Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

10 FEBBRAIO: SANTA SCOLASTICA

febbraio 10th, 2017

“IL VALORE DI UN CARISMA,
LA FECONDITA’ DI UNA REGOLA”

SANTA SCOLAST ICA
( 480 – 543 ca.)

Il volto di Santa Scolastica, è scolpito per sempre dalle ultime parole del racconto di San Gregorio Magno: “ Potè di più, presso Dio, colei che amò di più”.
Amore, preghiera e desiderio del Cielo costituiscono il fascino spirituale di questa donna che, secondo la tradizione, fu sorella gemella del grande patriarca dei monaci d’Occidente, Benedetto da Norcia.
“Consacrata a Dio onnipotente fin dall’infanzia, la troviamo – al tramonto della sua esistenza – in un monastero nelle vicinanze di Montecassino, e quindi all’ombra del suo grande fratello.
Al di fuori di ciò non sappiamo altro, se non quanto san Gregorio Magno dice nel 34° capitolo dei Dialoghi, circa la sua morte.
Si possono quindi rintracciare notizie della sua vita, seguendo le orme di san Benedetto. Nata verso il 480 fu attratta fin dalla giovinezza, come suo fratello, verso una vita interamente consacrata a Dio.
La nativa Norcia dunque, cittadina umbra dolcemente adagiata nel verde, e la famiglia aperta ai progetti di Dio, plasmarono certamente l’animo di Scolastica, preparandola alla vita monastica, austera e serena insieme, com’era l’habitat in cui era vissuta fin da fanciulla.
Non mi sembra perciò arbitrario tentare una rilettura della Santa Regola attraverso la figura di Santa Scolastica, come traspare dall’unico episodio, ma emblematico, che ci è rimasto della sua vita.
Notiamo prima di tutto la ‘consuetudine’ dei due santi fratelli di vedersi una volta all’anno.
Nel loro ultimo incontro Scolastica è particolarmente desiderosa di stare con il fratello per parlare delle gioie del cielo; ma deve premere su Benedetto, ligio alla norma che prevedeva il rientro in monastero prima di sera.
Scolastica compie un prodigio in forza del suo amore e della sua preghiera. E’ un miracolo che scaturisce sotto il segno della gratuità, che ci ricorda quello ottenuto da Maria alle nozze di Cana, per prolungare la gioia del convito.
I due fratelli passano la notte lodando Dio e parlando di Lui, una notte che ci ricorda quella degli amanti del cantico dei cantici, la notte Pasquale, il dialogo tra Gesù e la Maddalena nel giardino, dopo la Risurrezione….
Scolastica, ottenendo il miracolo, dimostra il primato dello spirito sull’osservanza, il primato dell’amore sulla legge.
San Benedetto nella Regola per i monaci dà il primato alla ricerca di Dio –Si revera Deum quaerit…(RB 58,7), all’amore di Cristo – Nihil amori Christi praeponere (RB 4,21), e conseguentemente alla preghiera – Nihil Operi Dei praeponatur ( RB 43,3). Scolastica realizza pienamente la sua vita in questo senso. Giunta ormai in vista della meta, non desidera altro che Dio, la comunione eterna con Lui nel Regno. E’ certamente di questo che desidera parlare con il santo fratello, supplicandolo : “Ti prego… rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste”.
Non aveva scritto Benedetto nella sua regola :”Desiderare con tutto l’ardore dell’animo la vita eterna?” (RB 4,46). La Regola benedettina è percorsa da un forte afflato escatologico, che raggiunge proprio in santa Scolastica la massima intensità.
Proprio la preghiera, che sgorga dal suo cuore puro e ardente, è la forza con la quale la sorella ‘vince’ la sfida con il fratello, più attento all’austera disciplina.
Ma anche la preghiera di Scolastica è la più splendida e fedele realizzazione di quanto Benedetto ha proposto nella sua Regola. “…non dobbiamo forse elevare con tutta umiltà e sincera devozione la nostra supplica a Dio, Signore dell’universo?…E rendiamoci ben consapevoli che non saremo esauditi per le nostre molte parole, ma per la purezza del nostro cuore e la compunzione fino alle lacrime” (RB 20,2-3).
Con l’intensità della sua supplica e l’abbondanza delle sue lacrime, Scolastica ottiene dal Signore un improvviso mutamento delle condizioni atmosferiche. La pioggia scrosciante impedisce a Benedetto di ripartire e può così dare alla sorella la gioia di rimanere a lungo con lui, per pregustare le gioie del cielo.
Per essere giunta a una tale intensità di vita interiore e di preghiera, tanto da poter essere esaudita all’ istante dal Signore, la santa sorella del patriarca dei monaci aveva certamente compiuto un alacre cammino di fede, di carità e di unificazione interiore. Aveva vissuto fedelmente la vocazione monastica e, guidata dal Vangelo e dalla Regola (“ per ducatum evangellii”) si era lasciata condurre là dove l’unica legge è quella dello Spirito, che è amore e libertà, e che in ultimo trascende tutte le regole, dopo che si sono fedelmente osservate.
Colpisce, nel racconto dei Dialoghi di S.Gregorio, la personalità di Scolastica.
E’ veramente donna, con tutte le caratteristiche della femminilità: dolcezza e affettività, costanza ed audacia nell’intento di ottenere quanto desidera. E presenta anche una vena di simpatica ilarità, quando dal fiume di lacrime passa al radioso sorriso per il miracolo avvenuto: “Vedi – risponde al fratello rammaricato per l’improvviso temporale- io ti ho pregato e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed Egli mi ha esaudita. Ora esci se puoi; lasciami pure e torna al monastero!”.
E’ una rivincita che non dispiace certamente a Benedetto, dato che proprio lui le aveva insegnato a rivolgersi – nelle difficoltà- a Cristo, cui tutto è possibile (cfr. Prologo,41; RB 68,5). Per quanti servono il Signore con dedizione totale, ha scritto Benedetto nel Prologo della sua Regola (v.18), si realizza la promessa: “I miei occhi saranno su di voi, le mie orecchie si faranno attente al vostro grido, e ancor prima che mi invochiate, dirò: Eccomi!”.
Dio obbedisce prontamente a coloro che gli hanno totalmente sottomesso la loro volontà.
Scolastica ha consumato la sua esistenza in assoluta fedeltà alla vocazione che le era nata in cuore fin dall’infanzia. Ora, giunta alla piena maturità, dimostra di avere conservato la stessa fede semplice e sicura in un animo fresco come polla d’acqua sorgiva.
Come ho già detto, mi pare che proprio in questa donna consacrata, si incarni splendidamente la tensione escatologica che percorre tutta la regola benedettina.
L’itinerario tracciato dalla Regola si conclude per Scolastica con il “miracolo”, segno della perfetta carità raggiunta. Carità verso Dio ardentemente desiderato, e carità verso i fratelli teneramente amati ( cfr. RB 72). La sua preghiera – subito esaudita- appare come il più alto ed efficace linguaggio dell’Amore.
Non è forse questo il messaggio essenziale?
Dire Scolastica è immergersi nelle ‘misteriose profondità del cielo’ dove la sua anima è penetrata, sotto la candida forma di una colomba ( e ricordiamo che lo Spirito santo è raffigurato proprio come colomba), tre giorni dopo l’incontro col fratello. Gregorio non parla di morte, ma di ‘ritorno’ “post triduum”, e i ‘tre giorni’ ci ricordano ancora la vicenda di Cristo nel ‘triduo Pasquale’ che si conclude, ‘il terzo giorno’ con la Risurrezione.
Tutto quello che Scolastica visse prima della ‘santa notte’ del colloquio col fratello e dell’ora del suo ‘volo’ non poteva che essere un cammino orientato decisamente alla meta. Scolastica, la prima monaca benedettina, è stata una docilissima ‘scolara’ alla scuola del servizio divino nel quale ha appreso la sapienza del cuore al punto da …vincere il suo Maestro ed arrivare prima là dove insieme erano diretti.
All’annuncio dell’ ‘esodo’ di Scolastica Benedetto è preso da un ‘gaudio pasquale’. Il suo cuore traboccò di gioia, con inni e lodi egli ringraziò Dio di tanta gloria concessa a Scolastica, e ne volle egli stesso dare l’annuncio ai suoi monaci. San Gregorio riferisce che Benedetto volle deporre il corpo della sorella “nel sepolcro che aveva preparato per sé” a Montecasino. Vuole che il corpo della sorella torni presso di sé, così il dialogo continua tra i due, nel sepolcro, ‘con-sepolti con Cristo’ in attesa del giorno senza fine. La loro vicenda può concludersi come si conclude il Cantico dei Cantici: “forte come la morte è l’amore”.
“E così, essendo sempre stati un solo spirito in Dio, neppure i loro corpi furono separati nella morte , ma furono congiunti in un’unica sepoltura”. ( cfr. Dialoghi, II,34)
La comunione dei Santi inizia sulla terra, nel tempo, e si compie in cielo, nell’eternità.
Chi sale anche oggi – dopo più di quindici secoli di storia – alla maestosa abbazia di Montecassino, dinanzi all’altare maggiore della basilica (al tempo di Benedetto vi era l’oratorio di S.Giovanni, e lì il santo abate aveva fatto preparare il sepolcro per sé) viene preso da un fremito di commozione nel trovarsi dinnanzi alla tomba dei due santi fratelli (nel 1950, durante dei lavori di scavo, si sono ritrovati e analizzati i resti dei due, ed hanno confermato essere di fratelli carnali), che stanno all’origine, in occidente, di una numerosa stirpe di ‘cercatori di Dio’ di cui anche noi abbiamo l’onore e la gioia di fare parte.

