Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

LA MISERICORDIA NELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO

luglio 10th, 2015

11 luglio- Festa di San Benedetto
Compatrono d’Europa
LA MISERICORDIA NELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO

“Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre”: così il santo Padre Francesco esordisce nella bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia. “Gesù di Nazaret con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio” . La misericordia non è un principio astratto, ha un volto, quello di Gesù. E potremmo dire che ha molti volti, quello dei figli di Dio, che nel loro vivere manifestano questo mistero che è fonte di gioia, di serenità e di pace.
Così ho pensato di scrutare insieme a voi – per quanto ci è possibile – la misericordia di Dio nel volto di San Benedetto, specialmente attraverso l’insegnamento della sua Regola, che è molto concreta, è il Vangelo in pratica. Sono certa che se noi provassimo a raccontare la misericordia attraverso la vita dei santi, ne resteremmo affascinati.
Il nostro santo Padre Benedetto non ha nella sua Regola una parte dedicata in modo specifico alla misericordia, ma ci sono dei riferimenti qua e là che sono come finestre da cui si può ammirare un bel panorama.
Vorrei cominciare con un’espressione in cui il santo dice che la natura umana è per se stessa incline alla misericordia. Questo ci fa riflettere e ci stupisce anche. Infatti dall’esperienza noi siamo persuasi del contrario. Il nostro stupore ci fa capire che forse abbiamo smarrito per strada quello che è proprio della natura umana. In fondo la Regola è un cammino di ritorno a Dio e questo ritorno alla fine ci fa ritrovare il meglio della nostra umanità redenta da Cristo. Tornati a Dio, torniamo ad essere profondamente e genuinamente umani.
San Benedetto fa questa affermazione nel capitolo 37, 1 intitolato “I vecchi e i fanciulli”. Nei tempi passati nei monasteri erano rappresentate tutte le generazioni: anziani, adulti, giovani, adolescenti e anche bambini, che venivano affidati dai genitori per essere educati nella vita cristiana alla scuola del servizio divino e per diventare monaci se questa era la loro vocazione. Spesso Benedetto torna sul tema a lui caro dell’uguaglianza: tutti in monastero sono uguali davanti a Dio, non c’è distinzione di ceti sociali, ma ogni persona è diversa dall’altra, ognuno ha necessità diverse, chi più e chi meno. Ai vecchi e ai fanciulli bisogna riservare delle attenzioni particolari per la loro debolezza: in fondo vecchiaia e fanciullezza sono entrambe una tenera età. Perciò non bisogna imporre loro osservanze rigorose specialmente nel cibo e nell’orario dei pasti. Nei loro riguardi bisogna avere una amorevole comprensione. Il capitolo 37 inizia proprio così: “Benché la natura umana sia incline ad avere misericordia per queste età, è bene che vi provveda anche l’autorità della Regola…” (RB 37,11). Qui la misericordia assume la sfumatura della comprensione. Benedetto assume nella Regola questo atteggiamento profondamente umano e lo mette per iscritto per timore che altri cadano in rigidità eccessive. In un altro capitolo, il 34,4 intitolato: “Se tutti devono avere il necessario in uguale misura”, ritorna sullo stesso tema. Chi ha non ha tante esigenze ringrazi il Signore; chi invece ha più bisogno si umili e non si insuperbisca per la misericordia che gli viene usata. Le attenzioni che riceve non diventino pretese. Tutto è dono gratuito. La comunità che è fatta di persone molto diverse tra loro è il luogo favorevole per vivere la misericordia e ringraziare il Signore per la benevolenza che ci usa attraverso i fratelli e le sorelle.
Un’altra sfumatura della misericordia la troviamo nel capitolo 53 dedicato all’accoglienza degli ospiti: Tutti gli ospiti che giungono al monastero siano accolti come Cristo in persona (RB 53,1). Gli ospiti vengono accolti con il bacio di pace solo dopo aver pregato e ascoltato insieme un passo della Scrittura. La preghiera diviene una verifica dei rapporti umani: la relazione con gli ospiti diventa positiva e questi possono essere associai alla vita del monastero. Viene usata loro ogni premura: viene versata l’acqua sulle mani, vengono loro lavati i piedi. “Dopo la lavanda dei piedi, tutti insieme dicano questo versetto: Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia dentro il tuo tempio” (RB 53, 14). L’accoglienza degli ospiti è un’esperienza di misericordia: lo è per chi abita in monastero e per che vi giunge anche per un tempo breve. Nello spirito cristiano di San Benedetto una visita è sempre esperienza della misericordia di Dio, che ci ama e che bussa alla porta della nostra casa. Noi spesso nel nostro vivere quotidiano viviamo una visita, specialmente se inattesa, come un fastidio, qualcosa che ci blocca, ci guasta il programma della giornata. Vogliamo sempre essere avvisati. San Benedetto vede l’arrivo di ogni persona come un passaggio di Dio e un’esperienza di misericordia. Perché? Perché ogni incontro invita all’ascolto e l’ascolto, se è sincero, provoca alla conversione del cuore. Noi ci convertiamo attraverso le relazioni. Sono queste ci aiutano a metterci in discussione e a cambiare. La conversione non è qualcosa che si decide in astratto, secondo i buoni propositi. La conversione viene dall’obbedienza alla vita illuminata dalla fede nel Vangelo. I fatti della vita ci cambiano, gli incontri ci cambiano.
San Gregorio Magno nel II libro dei Dialoghi racconta un episodio assai significativo della vita di Benedetto. I monaci di Vicovaro volevano Benedetto come abate, ma non volevano lasciare le loro abitudini rilassate e sradicare i vizi dal loro cuore; si erano cristallizzati, incartapecoriti. Le loro abitudini esteriori non potevano cambiare perché non cambiava la loro mentalità, il loro cuore. Non volevano convertirsi, perché non avevano l’esperienza della misericordia di Dio. Per questo il nuovo abate, Benedetto, che essi all’inizio avevano fortemente voluto, era diventato insopportabile per loro, così decisero di risolvere il problema con un attentato, grazie a Dio non riuscito .
Un’altra manifestazione della misericordia la troviamo nel capitolo 7 dedicato ai gradini dell’umiltà. “Il quinto gradino dell’umiltà è quando il monaco, con umile apertura d’animo, manifesta al suo abate tutti i cattivi pensieri che gli si presentano nel cuore e anche i peccati commessi di nascosto. E’ la Scrittura che ci esorta a farlo dicendo: “Manifesta al Signore la tua via, confida in lui; ed anche: Confessatevi al Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia” (RB 7, 44-46).
L’umile apertura del cuore diventa celebrazione della misericordia del Signore.
La misericordia è un dono che viene dall’alto, da Dio, ma sarebbe vanificato e reso sterile se non venisse scambiato tra i fratelli e le sorelle. Il dono di Dio è qualcosa che è destinato a crescere a moltiplicarsi, non si può inaridire.
Tuttavia nella comunità c’è qualcuno che più di tutti deve usare misericordia: l’abate (RB 64,9-10). San Benedetto dice che l’abate deve essere esperto, dotto nella Legge di Dio, cioè nella conoscenza delle Scritture, perché abbia il tesoro da cui estrarre gli insegnamenti nuovi e antichi. E aggiunge: sia casto, sobrio, misericordioso. Faccia sempre prevalere la misericordia sulla giustizia, perché possa meritare altrettanto per sé. La Legge di Dio non è un codice di diritto, è il Vangelo. L’abate deve guardarsi dal legalismo e ispirare il suo governo al discorso della montagna: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia!” (Mt 5,7). La consapevolezza della propria fragilità deve rendere l’abate attento alla cura delle fragilità altrui. Non deve raschiare troppo la ruggine, perché il vaso non vada in frantumi. Deve estirpare i vizi, ma con carità e misericordia, agire secondo discrezione (cfr RB 64, 12-14). Deve comportarsi come un medico sapiente e usare la medicina giusta per ogni persona: per uno usi l’unguento delle esortazioni, per un altro la medicina delle divine Scritture, con i testardi usi le maniere forti; ma se tutto questo non produce effetti ricorra alla terapia più efficace: la preghiera sua e di tutti i fratelli (RB 28, 3-5). La comunità monastica non è una comunità di perfetti, ma è un campionario di infermità fisiche, morali, spirituali. E’ il modello più perfetto di quell’ospedale da campo dopo una battaglia, di cui dice Papa Francesco riferendosi alla Chiesa. I pazienti di questo ospedale si curano soprattutto con la medicina della misericordia. “Sappia l’abate di aver ricevuto anime inferme da curare, non anime sane su cui esercitare un potere dispotico” (RB 27, 6).
