Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

Storia..

settembre 2nd, 2013

STORIAGli anni ’20 del secolo appena trascorso si aprivano carichi di speranza per il mondo femminile cattolico in Italia. La necessità dei tempi che i valori tipicamente femminili fossero diretti in modo più efficace al bene comune, superando la ristretta cerchia familiare. In questo clima di rinascita e di entusiasmo due giovani amiche pugliesi, Filomena Carparelli e Antonietta Passante, maturavano il loro cammino di fede e di dedizione nella Chiesa. Erano entrambe originarie di S.Vito dei Normanni, un piccolo paese dell’area brindisina appartenente alla Diocesi di Ostuni. FILOMENA CARPARELLI era nata il 16 luglio 1905, primogenita del dottor Domenico Carparelli e della sua giovane sposa, Palmina Azzariti. ANTONIETTA PASSANTE, nata il 27 ottobre 1899, pure lei a S.Vito dei Normanni, proveniva da un ambiente sociale ben differente da quello di Filomena. La sua famiglia era numerosa e modesta, di forti convinzioni religiose ed austeri costumi, ma non le impedì, pur con grandi sacrifici, vista la sua fervida intelligenza, di conseguire la laurea in lettere all’Università di Napoli, cosa rara a quei tempi! Il lavoro di apostolato, a cui ambedue erano dedite, rese Filomena e Antonietta particolarmente sensibili ai problemi del loro ambiente. La dimensione spirituale che animava la loro esistenza non le spingeva all’evasione. Esse si calarono nella difficile realtà del loro tempo, nella quale si resero presenti con la testimonianza di una carità fattiva. La generosa disponibilità di Filomena ed Antonietta fu provata dalle vicende legate alla sopravvivenza dell’orfanotrofio femminile De Leo-Azzariti, opera benefica che era sorta nel loro paese natale nella prima metà dell’ottocento. Poiché l’Opera versava in stato di grave precarietà, nel 1925 il prefetto di Brindisi propose all’arciprete di S.Vito (fratello di Antonietta), di sopprimere l’ente, trasferendo le poche orfane rimaste in un altro istituto. L’eventualità di soppressione dell’unica opera di assistenza del paese rese ancora più sensibile la coscienza delle due amiche, che una mattina si presentarono insieme al prefetto di Brindisi, amico della famiglia Carparelli, che le ascoltò benevolmente e poi, guardandole in volto attratto dalla loro freschezza rispose ( fu Filomena stessa a riferire le sue parole):” Date retta a me: andate a giocare e lasciate che l’orfanotrofio muoia per conto suo!…”. Le due amiche non furono disarmate da quella risposta e ritornarono alla carica, uscendo finalmente da quell’incontro con la promessa del prefetto di rinviare per un anno la chiusura, e il consenso a che le due amiche tentassero di risollevare le sorti del cadente orfanotrofio. Cosa che fecero mettendo in atto tutta la loro energia e inventiva. Allo scadere dell’anno di prova, Filomena e Antonietta si recarono nuovamente dal prefetto e lo invitarono a rendersi conto di persona dei progressi compiuti. Questi andò, constato il lavoro fatto e riconobbe che erano stati veri miracoli, incoraggiando la prosecuzione dell’opera intrapresa.
