Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

MATTEO E IL SUO VANGELO

novembre 16th, 2016

MATTEO E IL SUO VANGELO (anno A)

La tradizione ecclesiastica antica ha considerato Matteo come il primo vangelo, scritto in lingua ebraica.
Una parte importante della critica recente invece ritiene Marco come il vangelo più antico; infatti le ricerche sul suo uso dei termini, mostrano che Matteo è stato scritto in greco, e sarebbe stato composto dopo la distruzione del Tempio, dunque tra gli anni 80/100. Tra i sinottici, quello di Matteo è il vangelo più esteso, più completo, il più strutturato e anche il più citato.
Il suo autore, Matteo, è un uomo di una certa cultura, un pubblicano = esattore delle tasse, di formazione ellenistica, tanto che pare abbia grecizzato il suo nome: Marco e Luca infatti lo presentano con il nome di Levi (di origine ebraica).
Purtroppo non sappiamo nulla di storicamente certo sull’apostolato di Matteo, né sulle circostanze della sua morte o del suo martirio.
La comunità per cui Matteo scrive il suo vangelo è di origine giudeo-ellenistica. Una comunità – o Chiesa- vicina alla Palestina, forse la comunità di Antiochia, dove si parlava la lingua greca.
L’evangelista Matteo e la sua comunità sembrano essere in lotta su due fronti. Da una parte Matteo si rivolge a un fronte interno, costituito ,forse, da carismatici (Mt.7,21), che hanno una intensa vita religiosa (Mt.7,22), ma non osservano o addirittura rifiutano l’interpretazione della Legge data da Gesù, e perciò commettono iniquità (7,23). Contro costoro Matteo fa valere la continuità dell’autorità della legge, che non è stata abolita ma portata a compimento da Gesù (5, 17-20). Ma c’è sicuramente anche un fronte esterno, costituito dal giudaismo, che dopo la distruzione del Tempio nel 70, tentava di ricompattarsi attorno alla Legge e alle sue interpretazioni offerte dai rabbini farisei. Con questo giudaismo Matteo ha probabilmente ormai rotto i ponti ed è in aperta polemica. Lo si capisce dalle invettive contro ‘scribi e farisei’ (23,1-36) e dall’estraneità che esprime nei confronti delle ‘loro sinagoghe’ (4,23; 9,35; 10,17; 13,54; 23,34).
Lo stile del vangelo secondo Matteo è solenne, quasi liturgico ( è infatti il più usato nella liturgia).
A differenza di Marco e Luca, che prediligono esposizioni vivaci e ricche di particolari, Matteo preferisce un racconto essenziale. Lo stile del suo scrivere è molto importante per capirne le intenzioni (= esegesi), la sua struttura infatti fa già parte del messaggio teologico.
Il vangelo di Matteo si compone di sette parti nettamente distinte tra loro.
Il nucleo centrale è formato di cinque discorsi (Matteo si rifà al Pentateuco), ognuno dei quali è separato dagli altri da una formula sempre uguale:” Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi [parabole, istruzioni]…” ( Mt.7,28; 11,1; 13,53; 19,1; 26,1).
Prima di ogni discorsi vi è una raccolta di fatti o miracoli, strettamente connessi al discorso stesso: Matteo vuole sottolineare che Gesù, Parola del Padre, è il vero dabar. In ebraico il termine ‘dabar’ significa parola-fatto, o fatto-parola.
La parola di Dio produce sempre un evento e gli eventi che Dio compie contengono sempre un messaggio, sono sempre eloquenti. Gesù compie dei fatti, e poi li evidenzia, li spiega con un discorso.
Prima e dopo il nucleo dei cinque ‘fatti e discorsi’, Matteo pone due sezioni. Una riguarda la nascita e l’infanzia del Messia, l’altra chiude il Vangelo e descrive la morte-risurrezione di Gesù.
