Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

ASCENSIONE B

Maggio 11th, 2021

16 maggio 2021

ASCENSIONE  B

Mc. 16, 15-20

Siamo di fronte ai versetti conclusivi del vangelo di Marco. Il nostro testo insiste soprattutto sul dovere della missione: “ Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura” (v. 15).

Il Vangelo è dunque un messaggio da proporre a tutti e ha come centro il Cristo, morto e risorto, in cui si trova la sorgente della salvezza. Scopo della missione e proprio portare la salvezza. Ma la condizione per essere salvati è la fede: “Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvato,ma chi non crederà sarà condannato” (v. 16). Non si crede per abitudine, ma per una decisione che viene suggellata dalla nella professione di fede e nell’accoglienza del battesimo.

Se l’accoglienza o il rifiuto delle parole di Gesù comportano la salvezza o la condanna, lo stesso esito ottiene l’atteggiamento di fronte al Vangelo predicato dai discepoli.

Il discorso di Gesù passa poi ( vv.17-18) alla promessa dei segni che accompagneranno la missione dei discepoli. Lo scopo dei segni non è quello di suscitare lo stupore e l’interesse, ma piuttosto di suggerire l’’onnipotenza della fede’ (Mc. 9,23). Il fatto che la parola dia confermata dai segni vuol ricordare che la missione conta su una presenza attiva ed efficace del risorto, anche se resta comunque una presenza misteriosa.

La festa di oggi ci fa sentire l’attualità e l’urgenza di uscire dall’isolamento, di vivere il mandato ricevuto  con la certezza di essere accompagnati e sostenuti.

Dietro la promessa dell’immunità dai veleni e dai morsi dei serpenti possiamo vedere la ripresa di un tema biblico, cioè del quadro paradisiaco di Isaia 11,8, n il bambino che gioca sulla buca dell’aspide. Questa promessa del Risorto vuole affermare che con l’annuncio del vangelo si instaura il nuovo mondo, l’era escatologica.

L’ultima parte del brano presenta un breve sommario sull’ascensione di Gesù e sulla missione degli inviati (vv.19.20). Gesù viene indicato nella sua qualità di Kyrios e, grazie all’intervento del Padre è elevato in cielo. L’ascensione/ assunzione in cielo è separazione di Gesù dai suoi discepoli, poiché inizia per loro un modo nuovo di rapporto con Lui, un rapporto non più di tipo fisico, ma non meno vero e reale, che essi sperimentano nella missione.

L’elevazione al cielo è però anche glorificazione di Gesù: “Sedette alla destra di Dio” (v. 19).

 

 

VI domenica di Pasqua B

Maggio 5th, 2021

09  maggio 2021  

 VI  DOMENICA  DI  PASQUA ‘B’

“Rimanete nel mio amore”

 Dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 15, versetti 9-17

Questa domenica ci prepara all’Ascensione e alla Pentecoste, e dunque a ricevere lo Spirito.

Siamo nel clima del Cenacolo. Il brano del vangelo che la liturgia ci propone oggi è la continuazione immediata di quello di domenica scorsa, nel quale Gesù ha parlato di sé come della vite, e di noi come dei tralci destinati a dare –se uniti a lui- il massimo frutto.

Adesso, al di fuori della metafora, egli spiega in che cosa consiste questa unione: consiste nell’amore.

Il verbo ‘rimanere’, che risuona tante volte nel vangelo di oggi, come in quello di domenica scorsa, indica la reciproca, vitale comunione. Che esige un’identità di vedute, di pensieri, di progetti.

Ora questo amore tra il Padre e il Figlio è comunicato ai discepoli per una legge nuova riversata nei cuori, che è lo Spirito santo. Allora anche noi possiamo avere lo stile di Dio, cioè amare come Lui.

L’amore reciproco e la gioia vera, che sono il distintivo dei cristiani e li rendono credibili agli occhi del mondo, derivano dall’aver conosciuto e creduto all’Amore, quello di cui appunto ci parla S. Giovanni nel suo vangelo.

Per capire fino in fondo le sue parole, per gustarle, dobbiamo metterci in un atteggiamento di preghiera, lasciando che il loro senso ci pervada raggiungendoci attraverso la via del cuore, che trascende quella del linguaggio.

Il Padre  è amore, e l’amore per sua natura si effonde, si dona; l’amore è una Persona: Gesù che, tramite l’Eucaristia continua a donarsi a noi.

L’amore è insieme attesa, offerta, e sempre –pur nella gioia- sofferenza: è l’aspetto sacrificale, ablativo dell’amore: “Come il Padre ha amato me, così io amo voi” (v.9).

Rimanere nell’amore di Cristo è immolarsi per gli altri, come ha fatto Lui, offrendosi in sacrificio per noi. Ma ciò che doniamo ci viene ridato.

“Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi” (v.16). “Siete miei amici, se farete quello che io vi comando” (v.14). Il comando è uno: l’amore. Siamo Suoi solo se amiamo.

Ci è comandato di amare, ma avendocelo comandato Gesù, che lo ha vissuto sino alla fine, l’amore è anche offerto e dato a chi lo accoglie.

Impariamo a divenire  amici suoi, divenendo amici tra noi, superando le segrete resistenze dell’egoismo che ci impediscono di amare, allora ‘la Sua gioia sarà in noi, e la nostra gioia sarà piena’ (cfr. v.11).

 

V DOMENICA DI PASQUA B

Aprile 27th, 2021

02 maggio 2021 

V  DOMENICA  DI PASQUA  B

“Io sono la vera vite”

Dal Vangelo secondo Giovanni, Capitolo15, versetti 1-8

Il tema dominante del nostro brano – vi ricorre ben 10 volte-, è il ‘rimanere in’ Gesù.

Come i tralci vivono e portano frutto solo se in essi scorre la linfa del ceppo, così i discepoli potranno portare frutti di vita e di salvezza, a patto che rimangano vitalmente uniti a Cristo.

Nei versetti 1-4 il Maestro parla soprattutto della relazione che intercorre tra lui, il Padre e i discepoli, raffigurati dai tralci.

Nella seconda parte è sottolineata la relazione tra Gesù e i suoi amici.

Sappiamo bene quanto fosse forte per Israele la metafora e l’immagine della vigna.

Si potrebbero passare i rassegna moltissimi testi per scoprire tutte le angolature e le risonanze del simbolo messianico della vite, che Gesù ha fatto propria e porta a compimento. Egli infatti è il nuovo Israele la ‘vera vite’. Bisogna perciò entrare in lui e aderirgli vitalmente per succhiare la linfa e restare tralci vivi che portano frutto abbondante. Il portar frutto dipende dal rapporto personale dei discepoli con Gesù. Dietro il simbolo del tralcio secco e arido, perso ai bordi del campo, c’è il mistero del rifiuto che l’uomo può opporre alla vita e all’Amore, c’è la vicenda del confronto tra la luce e le tenebre.

Ma anche per i tralci verdeggianti è necessaria la potatura (v.2). E’ la purificazione necessaria che Dio compie per avere una  chiesa ‘senza ruga e senza macchia’ (Ef.5,27).

Al v.5 inizia la seconda parte del nostro brano, in cui Gesù dichiara di essere “la vite”. Gesù, per inculcare la necessità dell’unione intima con Lui ricorda ai discepoli che senza di lui, essi non possono fare nulla.

Il v.6 “ Se uno non rimane in me…” ci riporta al pensiero del giudizio (o ‘collaudo’), che non deve essere considerato fuori moda, perché è un evento a cui prima o poi tutti saremo sottoposti.

Il rimanere in Cristo è fondamentale per ‘rimanere con’: con i fratelli in famiglia, in comunità, nella chiesa. L’amore non è esperienza di un momento ma deve diventare storia, relazione duratura.

L’innesto nella vite-Gesù è avvenuto per noi col battesimo. Ma esso deve essere continuamente accolto e accettato attraverso una costante adesione di fede a Lui. Solo così i nostri sentimenti diverranno gli stessi del Signore, e la nostra preghiera sarà esaudita (v.7):”Se rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi, domandate quelle che volete e vi sarà dato”.

E questo avverrà perché non sapremo più chiedere altro che l’unico vero bene: che la volontà di Dio si compia in noi.

 

 

 

III DOMENICA DI PASQUA B

Aprile 13th, 2021

18 Aprile 2021     

III  DOMENICA DI PASQUA  B

“Pace a voi!”

 Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 24, versetti 35-48

Nel brano del vangelo di oggi, Luca dà un anticipo del messaggio che troviamo negli Atti degli Apostoli: gli Undici e i loro compagni imparano a vivere la comunione con Gesù vivente, attraverso la realtà stessa della distanza che li separa da Lui.

Assistiamo a un commovente tentativo di Gesù.risorto di stabilire la sua perfetta identità: “Guardate!…Toccate!…Mangiamo!…Sono proprio io!…” Assistiamo però anche alla difficoltà nella quale vengono a trovarsi i discepoli: da un lato smarrimento e timore, dall’altro stupore  misto a gioia (v.41) che apre il loro animo alla luce.

In loro si riflette la tensione propria del mistero pasquale: il Risorto è infatti a un tempo spirito e carne, e questo nuovo modo di essere di Gesù , se da un lato li illumina, dall’altro li abbaglia.

