Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

SANREMO NON SOLO CANZONETTE

febbraio 15th, 2017

Mi piace proporvi un articolo che condivido pienamente, apparso su l’Osservatore Romano di ieri.
FESTIVAL DI SENREMO 2017
Vivendo all’estero da ormai vent’anni, da religioso, non sono solito seguire il festival di Sanremo. Ma per ragioni di predicazione ho voluto seguire un certo numero di canzoni dei big e già nella penultima serata, l’unica che ho seguito, due musiche mi avevano incuriosito. Quella della scimmia nuda di Francesco Gabbani e «Che sia benedetta» della famosa Fiorella Mannoia che si presentava a Sanremo dopo vari decenni. Non mi erano passate inosservate queste melodie e le loro parole, ma quando al mattino della domenica ho letto i vincitori di questo festival, ho iniziato a riascoltare le melodie e percepire sempre di più le parole che le accompagnano.
Ho avuto come la certezza che la giuria avesse un inconsapevole programma da premiare. Infatti, la lettura tanto dell’una che dell’altra canzone è — senza tirare per i capelli l’interpretazione — estremamente profonda dal punto di vista teologico. Occidentali’s karma è una bellissima, esilarante, danzante parodia dell’occidentale ormai imborghesito che non riesce più a trovare la sua identità. Gabbani, Ilacqua, Chiaravalli gli autori delle parole sembrano quasi farsi beffa di una ricerca apparentemente intimista, falsamente spiritualistica, apparentemente attenta all’ambiente, ma che in fondo denigra anche quei veri valori contenuti nelle spiritualità orientali. L’occidentale medio crede sì alle tecniche di meditazione orientali, ma come dicono gli autori della canzone, si va a «lezioni di Nirvana. C’è il Buddha in fila indiana. Per tutti un’ora d’aria, di gloria», facendo sicuramente riferimento al fatto che la razionalità occidentale tende a ingabbiare tutto anche quanto non è, teoricamente, razionalizzabile. Qui è il genio, o uno dei caratteri salienti dell’Occidente formatosi alla scuola dei pensatori ebrei e cristiani: l’intelligenza delle cose, della fede. E giusto dice la canzone, che proprio l’uomo perbene occidentale vorrebbe annullare quanto di più proprio è riuscito a forgiare, il pensiero come una cattedrale: «L’intelligenza è démodé. Risposte facili. Dilemmi inutili». Certo dietro l’angolo delle spiritualità fondate sul vuoto o il nulla, per l’occidentale c’è nascosto il nichilismo e non una spiritualità profonda: «La folla grida un mantra. L’evoluzione inciampa. La scimmia nuda balla. Occidentali’s Karma». È una critica allora davvero acerba a un fare e un pensare che in fondo non rispetta la natura dell’altro e perverte il bene fino a non cogliere più il mistero nascosto nella realtà che ci circonda perché il narcisismo l’ha cancellato: «Tutti tuttologi col web. Coca dei popoli. Oppio dei poveri». E così la melodia si fa vera parodia di un Occidente ormai in preda alla perdita di vera ispirazione della vita. E di questa tratta invece quella che si potrebbe chiamare la pars costruens del programma dei vincitori: «Che sia benedetta» della Mannoia è un inno alla vita, forse anche quella rischiarata da Dio.
La cantante rivela in qualche modo quanto sempre quell’occidentale vive, ma non sempre riesce a esprimere: «Che sia benedetta. Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta». Sì, è perfetta perché «se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona. Che sia fatta adesso la sua volontà». Quel Dio che, benché non nominato, permette a chi ha perso tutto di ripartire «da zero perché niente finisce quando vivi davvero». La vita, sì, è proprio la vita nella sua potenza interiore a essere celebrata dal festival di Sanremo. Che quanto andiamo dicendo non sia peregrino viene confermato dal terzo premio per la canzone di Ermal Meta, Vietato morire. Come dice il testo: «Ricorda di disobbedire. Perché è vietato morire», ma perché? Perché «ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai. Figlio mio ricorda. L’uomo che tu diventerai. Non sarà mai più grande dell’amore che dai». Che queste parole, tutte, non siano un lontano o vicino ricordo di pagine del Vangelo?
di Alberto Fabio Ambrosio

II DOMENICA AVVENTO ‘A’

novembre 30th, 2016

4 Dicembre 2016

LECTIO DIVINA

II DOMENICA AVVENTO ‘A’

Dal Vangelo secondo Matteo, 3, 1 – 12

“ In quei giorni comparve Giovanni Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”….Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me…Egli ha in mano il ventilabro…raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile”.