Il P. Abate Emanuele Caronti osb (1882 – 1966)

In quegli anni l’Abate Emanuele Caronti o.s.b. (eletto abate del monastero S.Giovanni di Parma nel 1919, e poi Abate Generale della Congregazione Benedettina Sublacense nel 1937),  essendosi recato a Nardò (Le) per una predicazione, pensò ad una rinascita della vita benedettina in Puglia, e nacque l’ idea della fondazione del monastero di Noci (Ba), che – eretto nel 1930 – fu dedicato alla Madonna della Scala. Nella quaresima del 1933 l’arciprete riuscì ad avere in San Vito la presenza dell’abate Caronti e dei monaci benedettini. Filomena e Antonietta in quei giorni ebbero modo di essere spesso vicine all’abate Caronti e di instaurare con lui un rapporto di filiale apertura , gli parlarono del loro desiderio di consacrarsi al Signore, e dell’orfanotrofio che stavano gestendo in S.Vito. L’abate rispose loro:” Fate qui una fondazione che vi permetta di continuare le opere che avete in mano e di realizzare il vostro ideale di consacrazione!”. Le due amiche cominciarono ad avere paura e ad obiettare che era loro desiderio di entrare in una istituzione già bell’è fatta piuttosto che crearne una nuova: “Obbedite e non tergiversate!”, era la risposta del padre abate. Alla prima intuizione della futura fondazione seguì un intenso intreccio di corrispondenza tra l’abate, l’arcivescovo, l’arciprete e le due sanvitesi, per stabilire la fisionomia della nascente comunità. Proprio per la direzione dell’abate Caronti fu chiaro fin dal primo momento il delinearsi di una fondazione benedettina innestata nell’antico ordine monastico, che contemporaneamente rispondesse alle esigenze dei tempi e ai bisogni del luogo. Per alcuni aspetti la nuova opera avrebbe potuto rappresentare un ritorno alle origini, quando i monasteri delle benedettine, prima ancora di conoscere l’impostazione di una clausura sempre più rigida (nel 1298 Bonifacio VIII  stabilì le norme per la clausura delle monache, confermate nel 1563 dal Concilio di Trento), avevano un’incidenza maggiore nel tessuto sociale. L’idea dell’abate riguardo alla fondazione di S.Vito era quella di formare delle benedettine “con la clausura nel cuore e non con le grate”, che vivessero l’accoglienza dei più poveri come prolungamento del sacrificio di lode offerto nella liturgia e come manifestazione tangibile della vita di unione con Dio alimentata dalla meditazione quotidiana della Scrittura e dall’ascesi. Ancora una volta la Regola di San  Benedetto, proprio perché nata dal Vangelo, si rivelava un terreno fecondo per il sorgere di una nuova esperienza monastica nella Chiesa, manifestando la sua duttilità e la sua apertura ai contesti più diversi. Dopo molte vicissitudini, l’11 agosto 1937 Filomena e Antonietta iniziarono la vita comune nell’orfanotrofio, e le orfane l’indomani, al risveglio, videro le due amiche chinarsi sorridenti su di loro. L’impatto con la nuova realtà fu molto dura per entrambe: all’inizio non avevano nemmeno una cella a loro disposizione: si rendeva urgente pensare alla costruzione di un monastero che avrebbe accolto la nascente famiglia religiosa. Le due giovani erano molto conosciute, e in breve tempo le aspiranti aumentarono: nella Pasqua 1938 erano già in sette, ma solo per pochi mesi. Le amiche delle due sanvitesi che si affacciavano alla casa religiosa, poco dopo si ritiravano sgomente: gli inizi erano veramente difficili, e ben presto in comunità si ritrovarono in quattro… E venne la guerra ad aumentare i disagi. Solo nell’autunno del 1944 l’abate Caronti si rifece inaspettatamente vivo a S.Vito per una fugace visita; intanto, con data 1° dicembre di quell’anno, giunse da Roma la risposta favorevole per il riconoscimento diocesano del “nuovo Istituto delle Oblate Benedettine di Santa Scolastica”.

La facciata del Monastero di San Vito

La mattina del 14 dicembre 1944 Filomena Carparelli nella piccola chiesa di Santa Teresa. La facciata del Monastero di San Vito alla presenza del popolo di San Vito, dei sacerdoti e dei confratelli monaci di Noci, saliva l’altare con la veste nuziale per essere poi rivestita dell’abito monastico. L’arcivescovo di Ostuni promulgò solennemente il decreto di riconoscimento diocesano della nuova famiglia monastica e ricevette la professione perpetua della prima Oblata Benedettina a cui impose il nome di Suor Maria Benedetta, come il grande padre dell’Ordine monastico nel quale veniva a innestarsi la nuova fondazione. Il giorno seguente, 15 dicembre, si ripetè la cerimonia, presieduta dal padre abate. Questa volta si presentarono in sei davanti all’altare e fu suor Benedetta, a ricevere la professione temporanea di Antonietta, sorella d’anima e con fondatrice, che prese il