Gesù va incontro alla loro tacita richiesta, si autopresenta, ma cosa in realtà egli mostra a riprova che è proprio lui, Gesù di Nazaret, il figlio di Maria, crocifisso, sepolto e risuscitato? Le mani e i piedi con i segni della passione! (v.39). Il passaggio difficile, la vera ‘pasqua’ richiesta ai discepoli è credere che Gesù risorto è lo steso di prima, ma ora occorre conoscerlo e riconoscerlo non a modo umano; dirà infatti Paolo:” Se noi abbiamo conosciuto Cristo nella carne, ora nono lo conosciamo più così” (2Cor. 5,16). Si tratta di trasferirsi in un altro orizzonte, quello della fede, dal quale le cose si vedono in un’altra luce.

Gesù fa appello alla memoria dei discepoli, perché ricordino, non i fatti passati, ma le sue parole.

La risurrezione appartiene al disegno di salvezza di Dio, come la passione: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me”(v.44-45). Gesù diventa l’esegeta per eccellenza della Scrittura.

I discepoli lo riconoscono, ma Gesù scompare subito alla loro vista (v.31), li abbandona! (v.51).

D’ora in poi bisognerà vivere soltanto nella fede. Gesù non è apparso ai discepoli per consolarli, ma unicamente perché ciò era necessario alla loro fede.

 Senza le Scritture non vi è fede pasquale. Non basta toccare il corpo del Risorto, è solo la Scrittura che lo fa riconoscere come colui che ha realizzato il disegno di salvezza del Padre.

A questo punto (v.48) Gesù  dà ai suoi una missione di testimonianza, li costituisce testimoni, missionari della Grazia di Dio. E’ il punto di arrivo di tutto il racconto.

Gli apostoli  diventeranno “testimoni di Gesù” (Atti 1,8) per mezzo della potenza dello Spirito santo, che donerà loro di parlare e di rendere il Risorto vicino agli uomini: li vedremo quindi, nel Libro degli Atti, far propri i gesti e le parole di Gesù.

Il brano del Vangelo di luca che la liturgia ci ha proposto oggi, ha dunque lo scopo di fondare l’autenticità della testimonianza degli Undici sulla realtà della Risurrezione.

II DOMENICA DI PASQUA B

Aprile 6th, 2021

11 aprile 2021

II  DOMENICA  DI  PASQUA  B

Gv. 20, 19-31

 Gesù, dice significativamente il Vangelo di oggi, ‘viene’ in mezzo ai suoi: il verbo indica il dinamismo pasquale, l’irrompere della forza della Pasqua tra i suoi, che li rende testimoni aiutandoli a superare le loro paure.

Siamo di fronte a due delle tre apparizioni del Risorto ai discepoli. Si tratta di una prima venuta in assenza di Tommaso, e di una in sua presenza. Le due venute sono comunque intrecciate e presentano un approfondimento progressivo del messaggio attraverso le due scene parallele.

In Giovanni Gesù non appare, ma ‘viene’, poiché le apparizioni svaniscono, ma il venire di Gesù resta. E porta la pace eliminando la paura.

Alle parole del Risorto che assicurano il dono della pace si associa un gesto inatteso: egli mostra il suo costato e le mani, per far capire loro che egli resta sempre il Crocifisso. E il vedere dei discepoli non coinvolge solo i loro sensi, ma diventa il vedere della fede, poiché essi non vedono solo ‘Gesù’, ma ‘il Signore’, cioè colui che è il senso di tutta la realtà.

L’unione dei suoi con Lui non è solo di sentimenti, ma anche di azione; ne segue che la comunità dei discepoli è tutta inviata.

L’evangelista annota come al comando della missione si congiunga anche il dono dello Spirito: “Detto questo soffiò e disse loro…”: Egli li sta plasmando come creature nuove, facendo di loro una comunità nuova, e ciò implica il dono della remissione dei peccati (v.23).

Le obiezioni di Tommaso, assente al primo incontro col Risorto ce lo mostrano come una persona genuina, non disposta a scherzare con la morte di Gesù. Gesù, mostrandogli le ferite delle mani e del fianco, gli prospetta l’unità del mistero della sua morte e risurrezione.

Si compie così un viaggio di fede da parte dell’incredulo Tommaso, il quale giunge a riconoscere ciò che gli occhi non possono vedere e a proclamare la più alta professione di fede cristologica tra quelle presenti nel Nuovo Testamento: “Il mio Signore e il mio Dio!” (v.28). Con queste parole l’apostolo mette la sua vita nelle mani del Risorto  e si affida a Lui.

L’osservazione successiva: “…beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”, più che un rimprovero a Tommaso vuole essere l’apprezzamento del vantaggio che nella fede hanno coloro che non hanno visto.