Sr.Anna Maria osb

Bilbliografia: Anna Maria Canopi – “Monachesimo benedettino femminile”- Seregno, 1994

Preghiamo

O Dio, che hai rivestito di luminosa innocenza
la santa vergine Scolastica,
fa’ che possiamo anche noi piacerti
nella trasparente fedeltà quotidiana al vangelo,
per poter godere di te un giorno nel cielo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

LA MISERICORDIA NELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO

luglio 10th, 2015

11 luglio- Festa di San Benedetto
Compatrono d’Europa
LA MISERICORDIA NELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO

“Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre”: così il santo Padre Francesco esordisce nella bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia. “Gesù di Nazaret con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio” . La misericordia non è un principio astratto, ha un volto, quello di Gesù. E potremmo dire che ha molti volti, quello dei figli di Dio, che nel loro vivere manifestano questo mistero che è fonte di gioia, di serenità e di pace.
Così ho pensato di scrutare insieme a voi – per quanto ci è possibile – la misericordia di Dio nel volto di San Benedetto, specialmente attraverso l’insegnamento della sua Regola, che è molto concreta, è il Vangelo in pratica. Sono certa che se noi provassimo a raccontare la misericordia attraverso la vita dei santi, ne resteremmo affascinati.
Il nostro santo Padre Benedetto non ha nella sua Regola una parte dedicata in modo specifico alla misericordia, ma ci sono dei riferimenti qua e là che sono come finestre da cui si può ammirare un bel panorama.
Vorrei cominciare con un’espressione in cui il santo dice che la natura umana è per se stessa incline alla misericordia. Questo ci fa riflettere e ci stupisce anche. Infatti dall’esperienza noi siamo persuasi del contrario. Il nostro stupore ci fa capire che forse abbiamo smarrito per strada quello che è proprio della natura umana. In fondo la Regola è un cammino di ritorno a Dio e questo ritorno alla fine ci fa ritrovare il meglio della nostra umanità redenta da Cristo. Tornati a Dio, torniamo ad essere profondamente e genuinamente umani.
San Benedetto fa questa affermazione nel capitolo 37, 1 intitolato “I vecchi e i fanciulli”. Nei tempi passati nei monasteri erano rappresentate tutte le generazioni: anziani, adulti, giovani, adolescenti e anche bambini, che venivano affidati dai genitori per essere educati nella vita cristiana alla scuola del servizio divino e per diventare monaci se questa era la loro vocazione. Spesso Benedetto torna sul tema a lui caro dell’uguaglianza: tutti in monastero sono uguali davanti a Dio, non c’è distinzione di ceti sociali, ma ogni persona è diversa dall’altra, ognuno ha necessità diverse, chi più e chi meno. Ai vecchi e ai fanciulli bisogna riservare delle attenzioni particolari per la loro debolezza: in fondo vecchiaia e fanciullezza sono entrambe una tenera età. Perciò non bisogna imporre loro osservanze rigorose specialmente nel cibo e nell’orario dei pasti. Nei loro riguardi bisogna avere una amorevole comprensione. Il capitolo 37 inizia proprio così: “Benché la natura umana sia incline ad avere misericordia per queste età, è bene che vi provveda anche l’autorità della Regola…” (RB 37,11). Qui la misericordia assume la sfumatura della comprensione. Benedetto assume nella Regola questo atteggiamento profondamente umano e lo mette per iscritto per timore che altri cadano in rigidità eccessive. In un altro capitolo, il 34,4 intitolato: “Se tutti devono avere il necessario in uguale misura”, ritorna sullo stesso tema. Chi ha non ha tante esigenze ringrazi il Signore; chi invece ha più bisogno si umili e non si insuperbisca per la misericordia che gli viene usata. Le attenzioni che riceve non diventino pretese. Tutto è dono gratuito. La comunità che è fatta di persone molto diverse tra loro è il luogo favorevole per vivere la misericordia e ringraziare il Signore per la benevolenza che ci usa attraverso i fratelli e le sorelle.
Un’altra sfumatura della misericordia la troviamo nel capitolo 53 dedicato all’accoglienza degli ospiti: Tutti gli ospiti che giungono al monastero siano accolti come Cristo in persona (RB 53,1). Gli ospiti vengono accolti con il bacio di pace solo dopo aver pregato e ascoltato insieme un passo della Scrittura. La preghiera diviene una verifica dei rapporti umani: la relazione con gli ospiti diventa positiva e questi possono essere associai alla vita del monastero. Viene usata loro ogni premura: viene versata l’acqua sulle mani, vengono loro lavati i piedi. “Dopo la lavanda dei piedi, tutti insieme dicano questo versetto: Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia dentro il tuo tempio” (RB 53, 14). L’accoglienza degli ospiti è un’esperienza di misericordia: lo è per chi abita in monastero e per che vi giunge anche per un tempo breve. Nello spirito cristiano di San Benedetto una visita è sempre esperienza della misericordia di Dio, che ci ama e che bussa alla porta della nostra casa. Noi spesso nel nostro vivere quotidiano viviamo una visita, specialmente se inattesa, come un fastidio, qualcosa che ci blocca, ci guasta il programma della giornata. Vogliamo sempre essere avvisati. San Benedetto vede l’arrivo di ogni persona come un passaggio di Dio e un’esperienza di misericordia. Perché? Perché ogni incontro invita all’ascolto e l’ascolto, se è sincero, provoca alla conversione del cuore. Noi ci convertiamo attraverso le relazioni. Sono queste ci aiutano a metterci in discussione e a cambiare. La conversione non è qualcosa che si decide in astratto, secondo i buoni propositi. La conversione viene dall’obbedienza alla vita illuminata dalla fede nel Vangelo. I fatti della vita ci cambiano, gli incontri ci cambiano.
San Gregorio Magno nel II libro dei Dialoghi racconta un episodio assai significativo della vita di Benedetto. I monaci di Vicovaro volevano Benedetto come abate, ma non volevano lasciare le loro abitudini rilassate e sradicare i vizi dal loro cuore; si erano cristallizzati, incartapecoriti. Le loro abitudini esteriori non potevano cambiare perché non cambiava la loro mentalità, il loro cuore. Non volevano convertirsi, perché non avevano l’esperienza della misericordia di Dio. Per questo il nuovo abate, Benedetto, che essi all’inizio avevano fortemente voluto, era diventato insopportabile per loro, così decisero di risolvere il problema con un attentato, grazie a Dio non riuscito .
