Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XXVI Domenica B

Settembre 22nd, 2021

26 settembre 2021

XXVI  DOMENICA B

Mc. 9, 38-48

Nel Vangelo di oggi Gesù ci educa a spalancare le finestre del cuore per accogliere un diverso, uno che non appartiene ufficialmente ai ‘nostri’, ma che con il suo comportamento rivela di essere in sintonia con Lui.

Il nostro brano è composto da due parti. La prima, più breve, riporta l’allarmismo di Giovanni che considera un tale come un operatore di esorcismi ‘non autorizzato’, cui segue la risposta di Gesù che aiuta a considerare l’altro come un collaboratore e non come un concorrente.

La seconda parte, più lunga, riporta minacciosi avvertimenti sullo scandalo che, se letti correttamente, hanno una funzione preventiva: occorre identificare lo scandalo, snidarlo ed estirparlo.

La prima parte, pur breve, è illimitata nell’applicazione. Gesù si sta concentrando sulla formazione dei dodici. Forti di questo privilegio essi possono aver pensato a un loro rapporto esclusivo col Maestro.

Giovanni, rappresentante dei discepoli, concepisce la sequela come un privilegio invece che come un servizio, gli manca un’apertura missionaria, sembra impegnato a difendere, più che a diffondere, ciò che è e ciò che ha.

Il v. 40 riporta un detto sapienziale che si potrebbe tradurre così: chi non ti è nemico, ti è amico.

Dal versetto 42 in poi il discorso si fa duro e senza possibilità di appello e riguarda lo scandalo.

I ‘piccoli’ sono i membri della comunità ecclesiale, persone semplici che hanno fatto una scelta di fede.  Con chi tenta di bloccare o anche solo di limitare il loro cammino spirituale Gesù ha parole severe.

Esposto il principio generale, il discorso continua e si esemplifica: si presentano tre elementi che racchiudono tutta la vita: mano, piede ed occhio. La prima è simbolo dell’azione, il secondo del movimento, il terzo è la finestra sul mondo interiore.

Siamo di fronte ad espressioni iperboliche, paradossali, da capire nel loro significato, non da interpretare letteralmente, perché la mutilazione non è mai stata un criterio pedagogico di Gesù, né tanto meno uno strumento di salvezza.

L’idea che vuol trasmettere è chiara: il vero bene è la vita eterna, la comunione con Dio. Per salvaguardarla occorre essere disposti a tutto, costi quel che costi.

Il severo discorso di Gesù sullo scandalo diventa un invito a un serio esame di coscienza: non dimentichiamo mai che il massimo della radicalità per il cristianesimo è la misericordia verso i fratelli, ma anche verso se stessi, verso le proprie resistenze dei conversione al Signore.

 

 

XXV DOMENICA B

Settembre 15th, 2021

19 settembre 2021

XXV  DOMENICA  B

Dopo tre giorni risusciterà…”

dal Vangelo secondo Marco 9,30-37

Il tema di questa domenica è ancora la sofferenza e la croce.

Gesù ripete infatti l’annuncio della sua Pasqua, già formulato in precedenza, e dovrà ripeterlo ancora: quanto viene ripetuto è importante, ma è anche ciò che si fatica a capire.

Lo scandalo che la comunità cristiana deve accettare e annunciare è un Messia apparentemente impotente di fronte ai suoi oppositori, che proclama con fermezza che la volontà del Padre passa attraverso la croce e il dono di sè.

L’annuncio della passione coglie ancora una volta impreparati i discepoli, preoccupati invece di ottenere i primi posti.

Gesù inizia il grande viaggio verso Gerusalemme, dove si compirà il disegno divino attraverso la sua morte e risurrezione.

Marco mette in grande evidenza la fatica e la durezza di cuore dei discepoli nel recepire la logica della croce. La loro reazione di fronte all’annuncio della passione è di incomprensione e paura (v.32), le parole del maestro sono così grandi e inafferrabili da provocare in loro un brivido di terrore simile a quello che provarono in occasione della tempesta sedata (cfr.4,4ss.).

