Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

Ottobre 15th, 2019

20 Ottobre 2019

 

 

XXIX DOMENCICA  “C”

Dal Vangelo secondo Luca, Capitolo 18, versetti 1-8

“ Quando verrà il Signore, troverà fede sulla terra ?”

L’importanza della preghiera nella vita del cristiano è uno dei temi privilegiati dell’evangelista Luca.

Il Vangelo di oggi ci mostra un aspetto particolare del pregare di chi ha fede:

Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi” (v.1);  a proposito del ‘pregare sempre’ e di ciò che questo atteggiamento ottiene, un autore spirituale afferma:”Tu sei un uomo di preghiera quando hai il coraggio di gettarti, durante tuta la vita, in questo mistero silenzioso di Dio senza ricevere apparentemente altra risposta che la forza di credere, di sperare, di amare Dio e i tuoi fratelli, e di continuare a pregare senza desistere” (J.Lafrance). Molti rinunciano a pregare perché non sanno cosa dire,  o perché hanno poco da dire. In realtà la preghiera è più ascoltare che dire; è, soprattutto, stare alla presenza di Colui che è sempre presente.

Passiamo ora ad una breve analisi della parabola raccontata nel brando evangelico odierno: i due personaggi di essa rappresentano due figure tipiche della letteratura biblica: l’oppressore e l’oppresso.

La legge prescriveva di proteggere la vedova, l’orfano, lo straniero, e di rispettare i loro diritti. I profeti (Ger.7,6; Ez.22,7, ecc.) esortavano a non opprimere le vedove, ma a rendere loro giustizia, altrimenti Dio stesso se ne sarebbe fatto carico.

Il giudice della nostra parabola procede arbitrariamente, senza rispettare né Dio né i suoi simili (vv.2.5).

Al versetto 3, la vedova assume l’atteggiamento dei pii dell’Antico Testamento, che presentano a Dio il loro lamento, mentre il versetto 7 ci presenta l’illustrazione della giustizia di Dio: Egli è fedele alle sue promesse, e, oltre che giusto è buono, dunque sempre pronto ad accogliere la preghiera di chi Lo supplica con fiducia.

Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?”(v.8). Con quest’ultima domanda Luca richiama l’attenzione sulla prova della fede: sapremo pregare abbastanza da riconoscere il “Regno che viene”? Si tratta qui dell’adesione di fede al Signore, sorretta dalla certezza della salvezza finale. Chi non aspetta il Signore che viene non si impegna, e tanto meno insiste nel pregare. Invece, avere una fede che si esprime in iniziative concrete, come quelle della vedova che non teme di assillare il giudice iniquo fino a fargli cambiare atteggiamento, non esprime impazienza, ma il totale abbandono a Dio, perché intervenga quando e come gli piace, nella certezza che ciò che gli piace è il nostro vero bene. Inoltre, ci dice la terribile, ultima domanda del nostro brano evangelico, che senza una preghiera incessante la venuta del Figlio dell’Uomo è una ‘prova’ che non è possibile superare.

 

 

