Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

EUCARISTIA

novembre 15th, 2014

E U C A R I S T I A

 

La Cena pasquale di Cristo è stata una cena rituale inserita nella Pasqua ebraica (cfr.Es.12;13, 3-8. 14; ” Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia…Il vostro agnello sia senza difetto, maschio…Tutta l’assemblea della casa di Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po’ del suo sangue lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case… E’ la Pasqua del Signore. In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito della terra d’Egitto… Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore. Io vedrò il sangue e passerò oltre… Per sette giorni voi mangerete pani azzimi.”) (Deut.6,20-25: “.Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: cosa significano queste istruzioni…Tu risponderai : Eravamo schiavi del faraone e il Signore ci fece uscire dall-Egitto…” ).  La preghiera che fa il capo famiglia si chiama appunto ‘la benedizione’, cioè racconta lodando Dio per quel che ha fatto ai suoi fedeli, “fino ad oggi “ perché anche oggi Dio ci libera come ha liberato i nostri padri”.

Ora, Gesù ha fatto lo stesso, soltanto che, invece di dire :”Questo è il pane di afflizione dei  padri [pane azzimo]”, ha detto :”Questo è il pane per la mia afflizione, il pane del mio sacrificio = questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. E’ questo il punto di arrivo di tutta la rivelazione precedente e il punto di partenza di tutta la rivelazione dell’amore di Dio per il suo Popolo. Israele è simbolo di tutto il mondo, nel pensiero di Dio Israele è l’emblema della sua opera nel mondo.

Cristo ringrazia per la liberazione, ma non solo per la liberazione dall’ Egitto (profetica), che non era completa né definitiva.

Cristo ringrazia per tutto ciò che è avvenuto, ma ringrazia soprattutto per la liberazione reale che si compie in Lui.

In quel momento Cristo offre se stesso in sacrificio, cioè offre se stesso alla ubbidienza al Padre, che lo porterà tra poco alla morte di croce (cfr.Sal 39): la morte è il segno del sacrificio di Cristo, non è il sacrificio: il sacrificio di Cristo consiste nella sua ubbidienza al Padre. Perché il Padre ama tanto gli uomini da dare il Figlio, ma il Figlio ama tanto gli uomini e il Padre da accettare questo amore infinito che lo porta fino alla morte, nell’ubbidienza: è la liberazione vera (che distrugge il peccato), della quale la Pasqua antica era segno.

Ora il pane (corpo) che Cristo dà nell’ultima cena è la Pasqua nuova = non è più il pane ebraico segno dell’antica liberazione, è il pane nuovo, segno dell’attuale liberazione, che è salvezza dal peccato e dalla morte.

Egli dà in quel momento il sacramento del suo sacrificio (che compirà sulla croce): Cristo morirà (cfr.Vangelo di Giovanni) nel momento stesso in cui gli agnelli pasquali venivano offerti al tempio.

Cristo dà il pane e il vino. Nella realtà oggettiva il sacrificio di Cristo è uno solo, è la sua morte cruenta; però il sacrificio di Cristo vuol essere e deve essere un sacrificio pasquale, e la Pasqua reale ebraica si è svolta in 2 momenti:

I°  Sacrificio dell’agnello in Egitto e degli azzimi[ Es.12] ( col cui sangue han segnato le porte),

II°  50 giorni dopo, al Sinai, c’è l’offerta del sacrificio dell’Alleanza  [Es.24,4-8 ] (quando Mosè prende il sangue e parte lo versa sull’altare, parte sulle 12 stele delle tribù di Israele) = la comunione con lo stesso sangue (altare e popolo) crea l’Alleanza: il quel momento nasce il Popolo di Israele: il Popolo è di Dio, e Dio diventa il dio d’Israele.

Dunque: i DUE MOMENTI, che hanno significati diversi, formano un’UNICA PASQUA :

I°   Agnello e pane azzimo = segno della LIBERAZIONE (pane)

I I° Sangue = segno dell’ ALLEANZA  (vino)  (Cristo dirà:   “Questo è il sangue della  Nuova

     Alleanza.)   

Cristo vuole realizzare alla lettera le parole di Geremia 31,31: “Farò una nuova alleanza e la metterò dentro il vostro cuore”.

Cristo donandoci pane e vino ha voluto significare il duplice senso della Pasqua: Liberazione (pane) e Alleanza (vino).

La cena pasquale ebraica si apriva col pane e si chiudeva con la benedizione del terzo calice di vino (che si chiamava ‘calice della benedizione ’ ). I due elementi nella liturgia li abbiamo insieme, però si dice: “Dopo che ebbe cenato…..prese il calice” : c’è una distanza.

