché la sua vita ne sia una continua espressione. Il segno di croce è dunque l’espressione della nostra immedesimazione al mistero pasquale che vivremo in pienezza nella Gerusalemme celeste.

Il riunirsi

Se la liturgia ci educa alla riscoperta del progetto divino, il nostro ritrovarci insieme nell’assemblea per il culto, ci deve interrogare sul nostro modo di porci accanto ai fratelli nella vita ordinaria.

La celebrazione liturgica comporta continui gesti professionali; nel procedere del popolo di Dio e dei ministri ritroviamo il significato della vita, che è un camminare continuo verso i ‘pascoli eterni’ del Regno. Con questo gesto diciamo di non avere una dimora stabile, poiché sappiamo di essere pellegrini su questa terra: Il camminare insieme diventa dunque significativo di una concezione di vita. Nella liturgia ciò si fa evidente, perché si passa continuamente dal tempo all’eternità, avvolti nel mistero pasquale e spronati dalla Spirito: ecco il significato profondo del nostro incedere processionalmente durante le assemblee liturgiche.

Lo stare in piedi

La gioia del ritrovarci nell’assemblea si esprime nel nostro stare in piedi: è un modo di porsi che sottintende i nostri sentimenti e le nostre convinzioni intime: Rimaniamo in piedi o ci poniamo in posizione eretta perché siamo di fronte a Qualcuno da cui dipende la nostra vita, e che la qualifica:

Ce ne parla bene S:Benedetto nella Regola, e prima ancora la Scrittura, quando ci descrive l’atteggiamento di Abramo, quando incontra Dio alla quercia di Mamre (Gen.18,8).

L’assemblea che sta in piedi esprime la relazione viva che la unisce al suo Dio e che prende coscienza che la sua storia è un salire verso la pienezza della comunione con dio, in attesa di giungere alla gloria definitiva.

Questo atteggiamento è particolarmente significativo al momento della proclamazione della fede, al Credo, alla Preghiera Eucaristica, poiché con tale gesto professiamo pubblicamente che la Pasqua di cristo è il fondamento della nostra esistenza.

Il fatto poi di stare in piedi nel professare la nostra fede mette in luce la gioia del nostro cuore, che canta la Risurrezione: così la Pasqua opera in noi e ci pone nell’atteggiamento di condivisione della morte-risurrezione del Signore, un modo vivo di metterci nello stato di ‘esodo’. Per questo ascoltiamo sempre in piedi il Vangelo, per accoglierlo e farcene trasformare.

L’inginocchiarsi

Lo stare in ginocchio è costantemente richiamato dalla tradizione cristiana, soprattutto nella preghiera personale. Questa posizione del corpo ci dispone a vari atteggiamenti interiori che ci aiutano a superare l’autosufficienza propria dell’uomo odierno, per il quale porsi in ginocchio potrebbe significare solo un gesto di fallimento. Senza uno spirito di umiltà, ci è difficile porci in ginocchio! Ma l’inginocchiarsi introduce nello spirito di adorazione. E’ quanto ci insegna la liturgia del Natale, quando ci inginocchiamo mentre professiamo la nostra fede nel verbo incarnato, e all’adorazione della croce nella celebrazione pomeridiana del venerdì Santo.

Infine il nostro stare in ginocchio dice la nostra profonda consapevolezza di essere peccatori. E’ l’atteggiamento che assumiamo quando nel sacramento della penitenza riconosciamo il nostro peccato nella certezza che la Pasqua di Cristo ci risolleva e ci reimmette in un itinerario di fedeltà a Lui. Questo spiega anche perché, tradizionalmente, durante il tempo pasquale non ci si mette in ginocchio: si celebra l’esultanza della Risurrezione!

Nella vita quotidiana, ogni volta che ci mettiamo, fisicamente o anche solo interiormente, in ginocchio, viviamo l’affermazione evangelica:”Chi si umilia, sarà esaltato”.

