Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XXX DOMEBICA B

Ottobre 19th, 2021

24 ottobre 2021

XXX DOMENICA  B

Mc. 10, 46-52

L’episodio proposto alla nostra riflessione è ambientato a Gerico, alla presenza dei discepoli e di numerosa folla; siamo verso la fase conclusiva della vita di Gesù.

Gerico è un’oasi favolosa. Qui il popolo aveva sperimentato la potenza di Dio che abbatte le mura della città nemica, qui il profeta Elia era salito al cielo lasciano al discepolo Eliseo di continuare la sua opera di difesa del monoteismo, qui Gesù incontra Zaccheo.

Ma i prodigi di Dio e della natura non eliminano la povertà che continua ad albergare sotto forma di malattia, di precarietà di vita.

Bartimeo è tra coloro che sono destinati ad una vita di stenti, perché colpito da cecità. Per il mondo antico i ciechi erano l’immagine della degradazione umana, delle persone a cui viene meno ogni speranza.

Di Bartimeo si dice che “ sedeva lungo la strada a mendicare”.. Egli non vede e non può stare con gli altri, o fare ciò che tutti fanno. E quando ha un contatto con gli altri prova umiliazione in quanto gli si avvicinano per fargli l’elemosina, in segno di compassione.

Improvvisamente cambia qualcosa. Passa Gesù e  provoca una situazione nuova; il cieco prende l’iniziativa, si mette dalla parte di coloro che possono gestire in modo autonomo la propria vita.

Quando sente passare Gesù Bartimeo comincia a gridare: è la sua presenza che dà la stura allo sfogo di questo mendicante, ed egli si esprime con una giaculatoria dall’alto contenuto teologico: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” . Questo grido erompe dal profondo della sofferenza e dell’umiliazione.

“Figlio di Davide” era un attributo del Messia, quindi il cieco lascia intendere chi sia per lui Gesù; nelle sue parole si legge la speranza dell’attesa messianica del popolo.

Ma le parole di Bartimeo non trovano buona accoglienza tra la folla, poichè chi è portatore di una menomazione è considerato un maledetto da Dio, che non merita credito.

La folla lo rimprovera per farlo tacere, ma il cieco “gridava ancora più forte”, dimostrando una cocciutaggine che qui divine una virtù che gli fa onore. Gesù lo sente e lo manda a chiamare: Gesù non delude mai una persona in ricerca, non tradisce un amore che sa pagare di persona..

La folla, stimolata dal comando di Gesù, fa giungere a Bartimeo queste parole: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”. Il verbo ‘alzati’ è lo stesso usato per la risurrezione, e suona qui come un forte invito al cieco ad abbandonare la sua vita di morte e ad iniziare una nuova vita.

L’invito trova una pronta reazione: “Balzò in piedi e venne da Gesù”, il quale gli pone una domanda facile:  “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E la fede di Bartimeo produce il miracolo, la situazione cambia di colpo, egli si mette in piedi, attivo, e si presenta a Gesù gettando il mantello (simbolo dell’uomo vecchio, dl mendicante che sedeva passivo ad aspettare).

Le parole di Gesù: “Va’, la tua fede ti ha salvato”, sono un riconoscimento della fede di Bartimeo; Gesù non gli dice “vieni”, invitandolo alla sua sequela, ma lo spinge alla missione.

 

 

 

XXIX DOMENICA B

Ottobre 13th, 2021

17 ottobre 2021

XXIX  DOMENICA  B

Mc. 10, 35-45

Il nostro brano presenta due parti. Nella prima Gesù dialoga con Giacomo e Giovanni, correggendo la loro assurda pretesa (vv. 35-40); nella seconda insegna a tutti il vero significato della gloria, scaturita dal servizio disinteressato e totale, come fa Lui (vv. 41-45).

I due fratelli, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo si fanno avanti per esporre una richiesta che pretendono sia subito esaudita. Essi escono spudoratamente allo scoperto chiedendo: “ concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua sinistra” (v.37). Giacomo e Giovanni tradiscono  una comprensione troppo umana del ministero e dell’attività di Gesù.

Il fascino e l’autorità di Gesù si prestavano bene a dar corpo a tanti sogni, tra i quali in primis la restaurazione dell’antico e glorioso regno di Israele. Per loro ‘gloria’ equivale alla realizzazione del regno politico-messianico che il cammino verso Gerusalemme sembra rendere vicino. I due si propongono di occupare i posti migliori in questo regno, che avrà certo bisogno di ministri, di autorità. Tradotto in termini politici moderni, i due chiedono di essere nominati rispettivamente ministri degli interni e degli esteri! Essi si sentono non solo adatti a tali compiti, ma anche migliori degli altri.