nome di Suor Scolastica, e delle prime due aspiranti che si erano unite a loro. Il gesto di ricevere le professioni delle sue compagne di cammino fu per suor Benedetta espressione significativa di quella maternità ricevuta in dono dopo la lunga e faticosa gestazione. Ella da questo momento sentirà sempre di più la Congregazione come sua creatura concepita dal Verbo di Dio, voluta e amata da Lui; la vedrà crescere ai piedi del Signore e nell’intimità con Lui, nella luce dell’Incarnazione, non cesserà mai di comprendere il senso della sua presenza nella Chiesa. Suor Maria Benedetta vivrà il suo essere “madre” sempre radicata e immersa in questo mistero di salvezza. NUOVE FONDAZIONI Nell’ estate del 1949 per la Congregazione iniziò in modo imprevedibile la sua espansione, con la prospettiva di ben due fondazioni. L’abate di Noci invitava Madre Benedetta ad assumere la direzione dell’ orfanotrofio “Santa Maria” a Squinzano (Lecce). Mentre si andava realizzando questa prima fondazione, prendeva concretezza un desiderio comune a tutte e coltivato in modo particolare nel cuore delle due fondatrici: il progetto di una casa di noviziato che fosse immersa nel silenzio e nel verde. Ad alimentare questo sogno vi era anche un’esigenza concreta: con l’aumento delle nuove reclute gli spazi che il monastero di san Vito offriva divenivano sempre più insufficienti. Nel settembre 1949 il vicario generale della diocesi di Ostuni prospettò alle Madri la possibilità di acquistare il rustico di una villa con bosco e giardino sul pittoresco colle di Scopinaro, poco distante dal centro ostunese, messo in vendita dal ricco proprietario, l’avvocato Francesco Paolo Specchia. Quando le due Madri agli inizi di ottobre si recarono per la prima volta sul colle restarono colpite dall’incanto del luogo: la villa, costruita in pietra viva a forma di un piccolo castello, si affacciava su uno stupendo panorama con scorci sull’antica ‘città bianca’, la vasta pianura popolata da ulivi e sull’orizzonte, la larga striscia azzurra dell’Adriatico. Le trattative con l’avvocato Specchia non furono facili, le condizioni poste inizialmente parvero inaccettabili, superando di gran lunga le concrete possibilità della piccola Congregazione. Ma alla fine l’avvocato, conquistato dal fascino che promanava dalla persona delle due madri cedette man mano, accondiscendendo alle loro proposte. Nell’aprile 1950 fu dato il via alla nuova fabbrica e finalmente nel luglio successivo le novizie si stabilirono nella loro dimora con la madre Scolastica ed altre suore  che contribuirono a dare incremento alla comunità e ad animare di nuova vita la collina prima abbandonata, fino a farne un centro di spiritualità benedettina che sarebbe diventato, nel corso degli anni, punto di riferimento per la Chiesa locale e per le Puglie. Nel corso degli anni cinquanta, mentre s’innalzavano gli edifici materiali e cresceva la richiesta da parte delle giovani pugliesi di entrare in monastero , la Congregazione conosceva tempi di tensioni circa la definizione e il consolidamento del carisma. “Benedettine abbiamo voluto essere –scriveva madre Benedetta – e il Signore solo sa quanto ci sia costato. Benedettine vogliamo rimanere, ma benedettine secondo le esigenze dei tempi e secondo una interpretazione più semplice e più svelta della Regola”. Quale fesse questa “interpretazione più semplice” della Regola la madre stessa lo definiva in una sua espressione molto significativa con la quale non faceva altro che sottolineare il primato della Parola di Dio :”Mi sono ispirata sempre e continuerò ad ispirarmi al Vangelo da cui ogni regola trae la sua origine. Temerei di sbagliare facendo diversamente”. La scelta di madre Carparelli era dunque pienamente in consonanza con quella di San Benedetto, il quale nel delineare l’itinerario monastico desiderava farsi guidare semplicemente dal Vangelo :”per ducatum Evangelii pergamus itinera eius,,,”(R.B. Prol.21). Sarà molto significativo come ancora nel Vangelo ella troverà il punto di approdo quando, il volto della sua creatura le si svelerà in tutta la sua chiarezza: “Se avessimo voluto una vita claustrale non ci sarebbe stato bisogno di far nascere dal grembo della santa madre Chiesa una nuova Congregazione” (da una lettere di M. Benedetta all’abate di Noci – Dic.1955). Il 2 giugno 1961 fu una data  segnata dal dolore per madre Benedetta e le giovani sorelle: madre Scolastica, costretta a letto da mesi a causa di febbri reumatiche, spirava tra i singhiozzi della comunità che sostava in preghiera accanto a lei. Era la prima volta che sorella morte bussava alle porte dell’ancor giovane Congregazione portando via il grande sostegno di madre Carparelli.