La liturgia di questa II Domenica di Avvento è animata da ‘una voce che grida nel deserto’: per superare la prova del deserto bisogna allenarsi ad ascoltare una ‘voce’ che subito rimanda alla Parola.
Se la scorsa domenica ci ha consegnato l’esortazione a ‘vegliare’, oggi il ‘vigilare’ prende consistenza, volto, storia, in Giovanni Battista.
Come i profeti dell’Antico Testamento, Giovanni Battista evangelizza sia con la parola che con la vita: le sue parole dure e provocatorie sono tali da procurargli ben presto la palma del martirio. E’ però soprattutto con la sua vita, semplice ed austera, che il Battista contesta il modo di vivere di molti suoi contemporanei. Egli invita anche noi oggi a rivisitare il deserto della nostra vita non tanto perché ‘il ventilabro del giudizio pulirà l’aia e verrà bruciata la pula’, quanto piuttosto per resistere alle tante voci stonate del mondo, così che la Parola possa rifiorire chiara e liberante sulle macerie dell’opulenza.
Il messaggio verbale di Giovanni il Battista si concentra intorno a due temi: quello della confessione dei propri peccati in vista della conversione, e quello del battesimo.
Convertirsi significa”avere il coraggio di vivere il dono di Dio” (W. Kasper).
Anche Gesù insisterà sull’importanza di questi due atteggiamenti essenziali, con i quali gli uomini di buona volontà sono invitati a reagire di fronte alla Sua presenza e alla sua predicazione.
Altro elemento importante da evidenziare è il rapporto tra il battesimo di acqua (quello di Giovanni : v.6), e il battesimo in Spirito santo e fuoco (quello di Gesù:v.16). Si tratta di due battesimi ben distinti di cui il primo è solo profezia del secondo. E se Gesù si sottoporrà al battesimo di Giovani, lo farà soltanto per riconoscere la missione del precursore e per mostrare a tutti l’importanza della conversione. Ma sarà Gesù a istituire il sacramento del battesimo, che ci fa figli di Dio e ci chiama alla sequela di Lui, nel contesto della Pasqua e della Pentecoste.

XXVIII DOMENICA ‘C’

ottobre 6th, 2016

09 ottobre 2016

LECTIO DIVINA

XXVIII DOMENICA ‘ C ‘

Dal Vangelo secondo Luca, 17, 11-19

“……Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce dicendo: Gesù maestro, abbi pietà di noi! Appena li vide, Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti. E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio……Era un Samaritano. …… E Gesù gli disse: Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato!”.