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La misericordia ha a che fare col cuore e il cuore nella Scrittura è il centro della persona. Miser-cor: cuore misero, non miserabile nel senso dispregiativo che noi intendiamo, ma cuore consapevole della propria miseria e perciò pronto a chinarsi sulla miseria altrui, un cuore compassionevole, bisognoso di perdono e pronto al perdono. Per essere misericordiosi bisogna coltivare il proprio cuore e averne cura. San Benedetto, che è un profondo conoscitore del cuore umano, insiste molto su questo.
Com’è il nostro cuore? Può essere un cuore indurito, ostinato, chiuso. Se non è coltivato, diventa selvatico. Nel cuore possono sorgere pensieri malvagi, l’inganno, la falsità, l’ipocrisia, la mormorazione; il cuore può insuperbirsi, appesantirsi, disorientarsi. Un cuore cristiano, secondo San Benedetto, è un cuore con le orecchie: un cuore in ascolto, che coltiva la verità e la giustizia, un cuore che si allena come un atleta in quella palestra che è la vita fraterna, un cuore che impara a respirare profondo fino a dilatarsi nell’inesprimibile dolcezza dell’amore, tanto che gli riesce facile osservare i comandamenti. Un cuore così non arranca, ma corre nella via dei comandamenti (RB Prol 46). Un cuore umile, purificato dal pentimento, dalla preghiera e dalle lacrime è un cuore misericordioso. La misericordia è come la dilatazione di un cuore innamorato, che ama, perché sa di essere amato.
Un cuore nello stesso tempo tenero e forte, perché sa che il Signore lo scruta, un cuore che sa attendere e sperare nella preghiera e nella pazienza.
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C’è nella Regola di Benedetto un vero gioiello che dovremmo sempre custodire, da cui non separarci mai. E’ un’espressione che si trova nel capitolo quarto intitolato “Gli strumenti delle buone opere”, che qualcuno intitola “Gli strumenti dell’arte spirituale”. San Benedetto vede il monastero come un’officina dove si lavora. Per lavorare bene occorre che gli artigiani maneggino degli strumenti da tenere sempre efficienti e in buono stato. Se tu non usi gli strumenti del lavoro, questi in poco tempo saranno inservibili. E tieni presente che questi strumenti – di cui ti servirai giorno e notte senza stancarti – li riconsegnerai a Dio nel giorno del giudizio. Quali sono questi strumenti? Ne elenca addirittura settantaquattro. Il primo è: “Prima di tutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze” (RB 4, 1). E continua con il Decalogo, va avanti con le opere di misericordia corporale e spirituale e continua con un crescendo fino all’ultimo strumento: MAI DISPERARE DELLA MISERICORDIA DI DIO (RB 4, 74).
Quando non ti fosse riuscito nella vita di usare come avresti voluto tutti gli altri strumenti delle buone opere, usa almeno l’ultimo: mai e poi mai disperare della misericordia di Dio! Quand’anche tu avessi fallito nella tua vita, non giudicarti da te stesso. Non disperare della misericordia di Dio! Non abbandonarti alla disperazione, aggràppati a questa tavola di salvezza! De misericordia Dei numquam desperare.
Dice Papa Francesco: “La misericordia apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato. […] La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona – e prosegue – Chiunque entrerà attraverso la Porta della Misericordia potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che perdona e dona speranza”.
MAI DISPERARE DELLA MISERICORDIA DI DIO!
Sr. M. Auxilia o.s.b.