Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

RICORDATI, ISRAELE

dicembre 18th, 2014

Ricordati, Israele!

Il tema sul quale ci vogliamo intrattenere è un filo conduttore molto forte che attraversa un po’ tutta la Scrittura e che ritengo sia molto attuale in questo momento: il tema del “ricordo”. Possiamo intitolare il nostro incontro con queste parole: Ricordati, Israele!
Percorreremo questo tema solo in alcune pagine molto significative.
Diciamo con premessa che il “ricordarsi” nel suo significato più comune è un’attività che impegna la nostra mente, ma il fatto stesso che ci ricordiamo di una persona, di una cosa o di una qualsiasi faccenda, vuol dire che quest’attività ci mette in relazione e in una relazione che comporta un intervento attivo. Nel ricordarci noi diventiamo operativi verso qualcuno o qualcosa: decidiamo un intervento.
Nella Scrittura la cosa assume una dimensione che va molto oltre e più profonda: il ricordarsi esprime una vita spirituale intensa, dove una persona ( o addirittura un popolo) si impegna a riflettere su se stessa.
Ma il ricordarsi nella Bibbia è prima di tutto un’attività di Dio: la persona vive perché Dio si ricorda di lei: Che cosa è l’uomo perché di lui ti ricordi? (Sal 8).
Il ricordarsi da parte di Dio è un evento attivo e creativo: quando egli si ricorda vuol dire che fa sorgere una situazione nuova, cambia tutto; quando egli si ricorda pensa all’alleanza e crea legami, li rinnova…
Quando Dio parla a Mosè dal roveto ardente e questi gli domanda: Come ti chiami?, e Dio gli rivela il suo nome: Io sono colui che sono, (cioè Colui che è e farà essere, accadere, diventare)…aggiunge: “Dirai agli Israeliti: il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione” (Es 3, 14-15).
Il Nome di Dio dice che si è imparentato con tutte le generazioni di Israele, che è un Dio dei vivi, che è entrato in una storia per sempre e si è compromesso con un gruppo che un po’ è popolo e un po’ è non-popolo. “Questo è il titolo con cui sarò ricordato” vuol dire che il ricordo non sarà solo un innocuo sforzo della memoria umana, ma vuol dire che anche l’uomo dovrà compromettersi con lui, metterà in gioco tutto se stesso: il ricordo metterà in movimento tutta la sua capacità di relazione, un dinamismo che lo impegna ad una sintonia con Lui e a un progetto unico, singolare.
Per questo il ricordarsi biblico non è solo qualcosa che appartiene al passato e riempie il cuore di nostalgia, ma un’attività che ha una forte incidenza nel presente e impegna per il futuro. Ricordare è rendere presente.

Israele si caratterizza come “popolo della memoria”: questa fa parte della spiritualità del popolo amato.
Il libro biblico che più di tutti sviluppa una teologia del ricordo è il Deuteronomio.
“Guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli.
Ricordati del giorno in cui sei comparso davanti al Signore tuo Dio sull’Oreb…” (Dt 4, 9-10). Niente deve cadere nella dimenticanza: il Deuteronomio insegna a leggere la storia come storia della salvezza. E’ un percorso educativo eccezionale.
Questo libro è uno sguardo di Mosè dall’alto del Monte Nevo, dove alla fine della sua vita contempla quella terra in cui non entrerà e lascia come testimonianza al popolo che ha guidato per quarant’anni nel deserto una serie di grandi discorsi. E’ come una sosta in cui rivede tutte le vicende dell’esodo e dice che tutto ciò che è avvenuto, culminato nel dono della Torah, deve radicarsi nel cuore degli Israeliti e deve diventare sapienza della vita. Questo è necessario – si esige – per poter entrare nella terra. Il Deuteronomio è una grande catechesi posta in bocca a Mosè: tutto ciò che vi è scritto narra ciò che precede l’ingresso nella terra di Canaan.
Ma quando il Deuteronomio viene messo per iscritto (il tempo di Giosia (VII sec.) Israele è insediato nella terra circa da quattro secoli.
Il tempo del deserto è un evento molto lontano; Israele gode già della terra ricevuta come dono. Nel Deuteronomio rivive attraverso una lunga meditazione quel tempo, che è il tempo fondante della propria storia, il tempo delle origini, che è sempre un tempo privilegiato, il tempo del primo incontro/primo amore. quando il Signore ha stretto un legame di alleanza con esso e Israele deve sempre tornare a confrontarsi con quegli eventi.
Perché quattro secoli dopo Israele avverte questo bisogno? Che cosa è accaduto?
Esso sta vivendo il tempo del benessere (VIII-VII sec. a. C. Regni di Geroboamo II e Uzzia): cresce l’economia che da pastorale e agricola comincia a diventare anche commerciale; c’è un incremento dell’attività edilizia, che dice maggiore stabilità rispetto al nomadismo; Israele nel benessere non sa essere fedele, si è dimenticato, viene preso dal malessere dell’autosufficienza e dell’auto-esaltazione. Pur vivendo nella terra che Dio ha dato ai padri e pur godendo di essa, è come se l’avesse perduta, come se ne fosse uscito. Perché il legame con la terra non può essere vissuto e compreso al di fuori di una logica divina che è quella del dono, della gratuità.
Queste pagine sono scritte per quelli che abitano già nella terra, ma necessitano di rifare un percorso spirituale per capire ciò che il Signore ha fatto per loro. Che ne hanno fatto del dono di Dio?
Lo scrittore sacro offre un’intelligenza per tornare ad abitare consapevolmente la loro terra, il cui proprietario è il Signore Dio.