Nel dialogo che segue (vv.33-37) si manifesta ancora di più il motivo di tale reazione. Gesù, rientrato a Cafarnao, interroga i discepoli sul contenuto del loro discutere lungo la via, mentre lui parlava loro della sua morte. Nel loro silenzio va letta l’ammissione della loro colpa e lontananza da tale prospettiva, e di qui nasce l’insegnamento di Gesù. Il momento solenne è sottolineato dal ‘mettersi a sedere’ e dal radunare attorno a sé i discepoli, atteggiamenti tipici del maestro che deve dare insegnamenti importanti: colui che vuole essere il primo sia il servo di tutti.

I discepoli, se desiderano essere i primi nel Regno, devono assumere questa logica che altro non è che la logica della croce, del dono di sé.

L’immagine del bambino accolto serve a rafforzare l’insegnamento impartito da Gesù: in esso dobbiamo vedere il simbolo di chi è indifeso, esposto ad ogni pericolo e dunque bisognoso dell’aiuto altrui. Gesù sembra voler dire: voi aspirate al primo posto, ma chi mi appartiene deve apprezzare tutto ciò che appare piccolo e di poco conto.

 

 

 

XXIII DOMENICA B

Settembre 1st, 2021

05 settembre 2021 

XXIII  DOMENICA  B

Mc. 7, 31-37

Gesù usa un metodo nuovo e insolito  nella guarigione del sordomuto. Il dialogo è qui sostituito da gesti un po’ strani. E’ un modo facile e delicato di creare un contatto con l’altro, per fargli capire che c’è il desiderio di instaurare con lui un rapporto di intesa.

Il nostro episodio è riportato subito dopo la guarigione della figlia di una donna siro-fenicia, nella quale l’evangelista ha visto un’anticipazione del dono della salvezza ai pagani.

Anche il nostro miracolo avviene mentre Gesù svolge il suo ministero al di fuori del territorio palestinese.

Il racconto ha il suo centro nella parola di Gesù costituita da un solo verbo, riportato nella lingua aramaica e poi tradotto: “Effatà, cioè ‘apriti’” (v. 34). Gli fa eco un’altra parola, il commento stupito della gente: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!” (v. 37).

Se lo schema generale del nostro testo è quello tipico del miracolo: presentazione del malato, richiesta di intervento, azione di Gesù e risultato positivo, ci sono alcuni particolari da mettere in evidenza: Gesù porta il malato lontano dalla folla e compie gesti, come quello di mettergli le dita nelle orecchie e di toccargli la lingua con la saliva (v.33), di  guardare il cielo e sospirare prima di parlare (v.34).

Il fatto di compiere il miracolo in disparte può indicare un certo imbarazzo, dovuto al fatto di trovarsi in territorio pagano. E’ questa, forse, la causa per cui Gesù per la prima volta compie in miracolo ricorrendo a gesti molto simili a quelli usati dai guaritori dell’epoca. L’imposizione delle mani era inoltre il gesto con cui normalmente si invocava la benedizione di Dio su una persona.

Ma l’elemento fondamentale è quello religioso, espresso attraverso due segni. Il primo p lo sguardo elevato al cielo, da intendere come preghiera rivolta al Padre. Il secondo è l’atto fondamentale,  la parola efficace, che richiama l’ordine divino della creazione, che realizza quello che dice: “Sia la luce! E la luce fu” (Gen. 1,3).

Alla guarigione fa seguito il comando di non parlarne a nessuno. Sappiamo che a marco sta a cuore il s’segreto messianico’, ma vuol significare anche che la conoscenza di Gesù deve essere fatta per esperienza personale, non per interposta persona.

L’evangelista fa notare però che i pagani, contrariamente all’ordine ricevuto dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa…”.

L’evangelista mette in luce un paradosso: mentre Gesù tace e vorrebbe tenere nascosto il miracolo, proprio i pagani diventano annunciatori dei quella salvezza che egli ha mostrato con il suo gesto di guarigione.

 

 

 

XXII DOMENICA B

Agosto 23rd, 2021

29 agosto 2021

XXII  DOMENIC  B

Mc.7, 1-8¸21-23

Il nostro brano si suddivide in due parti principali: la prima va dal 1° versetto al 13°, la seconda comprende i versetti 17-23, mentre i versetti 14-15 fungono da cerniera.

La prima parte prende le mosse da un comportamento dei discepoli aspramente criticato dai farisei, a cui Gesù risponde con parole forti.

La seconda parte ci porta nell’intimità di una casa, dove i discepoli chiedono spiegazioni a Gesù. I versetti 14 – 15 esprimono il pensiero di Gesù, che ha un valore universale: è infatti rivolto alla folla.