Lo stare seduti

La chiesa ha sempre dei posti a sedere, per permettere ciò che è suggerito nelle premesse del rito della Messa:”i fedeli stanno seduti durante la proclamazione delle letture prima del Vangelo e durante il salmo responsoriale, all’omelia e durante la preparazione dei doni dell’offertorio<<, se lo si ritiene opportuno, durante il sacro silenzio dopo la comunione” (n.21).

Questo atteggiamento ha una risonanza decisamente biblica, perché ci pone come i discepoli in ascolto del Maestro (cfr. Mt.5,1), o come Maria che gode nell’ascoltare Gesù seduta ai suoi piedi, per cui il Signore la elogerà dicendo “Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc.10,39).

Il gesto di sedersi riveste una vasta gamma di significati: la posizione del corpo di chi si siede denuncia l’attesa di qualcosa, o di qualcuno, facilita di conseguenza l’ascolto, favorisce l’attenzione e la meditazione. Inoltre il fatto di sedersi esprime un desiderio di comunione, la gioia di potersi riposare, e orienta verso la definitiva comunione con Dio.

Quando, entrati in una chiesa ci sediamo, percepiamo la sensazione di vivere nella pace che viene dalla Parola da cui siamo arricchiti e pregustiamo la gioia della comunione eterna che tutti ci attende.

Il battersi il petto

L’atteggiamento penitenziale è caratteristico dell’uomo religioso e il gesto di battersi il petto mette in luce il cuore penitente di chi desidera il perdono. In quel movimento della mano c’è idealmente  l’intenzione di strappare il cuore dell’”uomo vecchio” per lasciare il posto a quello nuovo, alla luce dell’insegnamento del profeta Geremia:” Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez.36,26).

In quel pugno che batte il petto c’è la volontà di scuotere il torpore spirituale che può essere dovuto al peccato e alle durezze di cuore, di abbattere il muro di divisione che impedisce alla Parola di abitare i cuori.

Battendosi il petto il credente vuole educarsi ad avere  quel cuore contrito e umiliata che è il culto gradito a Dio.

Conclusione

Capire meglio i gesti che qualificano la liturgia, il viverne più intensamente i segni ci dovrebbe aiutare ad incarnare la nostra fede e ad entrare con maggior consapevolezza nel Mistero, convinti però che la verità della celebrazione è il ‘culto spirituale’ della vita di ogni giorno. E’ qui infatti che proclamiamo con tutto il nostro essere la signoria di Cristo e cresciamo nell’attesa della piena manifestazione della sua gloria.

                                                                        

Sr. Anna Maria o.s.b.

 

Bibliografia: G. Boselli “Il senso spirituale della liturgia”.

                      A. Donghi. “Gesti e Parole”- L.E.D.

                      M.Dilasser  “Chiese e simboli”  L.D.C.

 

Brindisi, 06.04.2014

MERCOLEDI’ DELLE CENERI

marzo 4th, 2014

MERCOLEDI  DELLE  CENERI

 

Mt. 6,1-6. 16-18

 

Il nostro brano si trova inserito nel discorso della montagna, che inizia con le Beatitudini. Lo spirito delle Beatitudini guida perciò tutto il discorso.

Il versetto uno letteralmente suona così: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia”: Gesù chiede ai suoi discepoli una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei richiamando alla vigilanza sulle intenzioni che muovono ad agire.

Seguono le tre tipiche ‘opere buone’ nelle quali si chiarisce concretamente cosa significhi la giustizia nuova: l’ elemosina (vv.2-4), la preghiera ( vv.5-15) e il digiuno (vv.16-18). Elemosina, preghiera e digiuno (Tb. 12,8) sono i tre pilastri della religione, poiché definiscono il nostro rapporto con gli altri, con l’Altro e con le cose.

“Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria. Tutto questo però non è ancora la realtà piena del digiuno: è il segno esterno di una realtà interiore, del nostro impegno, con l’aiuto di Dio, di astenerci dal male e di vivere del Vangelo”,

“Il digiuno, nella tradizione cristiana è legato strettamente all’elemosina. San Gregorio Magno ricordava che il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità, che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una nostra privazione”.