13 ottobre 2019 XXVIII DOMENICA “C” Dal vangelo secondo Luca, Cap.17, vv.11-19 “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi” L’evangelista Luca ha posto il racconto della guarigione dei 10 lebbrosi tra una domanda degli apostoli sulla fede e una dei farisei sulla venuta del Regno di Dio. Da una parte, Gesù sottolinea l’onnipotenza della fede che ottiene ciò che vuole da Dio e la necessità di servire con umiltà: ciò che la fede ci ottiene è sempre una grazia, mai un titolo di gloria. Invece, in risposta ai farisei, Gesù dirà:” Il Regno di Dio è in mezzo a voi”(v.21). Cioè: là dove si trova la persona di Gesù, specialmente là dove può concedere la salvezza grazie alla fede, si trova già il Regno di Dio. E’ meraviglioso vedere la fede dei poveri lebbrosi. Essi chiamano familiarmente il Maestro: “Gesù!”. Se la fede consiste nell’incontro di due persone, qui si esprime perfettamente: “Gesù, noi…”. L’ ‘io’ è diventato qui il ‘noi’ della comunione nella medesima sofferenza. “Maestro”. Questo titolo, posto sulle labbra dei lebbrosi, assume un senso molto forte: lo rivolgono a Lui che è il padrone degli elementi e comanda sulle potenze infernali. “Abbi pietà di noi!” (v.13): è il grido della sofferenza e della miseria, verso chi può abbreviarla. Secondo la legge toccava al sacerdote sia constatare la malattia che riconoscerne la guarigione (V.14): evidentemente questi lebbrosi sono già stati dal sacerdote, dando Gesù l’ordine di andarvi, promette loro indirettamente di esaudirli. Ma sembra anche voler mettere alla prova la loro fede. E i lebbrosi si fidano immediatamente di lui. Quanto al miracolo, non poteva essere narrato in modo più sobrio: Gesù opera sempre i miracoli con un’estrema discrezione. Luca – forse per impegnarci a cercare altrove il significato del suo racconto- descrive il miracolo come di sfuggita. E il significato lo troviamo infatti nella reazione provocato dalla guarigione. “Si gettò ai piedi di Gesù” (v.16): la prostrazione era riservata solo a Dio. “Per ringraziarlo”: questo verbo indica un ‘atto liturgico’, l’eucaristia (=rendimento di grazie”) che non può avere che Dio come termine. Qui il lebbroso riconosce in Gesù il vero tempio dove può rendere gloria a Dio. Spesso si pensa che gli altri 9 lebbrosi se ne siano tornati a casa senza ‘rendere gloria a Dio’. Luca non dice niente di simile, e si può pensare invece che essi abbiano continuato il cammino verso Gerusalemme per mostrarsi al sacerdote e rendere lì gloria a Dio. Il Samaritano, invece, ha capito che obbedire all’ordine di Gesù implicava ben altro che un’osservanza materiale delle sue parole: per ‘rendere gloria a Dio’ non era necessario percorrere la strada fino a Gerusalemme, ma era molto più importante fare dietro-front, e tornare da Gesù! E Gesù lo approva (v.18): Luca vuol certamente insistere sull’idea che ormai l’unico luogo dove si possa rendere gloria a Dio è, Gesù. Il versetto 19 è il versetto chiave, verso cui tutto il brano converge: “Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato!” “Alzati”: il significato più pregnante di questo verbo, in greco, e di ‘alzarsi fra i morti’, cioè ‘risuscitare’. “Va’”: un altro verbo pregnante, che ricorda che siamo in cammino, e che Gesù è la nostra ‘via’. Gesù vuol dire al lebbroso (e a ciascuno di noi). “Mettiti in piedi, e sali con me a Gerusalemme, cioè verso la croce e l’esaltazione”. “La tua fede ti ha salvato”: anche gli altri lebbrosi avevano la fede, tanto che Gesù l’ha considerata sufficiente per concedere loro il miracolo che chiedevano. Ma il miracolo, se presuppone la fede, la deve anche aumentare, come è accaduto al samaritano. E se i 10 lebbrosi hanno ottenuto la guarigione, lui ha ottenuto anche la salvezza! Ecco l’insegnamento principale di questo racconto: noi siamo salvati per la fede. “Tutto è grazia”, dunque: non si è salvati perché si fa qualcosa, ma perché si lascia che Dio faccia qualcosa in noi!