Un’altra manifestazione della misericordia la troviamo nel capitolo 7 dedicato ai gradini dell’umiltà. “Il quinto gradino dell’umiltà è quando il monaco, con umile apertura d’animo, manifesta al suo abate tutti i cattivi pensieri che gli si presentano nel cuore e anche i peccati commessi di nascosto. E’ la Scrittura che ci esorta a farlo dicendo: “Manifesta al Signore la tua via, confida in lui; ed anche: Confessatevi al Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia” (RB 7, 44-46).
L’umile apertura del cuore diventa celebrazione della misericordia del Signore.
La misericordia è un dono che viene dall’alto, da Dio, ma sarebbe vanificato e reso sterile se non venisse scambiato tra i fratelli e le sorelle. Il dono di Dio è qualcosa che è destinato a crescere a moltiplicarsi, non si può inaridire.
Tuttavia nella comunità c’è qualcuno che più di tutti deve usare misericordia: l’abate (RB 64,9-10). San Benedetto dice che l’abate deve essere esperto, dotto nella Legge di Dio, cioè nella conoscenza delle Scritture, perché abbia il tesoro da cui estrarre gli insegnamenti nuovi e antichi. E aggiunge: sia casto, sobrio, misericordioso. Faccia sempre prevalere la misericordia sulla giustizia, perché possa meritare altrettanto per sé. La Legge di Dio non è un codice di diritto, è il Vangelo. L’abate deve guardarsi dal legalismo e ispirare il suo governo al discorso della montagna: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia!” (Mt 5,7). La consapevolezza della propria fragilità deve rendere l’abate attento alla cura delle fragilità altrui. Non deve raschiare troppo la ruggine, perché il vaso non vada in frantumi. Deve estirpare i vizi, ma con carità e misericordia, agire secondo discrezione (cfr RB 64, 12-14). Deve comportarsi come un medico sapiente e usare la medicina giusta per ogni persona: per uno usi l’unguento delle esortazioni, per un altro la medicina delle divine Scritture, con i testardi usi le maniere forti; ma se tutto questo non produce effetti ricorra alla terapia più efficace: la preghiera sua e di tutti i fratelli (RB 28, 3-5). La comunità monastica non è una comunità di perfetti, ma è un campionario di infermità fisiche, morali, spirituali. E’ il modello più perfetto di quell’ospedale da campo dopo una battaglia, di cui dice Papa Francesco riferendosi alla Chiesa. I pazienti di questo ospedale si curano soprattutto con la medicina della misericordia. “Sappia l’abate di aver ricevuto anime inferme da curare, non anime sane su cui esercitare un potere dispotico” (RB 27, 6).
***
La misericordia ha a che fare col cuore e il cuore nella Scrittura è il centro della persona. Miser-cor: cuore misero, non miserabile nel senso dispregiativo che noi intendiamo, ma cuore consapevole della propria miseria e perciò pronto a chinarsi sulla miseria altrui, un cuore compassionevole, bisognoso di perdono e pronto al perdono. Per essere misericordiosi bisogna coltivare il proprio cuore e averne cura. San Benedetto, che è un profondo conoscitore del cuore umano, insiste molto su questo.
Com’è il nostro cuore? Può essere un cuore indurito, ostinato, chiuso. Se non è coltivato, diventa selvatico. Nel cuore possono sorgere pensieri malvagi, l’inganno, la falsità, l’ipocrisia, la mormorazione; il cuore può insuperbirsi, appesantirsi, disorientarsi. Un cuore cristiano, secondo San Benedetto, è un cuore con le orecchie: un cuore in ascolto, che coltiva la verità e la giustizia, un cuore che si allena come un atleta in quella palestra che è la vita fraterna, un cuore che impara a respirare profondo fino a dilatarsi nell’inesprimibile dolcezza dell’amore, tanto che gli riesce facile osservare i comandamenti. Un cuore così non arranca, ma corre nella via dei comandamenti (RB Prol 46). Un cuore umile, purificato dal pentimento, dalla preghiera e dalle lacrime è un cuore misericordioso. La misericordia è come la dilatazione di un cuore innamorato, che ama, perché sa di essere amato.
Un cuore nello stesso tempo tenero e forte, perché sa che il Signore lo scruta, un cuore che sa attendere e sperare nella preghiera e nella pazienza.
***
C’è nella Regola di Benedetto un vero gioiello che dovremmo sempre custodire, da cui non separarci mai. E’ un’espressione che si trova nel capitolo quarto intitolato “Gli strumenti delle buone opere”, che qualcuno intitola “Gli strumenti dell’arte spirituale”. San Benedetto vede il monastero come un’officina dove si lavora. Per lavorare bene occorre che gli artigiani maneggino degli strumenti da tenere sempre efficienti e in buono stato. Se tu non usi gli strumenti del lavoro, questi in poco tempo saranno inservibili. E tieni presente che questi strumenti – di cui ti servirai giorno e notte senza stancarti – li riconsegnerai a Dio nel giorno del giudizio. Quali sono questi strumenti? Ne elenca addirittura settantaquattro. Il primo è: “Prima di tutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze” (RB 4, 1). E continua con il Decalogo, va avanti con le opere di misericordia corporale e spirituale e continua con un crescendo fino all’ultimo strumento: MAI DISPERARE DELLA MISERICORDIA DI DIO (RB 4, 74).
Quando non ti fosse riuscito nella vita di usare come avresti voluto tutti gli altri strumenti delle buone opere, usa almeno l’ultimo: mai e poi mai disperare della misericordia di Dio! Quand’anche tu avessi fallito nella tua vita, non giudicarti da te stesso. Non disperare della misericordia di Dio! Non abbandonarti alla disperazione, aggràppati a questa tavola di salvezza! De misericordia Dei numquam desperare.
Dice Papa Francesco: “La misericordia apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato. […] La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona – e prosegue – Chiunque entrerà attraverso la Porta della Misericordia potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che perdona e dona speranza”.
MAI DISPERARE DELLA MISERICORDIA DI DIO!
Sr. M. Auxilia o.s.b.

” CHIESA IN USCITA”