Leggiamo Dt 8:
“1Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso del paese che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri” .
L’invito a mettere in pratica i comandamenti è condizione indispensabile per vivere, moltiplicarsi, entrare nella terra.
Tutto il testo è costruito secondo una contrapposizione spazio-temporale tra i quarant’anni nei quali il Signore ha condotto il popolo nel deserto e l’oggi nella terra. Puoi vivere una relazione vitale e feconda con la terra facendo riferimento a quegli anni

“2Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. 3Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
4Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni.
5Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te”.
Ecco l’insistenza sul tema della memoria. Israele deve ricordare tutto un arco di storia in cui il Signore lo ha condotto. Senza il Signore non sarebbe esistito; senza di lui sarebbe morto nel deserto. Il popolo ha bisogno di riconoscere la sua dipendenza da Dio. Il cammino non è stato facile ed ha lasciato dei segni profondi nella carne di questo popolo: umiliazioni e prove, soprattutto la fame e la sete per sapere ciò che aveva nel cuore. Non Dio voleva sapere, perché conosceva bene il cuore del suo popolo, ma poerché Israele conoscesse se stesso e il proprio cuore, la sua stessa verità, le sue limitatezze e imparasse arapportarsi continuamente con il Signore. Dio mette a nudo la sua realtà più profonda. Il deserto – dove la vita è impossibile – è il banco di prova, dove vengono fuori tutte le fragilità nascoste. E’ qui che l’amore viene provato. Dio smaschera Israele e lo purifica dall’idolatria. Il popolo non poteva affrontare il deserto con le sue sole forze. Nella privazioni Israele deve imparare a riconoscere Dio come unico suo bene e come tutto è dono. l’acqua e la manna.
L’unico cibo di cui dispone è qualcosa di misterioso, che il Signore fa cadere durante la notte e che Israele trova alla mattina come sorpresa, come una cosa minuta e granulosa, come la brina.
E’ un cibo di cui non conosce neanche il nome: “Man hu?”, si domanda. Di questo cibo non poteva disporre, non poteva farsi la provvista: Lo doveva ricevere giorno per giorno, rimettendosi continuamente alla fiducia in Dio, e rischiando anche di non trovarlo il giorno seguente. E’ un esercizio spirituale che il Signore gli fa compiere, per fargli capire che ciò il solo cibo essenziale di cui ha bisogno è la parola del Signore. Si può anche essere morti di fame, ma essere morti spiritualmente (privi del pane della parola) è molto peggio.
Anche Gesù dirà: “Ho da mangiare un cibo che non conoscete, che è fare la volontà del Padre mio” (Gv 4, 34).
“Il tuo vestito non ti si è logorato addosso…”: Dio ha provveduto a te in tutto, ti ha portato come un figlio: “…Hai visto come il Signore tuo Dio ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che avete fatto finché non siete arrivati qui” (Dt 1, 31).
Ti ha portato: portare non solo in braccio , ma ti ha educato. Al v. 5 c’è il motivo sapienziale della correzione, che manifesta la responsabilità paterna di Dio: Israele è un popolo consacrato al Signore, privilegiato tra tutti i popoli; Dio lo ha scelto non perché è il più numeroso, ma perché lo ama (Dt 7, 6-7); “Voi siete figli per il Signore Dio vostro” (Dt 14, 1).
Torna ricorrente l’espressione: il Signore tuo Dio: è un continuo richiamo all’alleanza; ricorda il legame sponsale tra Dio e il popolo, che si consuma nel deserto. Ricordare i comandamenti è una richiesta esplicita di amore e di fedeltà al patto di alleanza.