Ottobre 8th, 2019

XXVI6 Ottobre 2019 XXVII DOMENICA “C” Dal Vangelo secondo Luca, Capitolo 17, versetti 5-10. “ Signore, aumenta la nostra fede “ L’odierno brano evangelico è collocato da Luca nel corso del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Nei versetti immediatamente precedenti ai nostri, Gesù aveva messo in guardia i discepoli contro gli scandali e li aveva invitati al perdono fraterno: Il fatto che si rivolga ora agli apostoli, dopo aver parlato ad un uditorio più vasto, segna il passaggio ad un argomento fondamentale. Su tratta infatti della fede. Gli apostoli chiedono a Gesù “Aumenta la nostra fede” (letteralmente “aggiungici fede”. La risposta di Gesù lascia nel dubbio: “Se aveste fede!…”(v.6). Gli apostoli si rendono conto di non avere fede. E sarà la grande prova della Passione a saggiare duramente la loro fede, poi si convertiranno, alla luce della Pasqua, con il dono dello Spirito. Gesù, in Lc.18,8, si pone questa domanda:” Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà fede sulla terra?”. Accostando al testo di oggi, impariamo che tutto si gioca sulla fede, e quando essa ci sarà, debole e piccolo seme, dovrà essere continuamente sanata e guarita. Nella catechesi che Luca vuol presentare circa il viaggio di Gesù a Gerusalemme, la richiesta degli apostoli (vv.5-6) introduce una lezione fondamentale: anche per loro la fede è dono di Gesù, un dono che tutti devono domandargli. La risposta di Gesù mostra la potenza della fede: per piccola che essa sia, il credente può con una sola parola sradicare un sicomoro e trapiantarlo nel mare. Gesù non dà una ricetta per fare dei miracoli: Egli di fatto non ha mai trapiantato un sicomoro nel mare, ha fatto miracoli solo per salvare, mai per creare una meraviglia inutile e assurda. Egli, con una immagine paradossale, vuol dirci che niente è impossibile alla fede. E quando Luca scrive questa frase, pensa sicuramente all’efficacia della fede degli apostoli, che ha già riempito il mondo con la predicazione del vangelo. La parabola che segue (vv.7-10), prolunga la lezione del primato della grazia. Gesù mostra che lo schiavo, dopo tutto il suo sforzo, non ha alcun diritto da far valere davanti al suo padrone. Il versetto 10 è il culmine della parabola: gli apostoli allo stesso modo devono riconoscersi inefficaci (= servi inutili) davanti a Dio. La fedeltà del buon servitore sarà ricompensata, ma bisogna riconoscere che essa non esiste che grazie all’iniziativa del Signore, che la suscita, la guida e la porta a compimento. Quando abbiamo dato tutto di noi: le nostre forze, il nostro tempo, i nostri beni e persino la nostra vita, e gratuitamente, abbiamo fatto solo quello che dovevamo fare. Però allora saremo pienamente realizzati, davvero uomini e donne fatti simile al ‘servo’ Gesù, che è l’ideale dell’uomo, perché è stato pienamente uomo. “Ecco l’uomo !” è stato detto di Lui. I DOMENICA C

Ottobre 8th, 2019

Barbari

Settembre 30th, 2019

Trascrivo un Articolo da ‘Avvenire’, che condivido e trovo molto interessante.

 

Dibattito. Senza barbari che sarà di noi?

Ivano Dionigi mercoledì 18 settembre 2019

La capacità di includere stranieri e nuove culture fu la vera forza dei romani, praticata nei fatti, cantata nella letteratura. Il latinista anticipa il suo intervento di sabato a Pordenonelegge

Siamo testimoni di un cambiamento d’epoca che ci consegna un mondo ametrico, senza misura, nel quale non trovano più casa le nostre identità consolidate e rassicuranti. Oltre alla ormai conclamata rivoluzione tecnologica, che ci prospetta un uomo competitivo con la macchina, combinato con la macchina, aumentato dalla macchina e minacciato dalla macchina, assistiamo a un’altra rivoluzione: quella sociale dell’immigrazione, che decreta l’eclissi della centralità dell’Europa e del primato dell’Occidente, quasi a ricondurci umilmente alle ragioni della sua etimologia di “mondo destinato al tramonto”. Questa rivoluzione ha il volto e il nome dei nuovi popoli che fuggono da guerra, fame, persecuzione e chiedono giustizia. Impauriti e smarriti, come davanti a un bivio senza segnaletica, ci chiediamo quale strada prendere, quale insegnamento seguire, quale maestro adottare.

Un’indicazione, anzi una vera e propria lezione illuminante, ci viene dalla Roma classica e segnatamente da una circostanza raccontata da Tacito (Annali 11, 24, 1-4). È l’anno 48 d. C.: ai senatori che, in una sorta di grido “prima i Romani”, pretendono che i seggi vacanti vengano riservati agli indigeni e ai residenti e non ai transalpini, l’imperatore Claudio ricorda che, secondo l’esempio degli antenati, «a Roma va trasferito quanto vi è di eccellente altrove», che in passato furono chiamati a far parte del Senato cittadini provenienti da tutte le province, e che Spartani e Ateniesi rovinarono perché «respinsero i vinti come stranieri (alienigeni)». Per Claudio bisognava, piuttosto, prendere esempio dal padre Romolo che «ebbe tanta saggezza da trasformare i nemici (hostes) in cittadini (cives)». Quello stesso Romolo che, come racconta Livio (1, 8 sg.), non solo costruisce mura più grandi del necessario «in previsione di una popolazione futura numerosa» ( in spem futurae multitudinis), ma offre anche un asilo ( asylum), vale dire un luogo ‘inviolabile’, alle popolazioni vicine, senza distinzione fra liberi e schiavi ( sine discrimine liber an servus esset). Anche la leggenda del ratto delle Sabine rispondeva all’intento di mescolare sangue e stirpe ( sanguinem et genus miscere). Nel segno di questa eterogeneità va anche il racconto dei sette re, in una alternanza etnica fra Romani, Sabini, Etruschi.

Si comprende, da questi antefatti, come la storia di Roma andrà letta come un inarrestabile processo di inclusione, che parte dall’asilo di Romolo e arriva alla Constitutio Antoniniana, l’editto del 212 d. C. con cui l’imperatore Caracalla estende la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. I Romani volevano essere più numerosi per essere più potenti. Opposta, e per questo fallimentare, la politica dei Greci, i quali hanno alzato un muro tra chi è dentro e chi è fuori: «Il barbaro deve obbedire al greco, perché loro sono schiavi e noi siamo uomini liberi», dichiara l’Ifigenia di Euripide. All’inclusione politica, si aggiunge quella culturale: celeberrimo il motto oraziano secondo il quale Roma ha conquistato la Grecia con le armi, ma la Grecia ha conquistato Roma con le arti (Epistole 2, 1, 56 Graecia capta ferum victorem cepit). E all’inclusione culturale, si aggiunge quella religiosa: dotati di una vera e propria virtus religiosa, come riconosce Minucio Felice (Ottavio 6, 2 sg.), uno dei primi scrittori cristiani (IIIII sec. d. C.), i conquistatori romani «cercano gli dèi stranieri e li fanno propri» ( deos quaerunt et suos faciunt), configurando un Pantheon meticcio e multietnico.

Roma ci ha educati alla cultura dell’et et, non dell’aut aut. Per questo, con Rémi Brague, è da ritenere che più che la tradizione ellenica o ebraica sia la Romanità – intesa come attitudine a ricevere, trasmettere e assimilare – il modello di quell’arcipelago culturale che si chiama Europa. A nobilitare questa molteplice virtus romana, politica, culturale e religiosa, sarà il messaggio universalistico e umanitario di Seneca, il quale – oltre a constatare ( La consolazione alla madre Elvia 6, 4 sgg.) che nelle città e nei luoghi più dispersi e disparati «ci sono più forestieri ( peregrini) che indigeni ( cives) » e che «tutto risulta da mescolanza e innesti» ( permixta omnia et insiticia sunt) – enuncia ( Lettera 95, 51 sgg.) un triplice comandamento di sorprendente consonanza evangelica: «porgere la mano al naufrago» ( naufrago manum porrigere), «indicare la via a chi è smarrito» ( erranti viam monstrare), «dividere il pane con l’affamato» ( cum esuriente panem dividere). È, questo, il messaggio di un pagano che dovrebbe fare riflettere e arrossire i tantissimi cattolici avversi agli immigrati. Lo stesso Seneca ricorderà che l’auctor dell’Impero, Enea, è un esule ( exul) e un profugo ( profugus) venuto dal mare.

Roma, dunque, modello di politica umanitaria? Certamente no. Sappiamo bene che accanto all’utopia della ‘città eterna’ c’era la storia con la maledizione della guerra e la ferocia delle legioni; che antecedente e parallela a quella cristiana c’era «una resistenza spirituale contro Roma » (Harold Fuchs) da parte dei vinti che non accettavano soprusi e violenze; che l’imperium e la pax, profetizzati da Anchise ad Enea, per i popoli sottomessi erano propaganda politica e addirittura mistificazione linguistica («I Romani il depredare, il massacrare, il rapinare con falsi nomi li chiamano impero, e là dove fanno il deserto lo chiamano pace», farà dire Tacito nell’Agricola a un oppositore): al punto che Simone Weil individuerà proprio nella Roma imperiale le radici dell’hitlerismo.

