Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

” CHIESA IN USCITA”

aprile 15th, 2015

UNA CHIESA IN USCITA
1 Gli apostoli e i fratelli che stavano in Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. 2E, quando Pietro salì a Gerusalemme, i fedeli circoncisi lo rimproveravano 3dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».
4Allora Pietro cominciò a raccontare loro, con ordine, dicendo: 5«Mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e in estasi ebbi una visione: un oggetto che scendeva dal cielo, simile a una grande tovaglia, calata per i quattro capi, e che giunse fino a me. 6Fissandola con attenzione, osservai e vidi in essa quadrupedi della terra, fiere, rettili e uccelli del cielo. 7Sentii anche una voce che mi diceva: «Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!». 8Io dissi: «Non sia mai, Signore, perché nulla di profano o di impuro è mai entrato nella mia bocca». 9Nuovamente la voce dal cielo riprese: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano». 10Questo accadde per tre volte e poi tutto fu tirato su di nuovo nel cielo. 11Ed ecco, in quell’istante, tre uomini si presentarono alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. 12Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. 13Egli ci raccontò come avesse visto l’angelo presentarsi in casa sua e dirgli: «Manda qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; 14egli ti dirà cose per le quali sarai salvato tu con tutta la tua famiglia». 15Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo discese su di loro, come in principio era disceso su di noi. 16Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: «Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo». 17Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?” 18All’udire questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!». (Atti 11, 1-15)
“Uscire è non rimanere indifferenti alla miseria, alla guerra, alla violenza delle nostre città, all’abbandono degli anziani, all’anonimato di tanta gente bisognosa e alla distanza dai piccoli. Uscire e non tollerare che nelle nostre città cristiane ci siano tanti bambini che non sanno farsi il segno della croce. Questo è uscire. Uscire è essere operatori di pace, quella “pace” che il Signore ci dona ogni giorno e di cui il mondo ha tanto bisogno. “( Papa Francesco Ai partecipanti IV Convengo missionario, 22 .11.’14)
L’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco è il documento programmatico del suo pontificato. Esso esorta tutto il popolo di Dio, pastori e fedeli, ad assumere un determinato “stile” (EG 18; 33; 35) «per una nuova tappa evangelizzatrice» (EG 17), vale a dire un modo di essere, un atteggiamento che renda credibile oggi l’evangelizzatore. Papa Francesco ci traccia così una spiritualità – cioè una vita animata dallo Spirito – valida per la Chiesa tutta e per ogni cristiano che, in quanto tale, è chiamato ad essere evangelizzatore, con la vita e con la parola, nel luogo in cui abita e lavora.
“Uscire da se stessi” è una categoria chiave per comprendere il pensiero e la proposta di Papa Francesco, perché, come lui stesso dice, il Vangelo “ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé” (E.G. n. 21). Si tratta di una categoria antropologica, teologica, spirituale pastorale, che ha la sua origine nella stessa Trinità. Perché le Tre persone sono riferite l’una all’altra e sono in costante relazione tra loro, ma hanno voluto anche stabilire un’alleanza con noi. Da questa vita divina deriva un dinamismo di uscita da se stessi che la grazia imprime nel nostro cuore. Perciò la carità che ci fa uscire da noi stessi per andare verso gli altri, è la più grande delle virtù.
Quando diciamo che la Chiesa è missionaria per natura, stiamo dicendo proprio questo: è stata istituita affinchè uscisse costantemente da se stessa nel servizio, nel dialogo, nel dono di sé, nella missione. Il bene è di per sé diffusivo.
Se la realtà creata da Dio funziona così, e se il dinamismo della grazia è un dinamismo di uscita, allora l’unico modo per mantenerci vivi e crescere è uscire da noi stessi, e l’unico modo per una comunità di mantenersi viva e crescere è uscire da se stessa.
Se si capisce questo si smette di essere ossessionati dai propri interessi, di vivere sulla difensiva e si scopre che il modo migliore per vivere bene è saper entrare in se stesi per poter poi uscire da sé cercando il bene degli altri, aprendosi, donandosi, accogliendo, entrando in dialogo e in comunione.
Il Papa sta indicando alla Chiesa una strategia di rinnovamento e di fedeltà a Dio e all’uomo. E ciò richiede un rinnovamento di tutte le strutture e usanze ecclesiale affinchè siano più missionarie. E questa conversione esige una conversione personale ma anche comunitaria.