aprile 15th, 2015

UNA CHIESA IN USCITA
1 Gli apostoli e i fratelli che stavano in Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. 2E, quando Pietro salì a Gerusalemme, i fedeli circoncisi lo rimproveravano 3dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».
4Allora Pietro cominciò a raccontare loro, con ordine, dicendo: 5«Mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e in estasi ebbi una visione: un oggetto che scendeva dal cielo, simile a una grande tovaglia, calata per i quattro capi, e che giunse fino a me. 6Fissandola con attenzione, osservai e vidi in essa quadrupedi della terra, fiere, rettili e uccelli del cielo. 7Sentii anche una voce che mi diceva: «Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!». 8Io dissi: «Non sia mai, Signore, perché nulla di profano o di impuro è mai entrato nella mia bocca». 9Nuovamente la voce dal cielo riprese: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano». 10Questo accadde per tre volte e poi tutto fu tirato su di nuovo nel cielo. 11Ed ecco, in quell’istante, tre uomini si presentarono alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. 12Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. 13Egli ci raccontò come avesse visto l’angelo presentarsi in casa sua e dirgli: «Manda qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; 14egli ti dirà cose per le quali sarai salvato tu con tutta la tua famiglia». 15Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo discese su di loro, come in principio era disceso su di noi. 16Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: «Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo». 17Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?” 18All’udire questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!». (Atti 11, 1-15)
“Uscire è non rimanere indifferenti alla miseria, alla guerra, alla violenza delle nostre città, all’abbandono degli anziani, all’anonimato di tanta gente bisognosa e alla distanza dai piccoli. Uscire e non tollerare che nelle nostre città cristiane ci siano tanti bambini che non sanno farsi il segno della croce. Questo è uscire. Uscire è essere operatori di pace, quella “pace” che il Signore ci dona ogni giorno e di cui il mondo ha tanto bisogno. “( Papa Francesco Ai partecipanti IV Convengo missionario, 22 .11.’14)
L’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco è il documento programmatico del suo pontificato. Esso esorta tutto il popolo di Dio, pastori e fedeli, ad assumere un determinato “stile” (EG 18; 33; 35) «per una nuova tappa evangelizzatrice» (EG 17), vale a dire un modo di essere, un atteggiamento che renda credibile oggi l’evangelizzatore. Papa Francesco ci traccia così una spiritualità – cioè una vita animata dallo Spirito – valida per la Chiesa tutta e per ogni cristiano che, in quanto tale, è chiamato ad essere evangelizzatore, con la vita e con la parola, nel luogo in cui abita e lavora.
“Uscire da se stessi” è una categoria chiave per comprendere il pensiero e la proposta di Papa Francesco, perché, come lui stesso dice, il Vangelo “ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé” (E.G. n. 21). Si tratta di una categoria antropologica, teologica, spirituale pastorale, che ha la sua origine nella stessa Trinità. Perché le Tre persone sono riferite l’una all’altra e sono in costante relazione tra loro, ma hanno voluto anche stabilire un’alleanza con noi. Da questa vita divina deriva un dinamismo di uscita da se stessi che la grazia imprime nel nostro cuore. Perciò la carità che ci fa uscire da noi stessi per andare verso gli altri, è la più grande delle virtù.
Quando diciamo che la Chiesa è missionaria per natura, stiamo dicendo proprio questo: è stata istituita affinchè uscisse costantemente da se stessa nel servizio, nel dialogo, nel dono di sé, nella missione. Il bene è di per sé diffusivo.
Se la realtà creata da Dio funziona così, e se il dinamismo della grazia è un dinamismo di uscita, allora l’unico modo per mantenerci vivi e crescere è uscire da noi stessi, e l’unico modo per una comunità di mantenersi viva e crescere è uscire da se stessa.
Se si capisce questo si smette di essere ossessionati dai propri interessi, di vivere sulla difensiva e si scopre che il modo migliore per vivere bene è saper entrare in se stesi per poter poi uscire da sé cercando il bene degli altri, aprendosi, donandosi, accogliendo, entrando in dialogo e in comunione.
Il Papa sta indicando alla Chiesa una strategia di rinnovamento e di fedeltà a Dio e all’uomo. E ciò richiede un rinnovamento di tutte le strutture e usanze ecclesiale affinchè siano più missionarie. E questa conversione esige una conversione personale ma anche comunitaria.

A chi non è capitato di rimanere stupito davanti alla bella fotografia di un atleta ripreso mentre tenta di “scalare” il cielo nel salto con l’asta o si lancia verso il traguardo nella corsa dei 100 metri, la più emozionante dell’atletica leggera? Lo stesso atleta ripreso da fermo non avrebbe suscitato in noi la stressa meraviglia. Qualcosa di simile può essere detto anche della Chiesa: un conto è pensarla come una realtà ferma, forse un po’ statica e rinchiusa in se stessa, e un conto è vederla mentre si apre verso l’esterno. Parlare di una Chiesa in movimento, in azione, è lo stesso che parlare di una chiesa segnata da uno stile missionario e che prende atto dell’urgenza di una nuova evangelizzazione. Il termine “evangelizzazione” è usato per ben 80 volte lungo tutta la Evangelii Gaudium.
“Chiesa in uscita” è una delle espressioni tipiche di Papa Francesco:l’’idea di una ‘chiesa in uscita’ percorre l’intera esortazione apostolica; infatti se si ha la pazienza – e il gusto -di leggere tutta la Evangelii Gaudium non si può che essere catturati dall’immagine di una chiesa in movimento, “in uscita” come ripete per una decina di volte papa Francesco. Lasciando per un attimo in secondo piano la questione dell’identità della Chiesa (che cos’è), il papa ha posto invece in primo piano il tema del perché esiste la Chiesa, del suo fine, o, se vogliamo, della sua vocazione. Scrive:
«L’evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). […] Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria» (nn. 19-20).
Come Abramo, come Mosè, come ogni credente, tutti siamo chiamati all’uscita missionaria, a lasciare l’accampamento, il luogo fortificato delle nostre sicurezza e a metterci sulle tracce di Gesù. “Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata:uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno del vangelo” (n.20) E aggiunge al n. 120 :
“…ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?”
Concepirsi come realtà in “uscita” è utile alla Chiesa anche per un esame di coscienza sulla propria vita interna.
Chi si appresta a un viaggio verifica che ciò che porta con sé sia necessario al cammino che sta per intraprendere e non sia invece un inutile peso o qualcosa che ormai ha fatto il suo tempo. Con semplici e incisive parole scrive papa Francesco:
«Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione….. “(n. 27).
Cambiare abitudini – «stili, orari, linguaggio» – significa andare contro la facile tentazione di fotocopiare il passato, comporta fatica, voglia di rischiare e non aver timore di qualche insuccesso.
Senza questa visione di una Chiesa “in uscita” la paura prevarrà su tutto il resto:
«Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto a sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (n. 49).
Ecco allora la domanda: «Perché la Chiesa deve pensarsi “in uscita”»? La risposta, pur nella sua semplicità, è più dimenticata di quanto non si pensi. La Chiesa deve pensarsi “in uscita” perché è missionaria e il cuore e il fine di ogni missione è l’annuncio del Vangelo agli uomini. Scrive Papa Francesco:
«Come la Chiesa è missionaria per natura, così sgorga inevitabilmente da tale natura la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove» (n. 179).
Al termine della lettura dell’esortazione si capisce con estrema facilità quale sia la principale preoccupazione di papa Francesco nei confronti della Chiesa: che essa non viva e comunichi più la «gioia del Vangelo» perché si è lasciata «rubare la forza missionaria» (n. 109).
Ascoltiamo ancora Papa Francesco: “Se la Chiesa è nata cattolica, vuol dire che è nata «in uscita», che è nata missionaria. Se gli Apostoli fossero rimasti lì nel cenacolo, senza uscire a portare il Vangelo, la Chiesa sarebbe soltanto la Chiesa di quel popolo, di quella città, di quel cenacolo. Ma tutti sono usciti per il mondo, dal momento della nascita della Chiesa, dal momento che è disceso su di loro lo Spirito Santo. E per questo la Chiesa è nata “in uscita”, cioè missionaria…”
Il papa ci incoraggia a uscire dalle nostre sacrestie e dai nostri schemi, dalle nostre abitudini e dalle nostre chiusure, per portare la gioia del Vangelo a tutti, e, in modo particolare, ai poveri. Il “non abbiate paura” di Giovanni Paolo II, ossia l’invito a spalancare le porte a Cristo, nel linguaggio di papa Francesco diventa l’invito a uscire nei campi della vita, come il buon seminatore, per spargere ovunque semi di bene, con gioia e generosità, senza preoccuparsi della produzione dei frutti. “La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte” (Cfr. Messaggio di Quaresima: Chiesa come ‘mano’ che tiene aperta la porta). “Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà”. E:G. n. 46
“La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte. …Nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. Questo vale soprattutto quando si tratta di quel sacramento che è “la porta”, il Battesimo. L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”. E.G. n. 47
“ Più della paura di sbagliare, spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata, e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6,37). E.G. 49
In altri termini la Chiesa sa che deve «andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi». Perché questo avvenga, papa Francesco ripropone con forza la richiesta della «conversione pastorale», che significa passare da una visione burocratica, statica e amministrativa della pastorale a una prospettiva missionaria; anzi, una pastorale in stato permanente di evangelizzazione. Il Kerigma (cioè il primo annuncio, l’annuncio principale) dice il Papa (n.164-165) è trinitario: “E’ il fuoco dello Spirito…che ci fa credere in Gesù Cristo, che con la sua morte e risurrezione ci rivela e ci comunica l’infinita misericordia del Padre”.” Non si deve pensare che nella catechesi il kerigma venga abbandonato a favore di una formazione che si presupporrebbe essere più solida…Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerigma”.
«L’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante» (n. 23): trovo molto suggestiva questa affermazione, che racchiude il senso di una Chiesa “in uscita”. Più si è vicini a Gesù, più si è spinti a camminare: a chi chiede di poterlo seguire, Gesù risponde che il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. L’esortazione apostolica ci richiama a questa profonda verità: non si può essere amici di Cristo e stare fermi. Papa Francesco esorta tutti a lasciare le proprie comodità e a «partire verso altri villaggi» (n. 21): penso a tante situazioni di immobilismo che si sono generate nelle opere ecclesiali, penso alla vita consacrata che si è un po’ accomodata nelle proprie strutture. Ma penso anche a tutte le opere di frontiera, a chi nelle periferie del mondo vive accanto agli esclusi, agli emarginati, a coloro che non hanno più fiducia e speranza nel futuro. La storia dei carismi ci dice che l’umanità è andata avanti e ha conosciuto sviluppo proprio grazie a persone che non hanno avuto paura di uscire dalle proprie comodità e dagli schemi culturali del proprio tempo. Persone che hanno avuto occhi nuovi per vedere cose belle laddove altri vedevano solo problemi. E quando si sa stare accanto, quando si hanno occhi nuovi, allora si spostano in avanti i paletti dell’umano: è stato così per i benedettini che hanno posto le premesse per il rinnovamento di una civiltà che stava morendo, per chi ha avuto l’intuizione delle prime scuole, dei primi ospedali, dei primi laboratori per imparare i mestieri. Oggi non bastano più scuole, ospedali, laboratori: dobbiamo spostarci su altre frontiere, andare in altri villaggi. E per capire quali sono i nuovi villaggi, dobbiamo uscire, “accorciare le distanze”, stare accanto alle persone “toccarle” e “abbracciarle”: solo questo ci darà slancio nuovo e indicazione sulla rotta da seguire. E’ questo –mi pare- il compito specifico per cui sono nate le Confraternite, che in Toscana si chiamano significativamente ‘Fratellanze’.
Spiega papa Francesco nell’ultimo capitolo della Evangelii Gaudium: dietro ogni progetto pastorale deve esserci uno spirito che spinge ad amarlo, e dietro ogni tappa pastorale nuova o riforma di strutture occorre sviluppare un determinato spirito una ‘mistica’ che risvegli l’interesse, il piacere, la passione per ciò che si vuole fare.
Lo ha detto bene papa Benedetto XVI: “le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini” (Spe salvi n. 24).
La riforma delle strutture dovrebbe consistere piuttosto in una semplificazione che ci liberi dalle zavorre temporanee che ostacolano il dinamismo missionario, e non tanto in una moltiplicazione di nuove strutture.