“ La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono ‘le due ali della preghiera’, che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio” (Benedetto XVI).

Ciò che il nostro brano dice per l’elemosina (v.2 ss.) viene ripetuto anche per la preghiera e il digiuno. In ogni opera buona è infatti sempre in gioco il bisogno di riconoscimento. Se lo cerco negli altri non ne avrò mai abbastanza, rimarrò sempre schiavo del giudizio altrui e del mio tentativo di dare una buona immagine di me.

Ma noi sappiamo di essere figli, sappiamo come il Padre ci ama: questa è la nostra dignità e non dovremmo aver bisogno di comprare o mendicare autostima da altre fonti!

Nella tradizione biblica i beni del mondo sono destinati al ‘bene comune’. La solidarietà garantisce non solo la vita materiale, ma anche quella spirituale, che è l’amore fraterno. Non dimentichiamo che nel rapporto con l’altro si gioca      quello con l’Altro!

Gesù raccomanda di ‘non suonare la tromba’ quando si va l’elemosina. Sappiamo che in tutte le ‘buone opere’ si tende a far emergere l’immagine del benefattore. Se il bene non fosse pubblicizzato con lapidi o immagini, chi lo farebbe? Chi farebbe un servizio all’altro se nessuno, nemmeno l’interessato, se ne accorgesse? Interroghiamoci sinceramente: il far ‘bella figura’ non è il principio delle nostre azioni?

V. 5: “Quando pregate…”. La preghiera, ha affermato S. Agostino è una ‘ginnastica del desiderio. Pregare è stare davanti a Dio di cui siamo immagine e somiglianza, ma è anche solidarietà e intercessione per i fratelli

V. 16” Quando digiunate…”  L’apparire agli occhi degli uomini è il DNA di ogni male, che ha la sua radice nel non sapere chi siamo agli occhi di Dio.

Come in tutte le opere, Gesù guarda l’intenzione. Il digiuno, come ogni opera buona, può essere esibizione davanti a gli uomini, persino davanti a Dio… E non dimentichiamo che c’è anche un digiuno della mente e del cuore, dell’orecchio e dell’occhio.

Spesso ci si sfigura per figurare, ci si nasconde per farsi vedere, ci si oscura per apparire!

Ma soprattutto è importante non dimenticare che tanta fame non è fame di pane, ma di vita; non di cibo, ma di affetto. Si vive dell’amore che si riceve, della parola che ci comunica il fratello.

Per sintetizzare:

–         la carità ( di cui l’elemosina è il segno), sia l’amore fraterno

–         il digiuno ( di cui il privarsi del cibo è emblema) sia soprattutto digiuno di soldi, di gelosie, di eccessi in ogni campo

–         la preghiera sia la fedeltà di un rapporto più intimo col Padre.

Perché – ricordiamocelo bene – le opere esterne sono segno (‘sacramento’) della quaresima, ma non sono ancora la quaresima, che è un fatto interno: è la nostra conversione, cioè il cambiar mentalità, l’assumere i sentimenti dei Cristo.

Perché la Quaresima non è una  semplice preparazione alla festa di Pasqua ma un’esperienza di vita nuova nello Spirito. Un tempo per lasciare ciò che è ‘vecchio’ in noi e aprirci al progetto di Dio (mortificazione significa ‘morte alla morte’!). Ecco allora il significato del cammino quaresimale: passare dall’avere all’essere, dal possedere al condividere, dal dominare al servire.