“6 Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo; 7 perché il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile; paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; 8 paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; 9 paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame. 10 Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato”.
La descrizione della terra evoca il giardino di Eden. Il termine tradotto “paese” è letteralmente “terra” (69!, ’eretz) tov, bella e buona. E’ il contrario del deserto: i segni di morte che Israele ha sperimentato vengono trasformati dal Signore in segni di vita. Acqua, frutti, pane, pietre, miniere.
Tanta abbondanza è dono di Dio e il suo godimento deve salire come benedizione. Ma c’è una sottile tentazione: l’abbondanza può indurre alla sazietà fino all’ingordigia e alla dimenticanza del Donatore.

“11 Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti do.
12 Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, 13 quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, 14 il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; 15 che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; 16 che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire”.
I beni sono cosa buona, ma vanno goduti nella benedizione e nel rendimento di grazie. La tentazione in cui Israele cade è quella dell’autosufficienza: inorgoglirsi (radice ram) è farsi alto, innalzarsi e mettersi al posto di Dio, fino a dimenticarlo, cioè a cancellarlo dalla propria esistenza e a divinizzare l’opera delle proprie mani e i propri progetti. La terra e il lavoro sono categorie di salvezza: l’uomo che si dimentica del Signore rende il benessere causa di male, ingiustizia e divisione. L’uomo che rinnova l’esperienza dell’esodo fa dell’abbondanza motivo di condivisione.
Le espressioni: “Ti ha fatto uscire, ti ha condotto..”, sono narrate con il participio, che è atemporale: esprime un’azione di liberazione permanente da parte del Signore: egli ti ha fatto uscire e ti fa ancora uscire; ti ha condotto e ancora ti conduce.
L’insegnamento è quello di vivere come chi continua a uscire dall’Egitto, ad essere dissetato, nutrito…prodigiosamente, anche nel benessere.

“17 Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. 18 Ricordati invece del Signore tuo Dio perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri. 19 Ma se tu dimenticherai il Signore tuo Dio e seguirai altri dèi e li servirai e ti prostrerai davanti a loro, io attesto oggi contro di voi che certo perirete! 20 Perirete come le nazioni che il Signore fa perire davanti a voi, perché non avrete dato ascolto alla voce del Signore vostro Dio”.

Ricordare è credere (Heschel) e credere è ricordare.
La teologia del ricordo è uno dei fili conduttori non solo della Scrittura, ma anche nella vita della Chiesa (pensiamo alla Liturgia) e anche della nostra vita. E la Scrittura ci educa a leggere la nostra vita come storia della salvezza.
Il ricordo serve a mantenere pura la fede; fa parte dell’educazione alla fede.
Israele dopo quattro secoli sente il bisogno di fare una lectio divina della propria vicenda, per ritrovare se stesso. Perché la lectio divina è importante per noi? Perché ci radica di più nella vocazione.
E’ importante ogni giorno ed è importante dopo cinquanta, quaranta, venti anni di vita in monastero sentire questa fame, fare una sosta per una lectio divina del percorso attraverso cui il Signore ci ha condotte.
Israele è una storia scritta da Dio, così come lo è la Chiesa, la nostra congregazione e ciascuna di noi. Dimenticare questo è dimenticare se stessi, venire meno alla fedeltà alla nostra storia. Siamo vive finché ricordiamo.

