Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

VIVIANE

aprile 21st, 2016

VIVIANE
Un film del 2014, ma da non perdere. E’ un intenso ritratto femminile di rara forza, con una splendida protagonista (Ronit Elkabetz), che oppone una ferma, pazientissima resistenza a una norma inattuale. Viviane è una di quelle pellicole che chi ama il cinema (ed è curioso del mondo) non dovrebbe perdersi. Mi piace anche sottolineare la bravura di tutti gli interpreti di questa storia drammatica e paradossale, dalla cui rigorosa messa in scena scaturiscono, inattesi, anche momenti di pura ilarità.
Siamo in Israele. Una donna trascina il marito, che non vuole concederle il divorzio, davanti al tribunale rabbinico. Sarà una causa interminabile, una complessa partita tra lui e lei. Un film che si potrebbe definire femminista. La scelta della regia è puntata sullo sguardo, costruito per lo più di primi piani. Viviane persegue con coerenza l’obiettivo di essere libera. L’insistenza sul frazionamento del tempo vuol sottolineare l’inestimabile valore di un’esistenza libera, qui ripetutamente offesa da un’autorità cieca.
Viviane è un film in cui sembra non succedere niente e invece avvince e commuove con momenti drammatici e ironici, con una intensa sceneggiatura e attori eccezionali: specialmente lei, Viviane; l’attrice Ronit Elkabetzche incarna una donna battagliera e forte, dalla splendida, dolente bellezza. Qualcuno ha scritto che potrebbe essere considerata l’erede di Anna Magnani, e io sono perfettamente d’accordo. Lei sta davanti alla macchina da presa occupando tutte le inquadrature con il suo volto, il corpo, la voce e i silenzi. Da una parte c’è una donna che, semplicemente, rivuole la sua libertà e vuole uscire da una vita coniugale soffocante. Dall’altra, un marito che dichiara di amarla ancora, che l’ha sempre formalmente rispettata, e che vuole a ogni costo mantenere in piedi l’unità della famiglia, o meglio il suo simulacro.
Davanti al tribunale rabbinico, la donna può chiedere il divorzio, ma solo il marito può concederglielo, facendole cadere nelle mani il foglio con il suo consenso, pronunciando la frase “da adesso sei permessa a qualunque uomo”, come un oggetto senza valore che può passare da un padrone all’altro.
Una stanzetta bianca con due tavolini e quattro sedie, per i coniugi e i rispettivi avvocati, alla loro destra il computer del cancelliere, di fronte il tavolo con i tre giudici rabbini; in quello spazio claustrofobico passano gli anni della disperazione di Viviane e della ferrea ostinazione del marito Elisha.
La battaglia tra Viviane ed Elisha e tra i due difensori è fatta di parole, di silenzi, di sguardi: inflessibili, torvi quelli del marito, sofferenti, ostinati quelli di lei. Viviane ha una bellezza nobile e stanca, un viso pallido e intenso. Anche gli abiti segnano il crescere della sua insofferenza e voglia di ribellione. Prima vestita castamente di nero e in pantaloni, poi con una camicia bianca femminile, e ancora con le belle gambe nude e i sandali dai tacchi alti .
Alla fine porterà delle scarpe piatte, come per affrontare un futuro di libertà ma anche di rinuncia.
Il marito le concede il divorzio solo se fa voto di non avere rapporti con altri, e lei accetta.
Quanto vissuto da Viviane provoca un turbinio di emozioni: stupore, angoscia, rabbia . Ma la trama pian piano si evolve, lascia la stanza, si scrolla di dosso fatti e dettagli per trasformarsi in un inno alla libertà di ogni individuo, prescindendo dalle situazioni, dai luoghi o dal credo. Mi è tornato in mente, ascoltando Viviane che accetta di non essere di nessun altro pur di ottenere il divorzio, un episodio della mia giovinezza. Quando ho detto al mio padre spirituale che intendevo entrare in convento, lui, conoscendo il mio spirito ‘indipendente’, mi disse: “Ricordati che dovrai rinunciare alla tua libertà”. Io accettai con entusiasmo. Ma in convento mi sono resa conto che rinunciando ho conquistato la vera libertà.
Vedendo questa bella pellicola, non ho potuto non pensare a un altro processo, a un’altra donna, alla Giovanna d’Arco di Dreyer. Può sembrare irriverente l’accostamento, o fuori luogo. Non lo è.