Come saprete, a novembre si svolgerà a Firenze il Convengo Ecclesiale Nazionale: una tappa importante per la Chiesa italiana. La Traccia di preparazione mette in evidenza 5 vie
che ben sintetizzano gli stimoli che il Papa ci ha dato nella Esortazione Apostolica che abbiamo brevemente ripercorso:
Uscire (come mai le nostre comunità faticano ad uscire da loro stesse?)
Annunciare (siamo capaci di testimoniare e motivare le nostre scelte di vita?)
Abitare (sappiamo tener conto delle sfide che i mutamenti in atto ci pongono innanzi?)
Educare (sappiamo contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati?
Trasfigurare (Siamo convinti che senza la preghiera e i sacramenti, la carità si svuoterebbe perché si ridurrebbe a filantropia?).

Periferie, cuore della missione

La periferia è il cuore
della missione della Chiesa,
è il cuore di ciò che vibra,
ciò che raccoglie i desideri
e le scelte dell’uomo.
Chi pone il suo cuore nelle periferie
è uno che esce continuamente
dalle sue sicurezze
e s’incammina verso l’altro
che vive lontano da sé…
Dio ci spinge a uscire da noi stessi
per incontrare, nel volto dei fratelli,
il suo stesso volto:
“Ciò che avete fatto
a uno di questi piccoli,
l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
Andare, uscire
verso gli ultimi, poveri e peccatori,
non vuol dire solo andare
verso i fratelli e le sorelle,
ma scoprire che Dio è già qui,
Lui accanto all’umanità.

Dalla presentazione del tema della GMM 2014

RICORDATI, ISRAELE

dicembre 18th, 2014

Ricordati, Israele!

Il tema sul quale ci vogliamo intrattenere è un filo conduttore molto forte che attraversa un po’ tutta la Scrittura e che ritengo sia molto attuale in questo momento: il tema del “ricordo”. Possiamo intitolare il nostro incontro con queste parole: Ricordati, Israele!
Percorreremo questo tema solo in alcune pagine molto significative.
Diciamo con premessa che il “ricordarsi” nel suo significato più comune è un’attività che impegna la nostra mente, ma il fatto stesso che ci ricordiamo di una persona, di una cosa o di una qualsiasi faccenda, vuol dire che quest’attività ci mette in relazione e in una relazione che comporta un intervento attivo. Nel ricordarci noi diventiamo operativi verso qualcuno o qualcosa: decidiamo un intervento.
Nella Scrittura la cosa assume una dimensione che va molto oltre e più profonda: il ricordarsi esprime una vita spirituale intensa, dove una persona ( o addirittura un popolo) si impegna a riflettere su se stessa.
Ma il ricordarsi nella Bibbia è prima di tutto un’attività di Dio: la persona vive perché Dio si ricorda di lei: Che cosa è l’uomo perché di lui ti ricordi? (Sal 8).
Il ricordarsi da parte di Dio è un evento attivo e creativo: quando egli si ricorda vuol dire che fa sorgere una situazione nuova, cambia tutto; quando egli si ricorda pensa all’alleanza e crea legami, li rinnova…
Quando Dio parla a Mosè dal roveto ardente e questi gli domanda: Come ti chiami?, e Dio gli rivela il suo nome: Io sono colui che sono, (cioè Colui che è e farà essere, accadere, diventare)…aggiunge: “Dirai agli Israeliti: il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione” (Es 3, 14-15).
Il Nome di Dio dice che si è imparentato con tutte le generazioni di Israele, che è un Dio dei vivi, che è entrato in una storia per sempre e si è compromesso con un gruppo che un po’ è popolo e un po’ è non-popolo. “Questo è il titolo con cui sarò ricordato” vuol dire che il ricordo non sarà solo un innocuo sforzo della memoria umana, ma vuol dire che anche l’uomo dovrà compromettersi con lui, metterà in gioco tutto se stesso: il ricordo metterà in movimento tutta la sua capacità di relazione, un dinamismo che lo impegna ad una sintonia con Lui e a un progetto unico, singolare.
Per questo il ricordarsi biblico non è solo qualcosa che appartiene al passato e riempie il cuore di nostalgia, ma un’attività che ha una forte incidenza nel presente e impegna per il futuro. Ricordare è rendere presente.

