Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XXVII DOMENICA ‘A’

ottobre 4th, 2017

8 ottobre 2017
LECTIO DIVINA

XXVII DOM. “A”

Dal Vangelo secondo Matteo 21,33-43

“….Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i i servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono … Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto per mio figlio! Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l’erede; su, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità……”

La prima lettura di oggi (Is. 5,1-7) e il vangelo sono brani di teologia della storia, la rilettura della storia alla luce della fede.
L’insegnamento di Gesù espresso in questa parabola ha per riferimento l’ambiente culturale e sociale della Palestina del tempo di Gesù: grandi proprietà terriere erano in mano a latifondisti stranieri. Essi avviavano a frutto il terreno e poi lo consegnavano ad un amministratore del posto per la conduzione del terreno. Vi si lavorava dunque a mezzadria o come braccianti.
Ma troviamo nella parabola anche riferimenti precisi alla tradizione dell’Antico Testamento, prima di tutto a Isaia 5,1-7 (Prima Lettura di questa domenica).
Si distinguono nettamente nel nostro testo quattro tempi e una conclusione:
1°, la piantagione della vigna (v.33), che riflette chiaramente Is.5, 1-2.
2°, gli inviati del padrone vengono respinti o maltrattati (vv.34-36).
3°, il massacro del figlio-erede (vv.37-39).
4°, il dialogo di Gesù coi presenti (vv.40-42), con riferimento a Is.5,5-6 e a 2 Sam. 12,1-12 (il rimprovero di Natan a Davide, dopo il suo grave peccato).
Conclusione (v.43): occorre portare frutti! Ciò valeva per la vigna Israele, però Matteo lo ricorda anche ai discepoli di Gesù.
Gesù è il dono ultimo del Padre all’umanità, è la vigna vera nella quale plasmare l’esistenza: Lui non vuole impossessarsi di nulla, ma rende vero ogni rapporto d’amore.
Questa parabola insegna anche a noi la centralità del riferimento a Cristo nell’esperienza di fede, una centralità tale da configurarci non come padroni del mondo, ma come servi che devono fruttificare per Dio.
La chiesa, le nostre comunità dovrebbero essere quelle che si fondano non sul piccolo egocentrico arrivismo, ma sulla pietra scartata dai costruttori e diventata testata d’angolo.
Lo stupore e lo scandalo che suscita in noi l’agire del padrone della vigna, che, forse sottovalutando il rischio, invia suo figlio, ci dice della nostra distanza dal pensare di Dio, dalla ‘folle’ gratuità del suo amore.

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