RISORTO

aprile 10th, 2016

RISORTO
In genere non mi piacciono i films storici, specie quelli che si rifanno alla Sacra Scrittura.
Mi ha però incuriosito il “Risorto” uscito proprio nel tempo di Pasqua. E l’ho visto.
Devo dire che non mi è dispiaciuto, e mi ha fatto riflettere.
Gli eventi che riguardano Gesù, dalla crocifissione alle apparizioni post-pasquali sono narrati dal punto di vista di un non credente, il tribuno romano Clavio, incaricato da Pilato di sedare i disordini provocati dalla crocifissone, e poi di ritrovare il corpo del crocifisso scomparso.
Le scene sono sobrie e suggestive – tranne quelle finali che sembrano adatte –forse- ai bimbi del catechismo.
Mi è piaciuta in particolare la descrizione dell’apparizione a Tommaso: un Cristo ‘in carne’ che prende la mano di Tommaso e la pone nel suo costato e nei segni dei chiodi. E’ vero, il vangelo dice che a Tommaso è bastato vedere senza toccare, ma l’idea di presentare il Risorto in modo normale, senza bagliori sfolgoranti e un aspetto ‘etereo’, mi è piaciuta e mi ha emozionata.
Interessanti anche alcuni dialoghi ‘apocrifi’. Il tribuno, che lascia tutto per cercare quello strano personaggio che ha visto morto e poi vivo, chiede a Pietro: “Perché non si è mostrato a tutti?”. E Pietro risponde “Non lo so! Noi siamo dei seguaci, e lo seguiamo per scoprirlo.”
E quando, di fronte al pericolo, i discepoli dichiarano di non avere paura, Clavio esclama con acume: “ Dovete temere per ciò che vi è stato affidato”. E più in là, ad un suo ex corri legionario alla ricerca dei cristiani: “Ti è affidato il destino del mondo; esso sta in questi uomini”.
Ma il tribuno dichiara però di non riuscire a conciliare tutto quello che ha sperimentato nella sua ricerca, con il mondo che conosce.
La finale è aperta: Clavio resta nella sua incredulità pensosa che lo accomuna a molti nostri contemporanei, e continua il suo cammino.
Nell’insieme un film che fa pensare e che interroga anche i cercatori di oggi.

AMORE, CUCINA E CURRY

gennaio 24th, 2016

AMORE, CUCINA E CURRY
E’ un film del 2014 che solo ora ho avuto l’opportunità di visionare. Una pellicola deliziosa, un piacere per gli occhi e per … lo stomaco! E’ riuscito a far venire l’acquolina in bocca a me che … mangio (poco) per vivere e non vivo certo per mangiare!
A parte la piacevole rassegna di piatti sopraffini, questa commedia mi pare mandi agli spettatori messaggi che vanno ben al di là delle immagini.
Il tema può sembrare superficiale: la conquista delle ‘stelle’ Michelin per il miglior ristorante. Ma, attraverso questo ‘filo rosso’ c’è una bella storia d’amore e di integrazione razziale, che di questi tempi assume un profondo significato e fa bene allo spirito.
Di questi tempi, ancora, in cui pare predominare l’individualismo e il carrierismo, il film ci dice che l’amicizia e l’amore sono i valori che danno senso alla vita.
I colori e la musica sono più importanti dei dialoghi nel film, ma c’è una scena e una frase che a mia parere dà il là a tutto il seguito della vicenda: a un certo punto il giovane chef ormai famoso a Parigi, ma sempre triste, incontra un suo compatriota indiano che gli offre una pietanza cucinata dalla moglie con spezie giunte direttamente dall’India, e commenta: “ogni boccone ti riporta a casa”. (Com’è vero che i sapori sanno risvegliare nostalgie e affetti!).
E così Hassan, il famoso chef, riprende la via del ritorno, torna al ristorante della sua prima esperienza, e sarà lì che troverà l’amore e la sua ‘terza stella Michelin’.
Nella sua apparente leggerezza, questa pellicola , interpretata splendidamente dai protagonisti, dà un profondo messaggio che fa riflettere e godere lo spettatore.