Il nostro brano si articola in tre momenti. Nella prima parte troviamo la domanda dei lebbrosi – cui Gesù risponde misericordiosamente – e si annota la loro guarigione mentre stanno camminando (vv.11-14). La seconda parte presenta l ritorno del samaritano guarito, da Gesù (vv.15-16); nella terza parte abbiamo il vertice teologico del brano, nelle parole di Gesù (vv.18-19).
La dinamica del nostro brano sta proprio nella tensione tra la situazione iniziale e quella conclusiva. La supplica dei dieci lebbrosi sembra mossa dalla fede, eppure alla fine la fede viene riconosciuta solo a uno straniero, un samaritano il quale, unico tra tutti i miracolati, è tornato a ringraziare Gesù a guarigione avvenuta.
La lebbra, che nella mentalità dell’epoca era collegata al peccato, ha accomunato i dieci uomini emarginandoli senza distinzione di origine, di culto e di comunità. Il loro grido, però, giunge a Gesù, che nella sua misericordia, non fa differenza tra le persone e non chiede le storie che li hanno portati a questa situazione.
E’ mentre stanno andando a presentarsi ai sacerdoti che vengono purificati. Può però sembrare strano che proprio quello che sembra aver trasgredito l’ordine di Gesù – perché è tornato indietro prima ancora di recarsi dal sacerdote- venga lodato da Gesù, invece che rimproverato, Anzi Gesù si dichiarerà addolorato che non l’abbiano fatto anche gli altri nove, che pure sembrava avessero obbedito a lui più del samaritano.
Questa anomalia sottolinea che la fede vera non consiste nell’obbedire formalmente agli ordini, ma soprattutto nel proclamare il lieto annuncio della salvezza, nel riconoscere la grazia di cui si è stati oggetto, e di saperla riconoscere dinnanzi a Colui che l’ha donata.
Nei versetti 17-18 :”Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri dove sono?….” sentiamo una profonda amarezza che supera l’episodio concreto e mette in guardia di fronte alla minaccia che coinvolge ogni uomo. Condizione indispensabile per la fede è saper riconoscere il dono e provare gratitudine per un debito che coincide con la stessa esistenza umana.
Il samaritano è entrato nella salvezza tornando indietro, cambiando strada, cioè mettendosi in un cammino di conversione.
L’ingratitudine dei nove lebbrosi, che si comportano come se la guarigione fosse stata loro dovuta, è parabola di una dimenticanza più grave e radicale: la mancanza della consapevolezza che ogni cosa è dono.
Il nostro racconto mostra dunque come non sia facile entrare nella logica del dono. Ma solo se si lascia fiorire la gratitudine e la lode l’esperienza del dono diventa incontro col donatore.

I 100 ANNI DEL PITTORE LONGARETTI

settembre 29th, 2016

Da compaesana del grande Longaretti mi permetto pubblicare un articolo molto bello apparso su Avvenire il 27 settembre scorso. Sr. Anna Maria o.s.b.

Parla il pittore Longaretti: i miei 100 anni
Giovanni Gazzaneo
27 settembre 2016
I cieli di Longaretti sono cieli nuovi, nuovi come lo spirito di questo grande artista che oggi compie cento anni e che non si è mai stancato di essere fedele alla sua pittura, di amarla e farne un orizzonte per sé e per chi la contempla. «Sono il nono di tredici fratelli. Loro sono in cielo e io sono qui. Qui a stupirmi ancora della vita, a chiedermi cosa farò domani. Il regalo che chiedo al Signore? Che mi lasci continuare a coltivare il suo dono: dipingere e disegnare. Come iniziano e come finiscono le mie giornate? Da sempre nel modo più semplice, con un grazie».

Si commuove quando, tra le opere dei compagni dell’Accademia di Brera, che campeggiano nel suo studio di Bergamo, Morlotti, Cassinari, Kodra, discepoli con lui di Aldo Carpi, gli si indica una tavoletta, raffigurante un paesaggio, datata 1922: già artista a sei anni. Nato a Treviglio, fin dal primo anno di scuola la maestra Maciocchi lo spinge a coltivare la pittura che appare come la sua vocazione. «Questa facilità nel dipingere stupiva anche me, ma non ne ho mai fatto vanto. L’ho sempre vissuta come un dono e per i doni non c’è merito».

Ancora oggi le sue grandi mani, ereditate dai progenitori fabbri, fremono finché non afferrano pennello e tavolozza. Di lui, l’amico Ennio Morlotti diceva: «Nei primi anni di Brera, era considerato un ragazzo prodigio. Faceva allora disegni commossi e personali. Era straordinario il dono dell’assimilazione e traduzione, quasi incosciente, di inquietudini e stilismi, tra Soutine, Modigliani e Carpi». Longaretti mostra un suo autoritratto del 1936: «Sullo sfondo c’è il mio studio di allora, una stanza ricavata nel granaio. Ricordo la malinconia, ero timido e solitario. Sulla parete un violino, avevo provato a suonare, un insuccesso».
Eppure la musica è presente nella sua opera, non solo con la raffigurazione di chitarre, violini e organetti. I suoi quadri più che narrazione sono canto di note silenti e poesia: il suo modo di impastare i colori e di dare forma al sentimento produce una musicalità interna all’opera. Nella sua storia di artista vanta cinque biennali di Venezia, migliaia di dipinti, centinaia di mostre, opere in musei e chiese d’Italia e del mondo, venticinque anni di direzione dell’Accademia Carrara di Bergamo.

Ma quello che gli sta più a cuore è l’aver fatto parte della cerchia di artisti prediletta da Paolo VI e l’amicizia con monsignor Pasquale Macchi. Sì, Longaretti è un artista sacro: il sole e la luna insieme, come inseparabili fratello e sorella di francescana memoria, illuminano i cieli delle sue opere. E a volte si moltiplicano, quasi a voler sottolineare come sia il cielo a riempire l’orizzonte e a ispirare la sua poetica. Sotto quei soli e quelle lune prende forma l’umanità dei semplici e la predilezione per gli ultimi, per il popolo delle beatitudini, il vero protagonista della sua opera fin dagli anni Cinquanta. Questa è la sacralità dell’arte di Longaretti: il cammino è la cifra della sua pittura, nel cammino coglie il destino degli uomini. La terra resta un semplice, ma decisivo passaggio fatto di gioia e fatica, scoperta e dolore, spe- ranza e tradimento, solitudine e amore. Un cammino che ha un senso e una direzione e, per quanto inconsapevoli, ci introduce a un destino di eternità. Nei suoi personaggi (figure allungate, tese verso il cielo ma ben piantate sulla terra o, a volte, pericolosamente in bilico, travolte dall’inquietudine e dal dramma della storia) l’artista lombardo trasfonde l’anima del viandante, la sete di infinito e di felicità, lo spirito di ricerca e quella solitudine che ciascuno porta nel profondo di sé. In queste figure iconiche e poetiche che hanno preso forma già dagli anni Cinquanta non possiamo non cogliere quasi una profezia: il cammino tragico di milioni di migranti in fuga dalle guerre e dalla fame che segnano il nostro presente.

Ma anche un invito a un cammino interiore, a una riconquista dello spirito nel segno della predilezione per le cose di lassù. Scrive il priore di Bose Enzo Bianchi nel catalogo della mostra Longaretti lungo un secolo, che si inaugura oggi al museo Bernareggi di Bergamo: «La figura dei viandanti in fuga, dei pellegrini dell’eterno rilancia oggi la profezia di un cammino degli uomini che sia un andare al cuore di sé e dell’altro, ridice oggi a ciascuno di noi la verità, che suona quasi assurda e sembra non più appartenerci, di cupole d’oro che ci attendono perché già sono in noi, che dobbiamo comunque muoverci per andare a trovarle».

Nella sua Biblia Pauperum di girovaghi, saltimbanchi, musicanti, senza patria e famiglie e madri e bambini, cogliamo immediatamente la fragilità. Quella del Cristo nella solitudine (1942), il figlio di Dio nella città deserta dei giorni della guerra; o del Cristo tra i poveri, (1947) che nei poveri trova sostegno. O L’Urlo della madre ( Vietnam) (1965), invocazione a un cielo improvvisamente muto spettatore dello strazio che dilania popoli e terre, richiamo immediato all’ultimo sospiro di Gesù in croce che raccoglie nelle sue terribili parole il senso dell’abbandono e del dolore dell’umanità trafitta dal male e dal suo mistero.

Eppure è proprio nell’umana fragilità che la Provvidenza si fa presenza: come nel grande romanzo di Manzoni è lei la vera protagonista della poetica di Longaretti. Perché l’uomo nella sua fragilità non può ergersi a signore del mondo, ma diventa domanda di amore, di aiuto, di Dio. Sembra ci sia un solo approdo possibile per l’umanità in cammino ritratta da Trento Longaretti: l’abbraccio della madre, un amore che non conosce misura, pronto a farsi dono tanto da diventare vita che dà la vita. «Avrò dipinto la madre mille volte – dice l’artista lombardo –. Mi colpisce come i bambini si attacchino a lei, quasi fossero una cosa sola perché la mamma è tutto: bene, protezione, speranza. La Madonna è madre e il suo mistero vive in ogni maternità».

IL MARTIRIO

settembre 17th, 2016

IL MARTIRIO NON È SACRIFICIO, MA LIETO MESSAGGIO

Martiri. Dal greco màrtys: ‘testimone’, colui che annuncia, attesta e grida la gioia della Resurrezione. Colui che canta la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della giustizia sull’arbitrio. Il grande mattino del martirio fu Stefano, umile diacono delle mense negli Atti degli Apostoli, cui Luca affida la ‘corona’ (stèfanos) della testimonianza.

«Signore, non imputare loro questo peccato», pregava per i suoi assassini (At 7,60), eco scandalosa della stessa voce di Gesù, nell’ultimo respiro. In un discorso-memoriale di tutta la storia biblica, Stefano narra del sodalizio di Dio con il mondo, lungo un tempo di cura e di Amore che, dal principio, arriva a Gesù Cristo e continua a crescere nell’oggi.

Per questa sua preziosa testimonianza, Stefano si guadagnò il titolo di ‘protomartire’ della Chiesa, un autentico pilastro della stessa. Egli la diede con tale forza e passione, che risultò odiosa a molti, i quali lo ‘coronarono’ di sassate e di sangue. Martirio è, dunque, slancio di annuncio evangelico, splendore di una parola che è lieto messaggio per i poveri, gli oppressi e i prigionieri e che nessuno può spegnere neppure con lo sfiguramento, la tortura e il disprezzo.

Per questo è facile scambiare il martirio con il sacrificio, benché sia un grave equivoco. Mentre il martirio, infatti, segna la trasparenza della vita cristiana, la fede biblica non vuole il sacrificio, anzi si esprime in mille casi contro di esso. Lo ripete Gesù nel Vangelo di Matteo: «Andate ad imparare cosa vuol dire: voglio la misericordia e non il sacrificio» (Mt 9,13; 12,7), facendo eco alle parole dei profeti, Osea (6,6) e Samuele (1Sam 15,22).

Dio impedì che Abramo sacrificasse il figlio Isacco (Gen 22,12), così come Geremia denunciò con violenza la pratica orrenda del sacrificio dei bambini in Gerusalemme, additandola come causa della rovina della Città. «Tu non gradisci il sacrificio e se offro olocausti non li accetti – è il Miserere del re David ma un cuore docile e affranto, Tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 51,18-19). Quello che conta è il cuore aperto a Dio e al prossimo tuo. Il sacrificio non serve per la salvezza, perché la salvezza è Dono del Signore.

Non senza aver riconosciuto, confessato e ripudiato enormi errori commessi in passato, la Chiesa cattolica, insieme alle altre Chiese cristiane, applica, ormai da tempo, una lettura intelligente e opportuna della Scrittura, inevitabile per una comprensione del suo autentico messaggio spirituale e teologico. Il Concilio Vaticano II, nella Dei Verbum, afferma con chiarezza l’inammissibilità del fondamentalismo, vale a dire di quell’approccio alle Scritture che trasformi la lettera in dottrina, automaticamente e senza mediazione razionale e storica.

Per cui appellarsi a quei testi in cui si chiede e si offre il sacrificio, per ascrivere a Dio una volontà di morte è operazione disonesta da parte di chiunque la usi, oggi, riguardo al rapporto dei cristiani con la Bibbia. I popoli antichi ricorrevano ai sacrifici umani pensando di rabbonire, a un prezzo così grande, l’ira divina, ancorché di guadagnarsi la sua benevolenza. Pur di evitare una simile strage, Dio stesso, nella Bibbia, chiede di sostituire le creature umane con quelle animali, nell’offerta dei sacrifici.

Qualcosa di più accadrà con Gesù. Il Figlio dell’uomo non vuole ‘sacrificarsi’ e non vive la Croce come un sacrificio, ma come una consegna di sé nella ragione misteriosa dell’Amore. «Padre, se puoi, passa da me questo calice» supplica con forza. La Lettera agli Ebrei chiarirà che il ‘patire’ del Signore, chiude per sempre la crudele spirale dei sacrifici, ponendo fine, altresì, anche alle scandalose ecatombi di animali.

Nessun martirio eroico, dunque, nella fede cristiana, niente disprezzo del corpo e compiacimento della sua ‘sacra’ distruzione. Il ‘sacrificio’ della Croce è, piuttosto, denuncia della violenza e dell’ipocrisia umane, della banalità del male e dello scacco del diritto giudaico e romano, complici nel condannare a morte un innocente. La Croce è martirio del male che può uscire dalle mani dell’uomo e dell’Amore che lo sfida e lo vince.