Secondo la Scrittura la persona che ricorda è una persona sapiente: è questo l’ideale dei libri sapienziali, specialmente del Siracide (cfr Sir 44-50: l’elogio degli antenati nella storia).
In Sir 39, 1-11 c’è la figura simpatica dello scriba sapiente: che medita la legge dell’Altissimo. Egli indaga la sapienza di tutti gli antichi, si dedica allo studio delle profezie. Conserva i detti degli uomini famosi, penetra le sottigliezze delle parabole, indaga il senso recondito dei proverbi…Di buon mattino rivolge il cuore al Signore, che lo ha creato, prega davanti all’Altissimo, apre la bocca alla preghiera, implora per i suoi peccati….”.
La memoria è un fatto dinamico: ci trasmette la conoscenza del Signore e la sua volontà per l’oggi. E ci dà una certezza: lui che ha operato nei tempi passati, opera anche oggi e continuerà ad operare nel futuro.
E’ la certezza che percorre le pagine anche nel NT (facciamo un bel salto!). Nei cantici del Magnificat e del Benedictus noi ogni giorno cantiamo: “Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia” (Lc 1, 54), e ancora: “Si è ricordato della sua santa alleanza” (lc 1, 72).
Sembra che il Signore Dio, quando compie in Gesù l’opera della salvezza, “accende al massimo” la lampada della sua “memoria” e fa sì che tutta la riflessione sapienziale di Israele di raccolga nella persona di Maria di Nazaret, che diventa l’erede dei sapienti d’Israele.
Per capire chi è Gesù, Maria rifà in se stessa tutto il cammino d’Israele, anzi parte da molto prima, dalla creazione, poi ripercorre l’Egitto, l’esodo, l’esilio, la terra promessa.
Conserva il ricordo dei fatti, delle parole che riguardano Gesù e li approfondisce; li mette a confronto con le Scritture d’Israele, ne ricerca il senso. E’ come lo scriba sapiente: custodisce anche le parole che non comprende sul momento. In questa luce riesce a vivere con Gesù la Passione e la morte e a restare in piedi accanto a lui, senza rimanerne schiacciata.
Quando l’evangelista Luca narra la visita dei pastori a Betlemme, dice: “Maria da parte sua custodiva tutte queste parole meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19).
E poco dopo, quando narra l’episodio del ritrovamento di Gesù nel tempio, dice ancora: “Sua madre custodiva tutte queste parole nel suo cuore” (Lc 2, 51 b). Sembrano due espressioni perfettamente uguali, ma ci sono delle sfumature che ci dicono quanto era viva la spiritualità del ricordo nella Madre di Gesù.
Il ricordo è un grande dinamismo attivo in Maria nel raccogliere e irradiare gli eventi: e cosa fa? Li collega. Nel suo cuore mette insieme i vari “pezzetti” della sua storia e della storia di Gesù e li fa combaciare con le promesse divine ai padri. E tutto questo lo trasmette alla comunità e diventa carne e sangue della Chiesa.

Ma chi è che muove tutto questo?
Quando Dio parla a Maria attraverso l’angelo, le porta lo Spirito Santo e lo Spirito quando opera la nuova creazione nel suo grembo, le dà anche l’intelligenza per intendere la storia di Israele e la sua storia alla luce di ciò che le sta accadendo. Tutta la vicenda d’Israele si raccoglie lì, nella modesta casa di Nazaret e di là riprende a scorrere e continua fino ad oggi.
Chi sveglia il ricordo nei “dormienti” discepoli è lo Spirito Santo.
Nei discepoli di Gesù e nelle vicende legate alla comunità delle origini il ricordo prende vita come evento pasquale. Dopo la risurrezione la parole di Gesù attraverso il ricordo assume nuova potenza: è la forza impressa dallo Spirito stesso del Signore risorto.
“Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14, 26). Il Paraclito ha una funzione docente e memoriale.
Vi restituirà tutto il patrimonio che vi ho trasmesso e voi sarete capaci di appropriarvene in modo consapevole. Insegnare e ricordare non è una lezione di recupero dalla dimenticanza. Insegnare e ricordare per lo Spirito è reinventare; è conoscenza nuova della parola e dell’opera di Gesù.
Qual è l’oggetto della memoria? E’ il mistero di Cristo (la verità tutta intera). Lo Spirito Paraclito è la “memoria in atto” di Gesù. Gesù torna al Padre, ma lascia lo spazio allo Spirito; lo Spirito intreccia una relazione particolare con i discepoli e in particolare con chi?
Con il discepolo che Gesù amava: il discepolo che rimane fino al ritorno del Signore e rimane per rendere la sua testimonianza e tenere vivo il “ricordo”. E il ricordo è salvifico: rende presente in noi tutta l’opera della salvezza: dalla creazione all’esodo, dall’esilio al ritorno nella terra, dalla prima Pasqua celebrata in fretta e in fuga fino alla Pasqua di Cristo, che è il culmine dell’amore di Dio per l’umanità. Sr. M.Auxilia o.s.b.