Matteo è dunque strutturato come una cattedrale a 5 navate (i cinque discorsi) con un atrio (infanzia) e un’abside (morte e risurrezione).
I cinque ‘discorsi’ (dabar) sono in relazione coi cinque libri del pentateuco, come per dimostrare che Gesù è il nuovo legislatore, il nuovo Mosè.
Tenendo conto di questa struttura, vediamo in dettaglio la suddivisione del nostro vangelo:
– Introduzione e nascita di Gesù: Mt. 1-2:
• genealogia
• nascita
• visita dei magi
• fuga in Egitto
• strage degli innocenti
• ritorno a Nazaret.
Ognuno di questi fatti realizza un aspetto delle Scritture. Con Cristo inizia il tempo della realizzazione, del compimento della Salvezza. Matteo presenta chiaramente Cristo come il centro e il culmine della Salvezza.
E’ interessante fare un parallelo tra la genealogia di Gesù e il Capitolo 33 del libro di Numeri: Questo è un capitolo intero di luoghi geografici, ma se si fa il calcolo, questi luoghi geografici sono 42 , esattamente come la genealogia, divisa in tre parti: le tre parti hanno 42 nomi= 42 tappe, 42 generazioni!
Allora: la Terra Promessa verso cui il popolo di Israele tendeva non è più un luogo geografico, ma è la Persona stessa, la Parola di Dio fatta carne: Cristo Signore.
Il popolo di Israele uscendo dalla schiavitù di Egitto si è incamminato verso il punto centrale a cui tutta la storia converge e questo punto è sì un luogo geografico – la terra Promessa-, ma quella terra promessa è il Verbum caro factum est. E’ il Cristo morto e risorto, è il mistero pasquale.
– Ai primi due capitoli segue il primo discorso (o discorso del monte): Mt. 5-6 (preceduto dai fatti riguardanti l’inizio del ministero (Mt.3-4).
– Il secondo discorso comprende una serie di miracoli (Mt. 8-9) e il discorso missionario (Mt. 10).
– Il terzo discorso comprende l’opposizione alla missione del Messia (Mt. 11-12).
– Il quarto comprende i fatti riguardanti la fondazione della Chiesa (Mt. 14-17) e il corrispondente discorso ecclesiale (Mt. 18).
– L’ultimo discorso comprende eventi riguardanti l’opposizione o lo scontro diretto di Gesù con le autorità di Israele (Mt. 19-23) e il discorso escatologico (Mt.24-25).
– Alla fine troviamo l’ultima sezione, che narra il compimento della vita del Messia: la sua passione, morte e risurrezione (Mt. 26-28).
Da questo schema si comprende facilmente come il vangelo secondo Matteo abbia uno scopo didattico: Matteo vuol porsi come un ‘maestro’ del Vangelo, un rabbino cristiano.
Egli è “lo scriba che trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13,52). Le cose nuove sono quelle realizzate da Cristo, il Messia. Sono le sue azioni e le sue parole. Le cose antiche sono le promesse fatte da Dio a Israele, i riferimenti che l’Antico Testamento ha nei confronti del Messia futuro. Sono ‘tipi’ ( profeti, eventi) che anticipano, preparano il Messia (l’’antitipo’).
Il vangelo secondo Matteo è segnato all’inizio e alla fine da un richiamo che rappresenta il filo tematico di tutta la narrazione: l’annucio della nascita dell’Emanuele “che significa Dio con noi” (Mt.1,22-23), e la promessa del Risorto: “Io sono con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt.28,20). Tutto il racconto evangelico è infatti incentrato sull’ ‘essere con noi’ di Dio in Gesù.
Siamo di fronte a un vangelo dottrinale, centrato sulla fondazione della Chiesa, nuovo Israele, dopo che l’antico Israele ha rifiutato il Messia.
La legge mosaica non è abolita, ma superata. L’alleanza operata da Cristo è il completamento delle alleanze passate. Legge e alleanza trovano in Cristo il loro compimento definitivo e universale.

