Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

S. NATALE

dicembre 22nd, 2017

25 dicembre 2017
LECTIO DIVINA

NATALE DEL SIGNORE
Messa del giorno

Dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 1, versetti 1-18

“Il Verbo si è fatto carne”

La liturgia di oggi ci presenta il famosissimo ‘Prologo ‘ del Vangelo di Giovanni, che ci offre una meditazione di fede sulla nascita di Gesù. In esso Giovanni ci invita a contemplare la Parola (da Verbum in latino, Logos in greco), fin dalla sua origine eterna in Dio Padre.
Il personaggio dominante del Prologo è Gesù. La meditazione dell’evangelista Giovanni sul mistero del ‘Logos’ si sviluppa in varie tappe: dalla contemplazione del mistero del Verbo- creatore e salvatore- presso Dio, (vv.1-5), si passa alla proclamazione dello scopo della sua venuta (vv.9-14), per arrivare alla contemplazione della pienezza di vita e di grazia che il ‘Logos’ assicura agli uomini, permettendo a ciascuno di raggiungere la conoscenza di Dio.
Nell’inno vi sono anche due ‘soste’.(vv.6-8.15), nelle quali ci si ferma a meditare sulla funzione del precursore, Giovanni il Battista, al quale il nostro evangelista dà un posto di grande rilievo nel suo vangelo.
“Il Verbo si fece carne” (v.14): il tema centrale del Prologo riguarda il modo sconvolgente del dialogo di Dio con l’uomo, con cui Dio vuole essere luce e vita nostra, e vuole parlarci di sé mediante il Figlio, che è Luce e Vita. La Luce irrompe nelle tenebre (v.9), la storia potrebbe prendere un corso nuovo, invece “i suoi non l’hanno accolto” (v.5). Eppure, Dio per parlarci si è fatto uomo, per salvarci ha mandato nel mondo il Figlio ‘unigenito’, che si è reso solidale con noi, anche con la nostra debolezza. I due termini opposti, l’eterno e il provvisorio, si sono incontrati, e Dio ha assunto la condizione umana. Il termine ‘carne’ sottolinea il realismo della venuta della Parola di Dio in mezzo agli uomini.
La seconda parte del versetto 14: “e venne ad abitare in mezzo a noi”, si potrebbe tradurre in modo letterale così: “e pose la sua tenda in mezzo a noi”. Nell’Antico testamento si era sviluppata tutta una teologia della tenda come segno della presenza invisibile, affascinante e insieme tremenda, di Dio in mezzo al suo popolo. Il senso ultimo della Tenda si compie ora nell’Incarnazione del verbo, che realizza una presenza personale e sensibile di dio tra gli uomini.
L’idea di tenda suggerisce anche la condizione di provvisorietà, precarietà: la nostra vita umana, assunta dal verbo, è come una tenda che si può arrotolare; ebbene. Dio si è fatto come noi, assumendo la condizione della nostra debolezza, facendosi pellegrino con noi, uno di noi!
“Nessuno ha mai visto Dio, ma il figlio lo ha rivelato” (v.18). Gesù è il rivelatore del Padre, il rivelatore in quanto Parola di Dio che si è fatta carne, che ha piantato la sua tenda in mezzo agli uomini. Ma questa Rivelazione trova il suo compimento nel Mistero pasquale, nel quale Dio si rivela definitivamente e pienamente come colui che dona il suo figlio a noi.
L’ultimo versetto del Prologo giovanneo ci dice come Gesù ci ha rivelato il Padre: vivendo realmente da Figlio nella sua concreta umanità, perseverando in quel rapporto unico e indicibile che il Verbo aveva già nell’eternità, prima che il mondo fosse.
Riflettendo su questo mistero inesauribile, così canta il II Prefazio di Natale:” Nel mistero mirabile del Natale egli Verbo invisibile apparve visibilmente nella nostra carne e generato prima dei secoli cominciò ad esistere nel tempo per assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta per reintegrare l’universo nel tuo disegno o Padre, e ricondurre a te tutta l’umanità dispersa”.

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