TEMPO DI AVVENTO

novembre 29th, 2013

 

IL TEMPO LITURGICO DELL’  ATTESA :

L’ AVVENTO

 

 

Abbiamo visto  come accanto all’anno civile ci sia quello del Signore, l’anno della vita eterna , che è simbolo e sacramento della vita senza fine, è simbolo del nostro cammino verso il Regno definitivo, e si muove “a spirale” incontro a Dio. Il  ciclo liturgico, infatti, ruota attorno a Cristo: l’anni circulus diviene Christi circulus, di Cristo “cosmico”, cioè al centro della creazione, che già nel presente fa pregustare la felicità del secolo eterno, come prega S.Efrem: “… Quando ormai la speranza degli uomini era svanita, è la Tua nascita che la fa rifiorire: lieta speranza annunciano le schiere celesti agli uomini. Satana, che aveva distrutto la nostra speranza, distrusse la sua con le sue stesse mani, quando vide ricomparsa la speranza. Per i senza speranza la tua nascita divenne sorgente di speranza. Lode alla Speranza, che ci ha portato la lieta novella!”.

La letteratura cristiana pone alla base delle certezze della fede l’avvento di Cristo-sepranza, alla fine del tempo. Ma nell’attesa ogni credente deve sperare perché l’evento Cristo si realizzi nel suo cuore e nel cuore di ogni uomo:”venga il tuo Regno!”. La vita dei credenti adesso è attesa colma di speranza, poi sarà eternità. 

Per specificare ulteriormente, diciamo con O.Casel che l’anno liturgico non ha né inizio né fine, ma ha, in un certo modo, due punti di inizio: l’Epifania e la Pasqua, che sono al tempo stesso punti culminanti. Tutti e due in fondo racchiudono lo stesso Mistero, soltanto considerato in due diversi modi.

L’Avvento  può essere celebrato anche come icona di un prolungato Sabato Santo. S. Giacomo così ci esorta:” Vi esorto, fratelli siate pazienti fino alla venuta del Signore…Rinfrancate i vostri cuori…Prendete a modello di pazienza i profeti…” (Gc.5, 7-10).

Pur tenendo ben presente che la radice dell’attesa della seconda venuta del Signore rimane la Pasqua, e che agli inizi fu la Veglia pasquale il momento forte dell’attesa del Salvatore, non possiamo ignorare che  è proprio nell’Avvento che viene dato speciale rilievo, nelle celebrazioni liturgiche, al tema dell’ ATTESA.

Ci soffermeremo perciò  ora a parlare più diffusamente di come tale tema sia la “trama” che percorre tutto il tempo di Avvento.

Se nel rito romano oggi è messa particolarmente in evidenza questa dimensione dell’Avvento, non dimentichiamo mai che essa va vista non soltanto in collegamento con il Natale, ma specialmente  con la Pasqua, per non perdere il senso genuino dell’attesa e della speranza cristiana.

Occorre far sentire l’Avvento nel suo completo significato, come rievocazione di un lontano passato, come realtà presente, come preparazione dell’avvenire.

Basta scorrere rapidamente il Lezionario, dove campeggia Isaia, per rendersi conto come il profeta ritragga la situazione dell’uomo peccatore, e gli atteggiamenti di Dio a suo riguardo, in attesa della redenzione. Sono ora parole severe di rimprovero, minacce di abbandono, ora accenti vivi di paterno richiamo perché il popolo si ravveda. Sono frequenti promesse di misericordia e perdono; sono aneliti di speranza e di attesa verso il Figlio che nascerà da una Vergine, e avrà nome Dio, Forte, e sederà sul trono di Davide e regnerà in eterno.

Al profeta Isaia fa eco Geremia: “Ecco verranno giorni, quando io susciterò a Davide un rampollo giusto, e regnerà e sarà sapiente e farà valere la giustizia sulla terra….In quei giorni Giuda sarà salvato e Israele abiterà sicuro.” E Zaccaria: “Ecco verrà il Signore… e in quel giorno si avrà una gran luce”. E Osea: “ Dall’Egitto ho chiamato il mio Figlio; egli verrà per salvare il suo popolo”.

Veramente tutto il tempo presente appare come un cammino verso di Lui che deve venire, tutta la vita assume il senso della preparazione a quel definitivo incontro.

