Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XIX domenica a

Agosto 5th, 2020

9 agosto 2020         

XIX DOMENICA    A

Mt. 14, 22-33

L’esperienza della moltiplicazione dei pani e dei pesci è stata troppo forte, sembra che gli apostoli vogliano gustarsi il successo, così Gesù deve imporsi  perché partano  ed è lui che si incarica  di congedare  la folla. È una costante in Gesù: quando sperimenta il «successo», si allontana e allontana i suoi. Questo  perché  il successo facilmente  dà alla testa e alimenta l’orgoglio e la vanità.  

Gesù si ferma per pregare, da solo, cioè a diretto  contatto  con il Padre.

Vedendo Gesù camminare sulle acque i discepoli restano  sconvolti  e dicono  di vedere un fantasma. Gesù deve incoraggiarli e invitarli a non avere paura,  perché lui è il Figlio di Dio. Nel testo greco Gesù dice: «Io sono». Nell ’intenzione dell’evangelista questa è una rivelazione  di identità divina, che si poggia su una prova:  camminare sul mare.  Per questo  egli conclude l’episodio con la prostrazione dei discepoli e con la loro professione di fede: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Matteo ha una scena che non si trova negli altri vangeli. Pietro chiede  di camminare sul mare come Gesù.  La sua richiesta  è quella  di tutti  e della Chiesa intera: fare le stesse cose di Gesù. Gesù non è geloso delle proprie  prerogative  e dei propri  poteri, vuole condividerli e lo fa. I primi passi di Pietro sono la dimostrazione che Gesù veramente comunica i suoi poteri agli apostoli. Poi viene fuori la poca fede. Continuare a credere nella presenza salvifica di Cristo, dopo l’Ascensione, quando infuria il vento della persecuzione, richiede una fede forte e grande, quella che Pietro ancora non ha. L’esperienza dell’affondare, sia per chi crede che per chi non  crede, facilmente  spinge a una  preghiera  vera, anche  se interessata:  «Signore, salvami!». La mano tesa del Signore, anche se precede un rimprovero, afferra e salva sempre colui che prega.

Anche a noi credenti, alle nostre comunità è richiesto di riconoscere la propria  debolezza e gridare. E il Signore interverrà col suo aiuto.

XVIII Domenica A

Luglio 28th, 2020

2 agosto 2020  

XVIII  domenica  “A”

“Non abbiamo che cinque pani e due pesci!”

Dal vangelo secondo Matteo, capitolo 14, versetti 13-21

Terminata la grande sezione delle parabole, Matteo sposta il suo obiettivo sui gesti e sulle parole di Gesù, finalizzati ad evidenziare il suo compito messianico.

La sezione del vangelo di Matteo che va dal Capitolo 13,53, fino al capitolo 17,27 introduce infatti gradualmente nel mistero della messianicità di Gesù, e mostra come la gran parte del popolo e delle sue guide si ostinino e induriscano nella loro incredulità. Per contro, il gruppo dei discepoli giunge ad una sempre più profonda comprensione del mistero di cristo.

L’indicazione secondo la quale Gesù accompagna la folla in un luogo deserto introduce il riferimento al cammino del popolo di Dio nel deserto e al miracolo della manna e delle quaglie (Es.169.

Al v.14 Matteo presenta Gesù che si fa carico delle necessità corporali e materiali della gente: la guarigione dei malati e la moltiplicazione dei pani ne sono appunto la dimostrazione.

Ai vv.15-18 è presentata la situazione: è ormai sera, e in un luogo deserto è impossibile dar da mangiare alla folla numerosa che ha seguito Gesù. E’ importante il colloquio che avviene a questo punto tra i discepoli e il Maestro. Il miracolo è già annunciato nell’affermazione di Gesù “non occorre che vadano”(v.16). La risposta dei discepoli tradisce una comprensione di massima: hanno capito che il pane sarà procurato senza andare a farne provvista. Presenta però nel contempo la loro poca fede, poiché domandano: “Come possiamo noi con il poco di cui disponiamo, sfamare tanta folla?”. I discepoli sembrano essere realisti: il luogo è deserto e si è fatto tardi. Essi si muovono nella logica del ‘calcolo ragionevole’, che in ultima analisi vuol essere un invito ad ‘arrangiarsi’ . A quella dei discepoli, Gesù contrappone un’altra logica, quella del dono: date voi da mangiare a loro!

La folla si accampa (v.19). Matteo presenta in modo marcato il parallelo con l’istituzione dell’eucaristia: prese il pane, alzò gli occhi al cielo, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli.

Come nel v.18, i discepoli sono attivi nel miracolo che Gesù compie: sono loro che distribuiscono il pane alla folla.

L’indicazione relativa al fatto che tutti si saziarono e che avanzarono dodici cesta (vv.20-21), sottolinea che il dono di Gesù è sovrabbondante :” Avevano mangiato circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini”.

Di questo brano va sottolineato:

  1. il ruolo attivo assegnato ai discepoli;
  2. il miracolo che è stato reso possibile dal gesto di solidarietà e di condivisione dei discepoli;
  3. Gesù che si fa carico dei bisogni della gente.

Gesù ha saziato uomini che avevano fame non solo di pane, ma anche della sua Parola, del suo amore benevolo e misericordioso:infatti “vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati”.

La fame dell’uomo e, dunque, in ultima analisi, fame dell’amore di Dio, della sua misericordia: E’ questo “il nostro pane quotidiano” che Dio è sempre disposto a donarci.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani è per noi credenti un segno fortissimo, incisivo e determinante per la nostra vita: dobbiamo essere pane spezzato e donato ai fratelli.

 

 

X26 Luglio 2020 XVII DOMENICA “A” “Così sarà alla fine del mondo” Dal vangelo secondo Matteo, capitolo 13, versetti 44-52 Le parabole del tesoro e della perla preziosa sono costruite in modo parallelo: si tratta in effetti di una doppia parabola che parla dell’effetto del regno di Dio sugli uomini: Nella prima parabola è evidente la realtà della vita dell’antico mondo orientale dove, per difendersi da furti o razzie, era abitudine sotterrare i soldi e gli oggetti preziosi. Poteva dunque capitare che la terra conservasse il suo segreto anche dopo la morte del proprietario: è il caso della nostra parabola, che parla di un uomo che, lavorando un campo non suo, vi rinviene un tesoro, e per entrarne in possesso vende tutti i suoi averi (v.44). La seconda parabola è simile alla prima: un mercante trova una perla di grande valore, e per comprarla vende tutto quello che ha (v.45). In tutte e due le parabole è messa in evidenza la scelta che il contadino e il mercante pongono in atto davanti all’opportunità straordinaria che si offre loro. Tutto quanto era importante perde valore dinnanzi al tesoro trovato. E’ tale la sproporzione che si è disposti a fare pazzie per entrarne in possesso, e la decisione non può essere rimandata, perché l’occasione è unica e irrepetibile. Il disfarsi di tutto non è il mezzo per entrare nel regno di Dio, ma la conseguenza della scoperta: è il Regno la cosa più importante, tutto il resto diviene relativo al suo confronto. Con tutto ciò, nessuno può mai ritenere di averlo definitivamente trovato, per cui la ricerca gioiosa e la progressiva scoperta sono una costante nella vita cristiana. La radicalità cristiana è autentica se sigillata dalla gioia – non si stanca di ripetercelo Papa Francesco. L’immagine, utilizzata nella terza parabola, della rete gettata in mare (vv.47-50) si rifà alla vita quotidiana dei pescatori del lago di Galilea. La rete raccoglie ogni tipo di pesce. Una volta a riva si fa la cernita: il pesce buono finisce nei canestri, l’altro viene gettato via. Il regno di Dio ( o meglio il giudizio che precederà la sua piena realizzazione) viene qui paragonato a questo procedimento. Gesù avvisa: anche se sulla terra non viene fatta nessuna separazione tra buoni e cattivi, le cose non andranno sempre così: Alla fine avverrà la separazione tra di essi. E non è la semplice appartenenza alla comunità di Gesù che assicura la salvezza. Serve l’impegno, sono necessarie le opere buone. Scegliere il regno di Dio è una sfida per l’uomo di oggi e di ogni tempo, una sfida di fede che ci invita a fare verità in noi stessi e a verificare quali sono i valori che guidano le scelte della nostra vita.

Luglio 21st, 2020

XVI DOMENICA A

Luglio 16th, 2020

19 Luglio 2020  

XVI DOMENICA  “A”

“Il Regno dei cieli si può paragonare a…”

 Dal vangelo secondo Matteo, Capitolo 13, versetti 24-43

Anche questa domenica il vangelo parla del regno dei cieli mediante delle parabole: la parabola della zizzania (vv.24-30), del granello di senape (vv.31-32), e del lievito (v.33)..

La parabola della zizzania ha una prima parte narrativa (vv.24-265), una seconda (vv.27-30) che presenta il dialogo tra il padrone e i servi; essa intende dirci qualcosa circa il Regno (v.24). un uomo semina nel suo campo; durante la notte un nemico passa a seminarvi la zizzania, una pianta che non si può distinguere dal frumento fino al momento della mietitura. La proposta dei servi di estirpare la zizzania  viene scartata dal padrone, poiché strappandola si rischierebbe di distruggere anche il grano.

Un famoso esegeta , Jeremias, afferma che la parabola è un invito alla pazienza, con una duplice motivazione:

  1. gli uomini non sono in grado di compiere la separazione tra frumento e zizzania,
  2. solo Dio determina l’ora della separazione, del giudizio.

Al tempo di Gesù i farisei si separavano dal popolo perché secondo loro era destinato alla dannazione. Giovanni Battista aveva parlato di un messia che avrebbe separato il grano dalla paglia (cfr.3,12). Gesù viene, ma si comporta in modo diverso: non si separa dai peccatori, non li condanna, ma li chiama a conversione.

La parabola vuol far notare il contrasto tra il comportamento di Dio, paziente e tollerante, e i suoi servi, rigidi e intolleranti.

L’opera di Dio inizia sempre umilmente e cresce tra mille difficoltà, ma alla fine trionfa. Siamo invitati dunque a non giudicare anzitempo.

La parabola del granello di senape parla dl più piccolo dei semi, che una volta cresciuto diventa il più grande degli ortaggi.

Il seme è qui immagine del Regno dei cieli, e ci propone il seguente messaggio: il regno di Dio è avviato, e giungerà sicuramente a compimento per la forza misteriosa che lo sostiene, anche se inizialmente sembra poca cosa.

Come la precedente, anche la parabola del lievito è una parabola di contrasto, ed è essa pure immagine del regno. Il contrasto sta tra la piccola quantità di lievito che una donna usa per far fermentare la pasta, che diviene una grande massa.

Gesù con queste due ultime parabole voleva dare una risposta a coloro che, aspettandosi un regno grandioso e universale, scuotevano il capo dinnanzi ad un rabbi sconosciuto e al suo pugno di discepoli.

Le parabole del granello di senape e del lievito dimostrano chiaramente come il bene possa far fermentare, trasformare l’ ‘impasto’ dell’umanità e della storia, possa farlo crescere fino a farlo diventare una pianta rigogliosa. Per gli antichi il seme seminato moriva; siamo dunque di fronte al mistero pasquale, al mistero della morte feconda di Cristo.

Ci è chiesto un atteggiamento di fiducia, che non è sterile attesa, ma operosa gestazione del regno di Dio.

 

 

 

XV Domenica A

Luglio 7th, 2020

12 Luglio 2020

XV DOMENICA  “A”

“ Il seminatore uscì a seminare…”

Dal Vangelo secondo Matteo, Capitolo 13, versetti 1-23

Continua anche in questa domenica la catechesi su cosa significa ed esige l’essere discepoli di Gesù.

Nel vangelo la parola di Gesù rivolta alle folle in parabole, continua ad interpellare l’uomo e a ricrearlo a Sua immagine.

Con il capitolo 13 inizia il terzo grande discorso del vangelo di Matteo: appunto il discorso in parabole.

Il primo discorso (quello della montagna) annunciava la dottrina e il programma del Regno, il secondo (missionario) presentava le condizioni della predicazione del regno nel mondo: Il terzo descrive l’intima realtà del Regno di Dio già presente e operante nella vita della  chiesa.

Il discorso inizia in riva al mare (v.1): lì si raccoglie intorno a Gesù una folla tanto numerosa da costringerlo a salire su una barca: e dalla barca Gesù comincia a parlare in parabole (vv.2-3a).

La parabola del seminatore è quella che inizia la serie (vv.3-8).

Un seminatore sparge la semente. Il risultato della semina non dipende né dal seminatore né dalla quantità del seme, ma dalla natura del terreno su cui cade. In Palestina la semina avveniva prima dell’aratura, per cui al contadino non era possibile distinguere il buon terreno dal cattivo. La parabola vuole evidenziare il buon risultato della semina, che è sproporzionato ad essa (v.8), infatti solo una quarta parte giunge a maturazione e produce “dove il cento, dove il sessanta e dove il trenta”.

Il seme seminato lungo la strada e mangiato dagli uccelli simboleggia un ascolto superficiale, quello caduto sulle pietre denuncia un ascolto infruttuoso perché non perseverante, quella seminato tra le spine parla di chi si lascia distrarre e sedurre dagli idoli senza ingaggiare con essi una lotta spirituale. L’antichità cristiana ha sempre visto invece nel seme caduto sulla terra buona i martiri, che hanno vissuto in se stessi il dinamismo pasquale.

Gesù invita ad applicare la parabola alla propria situazione, e a domandarsi quale messaggio ci offra.

Non è chiaro se il seminatore sia Gesù , il Padre, o chi annuncia il Regno dei cieli.

Chi ascolta è comunque invitato ad essere un buon terreno, gli vien raccomandato di non deludere le speranze del seminatore.

Matteo si riferisce agli ascoltatori della sua comunità, e la parabola vuol dire loro che devono lasciarsi condurre all’incontro con Gesù in modo da portare frutto abbondante, agendo secondo la volontà di Dio. E’ facile lasciarsi entusiasmare dall’insegnamento di Gesù, ma bisogna trasferire nella vita ciò che Lui ha detto e fatto: si deve essere disponibili alla Sua chiamata, non ci si deve lasciar sviare da eventi transitori ed effimeri.

Matteo invita gli ascoltatori del suo tempo – e noi!- a diventare in modo sempre più vero, discepoli di Gesù.

La fecondità, il portare frutto, implica però una certa morte: il sacrificio della terra, secondo l’immagine della nostra parabola; la logica della croce non è comunque mai eludibile; il dolore è una realtà custodita nella fiduciosa accettazione del discepolato alla sequela di Gesù.

 

Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora