Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

S.PASQUA ‘C’

aprile 16th, 2019

21 Aprile 2019

PASQUA DI RISURREZIONE
Vangelo : S. Giovanni, Capitolo 20, versetti 1 – 9

“Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”.

Dalla prima fino alla terza domenica di pasqua (Anno C) la liturgia ci propone la lettura dei capitoli 20 e 21 del Vangelo di S.Giovanni. L’intento di questo Vangelo non è tanto la ricostruzione puntuale di dettagli di cronaca, quanto la proposta di una storia da rivivere e da verificare, un itinerario di fede da ripercorrere.
Il racconto evangelico tende a plasmare i suoi lettori e a coinvolgerli nell’avventura della fede, che è entrare nel mistero del Risorto presente nella Chiesa, avendo come maestro lo Spirito santo. Importanti nella narrazione sono i personaggi, si potrebbero definire parafrasando Pirandello “personaggi in cerca d’attore”, in cui l’attore è il lettore di sempre. I luoghi in cui si svolge l’azione del dramma sono il sepolcro vuoto, e il ‘luogo’, il tempo è lo stesso: tutto avviene “il primo giorno della settimana”, cioè la domenica.
I personaggi chiave di questo itinerario che porta a riconoscere il Risorto sono la Maddalena, Pietro e il ‘discepolo amato’ (che è lo stesso S. Giovanni), Tommaso; tra un personaggio e l’altro, sia pure in scene diverse, ci sono antitesi provocate dal verbo ‘vedere’: c’è un ‘vedere’ che è un semplice osservare la scena (come fanno Maria e Pietro), e c’è un ‘vedere che penetra il mistero’ e approda alla fede (il discepolo amato): C’è chi è capace di vedere nei segni di morte il risorto, e chi è incapace di scoprirne la presenza nuova (Tommaso). Nella tensione tra il ‘vedere e il credere’ si trova il cuore del vangelo di Giovanni.
Il brano di oggi coincide con la prima scena di questa narrazione; abbiamo due movimenti che convergono nel sepolcro, in una progressione drammatica e significativa.
In un primo momento vediamo una Maddalena dagli occhi terreni, capaci di guardare, ma non di vedere: Maria cerca un cadavere rubato, in balìa di altri. Se l’evangelista ha cercato –come sembra- un’allusione nuziale, l’angoscia di Maria è quella della comunità dei discepoli che, come la sposa ansiosa del Cantico dei Cantici, cerca il suo Signore amato, e sperimenta il disorientamento della sua assenza.
I due discepoli da cui Maria di Magdala corre sono Pietro e un altro ‘colui che Gesù amava’. Paradossalmente e significativamente è una donna ( in quel tempo le donne erano prive di ogni credibilità e di diritti di testimonianza) a scuotere i due e ad essere in seguito la prima testimone del Risorto (versetto 18). La loro corsa ‘verso il sepolcro’ nel nostro evangelista è simbolo del cammino di ogni discepolo verso la fede nel mistero del Risorto.
Ancora Pietro fa la pessima figura dell’ostinato, incapace ancora di capire la morte come dono di amore e di vita; qui qualcosa però cambia. Il ‘discepolo amato’ arriva prima al sepolcro, perché ha fatto esperienza dell’amore di Gesù, e ne è stato testimone alla croce; Pietro, pur reduce dal recente rinnegamento, si lascia ‘ribaltare’ e si mette alla sequela del discepolo fedele. Ma il discepolo amato non entra nel sepolcro, lasciando a Pietro la precedenza, e affermandone così la superiorità. Entrato nel sepolcro Pietro vede i ‘teli posati’ e il ‘sudario ripiegato’. Giovanni insiste sul fatto che i due testimoni vedono segni di morte che non stringono più un cadavere, come quello di Lazzaro, ma restano intatti, sistemare con fuga, a togliere ogni dubbio di trafugamento. Quando entra anche l’altro discepolo, “vide e credette”. Siamo al vertice della narrazione: significativo è il contrasto, nel greco, tra i due tipi di sguardo: mentre Pietro contempla, il discepolo amato ha uno sguardo più profondo che sfocia anella fede.Egli non sa ancora che Gesù è risuscitato, come dimostra la frase seguente “non avevano ancora compreso le Scritture” (v.9). Tuttavia, rispetto al vedere della Maddalena e di Pietro, questo vedere e credere segna un altro passo verso quella apertura che sarà piena e totale quando i discepoli vedranno il Crocifisso-Risorto in messo a loro; quella del ‘discepolo amato’ per ora è una intuizione d’amore, in linea con la fedeltà di sempre. Sarà ancora lui il primo a riconoscere il Risorto sulla riva del lago di Galilea: Per il momento ritornano a casa, forse con dentro il mistero di una esperienza non comunicabile. Non basta intuire e pensare che Gesù è vivo, occorre sperimentarne la presenza e capire che ‘doveva’ risuscitare dai morti.
Solo dopo il dono dello Spirito, comprenderanno definitivamente e in pienezza le Scritture e ‘riconosceranno’ nel Risorto colui che ha portato a compimento il piano di Salvezza di Dio Padre.