La venuta è sempre differita, ma sempre imminente. Col passare del tempo cadono tutte le cose, ma questa speranza non muore, è sempre nuova, ogni giorno più viva e non mai delusa.

Il miglior simbolo dell’Avvento è forse il trono vuoto del Pantocrator rappresentato nei mosaici di Roma e di Ravenna.

I tre aspetti dell’Avvento: rievocazione del passato (Cristo è venuto), realtà presente (Cristo viene) e preparazione ed attesa dell’ultimo giorno (Cristo verrà), mi sembra siano chiaramente indicati e sintetizzati nell’inno di Avvento per l’Ufficio delle Letture:

 Verbo, splendore del Padre,

nella pienezza dei tempi

Tu sei disceso dal cielo,

per redimere il mondo.

Il tuo Vangelo di pace

Ci liberi da ogni colpa,

infonda la luce alle menti,

speranza ai nostri cuori.

Quando verrai come giudice,

fra gli splendori del cielo,

accoglici alla tua destra

nell’assemblea dei beati.

 

 

Il famoso teologo tedesco Karl Rahner parla in modo mirabile  del tempo liturgico che stiamo esaminando:

“Avvento -arrivo . quando sia tradotto ad litteram, propriamente significa futuro, avvenire. Pertanto, già nel termine stesso s’annunzia  una singolare compenetrazione mutua di presente e avvenire, di esistenza attuale e di esistenza, per così dire, dilazionata, ancora attesa, di possesso e di aspettazione. Così pure, nella liturgia dell’Avvento, vi è una oscillazione reciproca , misteriosa, tra presenza ed avvenire della salvezza cristiana.

In essa infatti si celebra la memoria della Incarnazione del Verbo di Dio che è già avvenuta e permane, e l’attesa del ritorno di Cristo a giudicare e a redimere definitivamente, ritorno che sta ancora davanti a noi, e tuttavia è tale che il suo avanzare è già inarrestabile. Il ricordo liturgico dell’Avvento fa penetrare nel cuore nello stesso modo tutti questi elementi: l’anelito, vivo nel passato dei patriarchi dell’antica alleanza, teso alla venuta  della salvezza ancora soltanto celata entro il seno di Dio, la presenza attuale della salvezza, già fatta presente nel mondo, ma ancora velata in Cristo, l’avvenire di una salvezza che dovrà scoprirsi nel tramutare del cosmo.

Ciò che si deve celebrare, è la memoria, il ricordo di tutti questi  tre stadi misteriosi dell’epoca della nostra salvezza: deve rimanere la consapevolezza interiore del passato ancora privo di salvezza, poiché altrimenti non sapremmo che cosa e chi siamo da noi soli, in quanto dimenticheremmo come la salvezza della grazia divina debba pervenire a noi da Dio; la consapevolezza interiore della salvezza già operatasi, poiché ciò che accade poi, è cosa nostra solo quando l’abbiamo accolta nella fede  come nostro presente; la consapevolezza interiore del futuro, poiché la salvezza presente è qui per noi soltanto quando la riceviamo come pegno e promessa della redenzione definitiva.” (Da: “L’anno liturgico” Ed. Morcelliana”).

 

Il termine AVVENTO deriva dal latino, e corrisponde al greco epifania, parusia: tutte parole che sottintendono l’apparizione del divino, una presenza che si fa evidente salvando, liberando, illuminando. Quindi, connessa all’avvento è la ‘salvezza’: la parola avvento indica già un certo incarnarsi, umanizzarsi del divino che discende tra gli uomini per innalzarli a sé.

L’Avvento cristiano dunque è proteso verso la venuta, mentre nella fede e nella speranza (“ La speranza è in ascolto della melodia del futuro, e credere vuol dire danzare secondo tale melodia” ha scritto un teologo brasiliano)  già possiede quel che desidera.

 

EUCARISTIA

novembre 8th, 2013

Nell’incontro col Risorto la comunità cristiana vive l’esperienza dell'” essere Chiesa”.

