Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XVI DOMENICA ‘B’

luglio 17th, 2018

22 luglio 2018
LECTIO DIVINA

XVI domenica ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 6, 30-34

“…Venite in disparte e riposatevi un po’……Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”.

Il vangelo di oggi ripropone l’interrogativo fondamentale: chi è Gesù? Egli è il vero pastore che è stato promesso al popolo di Dio. Egli si prende cura dei suoi, li invita a riposarsi acconto a lui. Ma Egli si commuove anche di fronte alla folla che lo cerca , una folla che gli appare ‘come pecore senza pastore’.
Per gli apostoli è importante tornare incessantemente alla fonte del loro apostolato, rinnovare la comunione con Gesù. Al racconto delle loro imprese apostoliche (Mc.6,12 ss.) Gesù un sembra far seguire alcun cenno di approvazione, ma solo un invito a seguirlo in un luogo deserto, soli con lui:”Venite in disparte e riposatevi un poco”(v.31).
La proposta di Gesù non vuol essere una sorta di fuga dal mondo, né un provvedimento eccezionale dettato dalla comprensione del Maestro per la stanchezza dei dodici a causa delle loro fatiche apostoliche, ma sembra suggerita da un’intenzione ben diversa: condurli al luogo che rappresenta il polo opposto del loro trionfalismo, della loro ricerca del successo. Gesù si mostra più atteno ai missionari che alla missione e al suo eventuale successo.
La tentazione degli apostoli, sempre attuale, nasce da una logica puramente mondana che si oppone alla logica del Regno.
Gesù chiama in disparte i suoi per rinnovare la comunione che essi devono avere con lui e per insegnare come devono prendersi cura della gente che continua a premere su di loro, rimanendo servi del vangelo e non proponendosi come ingannevoli salvatori.
Gesù ha coscienza della situazione della gente –che è come quella di pecore senza pastore- e ne prova profonda compassione. La sua prima attività di pastore non è tesa a procurare il nutrimento, il pane, bensì ad assicurare a quella gente, tramite il suo insegnamento, quel futuro messianico predetto dia profeti come tempo in cui il popolo avrebbe sperimentato la cura particolare da parte di Dio (cfr. Ez.34,23ss.).
E’ con la sua parola che Gesù nutre il popolo di Dio, affamato di verità, e si rivela come il buon pastore messianico. Infatti il fondamento dell’azione pastorale di Gesù è la compassione; egli vede il bisogno dei discepoli, ma anche quello delle folle e non le respinge, vede la loro fame della Parola di Dio, e ‘si mese ad insegnare molte cose’.

XV DOMENICA ‘B’

luglio 10th, 2018

15 luglio 2018
LECTIO DIVINA

XV DOMENICA ‘B’
Dal Vangelo secondo Marco 6, 7-13
“In quel tempo, Gesù chiamò i dodici, ed incominciò a mandarli a due a due…E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio…E diceva loro:”Entrati in una casa, rimanetevi finchè non ve ne andiate da quel luogo. Se in qualche luogo non vi riceveranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi…”.

Gesù associa a sé e al suo ministero i discepoli; il nostro brano racconta come Egli chiamò i dodici e li inviò nel mondo, affinché testimoniassero con la loro parola e il loro comportamento la presenza salvatrice di Dio.
Dopo il rifiuto di Nazaret, Gesù non rinuncia al suo progetto di radunare il popolo di Israele attorno all’annuncio della salvezza. Anzi, allarga il raggio d’azione e coinvolge nel compito di messaggeri del Regno anche i dodici, inviandoli in tutta la Galilea. Questa missione degli apostoli durante la vita pubblica di Gesù diventerà un punto di riferimento anche per la Chiesa pasquale.
Sorprendentemente il discorso di Gesù ai suoi inviati non riguarda tanto i contenuti della loro predicazione, quanto le indicazioni sullo stile che l’apostolo dovrà avere, dall’equipaggiamento fino al comportamento da tenere nel luogo dove sarà ospitato.(vv.10-11). L’annuncio deve svolgersi con sobrietà e povertà di mezzi.
Marco presenta la missione dei dodici come prolungamento del ministero stesso di Gesù.
L’apostolato dei dodici è possibile proprio a partire dalla relazione personale che essi hanno con Lui. Egli li manda a due a due (v.7), per ribadire la qualità della testimonianza della loro predicazione, proprio perché una testimonianza per essere credibile richiede, secondo la Scrittura, l’accordo di almeno due testimoni: il missionario non è un avventuriero isolato!
La parola della predicazione suscita, in chi l’accoglie, disponibilità e apertura, e crea un clima di vera fraternità di cui il missionario godrà per primo.
Certamente non mancheranno, come era già successo per Gesù, i rifiuti e le opposizioni (v.11 b). Per coloro che non accettano il messaggio del Regno, più che una condanna, vi è una messa in guardia, e all’apostolo viene chiesto di far capire loro la situazione grave in cui rischiano di cadere, chiudendosi alla lieta notizia.
L’attenzione di Marco va poi al segno che confermerà le parole dei dodici, e cioè il potere di scacciare gli spiriti immondi (v.13), potere che non si esercita sulle persone, ma sulle forze che cercano di tenerle schiave.

XIV DOMENICA B

luglio 4th, 2018

XIV DOMENICA B

Mc. 6,1-6
“In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?”

Dopo una serie di prodigi culminati nel racconto di una risurrezione (c. 5) si direbbe che Mc comincia a preparare il destino di condanna e di morte, cui Gesù va incontro, narrando le reazioni di scetticismo e di rifiuto che egli affronta nella sua stessa patria (6,1-6), cioè a Nazaret. È questo il brano del Vangelo di questa domenica.
Il vangelo apre uno squarcio sulla disillusione (“si meravigliava della loro incredulità”) che Gesù deve aver provato nei confronti dell’ambiente che l’ha visto crescere: la conoscenza alla maniera umana, “secondo la carne” (2Cor 5,16), diviene chiusura nei confronti dell’inviato di Dio. Per incontrare Gesù, o lasciarsene incontrare, occorre il salto della fede, il rischio della fede.
La conoscenza che gli abitanti di Nazaret hanno di Gesù diviene inciampo, trappola, “scandalo” che impedisce la fecondità dell’incontro: “Si scandalizzavano di lui”. Da dove gli vengono queste cose? Non da Nazaret. Questo scandalo, per cui Gesù appare come sapiente misconosciuto (Mc 6,2), come profeta disprezzato (Mc 6,5) e come medico ridotto all’impotenza (Mc 6,5), non riguarda però solo i contemporanei di Gesù, ma trova una sua versione anche riguardo alla conoscenza di Gesù oggi.
La parola profetica è disprezzata quando viene usata da un’ideologia, asservita a interessi di parte. Gesù parla di disprezzo del profeta nella sua patria, egli è un Sapiente misconosciuto.
Gesù cresce nella bottega di un artigiano, le sue mani diventano forti a forza di stringere manici, sa riconoscere il tipo di legno. Ma, noi pensiamo, Dio per rivelarsi dovrebbe scegliere altri mezzi, più alti. Invece lo Spirito di profezia viene nel quotidiano, scende nella mia casa e nella casa del mio vicino, Fede vera è vedere l’istante che si apre sull’eterno .
Dice il Vangelo: Ed era per loro motivo di scandalo.
La reazione di Gesù al rifiuto dei compaesani non si esprime con una reazione dura, con recriminazioni o condanne; come non si esalta per i successi, così Gesù non si deprime mai per un fallimento, «ma si meravigliava». A conclusione del brano, Marco annota: Non vi poté operare nessun prodigio. Solo impose le mani a pochi malati e li guarì. Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo. Così è il nostro Dio: non nutre mai rancori, lui ama, e ama la vita.

XIII DOMENICA ‘B’

giugno 30th, 2018

1 luglio 2018
XIII DOMENICA B*

Mc. 5, 21-43

“ Egli le disse: “Figlia, la tua fede ti ha salvata, va in pace e sii guarita dal tuo male”

Siamo di fronte a due miracoli ‘intrecciati’ fra loro. Destinatarie privilegiate di tutti e due i miracoli sono due figure femminili: una donna malata e una ragazza morta.
Grande importanza è data alla fede di chi chiede l’intervento miracoloso di Gesù, che dirà alla donna: “la tua fede ti ha salvata” (v. 34), ed esorterà il padre dicendogli: “Non temere, soltanto abbi fede!” (v. 36). Lo scenario è ancora il lago di Galilea.
Le parole e il comportamento di Gairo –uno dei capi della sinagoga- rivelano la sua stima e la sua fiducia in Gesù. Egli si getta ai suoi piedi e “lo supplicò con insistenza”. Vediamo nell’insistenza un tratto della sua fede: la costanza di resistere. Egli chiede di strappare la ragazza alla morte, anzi, di ridarle pienezza di vita: “perché sia salvata e viva” (v.23).
A questo punto si innesta un nuovo episodio, che ha per protagonista la donna malata. Ella pensa: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata” (v.28), e viene subito esaudita.
La donna riesce a stabilire con Gesù un contatto non verbale, tattile, ma carico di fede, che Gesù ‘sente’ diverso dal contatto anonimo della folla che lo pressa.
La donna è ingenua, ha una fede semplice; ella era considerata ‘impura’ dalla legge, e impuro diventava tutto ciò che toccava. Ecco perché tocca di nascosto la veste di Gesù, ecco perché si sente colpevole e ha paura, quando viene scoperta. L’occhio della fede vede nel silenzio.
Ma Gesù trasforma la colpevole in eroina, e la addita come esempio di fede: la donna ha fiducia che Lui possa operare ciò che non era riuscito a tanti medici. Gesù guarisce la donna perché ne conosce i sentimenti retti e profondi.
Riprende qui il primo episodio con il tragico epilogo della morte della fanciulla. Gesù chiede fede al padre, ed occorre una fede quasi eroica per superare l’evidenza dei fatti!
Eppure per Gesù tutto è così semplice, tanto da chiamare la morte col dolce nome di ‘sonno’. Perché al suo comando nessuna forza, neppure quella estrema della morte, può opporsi.
S. Agostino direbbe: “Che giova vivere bene, se non ci è dato di vivere per sempre?”.
Risorgere per prolungare la vita terrena è un privilegio che Gesù ha dato a pochi. Ma risorgere a vita nuova, per sempre, è la grazia offerta a tutti coloro che si decidono per Lui, Signore della vita.

LA TENEREZZA

giugno 19th, 2018

LA TENEREZZA
Gianni Amelio dichiara le sue intenzioni fin dal titolo: il regista infatti va a stanare la tenerezza nascosta nelle stanze della casa buia di Lorenzo e nelle pieghe del viso stanco e chiuso di un uomo che dichiara di non amare nessuno.
La tenerezza è una struggete riflessione su chi perde e chi trova la speranza. Renato Carpentieri – l’anziano avvocato Lorenzo in rotta con se stesso, che ha vissuto una vita a modo suo, staccato dalla moglie ora defunta e dai due figli ,- è anima e mattatore del film di Amelio.
Questo film, bello e intenso, è tutto giocato sull’interiorità e sui sentimenti. C’è qualcosa di profondo che lega tutti i personaggi, non importa fino a che punto divergano le loro strade.
Tutti i personaggi si parlano, senza dire mai fino in fondo ciò che pensano, eppure ogni loro parola, ogni loro sguardo lasci intravvedere squarci di dolorosa verità, e fa trapelare quel desiderio di essere amati che è, appunto, voglia di tenerezza. Penso che questo film piacerebbe anche a Papa Francesco, che tanto spesso parla di tenerezza!
Il percorso vitale dei protagonisti si riflette visivamente negli aggrovigliati labirinti di Napoli, così bui … In questo groviglio un’eccezione è Michela, la moglie della giovane coppia appena trasferitasi in un’abitazione accanto a quella dell’avvocato; Michela è sbadata e un po’ sbandata, ma soprattutto aperta, solare, affettuoso, semplicemente decisa ad amare chiunque. Sarà lei a creare intorno a lei, a cerchi concentrici, una speranza di tenerezza dimenticata.
Ecco cosa ci regale Gianni Amelio in questo film potente -delicato e crudele insieme – così lucido che fa quasi male, pieno di un amore che sta nella fragilità dei personaggi, nell’autenticità degli interpreti, nella regia rigorosa.
C’è un padre che non ama più i suoi figli: Lorenzo è una casa vuota in un palazzo della Napoli bene. Un uomo spigoloso, inquieto, fino a quando incontra la famiglia della porta accanto: Michela, Fabio e i loro due figli. Lei che dimentica sempre le chiavi e rimane fuori casa, ma scopre un’altra entrata sul terrazzo, di fronte all’appartamento di quello strano signore brusco ma gentile. Fabio che fa il lavoro che ha voluto sua madre e che ha qualcosa che gli rode dentro e che traspare dallo sguardo febbrile e dai gesti nervosi, che aggredisce un ambulante di colore troppo insistente, e poi lo rincorre e gli regala uno sguardo pieno di comprensione.
Il discorso sta tutto in quei gesti e in quegli sguardi: le mani, il tono della voce, i momenti forti e inaspettati, che il regista sa trovare scavando, scandagliando le emozioni dei suoi personaggi, cercando la sostanza delle cose.

La tragedia arriva all’improvviso, spazzando via le certezza e le maschere, sconvolgendo l’orgoglio ottuso. E il passato viene a galla, il buono e il cattivo. L’eccellente protagonista che interpreta Lorenza, rende magnificamente l’immagine di un vecchio scontroso e affamato d’affetto che non accettala sua età, geloso della propria autonomia, che ogni giorno cucina e si lava la sua biancheria, ma che alla fine ‘capitolerà’ alla tenerezza di una figlia (la bravissima Giovanna Mezzogiorno) che lo ha sempre amato.

E’ un film misurato, dal passo lento e sommesso, con uno sguardo attento su un’umanità ormai al limite, in molti sensi.