Sfrontatezza e interesse personale sono gli ingredienti di questa richiesta, rifiutata da Gesù e non accettata dagli altri apostoli.

La prima risposta di Gesù: “Voi non sapete quello che chiedete” (v.38) suona come un duro colpo che frantuma una costruzione senza fondamento.

Dopo aver scardinato la loro illusione, Gesù passa a costruire lentamente  il nuovo mondo nel quale devono vivere i suoi discepoli, poiché la gloria vale anche per Gesù come mèta ultima dell’esistenza. Ma quale gloria? E come raggiungerla?

Con le metafore del calice e del battesimo Gesù allude alla sua passione, premessa indispensabile per giungere alla gloria della risurrezione. E’ questa la gloria a cui devono ambire e che devono ricercare i due fratelli. Essa si ottiene solo con Lui, restandogli fedeli nel cammino intrapreso.

Gesù chiede loro se sono disponibili a tanto, e i due rispondono affermativamente, e la storia darà loro ragione.

Giacomo e Giovanni sono partiti chiedendo a Gesù di fare loro quello che volevano e si ritrovano a dover fare quello che Dio vuole.

Gesù offre una nuova logica, un’alternativa fino ad allora sconosciuta, e usa due termini per spiegarla: servitore e schiavo: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (vv.43-44).

L’autorità è servizio: servizio a Dio e ai fratelli.

Dopo aver esposto il principio, Gesù mostra l’esempio, addita se stesso.  Egli fa tutto il possibile per preparare i suoi al grande evento di Gerusalemme; i suoi sembrano fare tutto il possibile per restare sordi a qualunque preparazione.

 

 

 

XXVIII DOMENICA B

Ottobre 4th, 2021

10 ottobre 2021

XXVIII  DOMENICA  B

Mc. 10, 17-30

La professione di fede di Pietro divide in due parti il vangelo secondo Marco: se prima Gesù era impegnato ad annunciare la Buona Novella a tutti, ora, senza rinunciare ad istruire la folla, coagula il suo interesse sul gruppo dei Dodici che ha fatto la scelta di seguirlo.

La tematica della ricchezza è una specie di filo conduttore che rinsalda le diverse parti del nostro brano.

Ai vv. 17-22 abbiamo un inizio elettrizzante: una persona che corre incontro a Gesù e lo interpella con una parola solenne: “Maestro buono”, subito corretta da Gesù: “Nessuno è buono se non Dio solo”. Concretamente Gesù orienta a Dio che ha espresso la sua volontà nel Decalogo.

L’uomo che sta di fronte a Gesù afferma di aver sempre osservato i comandamenti, ma sente il bisogno di qualcosa che vada oltre. Allora il Maestro “fissò la sguardo su di lui, e lo amò”. E’ un dettaglio di toccante tenerezza, esclusivo del vangelo di Marco. Segue la proposta: “una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”.

“Vieni”, “Seguimi” sono due imperativi in drammatico contrasto: ci si deve allontanare da qualcosa per incamminarsi dietro a Qualcuno; Gesù propone al suo interlocutore l’ideale suggestivo e arduo della sequela. Promette Se stesso ed esige una rottura con il presente.

Ma il ricco ha paura dell’ignoto e preferisce ancorarsi al presente; perde l’iniziale entusiasmo e prova una tristezza che lo incupisce e lo allontana. Dalla corsa iniziale all’allontanamento finale: è la vicenda di chi si arricchisce davanti agli uomini e non davanti a Dio.

Le parole di Gesù: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” (v.24) gettano nella costernazione i discepoli. Ma Gesù non fa sconti. Secondo lo stile orientale l’idea espressa viene sostenuta da un paragone paradossale: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. E’ un’esagerazione voluta per far capire il messaggio.

Se quell’uomo ha fallito, i discepoli hanno lasciato tutto e seguito il maestro. Viene chiesto implicitamente che cosa toccherà loro.

La risposta di Gesù suona inaspettata e profonda: è promessa una ricompensa futura e definitiva, non immediata e provvisoria: la vita eterna, quella che il ricco aveva cercato ma poi rifiutato, quella nella quale è impossibile entrare se si è ricchi.

XXVII DOMENICA B

Settembre 29th, 2021

03 ottobre 2021

XXVII  DOMENICA  B

Mc. 10, 2 – 16

Il brano evangelico che la liturgia propone oggi alla nostra riflessione si compone di due unità. La prima tratta la problematica del divorzio (vv.1 – 12), la seconda presenta l’affettuoso quadretto di Gesù che abbraccia i bambini e li indica come modello per entrare nel regno di Dio (vv. 13- 16).