La Croce è testimonianza di un corpo che si spende totalmente per il bene dell’umanità, perché ognuno, povero o ricco, sano o malato, giusto o peccatore, abbia riconosciuta e riscattata la propria dignità, la libertà, la cittadinanza sul suolo terrestre. L’amicizia e la felicità. La Croce non è certo un inno alla morte, ma, al contrario, l’estremo grido, il più forte appello, la sublime rivelazione della sete e della fede nella Vita.

Figli. Padre Jacques Hamel è stato barbaramente ucciso, e non ha voluto inginocchiarsi davanti al suo carnefice. Un gesto che fa tremare il cuore nel ricordo di tanti martiri della prima ora che non si piegavano alla divinità dell’imperatore, il quale pretendeva, a sua volta, una genuflessione.

Il cristiano non si inchina a nessun potente della terra, non vende la sua dignità a un vile e vischioso rapporto di scambi, di favori, di affari, di bugie, di interessi negoziati nell’ombra, a danno dei più. Il Vangelo ripudia tutto ciò e il credente inorridisce e dice ‘no’: questo è il suo martirio. Gesù è il primo a darne l’esempio, rifiutando di assumere tutti i Regni del mondo, pur di non inchinarsi a chi glieli darebbe sottobanco. Dov’è lo Spirito del Signore c’è libertà.

Occorre che tutti, credenti e non credenti, comprendano cosa sia veramente il ‘martirio’ per i cristiani. Che non si banalizzino i contenuti, né si confondano, accomunandole genericamente, tutte le religioni, specialmente quelle del Libro, come epifenomeni di barbarie, ugualmente soggetti di odium generis humani, invece che di bersaglio in odium fidei. Sulle miti membra di un anziano prete si accanisce la mano di un diciannovenne nato nello stesso Paese e cresciuto all’ombra dello stesso campanile.

Di fatto è un fratricidio, perché anche il ragazzo musulmano è un figlio dell’Europa. Da bambino ha frequentato le scuole francesi, ha festeggiato il 14 Luglio e sa della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo. Ovvio pensare che ci sia un grande burattinaio a tirare i fili delle sue mani armate di coltello, ma tra i registi occulti e cinici delle sue azioni telecomandate e la sua identità di cittadino di Francia, c’è un vuoto da riempire.

Una coscienza da interpellare. Domande da farsi e da fargli. Oltre ai diritti individuali e all’essere uguali di fronte alla Legge, quali valori di condivisione comunica davvero l’Europa di oggi? Quali legami? Quali responsabilità nella costruzione di un mondo comune e casa per tutti? Quale rispetto e affetto per gli altri? Quale fraternité? Dove mette radici la vita di ciascuno? In quale Sitz im Leben, in quale contesto di vita, dentro quale narrazione, crescono i bambini delle periferie?

Vivere civilmente gli uni accanto agli altri, ma ciascuno come un cane sciolto, ‘liberamente’ abbandonato a se stesso, è molto meno di quanto tutti noi ci potremmo aspettare dall’Europa. Una Comunità a cui proprio i martiri cristiani e gli antichi monaci benedettini diedero il sogno di sé, ma che spesso è, oggi, smarrita e incoerente. Una cultura che rifiuta di dare nome alle proprie radici cristiane – senza riflettere seriamente sui valori in cui quelle si siano incarnate – ma che, poi, le reclama per impugnarle come un’arma, non appena si senta minacciata dall’’estraneo tra noi’.

Dalle sacche di un vuoto di identità, di lealtà, di valori e di vocazioni, l’Europa partorisce frane psicologiche, politiche, sociali. Tra i primi a esserne travolti ci sono quei figli che si consacrano alla morte, violando la sacra vita del prossimo e spegnendo, forse incoscientemente, quel paese «bello, spazioso e dolce» che avrebbero voluto e, insieme, anche potuto amare, costruire, abitare. A quel vuoto feroce, a questo pieno di odio e dolore, non ci possiamo consegnare.

Rosanna Virgili

(articolo tratto da www.avvenire.it)