L’ORA DI RELIGIONE

ottobre 18th, 2015

L’ORA DI RELIGIONE

Ho letto a suo tempo le varie ‘reazioni’ all’ultimo film di Bellocchio .”L’ora di religione”, che solo recentemente ho avuto l’opportunità di vedere.
Devo dire che come religiosa non mi sono sentita offesa dal tema trattato, e, anzi, questo film, che fa senz’altro molto pensare, mi è parso profondamente religioso, e la figura dell’ateo Ernesto 8magnifica l’interpretazione di castelletto), quella del più ( o dell’unico) ‘credente’ tra i personaggi.
E mi è venuta subito alla mente la sottile affermazione di Lutero il quale sosteneva che ‘ le imprecazioni degli empi hanno agli occhi di Dio una voce più gradevole dell’Alleluja dei pii credenti’
E proprio la ‘bestemmia’ urlata dal fratello pazzo (è il momento più intenso e commovente del film quello dell’interrogatorio in manicomio) mi è parso un atto di religiosità autentica, una implorazione che mi ha ricordato il “Dio mio perché mi hai abbandonato?” del Getzemani, così come la misteriosa figura dell’insegnante di religione, che appare e scompare, mi ha fatto andare con la mente al Cantico dei Cantici.
Le immagini ‘felliniane’ del vaticano, irreali, sarcastiche, dissacranti, non disturbano proprio perché paradossali, come tutto il film, che però vuole stigmatizzare l’ipocrisia che troppo spesso alberga tra i ‘pii osservanti’. (Vedi per tutti il Cardinale così ben tratteggiato in modo volutamente ‘estremo’ nel suo pio e rigido atteggiarsi.)
Tutti gli episodi e i personaggi sono ‘esagerati’ nei loro discorsi e atteggiamenti; mi è parsa emblematica a tal proposito la scena del ‘finto duello’: allo sfidante basta che le spade siano sguainate, per ritirarsi subito senza rischiare, mentre il protagonista, anche qui, vuole ‘fare sul serio’.
Ecco, nell’immagine dello sfidante ‘pro forma’ e di colui che accetta la sfida (con paura, ma per davvero!) mi pare racchiuso tutto il simbolismo di questo intenso film che, giustamente forse, è stato vietato ai minori di 14 anni, ma che consiglio agli adulti – a qualunque ‘credo’ o ‘non credo’ appartengano – di vedere e gustare.
Ha scritto Padre Maggiani a proposito di questo film – e condivido il suo dire-, che esso “propone una cammino di speranza: alla fine dl protagonista porta il figlio a scuola, lì dove vi è l’ora di religione, mentre in primo piano sventola la bandiera d’Europa”.

Sr.Anna Maria osb

SE DIO VUOLE

agosto 14th, 2015

SE DIO VUOLE
Si tratta di una commedia che unisce, a mio parere in modo garbato, sacro e profano.
Tommaso e sua moglie Carla hanno due figli: Bianca, priva di interessi, e Andrea, un ragazzo brillante, iscritto a Medicina, pronto a seguire le orme del padre, famoso cardiochirurgo, freddo e impassibile, di cui i collaboratori hanno un ‘reverenziale timore’.
Ultimamente Andrea sembra cambiato e si comporta in modo strano. Il dubbio si insinua: Andrea è gay! Chiunque potrebbe entrare in crisi, ma non Tommaso, che detesta ogni forma di discriminazione.
In ‘ Se Dio vuole’: Giallini (Tommaso) fa da àncora alla storia utilizzando la sua la capacità di rimanere credibile attraverso le trasformazioni del suo personaggio, e Gassman si cimenta finalmente con un ruolo diverso da quello dello sbruffone ricco e arrogante cui il cinema italiano l’ha relegato.
Il giorno del chiarimento arriva. Andrea raduna la famiglia: “Ho incontrato una persona
che ha cambiato la mia vita e quella persona si chiama Gesù. Per questo ho deciso di diventare sacerdote!”.Per Tommaso, ateo convinto, che considera quello del prete ‘un mestiere anacronistico’, è una mazzata terribile. Finge di dargli appoggio ma inizia a seguirlo di nascosto. Arriva così a Don Pietro, un sacerdote davvero “sui generis”. E’ lui il nemico.
La marcia in più di Se Dio vuole mi pare la capacità di misurarsi con leggerezza e profondità con il tema del divino. Senza mai fare la predica, senza nemmeno mai prendere una posizione pro o contro Dio o la Chiesa, il film parla del bisogno di ognuno di noi di puntare a qualcosa di più alto di ciò che la realtà quotidiana ci offre, racconta ciò che manca ad ognuno di noi senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.
Giallini e Gassman, si spalleggiano senza mai rubarsi la scena; l’alchimia tra i loro personaggi, così diversi, è eccellente e trascina l’intero film. All’inizio i protagonisti sono l’uno l’opposto dell’altro ma la corazza del cinico Tommaso, grazie alla vicinanza così vitale di Don Pietro, inizia a cedere e a lasciar gradualmente filtrare piccoli scorci di luce, fino a portarci ad un finale spiazzante, che capovolge le premesse iniziali.
Finalmente ci è offerta una commedia priva di volgarità, dalla cui visione si esce rigenerati grazie al fatto di aver riso, di essersi un po’ commossi e di aver dato uno sguardo alle “cose alte”.