A chi non è capitato di rimanere stupito davanti alla bella fotografia di un atleta ripreso mentre tenta di “scalare” il cielo nel salto con l’asta o si lancia verso il traguardo nella corsa dei 100 metri, la più emozionante dell’atletica leggera? Lo stesso atleta ripreso da fermo non avrebbe suscitato in noi la stressa meraviglia. Qualcosa di simile può essere detto anche della Chiesa: un conto è pensarla come una realtà ferma, forse un po’ statica e rinchiusa in se stessa, e un conto è vederla mentre si apre verso l’esterno. Parlare di una Chiesa in movimento, in azione, è lo stesso che parlare di una chiesa segnata da uno stile missionario e che prende atto dell’urgenza di una nuova evangelizzazione. Il termine “evangelizzazione” è usato per ben 80 volte lungo tutta la Evangelii Gaudium.
“Chiesa in uscita” è una delle espressioni tipiche di Papa Francesco:l’’idea di una ‘chiesa in uscita’ percorre l’intera esortazione apostolica; infatti se si ha la pazienza – e il gusto -di leggere tutta la Evangelii Gaudium non si può che essere catturati dall’immagine di una chiesa in movimento, “in uscita” come ripete per una decina di volte papa Francesco. Lasciando per un attimo in secondo piano la questione dell’identità della Chiesa (che cos’è), il papa ha posto invece in primo piano il tema del perché esiste la Chiesa, del suo fine, o, se vogliamo, della sua vocazione. Scrive:
«L’evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). […] Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria» (nn. 19-20).
Come Abramo, come Mosè, come ogni credente, tutti siamo chiamati all’uscita missionaria, a lasciare l’accampamento, il luogo fortificato delle nostre sicurezza e a metterci sulle tracce di Gesù. “Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata:uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno del vangelo” (n.20) E aggiunge al n. 120 :
“…ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?”
Concepirsi come realtà in “uscita” è utile alla Chiesa anche per un esame di coscienza sulla propria vita interna.
Chi si appresta a un viaggio verifica che ciò che porta con sé sia necessario al cammino che sta per intraprendere e non sia invece un inutile peso o qualcosa che ormai ha fatto il suo tempo. Con semplici e incisive parole scrive papa Francesco:
«Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione….. “(n. 27).
Cambiare abitudini – «stili, orari, linguaggio» – significa andare contro la facile tentazione di fotocopiare il passato, comporta fatica, voglia di rischiare e non aver timore di qualche insuccesso.
Senza questa visione di una Chiesa “in uscita” la paura prevarrà su tutto il resto:
«Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto a sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (n. 49).
Ecco allora la domanda: «Perché la Chiesa deve pensarsi “in uscita”»? La risposta, pur nella sua semplicità, è più dimenticata di quanto non si pensi. La Chiesa deve pensarsi “in uscita” perché è missionaria e il cuore e il fine di ogni missione è l’annuncio del Vangelo agli uomini. Scrive Papa Francesco:
«Come la Chiesa è missionaria per natura, così sgorga inevitabilmente da tale natura la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove» (n. 179).
Al termine della lettura dell’esortazione si capisce con estrema facilità quale sia la principale preoccupazione di papa Francesco nei confronti della Chiesa: che essa non viva e comunichi più la «gioia del Vangelo» perché si è lasciata «rubare la forza missionaria» (n. 109).
Ascoltiamo ancora Papa Francesco: “Se la Chiesa è nata cattolica, vuol dire che è nata «in uscita», che è nata missionaria. Se gli Apostoli fossero rimasti lì nel cenacolo, senza uscire a portare il Vangelo, la Chiesa sarebbe soltanto la Chiesa di quel popolo, di quella città, di quel cenacolo. Ma tutti sono usciti per il mondo, dal momento della nascita della Chiesa, dal momento che è disceso su di loro lo Spirito Santo. E per questo la Chiesa è nata “in uscita”, cioè missionaria…”
Il papa ci incoraggia a uscire dalle nostre sacrestie e dai nostri schemi, dalle nostre abitudini e dalle nostre chiusure, per portare la gioia del Vangelo a tutti, e, in modo particolare, ai poveri. Il “non abbiate paura” di Giovanni Paolo II, ossia l’invito a spalancare le porte a Cristo, nel linguaggio di papa Francesco diventa l’invito a uscire nei campi della vita, come il buon seminatore, per spargere ovunque semi di bene, con gioia e generosità, senza preoccuparsi della produzione dei frutti. “La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte” (Cfr. Messaggio di Quaresima: Chiesa come ‘mano’ che tiene aperta la porta). “Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà”. E:G. n. 46
“La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte. …Nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. Questo vale soprattutto quando si tratta di quel sacramento che è “la porta”, il Battesimo. L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”. E.G. n. 47
“ Più della paura di sbagliare, spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata, e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6,37). E.G. 49
In altri termini la Chiesa sa che deve «andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi». Perché questo avvenga, papa Francesco ripropone con forza la richiesta della «conversione pastorale», che significa passare da una visione burocratica, statica e amministrativa della pastorale a una prospettiva missionaria; anzi, una pastorale in stato permanente di evangelizzazione. Il Kerigma (cioè il primo annuncio, l’annuncio principale) dice il Papa (n.164-165) è trinitario: “E’ il fuoco dello Spirito…che ci fa credere in Gesù Cristo, che con la sua morte e risurrezione ci rivela e ci comunica l’infinita misericordia del Padre”.” Non si deve pensare che nella catechesi il kerigma venga abbandonato a favore di una formazione che si presupporrebbe essere più solida…Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerigma”.
«L’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante» (n. 23): trovo molto suggestiva questa affermazione, che racchiude il senso di una Chiesa “in uscita”. Più si è vicini a Gesù, più si è spinti a camminare: a chi chiede di poterlo seguire, Gesù risponde che il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. L’esortazione apostolica ci richiama a questa profonda verità: non si può essere amici di Cristo e stare fermi. Papa Francesco esorta tutti a lasciare le proprie comodità e a «partire verso altri villaggi» (n. 21): penso a tante situazioni di immobilismo che si sono generate nelle opere ecclesiali, penso alla vita consacrata che si è un po’ accomodata nelle proprie strutture. Ma penso anche a tutte le opere di frontiera, a chi nelle periferie del mondo vive accanto agli esclusi, agli emarginati, a coloro che non hanno più fiducia e speranza nel futuro. La storia dei carismi ci dice che l’umanità è andata avanti e ha conosciuto sviluppo proprio grazie a persone che non hanno avuto paura di uscire dalle proprie comodità e dagli schemi culturali del proprio tempo. Persone che hanno avuto occhi nuovi per vedere cose belle laddove altri vedevano solo problemi. E quando si sa stare accanto, quando si hanno occhi nuovi, allora si spostano in avanti i paletti dell’umano: è stato così per i benedettini che hanno posto le premesse per il rinnovamento di una civiltà che stava morendo, per chi ha avuto l’intuizione delle prime scuole, dei primi ospedali, dei primi laboratori per imparare i mestieri. Oggi non bastano più scuole, ospedali, laboratori: dobbiamo spostarci su altre frontiere, andare in altri villaggi. E per capire quali sono i nuovi villaggi, dobbiamo uscire, “accorciare le distanze”, stare accanto alle persone “toccarle” e “abbracciarle”: solo questo ci darà slancio nuovo e indicazione sulla rotta da seguire. E’ questo –mi pare- il compito specifico per cui sono nate le Confraternite, che in Toscana si chiamano significativamente ‘Fratellanze’.
Spiega papa Francesco nell’ultimo capitolo della Evangelii Gaudium: dietro ogni progetto pastorale deve esserci uno spirito che spinge ad amarlo, e dietro ogni tappa pastorale nuova o riforma di strutture occorre sviluppare un determinato spirito una ‘mistica’ che risvegli l’interesse, il piacere, la passione per ciò che si vuole fare.
Lo ha detto bene papa Benedetto XVI: “le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini” (Spe salvi n. 24).
La riforma delle strutture dovrebbe consistere piuttosto in una semplificazione che ci liberi dalle zavorre temporanee che ostacolano il dinamismo missionario, e non tanto in una moltiplicazione di nuove strutture.

Come saprete, a novembre si svolgerà a Firenze il Convengo Ecclesiale Nazionale: una tappa importante per la Chiesa italiana. La Traccia di preparazione mette in evidenza 5 vie
che ben sintetizzano gli stimoli che il Papa ci ha dato nella Esortazione Apostolica che abbiamo brevemente ripercorso:
Uscire (come mai le nostre comunità faticano ad uscire da loro stesse?)
Annunciare (siamo capaci di testimoniare e motivare le nostre scelte di vita?)
Abitare (sappiamo tener conto delle sfide che i mutamenti in atto ci pongono innanzi?)
Educare (sappiamo contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati?
Trasfigurare (Siamo convinti che senza la preghiera e i sacramenti, la carità si svuoterebbe perché si ridurrebbe a filantropia?).

Periferie, cuore della missione

La periferia è il cuore
della missione della Chiesa,
è il cuore di ciò che vibra,
ciò che raccoglie i desideri
e le scelte dell’uomo.
Chi pone il suo cuore nelle periferie
è uno che esce continuamente
dalle sue sicurezze
e s’incammina verso l’altro
che vive lontano da sé…
Dio ci spinge a uscire da noi stessi
per incontrare, nel volto dei fratelli,
il suo stesso volto:
“Ciò che avete fatto
a uno di questi piccoli,
l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
Andare, uscire
verso gli ultimi, poveri e peccatori,
non vuol dire solo andare
verso i fratelli e le sorelle,
ma scoprire che Dio è già qui,
Lui accanto all’umanità.

Dalla presentazione del tema della GMM 2014