Israele si caratterizza come “popolo della memoria”: questa fa parte della spiritualità del popolo amato.
Il libro biblico che più di tutti sviluppa una teologia del ricordo è il Deuteronomio.
“Guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli.
Ricordati del giorno in cui sei comparso davanti al Signore tuo Dio sull’Oreb…” (Dt 4, 9-10). Niente deve cadere nella dimenticanza: il Deuteronomio insegna a leggere la storia come storia della salvezza. E’ un percorso educativo eccezionale.
Questo libro è uno sguardo di Mosè dall’alto del Monte Nevo, dove alla fine della sua vita contempla quella terra in cui non entrerà e lascia come testimonianza al popolo che ha guidato per quarant’anni nel deserto una serie di grandi discorsi. E’ come una sosta in cui rivede tutte le vicende dell’esodo e dice che tutto ciò che è avvenuto, culminato nel dono della Torah, deve radicarsi nel cuore degli Israeliti e deve diventare sapienza della vita. Questo è necessario – si esige – per poter entrare nella terra. Il Deuteronomio è una grande catechesi posta in bocca a Mosè: tutto ciò che vi è scritto narra ciò che precede l’ingresso nella terra di Canaan.
Ma quando il Deuteronomio viene messo per iscritto (il tempo di Giosia (VII sec.) Israele è insediato nella terra circa da quattro secoli.
Il tempo del deserto è un evento molto lontano; Israele gode già della terra ricevuta come dono. Nel Deuteronomio rivive attraverso una lunga meditazione quel tempo, che è il tempo fondante della propria storia, il tempo delle origini, che è sempre un tempo privilegiato, il tempo del primo incontro/primo amore. quando il Signore ha stretto un legame di alleanza con esso e Israele deve sempre tornare a confrontarsi con quegli eventi.
Perché quattro secoli dopo Israele avverte questo bisogno? Che cosa è accaduto?
Esso sta vivendo il tempo del benessere (VIII-VII sec. a. C. Regni di Geroboamo II e Uzzia): cresce l’economia che da pastorale e agricola comincia a diventare anche commerciale; c’è un incremento dell’attività edilizia, che dice maggiore stabilità rispetto al nomadismo; Israele nel benessere non sa essere fedele, si è dimenticato, viene preso dal malessere dell’autosufficienza e dell’auto-esaltazione. Pur vivendo nella terra che Dio ha dato ai padri e pur godendo di essa, è come se l’avesse perduta, come se ne fosse uscito. Perché il legame con la terra non può essere vissuto e compreso al di fuori di una logica divina che è quella del dono, della gratuità.
Queste pagine sono scritte per quelli che abitano già nella terra, ma necessitano di rifare un percorso spirituale per capire ciò che il Signore ha fatto per loro. Che ne hanno fatto del dono di Dio?
Lo scrittore sacro offre un’intelligenza per tornare ad abitare consapevolmente la loro terra, il cui proprietario è il Signore Dio.

Leggiamo Dt 8:
“1Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso del paese che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri” .
L’invito a mettere in pratica i comandamenti è condizione indispensabile per vivere, moltiplicarsi, entrare nella terra.
Tutto il testo è costruito secondo una contrapposizione spazio-temporale tra i quarant’anni nei quali il Signore ha condotto il popolo nel deserto e l’oggi nella terra. Puoi vivere una relazione vitale e feconda con la terra facendo riferimento a quegli anni

“2Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. 3Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
4Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni.
5Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te”.
Ecco l’insistenza sul tema della memoria. Israele deve ricordare tutto un arco di storia in cui il Signore lo ha condotto. Senza il Signore non sarebbe esistito; senza di lui sarebbe morto nel deserto. Il popolo ha bisogno di riconoscere la sua dipendenza da Dio. Il cammino non è stato facile ed ha lasciato dei segni profondi nella carne di questo popolo: umiliazioni e prove, soprattutto la fame e la sete per sapere ciò che aveva nel cuore. Non Dio voleva sapere, perché conosceva bene il cuore del suo popolo, ma poerché Israele conoscesse se stesso e il proprio cuore, la sua stessa verità, le sue limitatezze e imparasse arapportarsi continuamente con il Signore. Dio mette a nudo la sua realtà più profonda. Il deserto – dove la vita è impossibile – è il banco di prova, dove vengono fuori tutte le fragilità nascoste. E’ qui che l’amore viene provato. Dio smaschera Israele e lo purifica dall’idolatria. Il popolo non poteva affrontare il deserto con le sue sole forze. Nella privazioni Israele deve imparare a riconoscere Dio come unico suo bene e come tutto è dono. l’acqua e la manna.
L’unico cibo di cui dispone è qualcosa di misterioso, che il Signore fa cadere durante la notte e che Israele trova alla mattina come sorpresa, come una cosa minuta e granulosa, come la brina.
E’ un cibo di cui non conosce neanche il nome: “Man hu?”, si domanda. Di questo cibo non poteva disporre, non poteva farsi la provvista: Lo doveva ricevere giorno per giorno, rimettendosi continuamente alla fiducia in Dio, e rischiando anche di non trovarlo il giorno seguente. E’ un esercizio spirituale che il Signore gli fa compiere, per fargli capire che ciò il solo cibo essenziale di cui ha bisogno è la parola del Signore. Si può anche essere morti di fame, ma essere morti spiritualmente (privi del pane della parola) è molto peggio.
Anche Gesù dirà: “Ho da mangiare un cibo che non conoscete, che è fare la volontà del Padre mio” (Gv 4, 34).
“Il tuo vestito non ti si è logorato addosso…”: Dio ha provveduto a te in tutto, ti ha portato come un figlio: “…Hai visto come il Signore tuo Dio ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che avete fatto finché non siete arrivati qui” (Dt 1, 31).
Ti ha portato: portare non solo in braccio , ma ti ha educato. Al v. 5 c’è il motivo sapienziale della correzione, che manifesta la responsabilità paterna di Dio: Israele è un popolo consacrato al Signore, privilegiato tra tutti i popoli; Dio lo ha scelto non perché è il più numeroso, ma perché lo ama (Dt 7, 6-7); “Voi siete figli per il Signore Dio vostro” (Dt 14, 1).
Torna ricorrente l’espressione: il Signore tuo Dio: è un continuo richiamo all’alleanza; ricorda il legame sponsale tra Dio e il popolo, che si consuma nel deserto. Ricordare i comandamenti è una richiesta esplicita di amore e di fedeltà al patto di alleanza.

“6 Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo; 7 perché il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile; paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; 8 paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; 9 paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame. 10 Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato”.
La descrizione della terra evoca il giardino di Eden. Il termine tradotto “paese” è letteralmente “terra” (69!, ’eretz) tov, bella e buona. E’ il contrario del deserto: i segni di morte che Israele ha sperimentato vengono trasformati dal Signore in segni di vita. Acqua, frutti, pane, pietre, miniere.
Tanta abbondanza è dono di Dio e il suo godimento deve salire come benedizione. Ma c’è una sottile tentazione: l’abbondanza può indurre alla sazietà fino all’ingordigia e alla dimenticanza del Donatore.

“11 Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti do.
12 Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, 13 quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, 14 il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; 15 che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; 16 che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire”.
I beni sono cosa buona, ma vanno goduti nella benedizione e nel rendimento di grazie. La tentazione in cui Israele cade è quella dell’autosufficienza: inorgoglirsi (radice ram) è farsi alto, innalzarsi e mettersi al posto di Dio, fino a dimenticarlo, cioè a cancellarlo dalla propria esistenza e a divinizzare l’opera delle proprie mani e i propri progetti. La terra e il lavoro sono categorie di salvezza: l’uomo che si dimentica del Signore rende il benessere causa di male, ingiustizia e divisione. L’uomo che rinnova l’esperienza dell’esodo fa dell’abbondanza motivo di condivisione.
Le espressioni: “Ti ha fatto uscire, ti ha condotto..”, sono narrate con il participio, che è atemporale: esprime un’azione di liberazione permanente da parte del Signore: egli ti ha fatto uscire e ti fa ancora uscire; ti ha condotto e ancora ti conduce.
L’insegnamento è quello di vivere come chi continua a uscire dall’Egitto, ad essere dissetato, nutrito…prodigiosamente, anche nel benessere.

“17 Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. 18 Ricordati invece del Signore tuo Dio perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri. 19 Ma se tu dimenticherai il Signore tuo Dio e seguirai altri dèi e li servirai e ti prostrerai davanti a loro, io attesto oggi contro di voi che certo perirete! 20 Perirete come le nazioni che il Signore fa perire davanti a voi, perché non avrete dato ascolto alla voce del Signore vostro Dio”.

Ricordare è credere (Heschel) e credere è ricordare.
La teologia del ricordo è uno dei fili conduttori non solo della Scrittura, ma anche nella vita della Chiesa (pensiamo alla Liturgia) e anche della nostra vita. E la Scrittura ci educa a leggere la nostra vita come storia della salvezza.
Il ricordo serve a mantenere pura la fede; fa parte dell’educazione alla fede.
Israele dopo quattro secoli sente il bisogno di fare una lectio divina della propria vicenda, per ritrovare se stesso. Perché la lectio divina è importante per noi? Perché ci radica di più nella vocazione.
E’ importante ogni giorno ed è importante dopo cinquanta, quaranta, venti anni di vita in monastero sentire questa fame, fare una sosta per una lectio divina del percorso attraverso cui il Signore ci ha condotte.
Israele è una storia scritta da Dio, così come lo è la Chiesa, la nostra congregazione e ciascuna di noi. Dimenticare questo è dimenticare se stessi, venire meno alla fedeltà alla nostra storia. Siamo vive finché ricordiamo.

Secondo la Scrittura la persona che ricorda è una persona sapiente: è questo l’ideale dei libri sapienziali, specialmente del Siracide (cfr Sir 44-50: l’elogio degli antenati nella storia).
In Sir 39, 1-11 c’è la figura simpatica dello scriba sapiente: che medita la legge dell’Altissimo. Egli indaga la sapienza di tutti gli antichi, si dedica allo studio delle profezie. Conserva i detti degli uomini famosi, penetra le sottigliezze delle parabole, indaga il senso recondito dei proverbi…Di buon mattino rivolge il cuore al Signore, che lo ha creato, prega davanti all’Altissimo, apre la bocca alla preghiera, implora per i suoi peccati….”.
La memoria è un fatto dinamico: ci trasmette la conoscenza del Signore e la sua volontà per l’oggi. E ci dà una certezza: lui che ha operato nei tempi passati, opera anche oggi e continuerà ad operare nel futuro.
E’ la certezza che percorre le pagine anche nel NT (facciamo un bel salto!). Nei cantici del Magnificat e del Benedictus noi ogni giorno cantiamo: “Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia” (Lc 1, 54), e ancora: “Si è ricordato della sua santa alleanza” (lc 1, 72).
Sembra che il Signore Dio, quando compie in Gesù l’opera della salvezza, “accende al massimo” la lampada della sua “memoria” e fa sì che tutta la riflessione sapienziale di Israele di raccolga nella persona di Maria di Nazaret, che diventa l’erede dei sapienti d’Israele.
Per capire chi è Gesù, Maria rifà in se stessa tutto il cammino d’Israele, anzi parte da molto prima, dalla creazione, poi ripercorre l’Egitto, l’esodo, l’esilio, la terra promessa.
Conserva il ricordo dei fatti, delle parole che riguardano Gesù e li approfondisce; li mette a confronto con le Scritture d’Israele, ne ricerca il senso. E’ come lo scriba sapiente: custodisce anche le parole che non comprende sul momento. In questa luce riesce a vivere con Gesù la Passione e la morte e a restare in piedi accanto a lui, senza rimanerne schiacciata.
Quando l’evangelista Luca narra la visita dei pastori a Betlemme, dice: “Maria da parte sua custodiva tutte queste parole meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19).
E poco dopo, quando narra l’episodio del ritrovamento di Gesù nel tempio, dice ancora: “Sua madre custodiva tutte queste parole nel suo cuore” (Lc 2, 51 b). Sembrano due espressioni perfettamente uguali, ma ci sono delle sfumature che ci dicono quanto era viva la spiritualità del ricordo nella Madre di Gesù.
Il ricordo è un grande dinamismo attivo in Maria nel raccogliere e irradiare gli eventi: e cosa fa? Li collega. Nel suo cuore mette insieme i vari “pezzetti” della sua storia e della storia di Gesù e li fa combaciare con le promesse divine ai padri. E tutto questo lo trasmette alla comunità e diventa carne e sangue della Chiesa.

Ma chi è che muove tutto questo?
Quando Dio parla a Maria attraverso l’angelo, le porta lo Spirito Santo e lo Spirito quando opera la nuova creazione nel suo grembo, le dà anche l’intelligenza per intendere la storia di Israele e la sua storia alla luce di ciò che le sta accadendo. Tutta la vicenda d’Israele si raccoglie lì, nella modesta casa di Nazaret e di là riprende a scorrere e continua fino ad oggi.
Chi sveglia il ricordo nei “dormienti” discepoli è lo Spirito Santo.
Nei discepoli di Gesù e nelle vicende legate alla comunità delle origini il ricordo prende vita come evento pasquale. Dopo la risurrezione la parole di Gesù attraverso il ricordo assume nuova potenza: è la forza impressa dallo Spirito stesso del Signore risorto.
“Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14, 26). Il Paraclito ha una funzione docente e memoriale.
Vi restituirà tutto il patrimonio che vi ho trasmesso e voi sarete capaci di appropriarvene in modo consapevole. Insegnare e ricordare non è una lezione di recupero dalla dimenticanza. Insegnare e ricordare per lo Spirito è reinventare; è conoscenza nuova della parola e dell’opera di Gesù.
Qual è l’oggetto della memoria? E’ il mistero di Cristo (la verità tutta intera). Lo Spirito Paraclito è la “memoria in atto” di Gesù. Gesù torna al Padre, ma lascia lo spazio allo Spirito; lo Spirito intreccia una relazione particolare con i discepoli e in particolare con chi?
Con il discepolo che Gesù amava: il discepolo che rimane fino al ritorno del Signore e rimane per rendere la sua testimonianza e tenere vivo il “ricordo”. E il ricordo è salvifico: rende presente in noi tutta l’opera della salvezza: dalla creazione all’esodo, dall’esilio al ritorno nella terra, dalla prima Pasqua celebrata in fretta e in fuga fino alla Pasqua di Cristo, che è il culmine dell’amore di Dio per l’umanità. Sr. M.Auxilia o.s.b.

Il termine “CUSTODIRE” nel PENTATEUCO

settembre 16th, 2013

“ CUSTODIRE” : un percorso attraverso il PENTATEUCO

 Il rapporto con la terra e il giardino di Eden

Uscito dalle mai di Dio e a lui legato da un vincolo di comunione interiore, l’uomo inizia la sua avventura di lavorazione e custodia del creato. L’uomo, modellato sul suo Creatore, è posto appunto sulla terra per ‘coltivarla e custodirla’. Questo impegno è descritto in Genesi  come una custodia, il coltivare e custodire la terra.un’esperienza affascinante e d esaltante. E’ evidente l’ ‘incarnazione’ della fede biblica che àncora l’essere umano alla realtà, al quotidiano, alla concretezza dell’esistenza con un compito bello e impegnativo.
Prima ancora che l’uomo venga generato, è messo in luce il suo rapporto con la terra: l’uomo è plasmato perché deve prendersi cura della terra, arida per l’assenza non solo della pioggia, ma anche dell’uomo che la coltivi (2, 5).
Il legame dell’uomo con la terra emerge dalla stessa etimologia: ’ādām è il nome dell’uomo, ’ǎdāmâ, quello della terra.
L’uomo deve coltivare la terra (2,5), è plasmato con il fango della terra (2,7) e riceve da Dio l’incarico di «coltivare» e «custodire» il giardino di Eden (2,15).

Mi sembra interessante quanto scrive in proposto Procopio di Cesarea (Cesarea in Palestina, ca. 490Costantinopoli, ca. 565) è stato uno storico bizantino.)

“ Che cosa bisognava operare dal momento che il paradiso traboccava di ogni bene, se non il precetto divino di credere nel Creatore? L’uomo dunque ‘lavorava’ col ‘custodire’ tale precetto; anche il Salvatore, infatti, chiama ‘opera’ questo precetto: “Questa è l’opera di Dio, che crediate in Colui che egli ha mandato” (Gv. 6,29). E non essendoci il pericolo di alcun ladro, l’uomo doveva ‘custodire’ il paradiso da altra cosa, cioè dal perderlo con la disubbidienza, o, se si vuole, ‘custodendosi’ dal diavolo, che vi sarebbe entrato di nascosto per sedurlo”.