Nell’estate del 1963 il vescovo di Teggiano (Sa), molto vicino alla madre e alle sue figlie,  si sentì ispirato a chiamare le Oblate Benedettine in un piccolo paesino della sua diocesi, Petina, tra i monti Alburni, dove erano venute a mancare le suore e urgeva provvedere all’assistenza dei bimbi orfani e disadattati. Le suore avrebbero potuto anche organizzare un laboratorio di cucito e di maglieria per le ragazze del paese . Madre Benedetta accolse l’invito del vescovo, ritenendo giunto il momento di far varcare alla Congregazione i confini delle Puglie, e il 30 ottobre di quello stesso anno ella stessa accompagnò le prime quattro suore destinate a dare vita alla nuova comunità. Ebbe inizio così per la Congregazione un’esperienza nuova di tipo missionario, in cui la fedeltà all’ Opus Dei e alla vita comune veniva a fondersi con una presenza più incisiva nella vita del paese attraverso l’opera dell’evangelizzazione, della promozione culturale e sociale e l’attenzione ai più poveri e bisognosi. Lo sguardo di madre Carparelli era rivolto in quegli anni al grande evento del Concilio Vaticano II, che ella seguì con attenzione giorno per giorno insieme alle figlie. Una famiglia monastica come la sua, dal volto semplice e con soli venti anni di vita, non aveva su di sé il peso di tradizioni e consuetudini che invece gravava sulla vita di molti Istituti. L’opera fondamentale da compiere riguardava soprattutto l’approfondimento, la preparazione umana e spirituale, aspetti che erano stati sacrificati nei tempi eroici, quando la Congregazione impiegava buona parte delle proprie energie nella costruzione degli edifici materiali. “Nate appena ieri –annotava la madre – figlie già di questo secolo così dinamico, venute fuori proprio nel momento in cui più urgente si sentiva il bisogno dell’essenziale, poco abbiamo da lasciare, nessuna sovrastruttura nella nostra vita già tanto semplice, nei nostri rapporti già tanto familiari e spontanei. Molto invece abbiamo da prendere, molto da imparare…”. Nella linea del Concilio la madre indicava alle figlie la duplice via del ritorno alle fonti della vita cristiana e dall’attenzione alle mutate condizioni dei tempi: “…Non sistemi prefabbricati, chè la staticità non è vita … elastiche, duttili sempre per camminare coi tempi, precorrerli anzi se lo Spirito ce ne fa dono, ma sempre tenacemente stretta all’altare, al tabernacolo, al coro, sempre in perfetta comunione con la gerarchia, sempre ancorate allo scoglio indefettibile di Pietro” (Appunti 1973).  Il conforto che veniva a madre Benedetta dal Concilio era soprattutto la conferma di quelle intuizioni che erano alle origini della fondazione e in modo particolare il superamento della dicotomia tra contemplazione e azione verso quella unità di vita che si compie –prima nel cuore e sul piano della fede, poi nella esperienza concreta e quotidiana- mediante la ricerca di Dio, il radicamento in Cristo nel battesimo e la consacrazione alla missione universale della Chiesa. In quella  libertà di spirito di cui godeva,  madre Benedetta poteva affermare: “il battesimo più che la professione, il Vangelo più che la Regola, la carità più che l’osservanza, la virtù più che i voti! Come vorrei che tutte le figliole lo capissero bene!”. (Pensieri 1965). Questo ‘stile’ aperto e familiare aveva fatto esclamare una volta agli studiosi convenuti a Villa Specchia nel 1965 per un convegno dell’Associazione Biblica Italiana:” Qui si respira già aria di Concilio!”