L’oggi dell’assemblea liturgica concretizza ” qui e ora ” il mistero di Cristo nello spazio e nel tempo.

Convinti che nell’assemblea liturgica ” convocata ” si manifestano tutti gli aspetti preminenti del vivere cristiano: l’annuncio e l’accoglienza del Vangelo, la fraternità e il culto…, cercheremo di vedere questi aspetti attuati particolarmente nei vari momenti della CELEBRAZIONE EUCARISTICA.

 

RITI D’INTRODUZIONE

 

– PROCESSIONE INTROITALE E CANTO D’INGRESSO

 

(cf PNMR nn. 25/27) *

 

La processione introitale è un ” movimento dì necessità ” di ” tensione verso una direzione “: è infatti unidirezionale, va dalla porta all’altare: la Porta è Cristo, l’Altare è Cristo: si va da Cristo a Cristo. Si va spinti da Lui e con la tensione celebrativa che è quella di andare a fare Eucaristia.

Una processione d’ingresso deve rappresentare qualcosa, se no è meglio non farla: almeno la domenica, giorno dell’assemblea, nella Messa principale si evidenzi questo momento.

Anche il canto d’ingresso deve rappresentare questa tensione, deve diventare l’idea-guida del nostro camminare verso l’Altare e del nostro atteggiamento inferiore all’inizio della celebrazione. Ha inoltre la funzione di preparazione alla celebrazione e – se ben scelto – alla Liturgia della parola e al suo tema. (Si dia un’occhiata sempre all’Antifona d’ingresso, che ci può illuminare in questa scelta).

Chi partecipa alla processione introitale? Tranne in alcune occasioni particolari (Domenica delle Palme – Veglia Pasquale) entrano i ministri, perché questo E’ L’INGRESSO DEL VERBO NEL MONDO, perciò la processione introitale penetra l’assemblea: quando l’assemblea è penetrata dai ministri che entrano, è il Verbo che dal seno del Padre viene in questo mondo.

La liturgia infatti attua nell'” oggi ” la continuità del Mistero.

Anche nella sua forma, dunque, la processione predica qualcosa, o meglio ” Qualcuno “: viene Cristo, il Signore: la croce è il suo segno, l’ Evangeliario è ” pisside della Sua Parola “, il sacerdote è la Sua mano, i ceri ricordano che Egli è la luce, l’incenso che a Lui si deve l’onore.

Giunti all’Altare, il sacerdote e il diacono lo baciano – rappresentando l’assemblea e la Chiesa intera – E’ il bacio che la Chiesa – Sposa dona a Cristo – Sposo.

 

(*) PNMR = Principi e Norme per l’uso del Messale Romano – 1984

 

(Tutti possono consultarle nelle prime pagine del Messale stesso).

 

 

SALUTO DEL PRESIDENTE

 

” Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote e tutta l’assemblea si segnano col segno di croce.

 

Poi il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità riunita la presenza del Signore. Il saluto del sacerdote e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata” (PNMR n. 28).

 

“Il Signore sia con voi! “. Così – con altra formula simile – il sacerdote saluta la sua comunità.

Si deve ascoltare questo saluto nel suo contesto biblico: Booz saluta con le stesse parole i mietitori del suo campo (Rt. 2,4).

L’angelo di Dio saluta Gedeone: “II Signore sia con te! ” (Gdc. 6,12).

Il profeta Azaria estende e chiarisce (mesta frase: ” II Signore sarà con voi se voi sarete con Lui” (2Cr. 15,2).

Questo saluto contiene dunque un augurio di benedizione.

 

Durante il saluto ‘il sacerdote allarga le braccia e le richiude, con un gesto che indica il desiderio di avvolgere l’assemblea in un abbraccio di pace: parole e gesto si completano: avviene sempre così nella liturgia.

La parola augura e annuncia il legame col Signore, il gesto ” afferra ” – per così dire – il Signore, per offrirlo ai fedeli.

