Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

Il termine “CUSTODIRE” nel PENTATEUCO

settembre 16th, 2013

“ CUSTODIRE” : un percorso attraverso il PENTATEUCO

 Il rapporto con la terra e il giardino di Eden

Uscito dalle mai di Dio e a lui legato da un vincolo di comunione interiore, l’uomo inizia la sua avventura di lavorazione e custodia del creato. L’uomo, modellato sul suo Creatore, è posto appunto sulla terra per ‘coltivarla e custodirla’. Questo impegno è descritto in Genesi  come una custodia, il coltivare e custodire la terra.un’esperienza affascinante e d esaltante. E’ evidente l’ ‘incarnazione’ della fede biblica che àncora l’essere umano alla realtà, al quotidiano, alla concretezza dell’esistenza con un compito bello e impegnativo.
Prima ancora che l’uomo venga generato, è messo in luce il suo rapporto con la terra: l’uomo è plasmato perché deve prendersi cura della terra, arida per l’assenza non solo della pioggia, ma anche dell’uomo che la coltivi (2, 5).
Il legame dell’uomo con la terra emerge dalla stessa etimologia: ’ādām è il nome dell’uomo, ’ǎdāmâ, quello della terra.
L’uomo deve coltivare la terra (2,5), è plasmato con il fango della terra (2,7) e riceve da Dio l’incarico di «coltivare» e «custodire» il giardino di Eden (2,15).

Mi sembra interessante quanto scrive in proposto Procopio di Cesarea (Cesarea in Palestina, ca. 490Costantinopoli, ca. 565) è stato uno storico bizantino.)

“ Che cosa bisognava operare dal momento che il paradiso traboccava di ogni bene, se non il precetto divino di credere nel Creatore? L’uomo dunque ‘lavorava’ col ‘custodire’ tale precetto; anche il Salvatore, infatti, chiama ‘opera’ questo precetto: “Questa è l’opera di Dio, che crediate in Colui che egli ha mandato” (Gv. 6,29). E non essendoci il pericolo di alcun ladro, l’uomo doveva ‘custodire’ il paradiso da altra cosa, cioè dal perderlo con la disubbidienza, o, se si vuole, ‘custodendosi’ dal diavolo, che vi sarebbe entrato di nascosto per sedurlo”.

E Lutero (1483 – 1546 ) : “ Giova ricordare che l’uomo fu creato non per l’ozio, ma  . anche nello stato d’innocenza per il lavoro. E come il lavoro e l’attività sarebbero stati senza molestia, così anche sarebbe stata felicissima la difesa e la custodia, che invece ora è quanto mai piena di pericolo. Adamo con una sola parola, anzi con un cenno, avrebbe messo in fuga anche gli orsi e i leoni. Lavorare e custodire, parole oggi tristi e difficili, allora erano un gioco e somma delizia dell’uomo”.


  La creazione è affidata al lavoro dell’uomo, visto nei suoi concreti ed attivi rapporti con la natura.. L’uomo deve «coltivare» il giardino di Eden, ma anche «custodirlo», salvaguardandone l’ordine e l’integrità. Il lavoro umano non può deturpare il mondo naturale.
I verbi usati ’ābad (coltivare) e šāmar (custodire) hanno entrambi un profondo significato religioso. L’uno si riferisce anche al servizio dei culto e ai rapporti con Dio; l’altro è usato anche per indicare la fedeltà a Dio con l’osservanza della legge. L’uomo è responsabile dinanzi a Dio del giardino della creazione.
C’è il senso del rispetto del creato..
Così, nel contrasto tra un mondo ideale, di liberazione dal male e dal dolore, e il mondo esistente, sofferente e malvagio, emerge una tensione, emerge il senso del presente, sospeso tra un prima e un poi. In quest’ottica, si chiarisce il senso biblico e cristiano di un cammino da percorrere, quel cammino lungo il quale l’uomo, il delegato di Dio, il sacerdote del creato, deve guidare la creazione. Scrive Barth: «l’attenzione del creato […] aspetta con noi; no, essa aspetta noi».

 Lavorare e custodire

I due termini ‘lavorare’ e ‘custodire’ sono un binomio abbastanza frequente nel Pentateuco. specialmente in riferimento alla custodia dei precetti divini.