DOMENICA DELLE PALME ‘C’

aprile 9th, 2019

14 aprile 2019

DOMENICA DELLE PALME E DI PASSIONE

Vangelo: S. Luca cap. 23, versetti 1 – 49
(Forma breve)

Il processo a Gesù si articola in tre scene :
versetti 1 – 7: Gesù davanti a Pilato; versetti 8 – 11: Gesù al cospetto di Erode, e versetti 12 – 25: di nuovo davanti a Pilato. Varie forme di potere, diverse e ostili tra loro, si alleano manifestando così la loro comune radice di violenza. L’attenzione di S. Luca è sulla persona di Gesù e sulla sua autorità diversa dalle aspettative umane.
Davanti a Pilato Gesù ammette di essere re, ma in senso diverso da come lo intende il mondo.
La scena davanti ad Erode permette a Luca di evidenziare un falso modo di interessarsi a Gesù, dettato da una curiosità miracolistica e da un non serio impegno personale. Il silenzio di Gesù smaschera la falsità di Erode, che è il ‘tipo’ del falso discepolo che mette alla prova Dio, e la parodia della veste regale serve ad evidenziare quale sarà la vera regalità di Gesù: il suo trono sarà la croce.
La nuova scena davanti a Pilato è un dramma basato su corrispondenze e contrasti: Pilato vuol salvare Gesù e per tre volte ribadisce la sua innocenza; ma cede alla paura (come i tre rinnegamenti di Pietro, anche l’atteggiamento di Pilato serve da lezione per ogni discepolo).
Davanti alla scelta, per l’amnistia di Pasqua, di liberare due” Figli del Padre” (Bar Abba in ebraico ha questo significato), il popolo sceglie un criminale e condanna un innocente. Pilato tradisce come Giuda: Gesù, che ha scelto la volontà del Padre, viene tradito dalla volontà omicida degli uomini. (v. 25).
L’esecuzione (versetti 26 – 47): più che mai, l’evangelista Luca riassume in queste scene culminanti, il suo “vangelo della misericordia”, e, insieme, il “vangelo del discepolo”; il personaggio di Simone di Cirene che porta la croce dietro a Gesù, non ‘costretto’, come invece appare nei Vangeli di Marco e Matteo, rappresenta il modello dell’autentica sequela , così come lo sono le donne anonime che si battono il petto e contemplano ciò che sta avvenendo (versetti 48 e 49).
Gesù viene condotto al supplizio insieme ad altri due delinquenti comuni (come aveva predetto il Profeta Isaia, al Cap.53,versetto 12), e come Egli stesso aveva profetizzato (Luca 22,37); Luca rilegge questa pena come compimento delle Scritture (vedi il Salmo 21, versetti 19. 8, il Salmo 68 versetto 22). Sul Calvario, ad ogni discepolo che lo contempla, Luca presenta Gesù come modello di perdono e di misericordia per i suoi nemici (versetto 34). E’ in questo “tempo fissato” che Gesù subisce l’ultima tentazione da parte del potere (e non possiamo non tornare al Capitolo 4 del vangelo di Luca, letto la I^ Domenica di Quaresima: Le tentazioni nel deserto). La sfida è quella di mostrare miracolisticamente il proprio essere ‘Figlio di Dio’, di rinunciare alla morte per la vita. In altre parole: di tentare Dio.
Segue, ed è un’esclusiva di Luca, l’episodio dei due malfattori: un’autentica sintesi del suo Vangelo : sino alla fine Gesù resta ‘segno di contraddizione’, così come lo saranno i suoi discepoli, per gli uomini desiderosi di salvezza, che dovranno scegliere tra la ‘bestemmia’ ( cioè il rifiuto della salvezza offerta da Dio nel Figlio sulla croce), e ‘l’invocazione’ di chi ha “rispetto di Dio”, cioè confessa il proprio peccato e riconosce nel Servo Sofferente il Messia Re, e la sua divinità. La salvezza diventa realtà sulla croce, e il primo ad entrare nel Regno è un criminale pentito: Luca accende la nostra speranza: non è mai troppo tardi per ritornare al Signore! Se a causa di Adamo il peccato era entrato nel mondo, e con il peccato la morte, Gesù come Nuovo Adamo prende su di sé la morte con il peccato dell’umanità, per iniziare una ‘nuova creazione’.
La scena si chiude significativamente con la confessione di fede di un pagano: il centurione riconosce l’innocenza di Gesù, e a lui si associa il pentimento della folla. Il velo del Tempio squarciato segna la fine della separazione tra giudei e pagani: la salvezza è disponibile a tutti, e in Gesù –nuovo Tempio- tutti gli uomini incontreranno Dio in una comunione nuova.