 

 

ATTO  PENITENZIALE

                                                             (cfr. PNMR nn. 29-30)

 

Al saluto del presidente segue l’atto penitenziale, che non deve essere eccessivamente prolisso per non rompere l’equilibrio delle proporzioni delle varie parti del rito. Bisogna evitare infatti di fare di quest’atto il centro, dandogli una eccessiva importanza: per esempio, l’ingresso della Messa del giorno di Pasqua, gioioso ed esultante, rischia di essere compromesso da un atto penitenziale su cui si insistesse troppo, e sarebbe preferibile in questa domenica (anche se è già stata fatta durante la Veglia), l’aspersione, ricordo del battesimo e atto penitenziale, lavaggio e purificazione, e al tempo stesso ristoro e salvezza mediante l’acqua. Inoltre collega il rito della Messa al Vespro domenicale che prevede il Salmo 114 (113). Si fondono insieme Pasqua e Giovedì Santo, Battesimo ed Eucaristia, lavanda dei piedi e ultima cena.

 

Il rito dell’aspersione (cfr. Messale Pag. 1031 ss.) non è da usare solo in qualche occasione speciale, ma va privilegiato almeno nei tempi forti dell’Anno Liturgico (Avvento e sopratutto Quaresima).

Il tempo antico, in cui la lingua della liturgia romana era ancora greca, ha lasciato la sua eco nella grande acclamazione conservatasi attraverso i secoli nella sua originale formulazione: Kirye eleison:

” Signore, abbi pietà! “.

Tale ” litania ” non è una petizione – il Signore già sa – ma una preghiera insistente perchè Lui ascolti ed esaudisca. Non è un lamento, ma un’esaltazione.

 

Kyrie;   è parlare del ” Signore di Tutto “, di Colui che ha fatto le cose dal nulla ” e vide che erano buone “.

Eleison: è parlare a Colui che ha misericordia, cioè “compassione viscerale ” perchè è Padre e Madre. E’ un esclamare: ” Signore, abbi misericordia di noi, sentendo muovere di compassione il tuo grembo materno! “.

 

Il Kyrie rimane quindi lode anche se è implorazione, anzi, proprio perché è implorazione.

La migliore interpretazione del Kyrie la da il successivo Gloria (di cui è introduzione), il quale pure loda e implora nello stesso tempo.

GLORIA

novembre 8th, 2013

GLORIA

 

“Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre l’Agnello

(PNMR n. 51).

 

Una particolare venerabilità deriva all’inno dalla ricchezza del suo contenuto ‘e dalla sua notevole antichità. Esso infatti è già documentato nel Sec. IV, ma è certamente più antico.

 

Il ” Gloria appartiene al genere di quegli antichi inni cristiani, che non sono tolti dalla Bibbia, ma da essa traggono ispirazione; sono frutto di composizione privata.

” Questa formula costituisce un rito a se stante ” (PNMR n. 17a). Appunto per questo, pur non essendo un elemento stabile della celebrazione eucaristica, ha una sua funzione tutta particolare.

 

Il Gloria ” è cantato da tutta l’assemblea, o dal popolo alternativamente con la scuola, oppure dalla schola. Se non lo si canta, viene recitato da tutti, insieme o alternativamente” (PNMR n. 31).

 

La presenza del ” Gloria ” – preferibilmente cantato – conferisce una speciale coloritura alle celebrazioni eucaristiche delle domeniche (fuori del tempo di Avvento e di Quaresima), delle solennità e delle feste, e ad altre celebrazioni più solenni (cfr. PNMR n. 51).

Ciò dipende dalla sua stessa natura. E’ infatti un inno di glorificazione e di supplica.

Come tale è sulla linea del ” Kyrie “, canto, come abbiamo visto, di acclamazione e implorazione.

Ma non ne è un doppione, perché i temi lì appena accennati e sintetizzati vengono ripresi e sviluppati nel ” Gloria “. Ciò appare da un breve esame del testo, che distingue tre parti nell’inno: il prologo; la prima strofa con la glorificazione a Dio Padre; una seconda strofa con l’invocazione a Cristo.