. E poiché “ non vi era nulla di genuinamente umano che non trovasse eco nel suo cuore” così sensibile ad ogni forma di emarginazione, madre Benedetta in quegli anni volle dare vita a Villa Specchia ad una nuova opera per l’accoglienza di giovinette handicappate psichiche. Fu ancora nel solco aperto dal Concilio e nella fedeltà alla più genuina tradizione benedettina con le sue particolari note di ascolto e di accoglienza che nel 1965 ebbe incremento la biblioteca del monastero di San Vito con la sua regolare apertura al pubblico. La biblioteca veniva inaugurata ufficialmente il 17 marzo 1970, nel corso delle celebrazioni dell’anno venticinquesimo di fondazione, che la madre volle si svolgessero “nell’umile terra di San Vito, tra il suo popolo tanto amato e prediletto”. Il 14 dicembre 1969 la Congregazione compiva i suoi venticinque anni di fondazione e madre Carparelli aprì ancora le sue braccia davanti all’altare del Signore per cantare il suo Suscipe ed il Magnificat di ringraziamento. La femminilità era la sua proposta costante alle figlie. L’impegno, lo studio intenso, il personale approfondimento dell’esperienza umana e spirituale vissuta nel proprio arco di vita doveva mirare anche alla realizzazione di questa femminilità: “…donne certamente con la nostra femminilità squisita, con la nostra naturale sensibilità, con tutta la carica dell’affettività di cui siamo capaci, donne dal senso materno spiccatissimo e dalla dedizione piena, ma donne consacrate…riservate a Dio, date a Lui…donne che hanno ricevuto il tocco dello Spirito santo, separate dal mondo pur rimanendo a servizio del mondo…” (Appunti 1972). Il 19 febbraio 1973 la madre fu colta improvvisamente da  un violento dolore di testa, dopo due giorni sembrò aver superato il malessere, ma nel pomeriggio di quello stesso giorno, il suo volto assunse un’espressione di profondo dolore: in un istante la madre spirava silenziosamente: erano le 16,45 di mercoledì 21 febbraio. Madre Benedetta se ne era andata improvvisamente e senza pronunciare discorsi. Il grande sogno che madre Carparelli aveva alimentato negli ultimi anni della sua vita era che la piccola opera potesse finalmente ottenere il riconoscimento pontificio. Fu proprio in questi anni – il 14 dicembre 1982- che prese il via una nuova fondazione a Rutigliano, nella provincia di Bari, aperta all’accoglienza non solo di donne anziane e sole, ma anche di gruppi ecclesiali per giornate di ascolto e preghiera. Il 14 marzo 1985 fu presentata al Santo Padre la domanda per il riconoscimento pontificio e in data 19 ottobre 1985 il riconoscimento veniva finalmente concesso. Esso non costituiva solo un legame giuridico con la Chiesa di Roma, ma era un allargare i confini dello spirito e farli coincidere più profondamente con quelli della Chiesa universale. E nel 1991, denso di eventi, due vie contemporaneamente si aprivano per le Oblate Benedettine per varcare i confini dell’Italia: la via dell’est europeo, in modo particolare quella dell’Albania, e la via dell’America Latina, dove dal Brasile partivano numerose sollecitazioni. Mentre erano in atto i contatti con l’Albania, il Signore nell’imprevedibilità delle sue vie, conduceva la Congregazione a far sorgere nell’agosto 1993 un’altra comunità tra i monti Alburni, a Sicignano, nella diocesi di Teggiano-Policastro (Salerno), dove le suore erano richieste per la cura dei piccoli nella scuola materna e per la formazione spirituale dei giovani. Proseguivano intanto vari tentativi di realizzare una tanto desiderata presenza nell’est. Questi però non hanno fino ad oggi trovato compimento, mentre invece prende vita una piccola comunità in Brasile, nel popoloso centro di Itaquaquecetuba, alla periferia della grande san Paolo. Questa presenza avviene con l’inizio dell’Avvento 1996, mentre la Chiesa intraprende il suo pellegrinaggio spirituale verso il terzo millennio, preparandosi all’ incontro con Colui che era, che è e che viene, Cristo Signore.

Madre Scolastica, Madre Benedetta, immerse in questa epifania dell’amore di Dio verso gli uomini, e le Suore Oblate Benedettine di S. Scolastica celebrano con tutta la Chiesa la pienezza del tempo e contemplano in se stesse il prodigio della Incarnazione del Verbo: il mistero del Figlio di Dio, nato da donna. Nell’accoglienza gioiosa del dono della propria femminilità, sentono rinnovarsi in sé l’evento nuziale che irruppe nella vita della vergine fanciulla di Nazaret, per essere con lei “un segno della tenerezza di Dio verso il genere umano ed una testimonianza particolare del mistero della Chiesa, che è vergine, sposa e madre” (Giovanni Paolo II – Esortazione Apostolica “Vita Consacrata” 25.3.1996 n.57).