– LA TEOLOGIA DI MATTEO

Matteo presenta Gesù come il Maestro, il Messia, il fondatore della Chiesa, nuovo Israele. Gesù è il Cristo, il punto di arrivo della storia della salvezza; egli compie la storia di Israele, ed è il punto di partenza della storia della Chiesa.
Cristo è dunque il centro non solo della storia salvifica, ma anche della storia personale e universale. Egli divide la storia in un ‘prima’ e in un ‘dopo’. Ma ne è anche il centro nel senso teologico ed esistenziale.
Cristo chiede a tutti una opzione fondamentale. Chi lo accoglie entra a far parte del regno e sperimenta la salvezza. Chi lo rifiuta ne rimane fuori, si autocondanna all’esilio.
L’uomo, ogni uomo, è posto di fronte ad una scelta che non ammette tentennamenti o compromessi: stare con Cristo o contro di Lui: Su questa discriminante ciascuno gioca la propria esistenza e l’eternità.
La storia è una continua dialettica fra il bene e il male. Con Cristo il male è vinto per sempre e radicalmente. Ma questa vittoria si manifesta gradualmente nella Chiesa e nel mondo. Essa si rivelerà solo nel ‘tempo escatologico’, quando il pastore dividerà i capri delle pecore (Mt. 25).
Dio in Gesù si rivela come Padre che ama. Diventare piccoli come bambini, in relazione a Dio, è la condizione per entrare nel Regno (Mt.18,3-4).
Facendosi povero, Gesù chiamo ogni uomo ad accettare liberamente e gioiosamente spogliazioni e persecuzioni (Mt.5, 11-12).
Matteo cita sette monti:
– il monte delle tentazioni (Mt.4,8),
– il monte delle Beatitudini (Mt.5,1)
– il monte della Trasfigurazione (Mt.17,19,
– il monte degli Ulivi (Mt. 21,1; 24,3; 26,30),
– il monte della missione universale (Mt. 28,16).
La simbologia del monte richiama il monte Sinai e sottolinea la volontà di Dio di incontrarsi con l’uomo. Gesù, salendo sul monte, novello Mosè, ci porta a Dio e porta Dio tra noi.

I miracoli di Gesù sono segni che dicono la presenza del Regno. Il Regno, all’inizio, si presenta piccolo, quasi insignificante come un granello di senape. Ma se accolto, cresce per forza propria. Il Regno richiede un cambiamento del cuore.

Gesù affida ai discepoli la missione di annunziare il vangelo, cioè la buona notizia, fonte di gioia, che Dio è con noi come Padre che ci ama e ci perdona, così come noi perdoniamo ai nostri debitori.

Lungo tutto il racconto evangelico Gesù Messia vede crescere l’incomprensione del suo popolo, ma anche l’accoglienza della comunità dei discepoli, che egli forma per mandarli dopo la Pasqua ad annunciare il vangelo a tutte le genti, un impegno che anche la comunità di Matteo fa proprio.
Gesù, di fronte al rifiuto da parte di Israele, fonda la sua Chiesa, di cui Pietro, l’apostolo che lo testimonia come ‘Figlio di Dio’, è il fondamento.
La Chiesa è chiamata a proseguire nel tempo l’opera di Gesù, ad annunciare l’avvento del Regno.
Il Regno è una simbologia ricorrente nei testi dell’A.T. In Israele l’esperienza storica del regno comincia con Davide, il re secondo il cuore di Dio. A Davide il Signore promette un regno eterno (cf 2 Sam 7, 13-16).
Di fatto, storicamente la profezia non si è verificata. La dinastia davidica si interrompe con la caduta di Gerusalemme nel 587 a.C.
Evidentemente la profezia di Natan ha il suo compimento in Cristo. Se Cristo è il Regno, allora il Regno è già venuto. E tuttavia lo attendiamo con ferma speranza. Speriamo non perché venga, ma finchè venga. Cioè finchè non si manifesti come già totalmente venuto.
Con la sua morte e risurrezione Gesù anticipa il compimento del Regno e la risurrezione finale dei morti (Mt. 27,52-53).
Vivere la presenza di Cristo è già vivere nel Regno. Con la fede, la speranza e la carità noi anticipiamo il non ancora. Lo rendiamo già possibile nel presente. Ma Gesù ci insegna che non si entra nel Regno a parole, bensì facendo la volontà del Padre: ed è lasciandoci amare da Lui che diventiamo perfetti.