Esso, per l’insistenza con cui esprime, in varie tonalità, il tema della gloria (doxa) si è giustamente meritato il titolo di ” grande dossologia “con cui lo si distingue del ” Gloria al Padre”, la dossologia minore.

 

COLLETTA

                                                                      (PNMR n. 32)

 

II termine deriva dal latino ” colligere “, infatti il celebrante ” raccoglie ” i voti di tutti m una preghiera ” collettiva “, ossia comprensiva dei bisogni che l’assemblea tiene dentro e non sa esprimere.

Questo fa sì che il tono dì tale preghiera sia piuttosto generico: dovendo infatti essere la preghiera di tutta la Chiesa, non può riguardare i particolari bisogni dei singoli, ma deve cogliere anelli universali e comuni a tutti. Ciò che da sempre distingue la colletta è infatti il suo carattere di preghiera pubblica e ufficiale.

Lo scopo e la dinamica della colletta possono essere così formulati:

” Per mezzo di essa viene ‘espresso il carattere della celebrazione e con le parole del sacerdote si rivolge la preghiera a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo” (PNMR n. 32).

 

Ecco dunque la sua chiara dinamica: la preghiera è generalmente rivolta ” a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello spirito santo “; obbedisce cioè a quella che è la legge costante della economia della Salvezza e che si realizza nella Chiesa: rutto viene dal Padre, per l’opera mediatrice di Cristo, grazie alla presenza attiva dello Spirito Santo e santificatore, e tutto, a sua volta, ritorn al Padre in virtù dello Spirito Santo per mezzo di Cristo.

Ogni preghiera cristiana – e a maggior ragione quella liturgica -ha un ‘aspetto dì anamnesis (racconto-memoriale delle meraviglie di Dio), e uno di epiclesis (invocazione dello Spirito su tutta la Chiesa) ; Dio e l’uomo sono uno di fronte all’altro in questo dialogo orante che ha perciò un’efficacia infallibile.

Si prega dando -alla preghiera una speciale intonazione, quella che corrisponde alla celebrazione eucaristica appena avviata. La colletta è infatti uno dei riti introduttivi della celebrazione, e in quanto tale intende preparare ad essa l’assemblea.

La colletta ha tre partì. Un primo elemento è il breve invito: ” Preghiamo! “. La seconda parte non viene detta: è in silenzio. Il suo contenuto è la preghiera del fedele, personale e non formulata. II Messale suggerisce: ” Tutti si raccolgano in alcuni momenti di orazione silenziosa “. La terza parte è l’orazione vera e propria.

 

IL primo elemento dell’orazione contiene una memoria, mi ricordo delle gesta e del volere di Dio; il secondo elemento esprime L’umile atteggiamento orante di chi supplica; il terzo elemento annuncia ciò che ci auguriamo avvenga. Un’attenzione speciale merita la conclusione della colletta.

” Per il nostro Signore Gesù Cristo…” non è solo una formula conclusiva, ma il salvacondotto della preghiera della Chiesa, il segno e la garanzIa che essa non andrà perduta: ” Se chiederete qualcosa nel mio nome, il Padre ve lo concederà” (Gv. 16,23).

Con l'” amen ” detto dai fedeli al termine della colletta si concludono i Riti Introduttivi della celebrazione eucaristica. Questo ” amen ” pone il suggello a quella intensa partecipazione, anche esteriore, dell’assemblea, che caratterizza la parte introduttiva della celebrazione.

Prendendo parte attiva ai singoli riti, sotto la guida del sacerdote presidente, i fedeli si sono messi alla presenza di Dio, sono costituiti in assemblea, hanno pregato.

Si è stabilito il clima della celebrazione. Questa può avviarsi adesso verso le mete sue proprie:

 

l’ascolto della Parola di Dio

 

l’offerta

 

la comunione al sacrificio di Cristo.