Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

Agosto 13th, 2019

18 Agosto 2019

XX DOMENICA   C

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra”

 Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 12, versetti 49-57

 

Nei tre detti che compongono questo brano di vangelo, Gesù presenta di volta in volta un aspetto della sua missione, parlando in prima persona.

Il primo detto di Gesù (v.49) definisce la sua missione: è venuto a gettare fuoco sopra la terra, e si augura ardentemente che questo fuoco arda. L’Antico Testamento ha usato spesso l’immagine del fuoco per descrivere il giudizio di Dio, sia nella storia (Gen.19,24; Es.9,24), sia alla fine dei tempi (Is.66, 15-16; Ez.38,22; 39,6; Mal.3,19). Nel vangelo di Luca poi, al Cap.3,16 Giovanni Battista definisce colui di cui egli è il precursore come uno che battezzerà in Spirito santo e fuoco.

Quando Gesù si attribuisce la missione di ‘gettare fuoco sopra la terra’ pensa certamente al fuoco del giudizio escatologico con il suo duplice effetto: un fuoco che contemporaneamente purifica e castiga.

Il secondo detto di Gesù ( v.50) contrappone al fuoco che è venuto ad accendere  un battesimo che egli deve ricevere. In genere i commentatori si trovano d’accordo nel vendere in questa immagine un annuncio della Passione. Domandiamoci però: quale significato poteva dare lo stesso Gesù al suo ‘battesimo’? E’ chiaro che non pensava ad un rito, ma che il battesimo era per lui un’immagine. Per un giudeo del suo tempo, battesimo significava anzitutto purificazione. Egli ha potuto quindi presentarla come una purificazione da lui compiuta a vantaggio del Popolo di Dio.

Gesù  lascia intravedere il posto che occupa nella sua vita il battesimo che deve ricevere: “ E come sono angosciato, finchè non sia compiuto!” (v.50b). Questa dichiarazione equivale a quelle in cui Gesù annuncia che “il Figlio dell’uomo deve molto soffrire” (cfr. Lc.9,22; 17,25; 22,37).

Questa visione tragica illumina gli ultimi tre versetti (vv.51,52,53) del nostro brano evangelico.

Luca, a partire dalla missione di Gesù, mostra spesso come il discepolo debba l’attaccamento al Maestro rispetto ai legami familiari (9,59-62; 14,26; 18,29). Citando il profeta Michea (7,6) per esprimere la divisione degli uomini di fronte a lui, Gesù vuole sottolineare il carattere escatologico della sua missione: nella divisione provocata dalla sua presenza, egli vede il giudizio finale che si realizza. Perciò impone ai suoi discepoli la scelta tra lui e ‘questa generazione’.

Se il Signore può imporre rinunce così dure ai suoi , è perché porta loro il dono dello Spirito (v.49); è perché lui stesso ha assolto il proprio compito fino alla morte (v.50). Insomma, la pace che egli porta non è la tranquillità in cui sempre sogniamo di adagiarci, è la pace del Regno di Dio, in cui non si entra che attraverso la croce (v.51)

Gesù si è presentato come colui che viene ad accendere il fuoco del giudizio finale, colui che affronta la morte per purificare il Popolo di Dio, colui che chiama ciascuno ad impegnarsi dietro a lui e a rompere i legami col mondo.

Credere in Lui vuol dire sceglierlo per Signore, prendere posizione in questo mondo lacerato tra fede ed incredulità, fino a dare la nostra vita, come il Maestro.

 

 

XIX DOMENICA ‘C’

Agosto 7th, 2019

11 Agosto 2019

 

 

XIX DOMENICA   C

 

Dal vangelo secondo Luca, capitolo 12, versetti 32-48

 

Non temere, piccolo gregge”

 

Nei primi due versetti del nostro vangelo, Gesù insegna ai suoi l’atteggiamento che devono assumere di fronte ai beni di questo mondo. Per incoraggiarli a staccarsene, indirizza il loro sguardo verso il Regno promesso. Abbiamo qui il fondamento della speranza cristiana.

Ci troviamo di fronte a tre parabole con lo stesso tema:l’attesa di colui che viene (vv.35-38).