Non modello di humanitas o di pietas, ma di realpolitik e di un grande disegno politico: Roma è stata la più potente ed è durata a lungo perché non ha alzato muri tra sé e gli altri, perché ha tenuto dentro lo straniero e “il barbaro”. A noi la rivoluzione cristiana e la rivoluzione illuministica hanno consegnato il grande messaggio di essere fratelli: più forte che essere consanguinei, più impegnativo che essere cittadini, più nobile che essere uomini. Se non riusciamo ad apprendere questa lezione, ascoltiamo almeno quella di Roma: là dove non arrivano virtù e convinzione, giustizia e humanitas, dovrebbero supplire e soccorrerci il calcolo e la lungimiranza della politica, il realismo e la convenienza, vale a dire la consapevolezza che loro, “i barbari”, possono essere la soluzione dei nostri problemi, la via della nostra sopravvivenza, la direzione del nostro destino. Lo aveva ben intuito Costantino Kavafis: «Che aspettiamo, raccolti nella piazza? / Oggi arrivano i barbari. / … / Perché d’un tratto questo smarrimento / ansioso? (I volti come si son fatti serî!) / Perché rapidamente e strade e piazze / si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi? / S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente».

XX6 Ottobre 2019 XXVII DOMENICA “C”

Settembre 29th, 2019

Dal Vangelo secondo Luca, Capitolo 17, versetti 5-10. “ Signore, aumenta la nostra fede “ L’odierno brano evangelico è collocato da Luca nel corso del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Nei versetti immediatamente precedenti ai nostri, Gesù aveva messo in guardia i discepoli contro gli scandali e li aveva invitati al perdono fraterno: Il fatto che si rivolga ora agli apostoli, dopo aver parlato ad un uditorio più vasto, segna il passaggio ad un argomento fondamentale. Su tratta infatti della fede. Gli apostoli chiedono a Gesù “Aumenta la nostra fede” (letteralmente “aggiungici fede”. La risposta di Gesù lascia nel dubbio: “Se aveste fede!…”(v.6). Gli apostoli si rendono conto di non avere fede. E sarà la grande prova della Passione a saggiare duramente la loro fede, poi si convertiranno, alla luce della Pasqua, con il dono dello Spirito. Gesù, in Lc.18,8, si pone questa domanda:” Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà fede sulla terra?”. Accostando al testo di oggi, impariamo che tutto si gioca sulla fede, e quando essa ci sarà, debole e piccolo seme, dovrà essere continuamente sanata e guarita. Nella catechesi che Luca vuol presentare circa il viaggio di Gesù a Gerusalemme, la richiesta degli apostoli (vv.5-6) introduce una lezione fondamentale: anche per loro la fede è dono di Gesù, un dono che tutti devono domandargli. La risposta di Gesù mostra la potenza della fede: per piccola che essa sia, il credente può con una sola parola sradicare un sicomoro e trapiantarlo nel mare. Gesù non dà una ricetta per fare dei miracoli: Egli di fatto non ha mai trapiantato un sicomoro nel mare, ha fatto miracoli solo per salvare, mai per creare una meraviglia inutile e assurda. Egli, con una immagine paradossale, vuol dirci che niente è impossibile alla fede. E quando Luca scrive questa frase, pensa sicuramente all’efficacia della fede degli apostoli, che ha già riempito il mondo con la predicazione del vangelo. La parabola che segue (vv.7-10), prolunga la lezione del primato della grazia. Gesù mostra che lo schiavo, dopo tutto il suo sforzo, non ha alcun diritto da far valere davanti al suo padrone. Il versetto 10 è il culmine della parabola: gli apostoli allo stesso modo devono riconoscersi inefficaci (= servi inutili) davanti a Dio. La fedeltà del buon servitore sarà ricompensata, ma bisogna riconoscere che essa non esiste che grazie all’iniziativa del Signore, che la suscita, la guida e la porta a compimento. Quando abbiamo dato tutto di noi: le nostre forze, il nostro tempo, i nostri beni e persino la nostra vita, e gratuitamente, abbiamo fatto solo quello che dovevamo fare. Però allora saremo pienamente realizzati, davvero uomini e donne fatti simile al ‘servo’ Gesù, che è l’ideale dell’uomo, perché è stato pienamente uomo. “Ecco l’uomo !” è stato detto di Lui. VII domenica ‘c’

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