Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

II DOMENICA DI QUARESIMA ‘C’

marzo 12th, 2019

17 marzo 2019
LECTIO DIVINA

II DOMENICA DI QUARESIMA “ C “

Dal vangelo secondo Luca 9, 28-36

“…Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante…Pietro disse a Gesù:”maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia” … Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse,….E dalla nube uscì una voce, che diceva:”Questi è il Figlio mio, l’eletto; asoltatelo”….

L’episodio della trasfigurazione solleva un lembo del velo che ricopre il mistero del Cristo.
Sottolineando in modo originale il rapporto tra preghiera e trasfigurazione, Luca richiama la nostra attenzione sulla serenità del Cristo, immerso nella comunione del Padre.
La proposta di Pietro (v.33) cade nel vuoto: non tocca agli uomini costruire una tenda per ospitare Dio, Dio stesso li avvolgerà nella nube della sua presenza. E’ a quel punto che i tre discepoli saranno presi da timore. In Luca il timore coincide con la presenza di Dio, significata appunto della nube. I tre testimoni sanno che ‘vedere Dio significa morire’; ricevono invece una rivelazione: colui che Gesù conduce con sé, viene preso dalla nube. Bisogna dunque accompagnarlo, salire con lui a Gerusalemme, condividere la sua sorte. Questo è il senso della parola che esce dalla nube: “Questi è il Figlio mio, l’eletto. Ascoltatelo” (v.35).
Mosè ed Elia si ritirano (v.36), i tre discepoli prendono il loro posto nella missione profetica (cfr. Atti 15,32). Ma per il momento tacciono. Gli Atti ci mostreranno ciò che darà il via alla loro testimonianza: la discesa dello Spirito santo. Da quel momento non saranno più capaci di tacere (Atti 4,20; 10,41), testimoniando tutto ciò che hanno visto.

I DOMENICA QUARESIMA ‘C’

marzo 5th, 2019

10 marzo 2019
I DOM QUAR C
Lc. 4, 1-13

“Gesù, pieno di Spirito santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni tentato dal diavolo….”

La prima domenica di Quaresima si apre sempre con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto.
Nelle tentazioni si rivela l’autentica umanità di Cristo, che, in totale solidarietà con l’uomo (“ebbe fame” v.2), subisce tutte le prove attraverso cui il diavolo cerca di distoglierlo dalla sua unione e obbedienza al Padre.
Nella vittoria sulle tentazioni è anticipata anche la vittoria finale di Gesù nella risurrezione. Cristo inaugura così un cammino per ogni uomo, in cui nessuno potrà impedire che si manifesti il disegno di amore di Dio.
L’abbandono di Gesù nelle mani del Padre è la fonte della vera libertà, che consiste nel rifiutare di essere trattati in modo diverso da quello che si è.
All’inizio della sua missione, Cristo affronta faccia a faccia il male. Come Israele nel suo commino di libertà aveva dovuto soffrire la tentazione, e se non fosse stato per la misericordia di Dio sarebbe stato da essa travolto (cfr. Dt. 8,2), così Gesù, in cammino verso la Pasqua, vive questa prova, ma ne esce vittorioso.
Alla triplice forma di potere che gli viene offerta dal diavolo (sulle cose – il nutrimento, – sulla politica – il potere-, sulla religione –la spettacolarità-), egli oppone con autorevolezza divina la ‘gloria’ della sua obbedienza al Padre.
In Luca, rispetto a Matteo 4,1-11, le ultime due tentazioni sono invertite. Luca infatti, coerente col disegno del suo vangelo, mette come terza la tentazione ambientata a Gerusalemme. Sarà proprio qui che si svolgerà il dramma definitivo della salvezza.
Dobbiamo anche notare che il luogo della narrazione ha un carattere teologico, poiché:
– il deserto è il luogo tipico della tentazione, ma anche dell’incontro amoroso con Dio (Os.1-2),
– i quaranta giorni ricordano i 40 anni in cui Israele ha vagato nel deserto.
Dunque, neppure al Figlio di Dio è risparmiato l’inganno di satana, così come era avvenuto per Adamo ed Eva. E non si darà per vinto una volta per tutte. Luca infatti evidenzia che “il diavolo si allontanò da lui per ritornare al momento fissato” (v.13) : si tratta della prova estrema della vera obbedienza al Padre al Getzemani (Lc.22,42: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà”).
Anche qui Gesù, nell’ascolto profondo del Padre, che lo porta ad una incondizionata obbedienza, vince la triplice provocazione del Maligno.
E’questo affidamento fiducioso che permette a Gesù di essere un Messia povero (che non è preda della voglia di possedere), un Messia disarmato (che non cede alla tentazione di asservire), un Messia disposto a soffrire (che non vuole stupire, ma offre fino in fondo il suo amore).

MAI PIU’: PER FEDE E PER GIUSTIZIA

febbraio 27th, 2019

Lotta agli abusi. Mai più: per fede e per giustizia. Il coraggio dell’umiliazione
________________________________________

Stefania Falasca – Avvenire 24 febbraio 2019
Il coraggio per cambiare ha un nome: si chiama umiliazione. Quella di lasciarsi prendere a schiaffi la coscienza dal “tu per tu” con chi nella carne è stato umiliato. Per chi ha voluto lasciarle divampare dentro, bruciano ancora le parole pronunciate durante l’incontro in Vaticano sulla «protezione dei minori» da quella donna africana che ha raccontato l’olocausto vissuto, segnato da ripugnanti violenze inflitte da un prete pedofilo che l’ha poi liquidata come bugiarda. Lei il suo calvario l’ha raccontato dal vivo, con brutale onestà, per la prima volta in un’aula sinodale, davanti all’assemblea di vescovi di tutto l’orbe cattolico. Ed è stato proprio questo il paradigma di un passaggio necessario. Perché è solo dall’incontro tra chi si lascia umiliare dall’umiliazione sofferta dall’altro che può scaturire un possibile reciproco riscatto, per una comune redenzione e per avere il coraggio di non omettere più, di non nascondersi mai, e di non giustificarsi mai più davanti al crimine degli abusi nella Chiesa.
Come questo può avvenire cristianamente, e come può essere possibile un cambiamento profondo e concreto, lo si è visto emergere nei tre giorni in Vaticano. Non l’armageddon di chi aveva paventato che il Papa e i vescovi capitolassero sul terreno viscido degli abusi. Facendo spalancare gli occhi e le orecchie ai riluttanti, agli smemorati lontani o vicini rimasti alle palafitte dei tabù e dell’ignavia omertosa, il viaggio della barca di Pietro attraverso le acque putride della pedofilia clericale ha traghettato in realtà la Chiesa in altre sponde.
È stato un atto di lealtà, di coraggio. Un atto di fede, soprattutto. Nella quale l’intera comunità ecclesiale è stata chiamata a ricapitolarsi sulla natura autentica della sua missione. Come indicato nell’ouverture delle tre giornate dal cardinale filippino Tagle: «Voglio sottolinearlo: è un atto di fede». Perché «il mondo ha bisogno di testimonianze autentiche della risurrezione di Cristo che ci avvicinino alle sue ferite come primo atto di fede. Se vogliamo essere operatori della guarigione, dobbiamo rigettare qualsiasi tendenza che appartenga a un pensiero mondano che rifiuta di vedere e toccare le ferite degli altri, quelle ferite che sono le ferite di Cristo nella gente ferita». Questo significa che ciascuno deve assumersi personalmente la responsabilità di portare la guarigione a questa ferita inferta al Corpo di Cristo, che tutti devono assumere l’impegno di fare tutto quanto sia possibile. Tutti. Nessuno può dire più “non sapevo”, nessuno può più dire che la questione non lo riguarda, tutti debbono agire: vescovi, clero, chiedendo aiuto ai laici.
Attraverso un perfezionamento di norme, la loro messa in pratica, e un vademecum per agire concretamente, la portata di quanto è iniziato con questo summit è proprio quella di essere tutti chiamati in causa, capaci di sentirsi responsabili, di rendere conto, di essere trasparenti, per decretare la morte di una cultura di morte e di insabbiamento. Così il mini-concilio si è smarcato anche dalle trappole del giustizialismo e dai meccanismi dell’autodifesa che non vuole affrontare direttamente le conseguenze di questi crimini, ma neppure ha puntato a salvaguardare l’immagine della “ditta-Chiesa”.
E allora la Chiesa si è giocata qui la sua credibilità? Sì, se l’è giocata a viso aperto, sub Petro e cum Petro, collegialmente. Il Papa non ha giocato d’azzardo, ha ripristinato in senso conciliare il plurale maiestatis. La Chiesa, pur con tutte le sue gravi mancanze, si è lasciata interrogare e ha indicato la strada per affrontare questa delittuosa piaga. In un mondo in cui i dati raccapriccianti del dramma sono in continua crescita – basta sfogliare le ricerche diffuse sulle percentuali di abusi che si commettono, soprattutto in famiglia – la Chiesa ha dato un esempio. Gli altri? Possono prenderlo.

VIII Domenica ‘C’

febbraio 26th, 2019

3 Marzo 2019
LECTIO DIVINA
VIII Domenica C
Lc.6, 39-45
“ Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel suto occhio?”

I versetti precedenti del Vangelo di Luca, dal 27 al 38, riferiscono la legge di carità del Cristo Re, che egli ha poi completato nel Comandamento Nuovo:
La carità comprende anche il compito delicato di rimproverare e correggere chi pecca. Soltanto il Cristo dà indicazioni precise riguardo al peccato, senza peraltro giudicare le persone. Gesù Cristo, luce del mondo, ci illumina riguardo a ciò che è giusto e a ciò che è peccato, scandalo. Questo nemmeno si vede, senza di lui. Non lo si vedeva al tempo di Gesù e non lo si vede oggi. Non lo vede facilmente chi non crede in lui. Chi invece ascolta le sue parole e prova a fare ciò che egli dice riconosce facilmente che cos’è la trave.
Tra l’altro, chi commette peccati si pone in una situazione di libertà limitata, poiché non è in armonia con tutta la realtà.
Gesù chiede di correggere, ma innanzitutto di vigilare per prevenire, poi di perdonare. E perdonare non equivale a essere passivi e superficiali verso chi «pecca contro di noi». Se occorre correggere, se occorre vigilare, ognuno però deve prima controllare sè stesso.
Come vigilare? Con lo stile della carità e della verità. Non pensiamo di essere superiori agli altri. Individuiamo prima la trave nel nostro occhio e poi la pagliuzza in quello del fratello.
A questo passo di Luca segue la parabola delle due case.
Con lui come Re, non devo chiedermi: “Che cosa è lecito fare e che cosa non è lecito?”.
Invece mi chiedo: “Che cosa posso fare adesso, ascoltando le sue parole, contemplando le sue azioni, partecipando ai Sacramenti?”.
In altre parole, non serve ragionare molto sul da farsi, perché è il Cristo in persona che mi suggerisce che cosa fare, lasciandomi la maggior libertà possibile per me creatura. E mi aggiunge la sua libertà divina, a completare la mia.
La civiltà, che il Cristo ha portato, era nuova in quel tempo, ma è nuova pure oggi, visto che molti, anche credenti, hanno dimenticato la vera portata delle parole e delle azioni storiche del Cristo, perciò c’è il rischio di ridurre la vita di fede (ma anche la vita sociale e politica) a bei discorsi, quasi che, pronunciate le parole giuste su Dio si fosse esentati dal metterle in pratica.

VII DOMENICA ‘C’

febbraio 19th, 2019

VII DOMENICA “ C “

Dal Vangelo secondo Luca 6, 27-38
“A voi che ascoltate, dio dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano….Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?…Se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete?…E se prestate a coloro da cui sperate di ricevere, che merito ne avrete?…Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperare nulla, e il vostro premio sarà grande…perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

La liturgia di questa domenica ci propone il denso tema biblico della comunità chiamata a farsi nuova attraverso l’amore e a rinnovare, per questa strada, il mondo intero.
Ognuna delle tre parti del nostro brano termina con una affermazione solenne: la famosa regola d’oro del v.31 “ciò che volete che gli uomini facciano a voi, fatelo a loro”, la versione tipicamente lucana dell’invito alla perfezione del v.36: “siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”,e, infine, l’affermazione del v.38: “con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.
Alla legge del taglione si sostituisce ormai la legge del perdono fino al rinnegamento di sé, fino al dono totale di sé agli altri: non solo agli amici, ma anche ai nemici.
E’ da notare il ‘crescendo’ delle affermazioni di Gesù: “amate, fate del bene, benedite, pregate” e poi, passando alle azioni concrete:”porgi l’altra guancia, non rifiutare, dà, non richiedere”.
Tali imperativi lasciano trasparire quell’ideale di vita che può essere definita ‘evangelica’, perché essa stessa diventa segno di una scelta superiore. Una scelta, un ideale realizzabile, se ad esso si sono ispirati e adeguati i dodici apostoli e molti credenti nei primi decenni dell’era cristiana e non pochi credenti di tutti i secoli. Si tratta dello stile dei poveri, degli affamati, dei dolenti e dei perseguitati già proclamato nelle beatitudini, e sarà lo stile che condurrà Gesù stesso verso la sua Pasqua.
Ecco il modello dell’amore cristiano:”Siate misericordiosi come Dio, vostro Padre, è misericordioso” (v.36). Un amore attento e tenero, un amore paterno e fraterno, un amore disinteressato e gratuito, preveniente e infatiacabile.
Le ultime battute del nostro brano contengono l’invito a non giudicare-condannare (v.37) e a perdonare-donare (v.38). Tutto questo in vista del dono-perdono del Padre verso di noi. Ancora una volta il modo di comportarsi di Dio diventa modella per la nostra imitazione e oggetto della nostra speranza.