Lasciata la Galilea Gesù si trasferisce in Giudea.

Alcuni cercano Gesù per ascoltare il suo insegnamento, altri lo cercano con intenzione malevola. E’ il caso dei farisei, suoi tradizionali nemici, che lo interrogano “per metterlo alla prova”. Lo invitano ad esprimersi su un argomento delicato. Alla richiesta se un uomo possa divorziare dalla propria moglie, Gesù rimanda al diritto vigente, quello stabilito da Mosè (v.4). La legge era chiara, ma non precisa e non era interpretata in modo unanime.

Gesù  abilmente non attacca la legge, e non colpevolizza Mosè. Chiama in causa la “durezza di cuore” degli uomini, additandola come una situazione deviante.

La legge esiste, ha valore giuridico, ma non rispecchia la volontà di Mosè, tanto meno quella di Dio, il legislatore supremo.

La rivoluzionaria novità di Gesù consiste nel riportare il problema alle sue origini, al progetto del matrimonio come Dio lo aveva pensato. Egli cita i primi due capitoli della Genesi, da cui trae una norma precisa e formula un principio chiaro: “Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiungo” (v.9).

L’idea di una comunione di persone (“una sola carne”) presenta un amore che lega per tutta la vita.

Conclusa la prima parte, segue il simpatico episodio con i bambini (vv. 13-16). In esso Gesù rende visibile la tenerezza di Dio e la sua predilezione per i semplici e gli innocenti.

I discepoli che vogliono allontanargli i bimbi vengono rimproverati aspramente. Non solo i bambini devono avere libero accesso, ma sono anche additati come esempio per entrare nel regno di Dio, perché essi hanno piena fiducia nei loro genitori, non hanno sicurezze da difendere né privilegi da reclamare.

Ciò che in loro è innato e istintivo, deve diventare impegno serio e costante negli adulti.

E’ il cammino del convertirsi e del credere, richiesta fondamentale espressa da Gesù fin dall’inizio della sua predicazione (Mc. 1,15).

 

XXVI Domenica B

Settembre 22nd, 2021

26 settembre 2021

XXVI  DOMENICA B

Mc. 9, 38-48

Nel Vangelo di oggi Gesù ci educa a spalancare le finestre del cuore per accogliere un diverso, uno che non appartiene ufficialmente ai ‘nostri’, ma che con il suo comportamento rivela di essere in sintonia con Lui.

Il nostro brano è composto da due parti. La prima, più breve, riporta l’allarmismo di Giovanni che considera un tale come un operatore di esorcismi ‘non autorizzato’, cui segue la risposta di Gesù che aiuta a considerare l’altro come un collaboratore e non come un concorrente.

La seconda parte, più lunga, riporta minacciosi avvertimenti sullo scandalo che, se letti correttamente, hanno una funzione preventiva: occorre identificare lo scandalo, snidarlo ed estirparlo.

La prima parte, pur breve, è illimitata nell’applicazione. Gesù si sta concentrando sulla formazione dei dodici. Forti di questo privilegio essi possono aver pensato a un loro rapporto esclusivo col Maestro.

Giovanni, rappresentante dei discepoli, concepisce la sequela come un privilegio invece che come un servizio, gli manca un’apertura missionaria, sembra impegnato a difendere, più che a diffondere, ciò che è e ciò che ha.

Il v. 40 riporta un detto sapienziale che si potrebbe tradurre così: chi non ti è nemico, ti è amico.

Dal versetto 42 in poi il discorso si fa duro e senza possibilità di appello e riguarda lo scandalo.

I ‘piccoli’ sono i membri della comunità ecclesiale, persone semplici che hanno fatto una scelta di fede.  Con chi tenta di bloccare o anche solo di limitare il loro cammino spirituale Gesù ha parole severe.

Esposto il principio generale, il discorso continua e si esemplifica: si presentano tre elementi che racchiudono tutta la vita: mano, piede ed occhio. La prima è simbolo dell’azione, il secondo del movimento, il terzo è la finestra sul mondo interiore.

Siamo di fronte ad espressioni iperboliche, paradossali, da capire nel loro significato, non da interpretare letteralmente, perché la mutilazione non è mai stata un criterio pedagogico di Gesù, né tanto meno uno strumento di salvezza.

L’idea che vuol trasmettere è chiara: il vero bene è la vita eterna, la comunione con Dio. Per salvaguardarla occorre essere disposti a tutto, costi quel che costi.

Il severo discorso di Gesù sullo scandalo diventa un invito a un serio esame di coscienza: non dimentichiamo mai che il massimo della radicalità per il cristianesimo è la misericordia verso i fratelli, ma anche verso se stessi, verso le proprie resistenze dei conversione al Signore.