La Pasqua ha questo doppio significato, e tutto l’A.T. è impostato in questo modo: liberazione –

alleanza. (cfr: Ez. 16  : la fanciulla trovata e lavata = liberazione; poi cresciuta e sposata  = alleanza). Questa è la Storia Sacra : Dio ha agito così con gli uomini, con noi, sempre con questo doppio passaggio: I° un avvicinamento per liberarci (dal male, dal peccato), poi, II°, l’alleanza = “tu diventi mio”. Il senso nuziale dell’A.T. è evidentissimo e percorre tutta la Storia della Salvezza.

Ed è quello che traspare nel N.T.: il Padre celebra la festa di nozze di Suo Figlio e ci invita a cena; cerca gli invitati e poi li fa cenare al suo banchetto:

Questo è il senso della (doppia) partecipazione all’Eucaristia.

Abbiamo visto ciò che Cristo ha fatto dando il suo corpo e il suo sangue nel sacramento del pane e del vino. Il Signore ha concluso questo suo dono dicendo: “Fate questo in memoria di me”. Mi sono introdotta parlando del ‘memoriale’ : il sacrificio di cristo è uno solo, esso non viene offerto di nuovo nella Cena: nella celebrazione eucaristica il Signore ci dà il sacramento del suo sacrificio ( e il sacramento non moltiplica la realtà; ogni Eucaristia è la ripresentazione di quell’unico sacrificio (es: 50 specchi mi riproducono lo stesso sole!) S.Pietro dice chiaramente:”Una volta per tutte si è offerto”, e lo stesso dice il Cap.8 della lettera agli Ebrei. Cristo è venuto, noi siamo nella realtà, nel fatto: la Redenzione si è compiuta.

Potremmo chiederci allora che senso ha ripetere l’Eucaristia, se Lui ha compiuto tutta la Pasqua, cioè tutta l’opera della Salvezza, con il passaggio dalla morte alla vita. Ripetiamo l’Eucaristia per rendere reale a livello personale quest’opera di salvezza che ha un valore universale.

Ognuno deve ‘entrare’ in questa salvezza: c’è un fiume che scorre, che può salvare tutti, ma se io non mi ci butto dentro…Da che il sangue di Cristo è cominciato a scorrere con la sua Passione, scorre sempre, lava il mondo, ma non lava me se non mi ci immergo.

“Noi viviamo dell’opera redentrice di Cristo, ma non possiamo godere della Redenzione senza attuarla”  (R.Guardini).

La celebrazione non moltiplica quell’unico sacrificio di Cristo, ma serve a me, a ciascuno, per rendermi presente quello che Lui ha fatto, affinché io accetti questo sacrificio come mezzo della mia salvezza. La Redenzione allora diventa mia personale.

Ma , come? : NEL SACRIFICIO DI CRISTO IO DEVO OFFRIRE ME STESSO. Questo è il punto! Perché se l’Agnello immolato (che nel N.T. è Cristo) sulle spalale non porta me,  il suo sacrificio non mi serve!

Allora se nel segno del pane e del vino ( e li dobbiamo mettere noi!) ci sono io, e quel pane e quel vino indicano la volontà mia di offrirmi in cambio,  Cristo mi rende presente la Sua offerta (della cena e della Croce) perché io entri in essa e dica al Padre:” Padre, io mi offro come si è offerto il Cristo tuo Figlio, anzi mi offro nell’offerta di tuo Figlio”. Si tratta di unire le due offerte: quella di Cristo già avvenuta che mi vien resa presente volta per volta, e la mia offerta, che vuole unirsi a quella di Cristo. ALLORA IL MIO PANE DIVENTA IL SUO CORPO, CIOE’ IO, ATTRAVERSO IL SEGNO, DIVENTO CORPO DI CRISTO (cfr. S.Policarpo – Gregorio Magno).

Appare chiaro allora come l’Eucaristia sia l’evento nel quale il dono dell’amore fatto a noi una volta per sempre nel sacrificio pasquale del Figlio eterno, ci viene ripresentato, comunicato, contagiato per trasformare la nostra vita: è l’idea biblica di memoriale.

L’idea veterotesatamentaria del memoriale è di un ricordo che non è semplice ricordo, ma che è attualizzazione della presenza di Dio nella storia, delle meraviglie di Dio che rendono nuova la storia antica degli uomini. (Es. 12, 14: “Questo girono sarà per voi un memoriale, lo celebrerete come festa del Signore di generazione in generazione…”)

Gesù, nel momento in cui ha celebrato l’ Ultima Cena si è situato in questa grande tradizione della fede ebraica. Egli ha celebrato la cena, l’ultima cena, nel contesto della Pasqua ebraica, ed è in tale contesto  che egli ha pronunciato quelle parole che vengono ricordate in Lc.22,19 e nella tradizione di Paolo in 1 Cor.24-25 :” Questo è il mio memoriale”, cioè avrebbe detto: “Quanto io sto facendo ora, questo pane benedetto e spezzato con voi, questo calice condiviso, è il MEMORIALE; è l’evento nel quale nel tempo degli uomini io verrò a rendermi presente a voi e con voi nella vostra storia; io sarò il Dio con voi”.

Ma,, che cos’è il “memoriale”?

“Il memoriale è il passato della salvezza che diventa il nostro presente, è l’evento della fedeltà di un Dio che non si stanca di ricominciare da capo con noi e per noi, senza ripetere ciò che ha fatto una volta, ma attualizzandolo e rendendolo presente a noi. “ (Bruno Forte)

“L’Eucaristia fa la Chiesa”, dicevano i Padri, e ha detto il Concilio, perché il Cristo riconosce in quel pane la Sua offerta, perché chi ha messo quel pane ha espresso la volontà di volere ciò che Lui vuole, e allora sono “uguali” = “questo il mio corpo” (il corpo di Cristo e la Chiesa).

Dovrebbe essere chiaro allora come non abbia senso partecipare all’Eucaristia senza fare la Comunione, perché l’eucaristia si fa perché ciascuno partecipi al sacrificio. E in questo senso bisogna far sì che la celebrazione sia veramente partecipata, che non sia un fatto puramente esterno (canti, cerimonie,ecc) : la vera partecipazione è quella interiore = unirsi al sacrificio di Cristo, che vuol dire: dire sì al Padre in ogni momento, AVERE LA VOLONTA’ DI FARE LA VOLONTA’ DI DIO (come X.to: cfr. Sal.39, Ebr. 10, 5-7). Allora la Grazia che arriva a me si partecipa a tutti coloro che sono disposti a riceverla.

   Il gesto del sacerdote che al momento della comunione porta il corpo di Cristo dell’uno all’altro dei presenti, è come il gesto del tessitore: il corpo del Signore corre come un filo d’oro dall’uno all’ altro, così tutti si sentono uniti. Portare la divisione, rompere l’unità, indurire le posizioni, negare il perdono, cercare se stessi a danno degli altri, chiudersi nell’amor proprio, vuol dire spezzare quel filo d’oro con cui Cristo ci ha uniti, ed è il filo del suo Amore.

 Scrive S. Agostino: “la chiesa è chiamata ‘corpo di Cristo’, ed essa offre il proprio culto a Dio precisamente nel suo essere corpo di Cristo, poiché il sacrificio dei cristiani consiste nell’essere tutti un unico corpo in Cristo”. E aggiunge con efficacia:”Molti corpi, ma non molti cuori”.

Purtroppo però, la comunità come soggetto celebrante molto spesso non la si sente né la si vede. Ne è la spia la proliferazione delle Messe che ancora imperversa in molti luoghi: Non si verifica, in genere, quanto indicato dalla S.C. al n.3:”Bisogna fare in modo che il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della messa domenicale”.

E ancora, nel decreto Presbyterorum Ordinis al n.5: “Nessuna comunità cristiana può costituirsi senza trovare la sua radice e il suo centro nella celebrazione Eucaristica. E’ dunque dall’Eucaristia che bisogna cominciare l’educazione allo spirito comunitario”.

Purtroppo invece, come  affermava L.Evely “Le nostre chiese, fredde e impersonali sono spesso luoghi in cui lo Spirito d’amore circola poco anche quando sono piene di cristiani. Ci si trova lì più giustapposti che riuniti. L’indifferenza reciproca che c’è tra i presenti scoraggia il tentativo di incontro fraterno. Allora lo Spirito santo d’amore non si fa visibile, e nessuno si converte assistendo a certe messe domenicali… Il nostro mondo diviso, sfigurato dall’odio, dal razzismo, dalla droga, dalla violenza, si convertirà davanti  a comunità cristiane in cui sarebbe bello vivere, credere impegnarsi. E’ facile convertire il mondo: basta rendere visibile lo Spirito santo!”.

 Dovremmo tutti poter dire in sincerità ciò che hanno proclamato i martiri di Abitinia, nei primissimi secoli del cristianesimo: “Noi non possiamo vivere senza celebrare il Giorno del Signore”. E questa affermazione costò loro la vita!

Al termine della celebrazione eucaristica il sacerdote scioglie l’assemblea dicendo: “Andate in pace nel nome di Cristo”, o espressioni simili: Questo, oltre ad essere un commiato, è un invito: i fedeli, dopo aver ascoltato la Parola di Dio ed essersene nutriti, si devono sentire impegnati a proclamarla attraverso la loro esistenza. Si sono donati a Dio, ora sono invitati ad offrirsi ai fratelli nella gioia. (cfr. n.47 e 48 di “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia”) .

E’ infetti la stessa, unica parola (il Verbo) che di molti pezzi di pane fa un unico Corpo di Cristo, e la comunione per la quale tutti mangiamo alla stessa mensa lo stessa cibo spirituale ci fa ‘uno ‘ con Cristo e con i fratelli.

Preghiamo:

Questo sacramento continui ad agire in noi, o Signore, e la sua efficacia cresca di giorno in giorno per la nostra attiva collaborazione . (Oremus dopo la Comunione Giovedì II sett. Di Quaresima).

 

             Sr.Anna Maria o.s.b.