Matteo riporta quasi centocinquanta riferimenti, tra espliciti e impliciti, presenti nell’ Antico Testamento e riguardanti il Cristo.
Matteo riprende il tema del Protovangelo (Gen.3,15). La contrapposizione fra mondo e Cristo, fra i malvagi che rifiutano il Messia e la Chiesa , è espressa nella formula : “Non si possono servire due padroni. O si serve Dio o mammona” (Mt.6,24).
‘Mammona’ indica qualunque sicurezza umana, qualunque garanzia o senso di vita che non venga da Dio.
Secondo il Protovangelo un figlio di donna avrebbe schiacciato la testa al serpente, simbolo del male, del limite, della morte. Questa promessa esce dalla bocca di Dio. E’ dunque una Parola che produce un fatto: nella promessa del Protovangelo si adombra già la figura di un uomo-Dio, o di un Dio che si fa uomo.
Questa profezia viene recepita lentamente da Israele.
Il Protoisaia, per primo, annuncia il nome che Dio si è dato: “La vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele” (Is.7,14). Gesù è annunciato come Emmanuele (Mt. 1,23).
E la nascita di Gesù a Betlemme, città di Davide, è il compimento della profezia di Michea: “ E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore di Israele” (Mic. 5,1).
La visita dei magi (Mt.2, 1-12) è annunciata dal Tritoisaia: “Uno stuolo di cammelli ti invaderà [Geruselemme], dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore “ (Is.60,6).
La fuga in Egitto (Mt.2,13-14) realizza la profezia di Osea: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os.11,1).
Il battesimo di Gesù (Mt.3, 13-17) si compie un’altra profezia del Deuteroisaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui”. (Is.42,1).
Con la sua morte e risurrezione Gesù realizza il segno del profeta Giona (Mt.12, 38-42): come Giona esce dal ventre del pesce dopo tre giorni, così Gesù esce vivo dal ventre della terra.
La passione, la morte e la risurrezione sono, per Matteo, la realizzazione dei Canti del Servo di Jhavè in Isaia.
(Sono solo alcuni esempi di come Matteo veda in Gesù la realizzazione delle profezie dell’A.T.)
Anche gli altri evangelisti richiamano spesso profezie dell’A.T. riguardanti il Messia. Matteo, però, lo fa in modo sistematico e con uno scopo preciso. Vuole dimostrare la divinità di Cristo, ma soprattutto vuol dimostrare come Israele avrebbe dovuto riconoscere in Gesù l’inviato di Dio.
Questo riconoscimento non è avvenuto. Perciò Cristo ha rigettato Israele e ha fondato un nuovo popolo, la sua Chiesa.
La Chiesa è chiamata a essere nel mondo ma non del mondo. E’ chiamata a condividere la condizione degli uomini non per adattare il vangelo alla mentalità del mondo, ma per portare il mondo a Dio. Non per costruire una città stabile, ma per portare l’umanità alla città eterna. Per predicare la speranza.

Dopo la risurrezione Cristo invia gli apostoli fino agli estremi confini della terra (Mt.28,16-20). Essi devono essere il sale della terra e la luce del mondo (Mt.5, 13-16). Essere sale vuol dire conservare per il Regno coloro che il Padre ci affida. Essere luce vuol dire prendere per mano i fratelli e condurli con amore sulle strade di Dio. Il vangelo è per tutti. A tutti il Cristo rivolge un invito, o forse un comando.
A tutti Gesù dice: “ Seguimi ! “.
Un imperativo che non ammette tentennamenti da parte nostra, che non ammette obiezioni o rimandi.
E’ lo stesso comando-invito rivolto da Gesù a Levi, seduto al banco delle imposte. Levi si alza e segue il Maestro. Non sa chi sia Gesù. Si fida semplicemente di lui. Si abbandona a Lui con la fiducia del bambino. Con la fiducia con la quale Gesù si abbandona la Padre.
E il pubblicano Levi diventa l’apostolo Matteo.

Bibliografia: G. De Roma : “MATTEO” – Milano 1995