Ecco la domanda dei farisei che suona come un’accusa: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?” (v.5). Essi nell’accusare non attaccano Gesù direttamente, ma con diplomazia gli chiedono conto del comportamento dei suoi discepoli. Ma l’accusa vuole mettere in discussione lo stesso Gesù.

La risposta di Gesù porta la discussione sul valore dell’insegnamento farisaico. Dal fatto del non lavarsi le mani si passo al problema più generale della trasgressione della volontà di Dio in nome della tradizione.

Citando Isaia (Is. 9,13) Gesù denuncia la scollatura dei farisei fra preghiera e vita, fra parola e cuore. Essi si sono sostituiti a Dio e ne hanno travisato il pensiero e tradito le attese. E il loro errore è duplice: hanno sottratto a Dio il culto dovuto e hanno fatto passare per divina una legge che ha origine solo da cavilli: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni degli uomini (v. 8).

A questo punto trova posto una più ampia e generale accusa di Gesù al mondo farisaico, versetti importanti (vv.9-13) ma omessi dalla liturgia.

Ciò che rende impuri davanti a Dio – afferma il Maestro – è soltanto il peccato, ma questo non esiste senza cattiva intenzione. I cibi non fanno che attraversare il fisico dell’uomo, senza intaccarne la morale. Sono piuttosto i visi ad inquinare l’esistenza dall’uomo e a turbare il suo rapporto con Dio e con il prossimo.

Il problema riguarda anche noi: se non stiamo attenti rischiamo di ripetere l’errore dei farisei.

Perciò Gesù richiama la ‘morale del cuore’, quella che attinge alle intenzioni e garantisce idee chiare e pulite.

La verità – asserisce il Vangelo – attinge alle sorgenti della Parola di Dio e del cuore retto.

 

 

XXI DOMENICA B

Agosto 17th, 2021

22 agosto 2021

XXI DOMENICA  B

Gv. 6, 60-69

Il nostro brano si compone in due momenti: la defezione dei discepoli (vv. 60-66) e la confessione di Pietro ( vv. 67-69).

Il brano che ora inizia è il passaggio dalla teoria alla pratica, dal momento dell’ascolto a quello dell’accettazione, dalla sequela per simpatia a quella per adesione totale ad una persona.

Il brano che la liturgia ci propone oggi prende l’avvio da una domanda che manifesta lo sconcerto dei discepoli di Gesù: “Questa parola è dura, chi può ascoltarla?” (v.60). In questa domanda si legge il disorientamento dell’uomo di fronte alla manifestazione del divino La ragione –peraltro necessaria- rivela qui la sua limitatezza: non si può accedere al mondo divino con la sola intelligenza. Pascal lo aveva ben capito quando parlava di ‘ragioni del cuore’, quelle che la ragione non possiede.

Il messaggio di Gesù può essere accolto solo nella fede: “Le parole che vi ho detto sono spirito e sono vita” (v. 63b)..

Poco prima (v.63) aveva detto: “E’ lo Spirito che dà la vita, la cane non giova a nulla”. E’ per opera dello Spirito che la Parola eterna ha preso carne nel grembo di Maria, ed è ancora per la sua opera che il pane e il vino si trasformano in Corpo e Sangue di Cristo.

Tocca però a noi lasciarci muovere dal Padre e dallo Spirito per poterci inserire nel piano divino: Gesù lo ricorda asserendo: “Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre” (v.65).

A questo punto molti si ritirano e abbandonano Gesù. In greco suona così il versetto 66: “Molti dei suoi discepoli si allontanarono dallo stargli dietro”. La sequela è uno ‘stare dietro’ al Maestro, incamminandosi con Lui su sentieri anche impervi.

La seconda parte del nostro brano è positiva e rassicurante.

Questa volta è Gesù che pone una domanda bruciante ai dodici: “Volente andarvene anche voi?” (v. 67).

La risposta di Pietro riconosce alla parola un valore eterno e alla sua persona un’origine divina: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vite eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (vv. 68-69). Pietro ha capito che la sola ragione non porta lontano; sarà certo rimasto anche lui sconcertato, come gli altri, ma prende una strada diversa: sceglie di abbandonarsi fiducioso alle parole del Maestro.

Là dove la ragione si ferma prosegue la fede, che è amore coraggioso, fiducia totale e riconoscimento del proprio limite.