Il versetto 35 è rivolto ai discepoli, ed applica a loro la prima parabola che li paragona ai servi che attendono il ritorno del padrone nella notte. Essi devono restare in tenuta da lavoro, con le falde dell’abito alzate e fermate dalla cintura, con le lucerne accesa, poiché il padrone tornerà in un’ora che non è possibile prevedere. E i servi devono essere preparati ad accoglierlo. E’ evidente il senso che Luca dà a questa parabola. Egli scrive il suo vangelo quando Gesù è già scomparso nella gloria della Pasqua e i discepoli attendono il suo ritorno, ma ne ignorano il giorno e l’ora. Devono perciò restare sempre pronti ad accogliere il Figlio dell’uomo e la sua grazia.

Anche la seconda parabola (vv.39-40) si rivolge ai discepoli. E il suo senso è chiaro: quando i ladri vengono a sfondare le sottili pareti della case di Palestina non preavvisano la loro venuta. Chi vuole coglierli in fragrante deve tenersi costantemente all’erta. L’applicazione è esplicita (v.40): i discepoli devono essere sempre preparati alla venuta imprevedibile del Figlio dell’uomo.

Il versetto 41 introduce la terza parabola. Essa affida il ruolo centrale della scena ad un amministratore, cui il padrone darà l’incarico di assicurare  il sostentamento della servitù durante la sua assenza. Nei versetti 42-44 vediamo che l’amministratore assolve fedelmente il suo compito.

Nei versetti 45.48, antitetici ai precedenti, l’amministratore approfitta del ritardo del padrone (v.45), percuote ‘i servi e le serve’ e si dà alla pazza gioia. Ma arriva, inatteso, il padrone (v.46) che ‘degrada’ l’amministratore trattandolo come un  ‘infedele’: era informato della volontà del padrone, ma non l’ha compiuta e perciò sarà punito severamente.

Il versetto 48 proclama le esigenze della grazia: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto” da Dio.

Le parabole dell’attesa ci hanno reso noto il richiamo di Gesù ai suoi contemporanei perché accogliessero in Lui la venuta di Dio, e il giudizio, e la salvezza, e il Regno.

Dopo la Pasqua, la chiesa attende la venuta di Dio in Cristo: il richiamo delle parabole dell’attesa resta dunque sempre di attualità. Dobbiamo vigilare, essere pronti ad accogliere il Signore, per rendergli conto della missione che ha affidato a ciascuno di noi.

 

XVIII DOMENICA ‘C’

Luglio 30th, 2019

4 Agosto 2019

XVIII DOMENICA   “C”

Vangelo secondo Luca Cap.12, versetti 13-21

“Cercate le cose di lassù”

 

Il brano del vangelo di oggi comprende due parti:

versetti 13-15 – una discussione per motivi di eredità

versetti 16-21 – la parabola del ricco stolto.

Gesù, messo di fronte ad una ingiustizia non vuole interessarsi del caso, sembra disinteressato a ciò che succede sulla terra, come se le necessità contingenti, temporali non avessero valore, ma contasse solo la beatitudine nell’aldilà. Sarebbe difficile risolvere questa difficoltà, se la risposta data da Gesù, in modo laconico, all’erede,(v.14) non fosse commentata dalla parabola che segue.

Non dobbiamo insistere troppo sulla risposta brusca data da Gesù. E’ il Maestro che risponde, e il suo dire è un ‘enigma’ che ha lo scopo di insegnare e far riflettere. Egli stesso preciserà  il suo pensiero al riguardo con la parabola dei versetti 16-21.

Nel nostro brano evangelico, dopo la risposta insoddisfacente all’erede scontento, Gesù si rivolge appunto alla folla per aiutarla a cogliere il significato del fatto:”guardatevi e tenetevi lontani da ogni avidità, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni” (v.15).

Gesù avverte i suoi ascoltatori che l’abbondanza dei beni materiali non è sufficiente a garantire una sicurezza vera.La vera pace dell’uomo infatti non si basa sulle ricchezze, la sua vita non dipende soltanto dai beni terreni.

Non dobbiamo cercare di dare ad ogni particolare della parabola che segue un significato o un simbolismo proprio. L’insegnamento sta nella breve storia presa nel suo insieme, nella situazione lì descritta.

Si parla di un ricco ‘stolto’. Stolto come le cinque vergini di Matteo 25,2, stolto come i farisei che giudicano dalle apparenze, stolto come un cieco che guida un altro cieco, ed entrambi cadono nella fossa (Lc.6,30; Mt.15,14). Tutti questi personaggi mancano dell’intelligenza che sa discernere i veri beni. La stessa cosa si deve dire dell’uomo che litiga per motivi di eredità.

Il punto centrale della nostra parabola è il fatto che i calcoli dell’uomo ricco si rivelano totalmente sbagliati, tanto che le sue speranze sono di colpo deluse:aveva creduto che la ricchezza fosse l’unica sorgente di felicità, ma improvvisamente questa felicità gli sfugge. Lo stesso sarà dell’uomo che fonda sulla ricchezza la sua speranza, anche se non gli capita, come al ricco ‘stolto’ di morire all’improvviso. Questo breve racconto ci aiuta a cogliere, tramite il paragone portato, una verità profonda, che vale per tutti: è stolto chi conta sulle ricchezze per garantirsi una felicità duratura.

Tutti i beni sono a servizio della vita, ma la vita li supera tutti.Le ricchezze non sono cattive in se stessa, ma sono pericolose perché l’uomo corre il rischio di attaccarsi ad esse, di cercarle per un godimento terreno egoistico, come i farisei, come il ricco stolto, come il ricco dell’altra parabola, che non divideva i suoi beni con Lazzaro: le situazioni saranno un girono invertite (Lc.16,25).

Nulla giustifica che il cristiano dia il primo posto alle preoccupazioni per le ricchezze!

 

XVII DOMENICA ’28 Luglio 2019 XVII DOMENICA C

Luglio 23rd, 2019

“Padre Nostro“ Dal vangelo secondo Luca, capitolo 11, versetti 1-13 Il tema centrale del vangelo di questa domenica è l’efficacia della preghiera fiduciosa e insistente. L’evangelista Luca è particolarmente attento a trasmettere gli insegnamenti di Gesù sulla preghiera, mostra spesso Gesù che prega. Egli è infatti maestro di preghiera non solo con le parole, ma soprattutto con l’esempio. Luca ci mostra Gesù in preghiera prima di insegnare il Padre Nostro ai discepoli, perché ciò che egli lascia a loro (e a noi) è la sua preghiera filiale. “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno” (v.2): questo versetto ci insegna che prima di esporre le nostre necessità, dobbiamo fare nostre le intenzioni del Padre. Non dimentichiamo che nella Bibbia il ‘nome’ significa la persona stessa. La prima parte del padre Nostro è dunque una preghiera di fede e di speranza. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (v.3). Per vivere nell’attesa della avvento del regno, noi, deboli e peccatori, abbiamo bisogno di pane, di perdono, e di aiuto contro il male. “Perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore” (v.4). L’ostacolo più grande alla nostra speranza nel Regno, come pure alla condivisione del nostro pane, è il peccato. E il perdono, senza il quale non potremmo vivere nell’amicizia con Dio e nella stima i noi stessi, ci è più necessario del pane. Ma non possiamo ottenerlo se non lo accordiamo ai nostri debitori. “E non ci indurre in tentazione” (v.4). Non è immaginabile che Dio possa ‘indurci’ in tentazione. Qualche esegeta propone questa lettura:”Non lasciarci entrare nella tentazione”: dobbiamo quindi supplicare il Padre di evitarci di ‘entrare’ nella tentazione. Segue a questo punto la parabola dell’amico importuno, che ugualmente inculca la fiducia nell’esaudimento della preghiera perseverante. I versetti 9-13 sono l’applicazione della parabola. Gesù vuol dirci: poiché Dio nella sua bontà, non può non ascoltare la preghiera dei suoi figli, fate come l’uomo che picchia alla porta del vicino per avere del pane :”Chiedete e vi sarà dato (da Dio), cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto…(vv.9-10). I versetti finali riportano lo stesso insegnamento: il Padre, nella sua bontà, esaudisce la preghiera dei discepoli. E in questa luce, la stessa preghiera di domanda diventa adorazione. Essa esprime la fiducia dei discepoli, felici di ricevere dal Padre la forza di guadagnarsi ogni giorno il pane che si dividono e di avere da lui solo ciò che niente e nessuno può garantire: il perdono, la vittoria sulla tentazione, lo spirito santo che trasforma i cuori e permette di implorare, col Figlio e come il Figlio: “Abba!”. C’

XVI DOMENICA ‘C’

Luglio 16th, 2019

21 Luglio 2019

XVI DOMENICA  C

Vangelo di Luca, capitolo 10, versetti 38-42

“Marta e Maria”

L’episodio evangelico delle due sorelle di Betania è un ‘frammento di vita’, riferito da Luca con l’intento di evidenziare la superiorità dell’ascolto della Parola sul servizio dell’ospitalità. Il discepolo di ogni generazione deve ricordare che la sua caratteristica fondamentale è l’ ‘ascolto’, cui deve essere sempre accordato il primato assoluto.