E Lutero (1483 – 1546 ) : “ Giova ricordare che l’uomo fu creato non per l’ozio, ma  . anche nello stato d’innocenza per il lavoro. E come il lavoro e l’attività sarebbero stati senza molestia, così anche sarebbe stata felicissima la difesa e la custodia, che invece ora è quanto mai piena di pericolo. Adamo con una sola parola, anzi con un cenno, avrebbe messo in fuga anche gli orsi e i leoni. Lavorare e custodire, parole oggi tristi e difficili, allora erano un gioco e somma delizia dell’uomo”.


  La creazione è affidata al lavoro dell’uomo, visto nei suoi concreti ed attivi rapporti con la natura.. L’uomo deve «coltivare» il giardino di Eden, ma anche «custodirlo», salvaguardandone l’ordine e l’integrità. Il lavoro umano non può deturpare il mondo naturale.
I verbi usati ’ābad (coltivare) e šāmar (custodire) hanno entrambi un profondo significato religioso. L’uno si riferisce anche al servizio dei culto e ai rapporti con Dio; l’altro è usato anche per indicare la fedeltà a Dio con l’osservanza della legge. L’uomo è responsabile dinanzi a Dio del giardino della creazione.
C’è il senso del rispetto del creato..
Così, nel contrasto tra un mondo ideale, di liberazione dal male e dal dolore, e il mondo esistente, sofferente e malvagio, emerge una tensione, emerge il senso del presente, sospeso tra un prima e un poi. In quest’ottica, si chiarisce il senso biblico e cristiano di un cammino da percorrere, quel cammino lungo il quale l’uomo, il delegato di Dio, il sacerdote del creato, deve guidare la creazione. Scrive Barth: «l’attenzione del creato […] aspetta con noi; no, essa aspetta noi».

 Lavorare e custodire

I due termini ‘lavorare’ e ‘custodire’ sono un binomio abbastanza frequente nel Pentateuco. specialmente in riferimento alla custodia dei precetti divini.

In ebraico il verbo «lavorare» ʿāvad, indica anche il servizio che il popolo è chiamato a rendere a Dio come conseguenza della liberazione dall’Egitto e del patto stipulato al Sinai (cf. Gs 24,14-24) L’altro verbo «custodire» šāmar oltre al senso profano di «guardare», «tenere sotto osservazione» (Gen 4,9 “Allora il Signore disse a Caino. Dov’è Abele, tuo fratello? Egli rispose: non lo so. Sono forse io custode di mio fratello?” ; Gen. 30,31 “Riprese Labano: Che cosa ti devo dare? Giacobbe rispose: non mi devi nella; se tu farai per me quanto ti dico ritornerò a pascolare il tuo gregge e a custodirlo”). Custodire è specialmente usato in riferimento alla custodia dei precetti divini e per indicare l’osservanza e la custodia gelosa della Torah, specialmente dei comandamenti (Gn 17,9 “Disse Dio ad Abramo: Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione”; Lv 18,5 “Osserverete dunque le mie leggi e le mie prescrizioni, mediante le quali chiunque le metterà in pratica vivrà. Io sono il Signore; Es 19,5 “Ora darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza”; Dt 5,1.12 (il Decalogo) e Mosè nelle sue ultime disposizioni inviterà le generazioni future a ‘custodire’ i comandamenti (Dt. 32, 1-43 ( = il Cantico di Mosè); I due termini ‘lavorare e custodire’ , come ho già detto, significano anche ‘servire e osservare’ e sono i due termini classici della teologia dell’alleanza: “Essi osservano la tua parola e custodiscono la tua alleanza “ (Dt. 33,9). Israele può così partecipare alla vita di Dio; egli è la proprietà particolare e personale di Dio, che si è acquistato liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto e facendo alleanza con lui.

Ma l’alleanza è anche un impegno di Dio nei confronti del suo popolo. Se il popolo grida (Es. 2,23) Dio lo ascolta e interviene per salvarlo. L’alleanza è un rapporto di amore, una preoccupazione, un impegno che si fa concreto: Dio interviene nella storia del popolo schiavo e lo libera.

I due verbi possono anche essere resi con «lavorare custodendo», per indicare che il compito dell’umanità è custodire qualcosa che non gli appartiene e che non può arrogarsi il diritto di reputarla una proprietà privata; oppure con «custodire lavorando», per sottolineare che la custodia non è un dolce far nulla ma implica anche la capacità trasformativa. i due verbi non fanno riferimento alcun tipo di sfruttamento e di rapina delle risorse del giardino, al contrario esprimono idea di cura e di attenzione, vale a dire contribuiscono alla stessa bellezza e delizia del giardino.

C’è un’alleanza con Dio che si esprime nel quotidiano, nell’impegno costante e amoroso – liturgico direi – della trasformazione del mondo.

La creazione è un processo e non un dato di fatto. Per quanto riguarda il «terrestre» questo processo si era configurato come distinzione dalla terra ma senza opposizioni alla terra; ora si presenta come sovranità e dominio sulla terra/giardino ma senza tirannia. Si delinea una specie di ordine gerarchico con al vertice l’uomo che non scade in oppressione e sfruttamento.

In Gen. 4,9 abbiamo il triste episodio della ‘non custodia’ e delle sue tragiche conseguenze. Cito dalle parole di Papa Francesco, alla Veglia per la Pace, lo scorso 7 settembre :

Dio chiede alla coscienza dell’uomo: ‘Dov’è Abele tuo fratello?’. E Caino risponde: ‘Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?’. Anche a noi è rivolta questa domanda e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello! Essere persona umana significa essere custodi gli uni degli altri! E invece, quando si rompe l’armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere, da sopprimere.”

Nel Pentateuco soggetto frequente della custodia è l’uomo, sia in quanto individuo che come collettività.

Es. 12,42 ci narra come nella notte di Pasqua Dio vigilò su Israele per proteggerlo e custodirlo mentre usciva dall’Egitto. Perciò questa notte è la notte di veglia in onore del Signore per gli Israeliti di tutte le generazioni.

L’uso spirituale e religioso del verbo custodire permette di individuare i tratti caratteristici del popolo di Dio e della comunità dell’alleanza: custodire significa anche obbedire. E la fedeltà di Dio spenge il popolo a osservare/custodire i comandamenti, ad ascoltare le clausole del patto: Deut. 8, 2-6: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio,  ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto  . per umiliarti e metterti alla prova, per sapere …se tu avresti osservato o no i tuoi comandi….Osserverai i comandi del Signore tuo Dio, camminando nelle sue vie e temendolo”.

Leggiamo in  Es. 23,20 come Dio custodisca il suo popolo: “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato” (Canaan), e in Dt.. 32,10-11: (Cantico di Mosè) “ Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese…”. Come nei testi profetici, il deserto è il luogo della prova, ma anche della cura, della custodia di Dio: lì si impara a custodire, come conseguenza del riconoscere le azioni di Dio. Il deserto è infatti il luogo della guida di Dio, poiché non è tanto Israele che cerca Dio nel deserto, ma è Dio che cerca Israele, che lo cura e lo custodisce, che non fa mancare nulla di necessario al suo popolo  in quel luogo difficile e di morte.

Scrive San Girolamo: “Come un’aquila il Signore apre le sue ali su di noi, la sua nidiata. Il Signore è paragonato a un’aquila che protegge e custodisce i suoi piccoli. La similitudine è appropriata: Dio ci custodisce come un padre e come una gallina che fa la guardia ai suoi pulcini affinché non possano essere rapiti dal falco”. Gesù sarà sollevato sulla croce e allargherà le sua braccia perché in lui possiamo avere rifugio. La ‘custodia’  da parte di Dio che troviamo nell’A.T. trova la sua pienezza in Cristo.