Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

17 Novembre 2019 LECTIO DIVINA XXXIII DOMENICA “C” Dal Vangelo secondo Luca, Capitolo 21, versetti 5-19 “ Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate” Lo schema del Vangelo che la liturgia propone oggi alla nostra riflessione è il seguente: una questione introduttiva (versetti 5-7), cui segue l’indicazione di due segni premonitori della fine: il primo è la presenza dei falsi profeti e delle guerre (vv.8-11) e il secondo è la persecuzione dei discepoli (vv.21-19). Il brano è ambientato nel Tempio, dove Gesù sta insegnando: davanti allo spettacolo della bellezza del Tempio, che era quasi nuovo al tempo di Gesù, Egli si fa profeta, in linea con gli antichi profeti. Però ora la gloria di Dio abita in Gesù, che è il vero Tempio, formato da tutti coloro che accolgono la Parola di Dio. Gesù non risponde alla domanda dei suoi ascoltatori, che gli chiedono quando avverrà la distruzione del tempio, che egli preannuncia, ma mette in guardia su come attendere il ritorno del Signore, e su come prepararsi a quell’evento, di cui la distruzione del Tempio è solo un segno. Il versetto 8 mostra la preoccupazione di Luca, che teme che i cristiani pensino vicino il momento della fine e la manifestazione del regno di Dio nella gloria. Ma ciò provocherebbe la fine dell’attesa e della speranza, e dunque, in ultima analisi, una crisi di fede. Luca fa una netta distinzione tra i ‘segni’ e la fine: egli lascia intravedere che tra gli uni e l’altra passerà un lungo tempo; si profila così la realtà del tempo della Chiesa, al quale Luca, tra tutti gli evangelisti, si è particolarmente interessato. Le guerre, le rivoluzioni, i terremoti, le carestie sono il segno che questo mondo passa, sta andando comunque verso la fine; ciò deve richiamarci all’urgenza della conversione, a tenerci pronti, perché il Signore viene. Gli eletti saranno perseguitati come il loro Maestro: i discepoli di Gesù non si devono lasciar intimorire da quelli che possono uccidere il corpo e non possono fare più nulla¸la loro vita è presso il Signore, e invece di esserne separati, saranno ancora più uniti a Lui! Perdendo la vita la si ritrova (v.18). così, paradossalmente, Gesù vuol invitare i discepoli alla fiducia:” con la vostra perseveranza salverete le vostre anime” (v.19). Il termine perseverare può essere inteso come una ‘pazienza’ che si fa operosa nella testimonianza, nel giusto distacco dalle cose, nella carità. Nasce così la prospettiva della salvezza finale. All’avvicinarsi del tempo di Avvento, il vangelo di oggi ci invita a recuperare la dimensione personale e comunitaria del nostro andare incontro al Signore, della vita terrena che finisce, e dei ‘segni’- datici dal Signore come richiamo- che ci ricordano queste verità.