Al versetto 40 vediamo Marta “tutta presa dai molti servizi”, quasi voglia dire a Gesù:” Il mio amore per te è reso visibile in questi servizi!”. Si tratta certo di servizi di amore per il Signore, eppure l’assorbono e la distolgono da colui per il quale si affatica. E’ un controsenso, ma è così!

Marta è ansiosa e agitata, crede di poter pretendere un aiuto da sua sorella, con l’intervento di Gesù :”Dille dunque che mi aiuti” (v.40). Quasi a dirgli:” Non trattenerla, almeno tu che hai più buon senso, richiamala al suo dovere!”. Ella non sopporta che qualcosa sfugga al suo controllo, deve regolamentare tutto, il comportamento di Maria e perfino quello di Gesù, al quale si permette di dare degli ordini! Quando si imprime alla vita un ritmo convulso e agitato si perde di vista la propria identità e il vero ideale, naufragando nell’azione.

Gesù non biasima Marta, non la rimprovera, ma ha qualcosa da dirle: le offre un concreto aiuto per rimettere ordine nella sua vita, nel suo febbrile da fare e nei molti servizi. In realtà, Marta ha stravolto lo scopo di quella visita: Gesù non è andato a Betania per gustare un buon pranzo, ma soprattutto per donare la sua Parola di luce e di verità. Il Maestro non condanna il lavoro, l’attività, l’impegno nella vita, ma rifiuta decisamente l’ansia nei dovei quotidiani, che opprime e fa esaurire.

Quel “ti preoccupi, ti agiti per molte cose” (v.41) detto da Gesù, suggerisce l’idea di una ‘divisione interiore’ che sperimenta la persona che si trova contesa tra obiettvi o scelte opposte; Marta non riesce a scegliere ciò che è realmente migliore: vorrebbe anche lei godere della compagnia di Gesù, ma è richiamata dall’urgenza del ‘fare’; vorrebbe dedicarsi all’ascolto, ma è tutta presa dai mille particolari dei preparativi per il pranzo; vorrebbe bearsi del fascino della ‘Parola’, ma una stanca amarezza invade il suo cuore.  Dall’orizzonte dei suoi interessi è tramontato anche il Maestro. Il suo è un affannarsi che l’ha presa così tanto da distoglierla da Colui per il quale si sta affaticando: Sembra che Gesù voglia dirle:” Io non dirò a Maria di venire ad aiutarti, dirò invece a te: fermati anche tu un po’ ad ascoltare, perché questo mi fa più piacere!”.

Maria che “ha scelto la parte migliore” (v.42) ha scelto l’attività dell’anima. Chi possiede la parte migliore non si perde in valori intermedi, e si trova come già al di là di ogni affanno, di ogni agitazione e delle molte cose da fare. E’ una discepola ‘attivissima nell’anima, tesa ai fremiti di una vita interiore che impegna ben più dell’agitarsi all’esterno: affrontare se stessi sotto gli occhi di Dio richiede più coraggio di quello che è necessario per darsi agli altri.

L’ascolto è l’atteggiamento essenziale del credente. Ma Marta e Maria non si contrappongono né si escludono; al contrario, si integrano, si completano, si fondono: Non si può essere solo Marta e neppure solo Maria, ma l’una e l’altra insieme, mai l’una senza l’altra, mai l’una contro l’altra. L’una e l’altra insieme: la contemplazione nell’azione. Le due sorelle devono convivere armoniosamente in noi; deve esserci tra loro una ‘sintesi vitale’, perché la contemplazione possa nutrire e sostenere il lavoro quotidiano. Se l’azione non scaturisce dalla contemplazione si scade inevitabilmente nell’attivismo, si smarrisce la capacità di saper…’perdere tempo’ per riservarlo a se stessi, di avere del ‘tempo vuoto’ per riempirlo di silenzio, di preghiera, di altri pensieri, e così ritemprare le energie fisiche e spirituali. Bisogna sapersi ‘fermare dentro’: allora si sceglie la parte migliore.

Anche le due sorelle di Betania ricercano l’unità interiore, ma non nella stessa direzione. Marta la persegue per una via sbagliata: subordina ogni altra cosa a un nutrito programma di cose da fare; Maria invece, la ricerca nel lasciarsi conquistare e possedere dal maestro fin nel più profondo del suo essere, perché è convinta che Lui è l’unico capace di unificare la sua persona.