V DOMENICA DI QUARESIMA ‘C’

aprile 2nd, 2019

7 aprile 2019
V DOM QUAR C*

Gv. 8, 1 – 11
“… Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio…. Gesù si alzò e disse loro: Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei…”

Alle domande dei capi religiosi Gesù non risponde a parole; con calma, come chi domina la situazione, si china e comincia a scrivere in terra con il dito. Sono gli avversari che si innervosiscono, insistono perché vogliono la sua opinione. Allora Gesù si alza e dice: “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra!”. Gesù, invece di permettere loro di porre la Legge al di sopra della donna per condannarla, chiede ai capi religiosi di esaminarsi alla luce di quanto chiede loro la Legge.
Gesù scrive a terra ‘con il dito’: la Legge data al popolo per mezzo di Mosè e una legge scritta ‘col dito di Dio’ (Dt.9,10) su tavole di pietra. Gesù invece scrive sulla terra, in modo che tutti possano leggere, dando una nuova prospettiva alla legge del Sinai.
Dicendo:”Chi è senza peccato scagli per primo la pietra” (v.7) Gesù rileva la condizione generale di peccato in cui versa l’umanità, per cui nessuno può ritenersi salvo perché osserva scrupolosamente una legge. In altri termini: la Legge non può salvare, poiché chi salva è solo Dio.
E accade il contrario di quanto si aspettavano: la persona condannata non era la donna, ma coloro che credevano di essere fedeli alla Legge.
L’episodio della donna adultera si era aperto con la venuta degli scribi e farisei che ponevano la donna in mezzo, e si chiude con Gesù solo con la donna.
Al centro dell’interesse e della cura sta sempre l’essere umano nella sua condizione di peccato, con l’unica differenza rispetto a prima: ora non c’è più nessuna condanna, ma il perdono di Gesù.
Gesù non permette che alcuno usi la Legge di Dio per condannare il fratello o la sorella, quando chi condanna è egli stesso peccatore.
E’ Lui la nuova legge pensata dal Padre, che non contiene più alcuna condanna: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”. ( v. 11).
La Parola di Dio oggi ci chiede di fare i conti con la nostra fragilità e i nostri fallimenti, ma ci invita anche a confidare nella Grazia di Dio, più forte di qualsiasi nostra debolezza. Ecco perché questa è una Parola di speranza: la nostra speranza è concreta, ha un nome e un volto, quello di Gesù, della sua passione, morte e risurrezione.

IV DOMENICA DI QUARESIMA ‘C’

marzo 26th, 2019

31 marzo 2019
IV DOM QUAR C*

Lc. 15, 1-3. 11-32
“:::Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”…. Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”

La parabola che la liturgia ci propone oggi è di una straordinaria bellezza. Il centro del messaggio sta nel rapporto di un padre e due figli dal comportamento opposto. Scrive von Balthasar: “Se il figlio prodigo non avesse creduto all’amore anteriore del Padre, non sarebbe potuto ritornare a casa, anche se questo amore paterno lo accoglie poi in un modo che egli non avrebbe mai potuto sognare”.
Farisei e scribi mormorano contro Gesù; questi ultimi gli muovono un’accusa precisa: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro” (v.2). Partendo da questa accusa Gesù narra le tre parabole della misericordia: la pecora e la dracma ritrovate, il figlio perduto e ritrovato.
Nella terza parabola, su cui oggi siamo invitati a riflettere, Luca ci mostra come si incontrino due libertà: l’essere umano è libero di andarsene, di perdersi; Dio è libero di farlo ritornare, corrergli incontro e riabbracciarlo.
Il padre lascia fare il figlio che se ne vuole andare, divide le sostanze e lo lascia partire. Il suo silenzio mette in evidenza il rispetto che egli ha per la libertà del figlio.
La seconda parte della parabola comincia con un verbo importante: “ritornò il sé” (v.17). Con questa azione inizia una serie di verbi che descrivono una situazione in rapida evoluzione: Mi alzerò – tornerò – si alzò – ritornò. Dal momento in cui il figlio ‘torna in sé’ riacquista la sua libertà; ricomincia a progettare e si trova in cammino verso casa. Ma non è più capace di pensarsi figlio, si immagina come servo, ultimo.
Ma quanto segue ha dell’incredibile. Qui abbiamo l’elemento dirompente della parabola. Il padre, che non ha smesso di attenderlo, gli corre incontro, lo abbraccia e lo bacia. Il padre, qui, è padre una seconda volta, dà la vita a chi era morto, ritrova chi era perduto.
Ed entra in scena il figlio maggiore, che non pronuncia mai la parola ‘padre’, gli dice:”Ti servo da tanti anni…” (v.29): lo riconosce come suo datore di lavoro, non come padre, né è capace di riconoscere il figlio minore come fratello: per lui era morto, e rimane tale.
L’unica risposta che il padre dà e: “Bisognava far festa…” (v.32). La necessità della festa sta nella novità inaudita del vangelo, che annuncia un Dio che perdona, risana, guarisce, salva.
Dio ci invita al suo banchetto per offrirci la sua gioia e condividere la sua misericordia.

III DOMENICA DI QUARESIMA ‘C’

marzo 20th, 2019

24 marzo 2019
III DOM QUAR C

Lc. 13, 1-9

“…Prendendo la parola, Gesù disse loro: credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? … No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo::

Gesù parla di una protesta soffocata nel sangue da Pilato. Gesù riporta il fatto con fare volutamente provocatorio: il Messia sarà colui che mette fine a questi soprusi? Perché Dio tollera queste ingiustizie verso i suoi devoti? Il credente, in ogni epoca, è interpellato dal male, dall’ingiustizia, dalla tracotanza del potere.
Il secondo fatto di cronaca riportato è ancora più provocatorio. Non si tratta di una contrapposizione bene/male, giusti/ingiusti, buoni/cattivi, ma di un fatto tragico : diciotto persone sono morte per il crollo di una terre. La storia quotidiana è costellata di simili eventi: ma dove, e dalla parte di chi sta Dio? E ancora: Perché accadono cose simili? Perché a loro, perché il quel momento?
Si fa appello alla Scrittura per trovare una risposta, che diventa anche una risposta su Dio. Chi è? Come agisce? Dio, nel roveto ardente si rivela a Mosè come un Dio vicino e insieme misterioso, schierato dalla parte degli oppressi ( 1 lettura).
Nel Vangelo Gesù ci dà un’altra risposta: il suo è un invito chiaro a non giudicare, ma a considerare anche le disgrazie inspiegabili e assurde come segni chi inducono a convertirsi, a volgersi a Dio e a considerare la storia con i suoi occhi, a non approfittare della sua pazienza per ritardare il momento della conversione, ma a maturare una mentalità diversa, che segni il passaggio a un’adesione filiale a Dio, che giudica con misericordia.
Il male in noi e intorno a noi provoca la nostra fede: può rafforzarla, ma può anche sradicarla: il male esiste e interroga la nostra responsabilità.
Gesù ci insegna ad interpretare gli eventi e a cogliere il messaggio che ci raggiunge. Quelli che hanno subito una morte violenta e quelli che sono morti per il crollo della torre di Siloe non sono stati raggiunti dal castigo di Dio. E’ fuorviante leggere nella loro fine il castigo per i loro peccati.
La parabola del fico mette davanti ai nostri occhi l’agire di Dio, che non agisce con fretta, per giudicare e condannare. Il padrone infatti accetta la proposta del vignaiolo di aspettare e pazientare.
Dio, proprio perché ama, sa anche attendere con pazienza il tempo dei frutti. Gesù – rappresentato dal vignaiolo – prende su di sé la fatica perché il fico fruttifichi.
Dio prende su di sé l’attesa della nostra conversione, si immerge nella fatica fino alla morte di croce, perché noi creature possiamo portare frutto. A ciascuno è lasciata la possibilità di aderire o meno, con la conversione, alla proposta salvifica di Dio.