In ebraico il verbo «lavorare» ʿāvad, indica anche il servizio che il popolo è chiamato a rendere a Dio come conseguenza della liberazione dall’Egitto e del patto stipulato al Sinai (cf. Gs 24,14-24) L’altro verbo «custodire» šāmar oltre al senso profano di «guardare», «tenere sotto osservazione» (Gen 4,9 “Allora il Signore disse a Caino. Dov’è Abele, tuo fratello? Egli rispose: non lo so. Sono forse io custode di mio fratello?” ; Gen. 30,31 “Riprese Labano: Che cosa ti devo dare? Giacobbe rispose: non mi devi nella; se tu farai per me quanto ti dico ritornerò a pascolare il tuo gregge e a custodirlo”). Custodire è specialmente usato in riferimento alla custodia dei precetti divini e per indicare l’osservanza e la custodia gelosa della Torah, specialmente dei comandamenti (Gn 17,9 “Disse Dio ad Abramo: Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione”; Lv 18,5 “Osserverete dunque le mie leggi e le mie prescrizioni, mediante le quali chiunque le metterà in pratica vivrà. Io sono il Signore; Es 19,5 “Ora darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza”; Dt 5,1.12 (il Decalogo) e Mosè nelle sue ultime disposizioni inviterà le generazioni future a ‘custodire’ i comandamenti (Dt. 32, 1-43 ( = il Cantico di Mosè); I due termini ‘lavorare e custodire’ , come ho già detto, significano anche ‘servire e osservare’ e sono i due termini classici della teologia dell’alleanza: “Essi osservano la tua parola e custodiscono la tua alleanza “ (Dt. 33,9). Israele può così partecipare alla vita di Dio; egli è la proprietà particolare e personale di Dio, che si è acquistato liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto e facendo alleanza con lui.

Ma l’alleanza è anche un impegno di Dio nei confronti del suo popolo. Se il popolo grida (Es. 2,23) Dio lo ascolta e interviene per salvarlo. L’alleanza è un rapporto di amore, una preoccupazione, un impegno che si fa concreto: Dio interviene nella storia del popolo schiavo e lo libera.

I due verbi possono anche essere resi con «lavorare custodendo», per indicare che il compito dell’umanità è custodire qualcosa che non gli appartiene e che non può arrogarsi il diritto di reputarla una proprietà privata; oppure con «custodire lavorando», per sottolineare che la custodia non è un dolce far nulla ma implica anche la capacità trasformativa. i due verbi non fanno riferimento alcun tipo di sfruttamento e di rapina delle risorse del giardino, al contrario esprimono idea di cura e di attenzione, vale a dire contribuiscono alla stessa bellezza e delizia del giardino.

C’è un’alleanza con Dio che si esprime nel quotidiano, nell’impegno costante e amoroso – liturgico direi – della trasformazione del mondo.

La creazione è un processo e non un dato di fatto. Per quanto riguarda il «terrestre» questo processo si era configurato come distinzione dalla terra ma senza opposizioni alla terra; ora si presenta come sovranità e dominio sulla terra/giardino ma senza tirannia. Si delinea una specie di ordine gerarchico con al vertice l’uomo che non scade in oppressione e sfruttamento.

In Gen. 4,9 abbiamo il triste episodio della ‘non custodia’ e delle sue tragiche conseguenze. Cito dalle parole di Papa Francesco, alla Veglia per la Pace, lo scorso 7 settembre :

Dio chiede alla coscienza dell’uomo: ‘Dov’è Abele tuo fratello?’. E Caino risponde: ‘Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?’. Anche a noi è rivolta questa domanda e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello! Essere persona umana significa essere custodi gli uni degli altri! E invece, quando si rompe l’armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere, da sopprimere.”

Nel Pentateuco soggetto frequente della custodia è l’uomo, sia in quanto individuo che come collettività.

Es. 12,42 ci narra come nella notte di Pasqua Dio vigilò su Israele per proteggerlo e custodirlo mentre usciva dall’Egitto. Perciò questa notte è la notte di veglia in onore del Signore per gli Israeliti di tutte le generazioni.

L’uso spirituale e religioso del verbo custodire permette di individuare i tratti caratteristici del popolo di Dio e della comunità dell’alleanza: custodire significa anche obbedire. E la fedeltà di Dio spenge il popolo a osservare/custodire i comandamenti, ad ascoltare le clausole del patto: Deut. 8, 2-6: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio,  ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto  . per umiliarti e metterti alla prova, per sapere …se tu avresti osservato o no i tuoi comandi….Osserverai i comandi del Signore tuo Dio, camminando nelle sue vie e temendolo”.

Leggiamo in  Es. 23,20 come Dio custodisca il suo popolo: “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato” (Canaan), e in Dt.. 32,10-11: (Cantico di Mosè) “ Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese…”. Come nei testi profetici, il deserto è il luogo della prova, ma anche della cura, della custodia di Dio: lì si impara a custodire, come conseguenza del riconoscere le azioni di Dio. Il deserto è infatti il luogo della guida di Dio, poiché non è tanto Israele che cerca Dio nel deserto, ma è Dio che cerca Israele, che lo cura e lo custodisce, che non fa mancare nulla di necessario al suo popolo  in quel luogo difficile e di morte.

Scrive San Girolamo: “Come un’aquila il Signore apre le sue ali su di noi, la sua nidiata. Il Signore è paragonato a un’aquila che protegge e custodisce i suoi piccoli. La similitudine è appropriata: Dio ci custodisce come un padre e come una gallina che fa la guardia ai suoi pulcini affinché non possano essere rapiti dal falco”. Gesù sarà sollevato sulla croce e allargherà le sua braccia perché in lui possiamo avere rifugio. La ‘custodia’  da parte di Dio che troviamo nell’A.T. trova la sua pienezza in Cristo.