Novembre 12th, 2019

10 novembre 2019 XXXII DOMENICA C Lc. 20, 27-38 La vita cristiana si nutre della certezza di fede che Dio è Dio dei vivi e ci fa vivere anche oltre la morte. E’ questa l’affermazione centrale di Gesù nel vangelo di oggi, in risposta alla sfida postagli dai sadducei, i gruppi più influenti del popolo giudaico, che si presentano a lui con una serie di interrogativi. Luca, come gli altri sinottici, mette in rilievo la loro intenzione malvagia di ‘coglierlo in fallo’ e di ‘toglierlo di mezzo’. Essi presentano a Gesù un ‘caso di coscienza’, quello di sei uomini che hanno sposato in successione la vedova del loro fratello, nell’intento di mettere in ridicolo la fede dei farisei circa la risurrezione e di invischiare Gesù nelle maglie di una sterile diatriba. Lo scopo della domanda dei sadducei è evidentemente pretestuoso vuole mostrare come la fede nella risurrezione conduca a situazioni assurde e quindi debba essere rifiutata perché irragionevole. La risposta di Gesù è tanto semplice quanto il caso era complicato. Egli annuncia – ecco la novità del suo vangelo!- che la vita da risorti sarà completamente diversa da quella terrena, e quindi non può essere oggetto di immaginazione secondo i parametri umani. Gesù dunque, pur accreditando la posizione dei farisei circa la risurrezione, ne corregge e ne illumina l’immagine, mostrando che essa non porta a situazioni assurde, come prospettato ironicamente dai sadducei. Afferma che nessun uomo può determinare ciò che avviene nell’al di là. La risurrezione introdurrà un nuovo modo di vivere di fronte al quale lo stesso matrimonio non avrà più ragion d’essere, essendo una realtà legata al mondo presente e alla condizione mortale. La risurrezione implica l’immortalità, dono dl Signore. Diventati “figli della risurrezione” – un semitismo che significa ‘partecipi di essa’ – avranno una nuova qualità di vita in quanto liberati da tutti gli impulsi che caratterizzano la fase terrena dell’esistenza. Gesù cita il passo del roveto ardente, dove Mosè denomina il Signore come “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe”, esprimendo la convinzione che i patriarchi sono ancora vivi al di là della morte. Ci sono dunque due modi di vedere Dio. C’è “il Dio dei morti” e c’è “il Dio dei vivi”annunciato da Gesù come buona notizia. Credere e parlare di risurrezione non significa solo esprimere questa speranza di vita oltre la morte, ma adottare un modo di vivere oggi, qui sulla terra. Gesù vuole che il nostro sguardo sull’esistenza sia quello dei ‘figli della risurrezione’. Allora il vivere e il morire acquistano un altro senso, e possiamo ripetere con San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal. 2,20).

Novembre 5th, 2019

3 Novembre 2019 LECTIO DIVINA XXXI DOMENICA “C “ Dal Vangelo secondo Luca,Capitolo 19, versetti1 – 10 “Oggi devo fermarmi a casa tua” La vita pubblica di Gesù volge al termine: Egli prende in disparte i Dodici e dice loco che a Gerusalemme si compirà tutto ciò che è stato scritto dai profeti a suo riguardo. E’ quindi in un contesto drammatico che si svolgono gli avvenimenti che seguono: la guarigione del cieco e la conversione di Zaccheo (di cui ci parla il Vangelo di oggi). Essa ci offre un preciso insegnamento sulla misericordia di Dio, sul posto dei peccatori nel piano della salvezza, e sulla dimensione misteriosa che assume ogni casa che apre le porte al Signore. Essa diventa, per la presenza di cristo, una chiesa in cui si celebra al liturgia della misericordia e della comunione. Zaccheo si confessa sulla porta della sua casa, e non è errato vederlo poi seduto a fianco di Gesù durante il pasto che certamente seguì dopo il suo incontro trasformante con lui.Questo episodio ci mostra come, sull’esempio di Gesù, noi credenti dobbiamo mostrarci accoglienti, anzi, ‘prevenire’: Gesù è andato a cercare Zaccheo a casa sua: Accogliere vuol dire sempre prevenire, andare incontro, come il buon pastore che corre alla ricerca delle sue pecorelle in pericolo. Per vedere passare Gesù Zaccheo sceglie un albero, un sicomoro, dimostrando così che l’interesse per Lui gli fa superare il rispetto umano. E il Maestro prende l’iniziativa della fase visibile della sua conversione. “A Gesù è già capitato di domandare o di accettare un servizio per farne l’occasione del dono della sua grazia. Chiede alla samaritana un po’ d’acqua, per rivelarle che egli possiede l’acqua viva…Accetta l’unzione della peccatrice , per rendere più solenne il perdono che le accorda… Il principe diventa mendicante per donare senza ferire, e Gesù se ne va verso il pubblicano appollaiato sul suo albero, come un semplice predicatore ambulante in cerca di una pasto” (A..M. Cocagnac). “Zaccheo –gli dice-scendi subito…”(v.5). Zaccheo non dice –come il centurione-:”Signore, non son degno…”, scende in fretta e riceve Gesù con gioia: già questa gioia è segno di salvezza. Ecco dunque Zaccheo sulla porta della sua casa, che riceve il Cristo. Egli fa una pubblica dichiarazione di duplice portata: essa esprime da una parte la conversione sincera del suo cuore, ma rivela anche il desiderio di affermare agli occhi di tutti che Gesù ha visto giusto scegliendo la casa di un uomo il cui cuore non era poi così malvagio come si pensava. “…e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto “(v.8). Zaccheo, uomo preciso, è caritatevole e giusto. Gesù gli risponde: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (vv.9-10). Gesù, pur parlando a Zaccheo, si indirizza a tutti gli uditori, e le sue parole ricordano che la sua missione è quella di ‘cercare e salvare ciò che era perduto’. E’ interessante notare che l’episodio di Zaccheo è seguito dalla parabola delle ‘mine’ la cui conclusione continua a lasciare perplessi:”a chiunque ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha” (Lc.19,26). Se la si considera attentamente, si vede come questa espressione, paradossale ma giusta, esprime la legge evangelica della fecondità. Si tratti di beni materiali o spirituali ( dei ‘talenti’), l’uso di questi non si legittima che nella misura in cui sono fatti fruttare. Tutto il vangelo vuole affermare questa legge, e l’episodio di Zaccheo la illustra chiaramente: con la grazia di Dio le ricchezze del pubblicano diventano carità e giustizia e questa trasformazione dei beni della terra rivela agli uomini la presenza della Salvezza.

Ottobre 29th, 2019

XX27 Ottobre 2019 LECTIO DIVINA XXX DOMENICA “ C “ Dal Vangelo secondo Luca, Capitolo 18, versetti 9-14 “O Dio, abbi pietà di me peccatore” Il racconto evangelico di oggi ci indica un atteggiamento da evitare e uno da imitare. Questa parabola va interpretata in continuità e come completamento di quella che la precede, e che abbiamo visto domenica scora (‘Il giudice e la vedova’): Ne risulta così perfezionato il tema della preghiera cristiana nelle sue principali caratteristiche. Il versetto 9 è determinante per capire tutta la parabola. La prospettiva nella quale Luca la pone è quella di una lezione di umiltà (cfr.v.14), collegato strettamente a quello della preghiera, in quanto essa ci permette di leggere nell’intimo dell’altro, è il banco di prova sul quale si pone e si valuta la vera religiosità. Vediamo l’atteggiamento dei due oranti: il fariseo, come tutti i suoi compagni, pregando non attende nulla da Dio, ma pensa di farsi dei meriti presso di Lui. Pregando i farisei stanno ritti, segno della loro fierezza ed autosufficienza, si riempiono la bocca di parole, tanto che la loro preghiera si riduce ad un monologo: non guardano a Dio, ma a se stessi con compiacenza, non avendo coscienza di essere peccatori. Dunque non chiedono la salvezza… perché loro ‘non sono come gli altri’ (ecco il loro peccato: la superbia e l’ipocrisia1). In controluce ecco il pubblicano, cioè l’esattore delle tasse, membro di una categoria molto disprezzata. Costui ha e manifesta una viva coscienza di essere peccatore: non ha nulla di che vantarsi, anzi, non osa neppure paragonarsi agli altri, né alzare gli occhi al cielo (e questo era allora il modo comune di pregare ). Egli “ si fermò a distanza…si batteva il petto”(v.13). Cioè, dimostra prima coi fatti che con le parole la sua miseria spirituale, il suo peccato, e poi confessa “O Dio, abbi pietà di me peccatore…” e così invoca la misericordi di Dio: la sua preghiera è un vero dialogo! A questo punto è Gesù stesso che esprime il giudizio divino sul comportamento dei due oranti (v.14): il peccatore sarà giustificato da Dio; il fariseo invece –che si pretende giusto- sarà abbandonato alla sua ‘giustizia’, che automaticamente allontana da sé quella di Dio. Da qui possiamo cogliere l’idea centrale della nostra parabola e dell’insegnamento di Gesù: ciò che rende giusti, graditi a Dio, non sono i nostri meriti né le nostre virtù. Solo ciò che vi è di Suo in noi ci avvicina a Lui. “Perché chi si umilia sarà esaltato, e chi si esalta sarà umiliato”:è l’altro insegnamento della parabola: l’umiltà è il ‘passaporto’ per essere ammessi nel Regno di Dio. Confrontando il vangelo di oggi con le Beatitudini, notiamo subito la correlazione forte tra l’atteggiamento del pubblicano e del fariseo e la prima beatitudine, che suona così :” Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli”, beatitudine che Luca collega alla maledizione: “Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione”. X DOMENICA ‘C’

Ottobre 22nd, 2019

Ottobre 22nd, 2019

27 Ottobre 2019

 

LECTIO DIVINA

 XXX DOMENICA  “ C “

Dal Vangelo secondo Luca, Capitolo 18, versetti 9-14

“O Dio, abbi pietà di me peccatore”

Il racconto evangelico di oggi ci indica  un atteggiamento da evitare e uno da imitare. Questa parabola va interpretata in continuità e come completamento di quella che la precede, e che abbiamo visto domenica scora (‘Il giudice e la vedova’): Ne risulta così perfezionato il tema della preghiera cristiana nelle sue principali caratteristiche.

Il versetto 9 è determinante per capire tutta la parabola. La prospettiva nella quale Luca la pone è quella di una lezione di umiltà (cfr.v.14), collegato strettamente a quello della preghiera, in quanto essa ci permette di leggere nell’intimo dell’altro, è il banco di prova sul quale si pone e si valuta la vera religiosità.

Vediamo l’atteggiamento dei due oranti:

il fariseo, come tutti i suoi compagni, pregando non attende nulla da Dio, ma pensa di farsi dei meriti presso di Lui. Pregando i farisei stanno ritti, segno della loro fierezza ed autosufficienza, si riempiono la bocca di parole, tanto che la loro preghiera si riduce ad un monologo: non guardano a Dio, ma a se stessi con compiacenza, non avendo coscienza di essere peccatori. Dunque non chiedono la salvezza… perché loro ‘non sono come gli altri’ (ecco il loro peccato: la superbia e l’ipocrisia1).

In controluce ecco il pubblicano, cioè l’esattore delle tasse, membro di una categoria molto disprezzata. Costui ha e manifesta una viva coscienza di essere peccatore: non ha nulla di che vantarsi, anzi, non osa neppure paragonarsi agli altri, né alzare gli occhi al cielo (e questo era allora il modo comune di pregare ). Egli “ si fermò a distanza…si batteva il petto”(v.13). Cioè, dimostra prima coi fatti che con le parole la sua miseria spirituale, il suo peccato, e poi confessa “O Dio, abbi pietà di me peccatore…” e così invoca la misericordi di Dio: la sua preghiera è un vero dialogo!

A questo punto è Gesù stesso che esprime il giudizio divino sul comportamento dei due oranti (v.14): il peccatore sarà giustificato da Dio; il fariseo invece –che si pretende giusto- sarà abbandonato alla sua ‘giustizia’, che automaticamente allontana da sé quella di Dio.

Da qui possiamo cogliere l’idea centrale della nostra parabola e dell’insegnamento di Gesù: ciò che rende giusti, graditi a Dio, non sono i nostri meriti né le nostre virtù. Solo ciò che vi è di Suo in noi  ci avvicina a Lui.

“Perché chi si umilia sarà esaltato, e chi si esalta sarà umiliato”:è l’altro insegnamento  della parabola: l’umiltà è il ‘passaporto’ per essere ammessi nel Regno di Dio.

Confrontando il vangelo di oggi con le Beatitudini, notiamo subito la correlazione forte tra l’atteggiamento del pubblicano e del fariseo e la prima beatitudine, che suona così :” Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli”, beatitudine che Luca collega alla maledizione: “Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione”.

 

 

 

Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora