Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

IV DOMENICA DI PASQUA A

Aprile 29th, 2020

03 maggio 2020  

IV  DOMENICA DI PASQUA

Dal Vangelo secondo Giovanni, 10, 1-10

Questa quarta domenica di pasqua ci mostra il Risorto come pastore della chiesa, alla quale indica la via che deve seguire.

L’immagine del rapporto tra il pastore e le pecore è dominante nel nostro brano, ma si sovrappongono ad essa altre immagini ed altri significati. Il nostro testo infatti all’inizio (vv.1-39) si sofferma sul modo con cui ci si deve accostare al gregge: attraverso la porta.

Gesù si autodefinisce ‘porta delle pecore’ (cioè per loro), e non del recinto. Come a dire che la porta che immette nella comunione con Dio non è il Tempio ma lui, il Cristo morto e risorto.

La sezione centrale (vv.4-6), invece, descrive il rapporto che si instaura tra il pastore buono e le pecore. Un rapporto di attenzione e premura da parte del pastore, di ascolto e obbedienza da parte delle pecore. Il compito del pastore è infatti educare alla vera libeertà.

La sezione conclusiva (vv.7-10) riprende l’immagine della porta, identificata con Gesù stesso.

Gesù è la porta. Il pastore raggiunge il gregge attraverso di essa. E’ un’affermazione che può sembrare ovvia, ma nella prospettiva di Giovanni questa affermazione vuol evidenziare che fino a quel momento coloro che si son posti alla guida del Popolo di Dio lo hanno fatto come ‘ladri e briganti’.

Gesù è il pastore buono. E’ presentato come modello: egli chiama le pecore una per una e le conduce, cammina davanti a loro. Viene qui sottolineata la conoscenza che il pastore ha delle sue pecore e la sua premura perché vengano condotto al pascolo di vita. Più avanti il nostro testo afferma che il pastore buono è colui che dà la vita per le pecore:”Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore” (v.11). Nessun pastore, per quanto pieno di zelo, giunge fino ad offrire la sua vita per le pecore. Gesù è il ‘pastore buono’ non perché realizza un modello di pastore accorto e saggio, ma proprio perché supera questo modello. Tutto quello che fa per il gregge è motivato dall’amore e non dall’interessa che può procurargli la cura del gregge.

Il nostro brano si conclude con il contrasto in cui l’evangelista contrappone all’atteggiamento del ladro, quello di Gesù: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (v.10).

La vita in abbondanza, di cui fa l’esperienza ogni credente, scaturisce dall’offerta di quel pastore che ha dato la vita per lui.

II domenica di Pasqua ‘a’

Aprile 15th, 2020

19 Aprile 2020  

Dal vangelo secondo Giovanni 20, 19-31

.Se il giorno dopo il sabato” (Gv. 20,1) si era aperto con la visita al sepolcro di Maria Maddalena e poi con la corsa al sepolcro di due discepoli che trovarono la tomba vuota, ora è il Risorto che visita il luogo dive si trovano i discepoli. Andati per trovare Gesù dove pensavano che fosse, Gesù li raggiunge dove loro stessi sono.

Possiamo suddividere il nostro testo in tre sezioni:

vv.19-23: L’apparizione del risorto ai discepoli,

  1. 24-29: L’incontro con Tommaso,
  2. 30-31 Conclusione

Nel primo quadro i discepoli sono attanagliati dalla paura (v.19), nel secondo Tommaso è incredulo (v.25); al v.28 l’apostolo risponde a Gesù:”Mio Signore e mio Dio!” (v.28). E’ avvenuto un passaggio dalla paura alla gioia, dall’incredulità  alla fede, dalla morte alla vita: sono le conseguenze della presenza del risorto nel cuore dei discepoli.

L’apparizione del risorto. L’attenzione dell’evangelista nella prima scena è posta sulla paura dei discepoli, paura che è sempre sintomo e  indice della mancanza di fede. La pace che dona Gesù fa passare dalla paura alla gioia, e dalla gioia alla missione:”Come il padre ha mandato me, anch’io mando voi” (v.21). E perché la missione sia efficace il risorto invia lo Spirito (v.22).

L’incontro con Tommaso. Se gli undici hanno paura, Tommaso è incredulo. Egli esige più di quanto è stato offerto ai discepoli:”Gesù aveva mostrato loro le mani” (v.20), ma Tommaso vuole sia vedere che toccare.

Tommaso ha come soprannome “Didimo”, che significa ‘gemello’, ‘doppio’. E’ un discepoli di

Gesù, ma sulla fede fa prevalere le sue pretese, le sue condizioni, le sue pretese per dare fiducia agli altri discepoli. In lui ogni credente può riconoscere le proprie doppiezze nella vita di fede.

Ma la fede cristiana non è vivibile individualmente: a Tommaso basta essere in mezzo ai fratelli per giungere a confessare il Risorto.

La seconda apparizione di Gesù ricalca quella precedente, ma qui Tommaso si ‘accontenterà’ di vedere senza toccare, e soprattutto pronuncerà quella confessione di fede che costituisce uno dei vertici del quarto vangelo (v.28).

Se Tommaso giunge a questa fede grazie alla visione, noi saremo beati se crederemo grazie alla parola dei testimoni.

Solo così, nonostante le porte chiuse, e il non vedere, ogni uomo potrà credere.

Nell’attesa della sua manifestazione, la Chiesa non deve fare altro se non diventare segno trasparente della risurrezione. Come può farlo? Ce lo dice il libro degli Atti degli Apostoli, che elenca quattro ‘assiduità’ che devono impegnare la Chiesa nella storia: l’insegnamento degli apostoli, l’unione fraterna, la frazione del pane e la preghiera.

DOMENICA DELLE PALME ‘A’ Passione del Signore secondo S. Matteo (Mt.26,14 – 27,66)

Marzo 31st, 2020

L’entrata di Gesù in Gerusalemme è posto da Matteo – che cita Zaccaria 9.9 – sotto il segno del compimento di quanto hanno detto i profeti. Questa è la domenica che ci invita ad entrare festosamente nel mistero della morte e risurrezione di Gesù. Il mistero della gloria ha prima l’aspetto dell’abbassamento, poi dell’esaltazione che supera ogni immaginazione. Gesù non è travolto dal male del mondo, ma travolge il mondo col suo amore; si proclama Messia davanti al sinedrio composto di non credenti, mentre la fede è espressa dal centurione. Gesù traccia un cammino che va seguito senza dormire, come invece hanno fatto i discepoli. Il racconto della passione secondo Matteo segue essenzialmente quello dell’evangelista Marco, con l’intendo di mostrare che Israele respinge Cristo, i discepoli lo tradiscono e abbandonano. Gesù stesso è tentato al Getzemani, eppure, attraverso tutti questi eventi, il piano di Dio si compie: è la risurrezione. Matteo, fedele a Marco, opera però delle modifiche con lo scopo di esporre più chiaramente il significato degli avvenimenti che si stanno compiendo: 1- Il Getzemani (Mt..26,52-54): Gesù ha il potere di sottrarsi alla consegna, ma si lascia consegnare consapevolmente, per adempiere la Scrittura. Matteo vuole sottolineare che la sua morte non è un incidente di percorso, ma una scelta cosciente e libera. 2- Il suicidio di Giuda (Mt.27,3-10): nel giudizio che si compie attraverso la morte che il discepolo si procura, Matteo offre una catechesi sulla gravità del tradimento che si annida all’interno della stessa comunità dei credenti. 3- L’intervento di Pilato e di sua moglie in favore di Gesù ( 27,19. 24-25) accentuano la responsabilità di Israele che chiede ostinatamente la sua morte, mentre il mondo pagano fa un tentativo per salvarlo. Tutto il testo è percorso da un intento missionario. 4- L’apparizione dei morti risuscitati (27,52-53): è il passo teologicamente più denso di tutto il racconto. Matteo vuole evidenziare che la morte di Gesù non è la fine, ma l’inizio della vita. 5- Le guardie davanti alla tomba (27, 62-66): questo episodio evidenzia l’inutile sfida degli uomini nei confronti di Dio. Non c’è parola o gesto di Gesù che non sia da iscrivere nella logica della vita offerta, e le chiarificazioni che Matteo compie nei confronti del racconto di Marco fanno scendere cinque lame di luce sulle scene cupe e drammatiche della passione.

V DOMENICA QUARESIMA A

Marzo 24th, 2020

29 marzo 2020  

V  DOMENICA  QUARESIMA  ‘A’

 

Dal vangelo secondo Giovanni, 11, 1-45

 

Il centro del messaggio di questa domenica – il passaggio dalla morte alla vita – preannuncia l’evento pasquale, la cui celebrazione è ormai vicina.

 

A differenza degli altri ‘segni’ questo miracolo è preceduto da una serie di colloqui che preparano l’intervento di Gesù e ne facilitano l’interpretazione.

Nell’istante in cui Gesù richiama in vita l’amico Lazzaro viene pronunciata la sua sentenza di morte nei suoi confronti. Nella risurrezione di Lazzaro abbiamo chiaramente l’anticipazione del mistero pasquale: Lazzaro vive solo perché Gesù muore.

Il dialogo tra Gesù e Marta  è incentrato sul credere: “Chi crede in me, anche se muore vivrà” (v.25); “Credi in questo?” (v,26); “Sì, Signore io credo” (v.27). La fede è il ‘luogo’ della risurrezione.

Il racconto ha infatti il suo centro non tanto nella risurrezione di Lazzaro, quanto nelle parole che Gesù rivolge a Marta (v.26): “ Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà, chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”. La risurrezione del fratello è a servizio di questa verità: ora in Gesù è data all’uomo la possibilità di non vedere la morte come destino inesorabile. Quanto avviene all’amico e la prefigurazione della vittoria che Gesù ha ottenuto una volta per tutte e per chiunque crede in Lui. Scrive lo Pseudo Ippolito: “Lazzaro sia per te come uno specchio: contemplando te stesso in lui credi nel risveglio”.

Il ‘segno di Betania’ è annuncio della gloria di Dio e della glorificazione del Figlio che per Giovanni ha il suo culmine nell’innalzamento sulla croce. Betania diventa così il luogo dove il mistero pasquale ha una anticipazione significativa: all’uomo è data la vita nella morte di Gesù.

La preghiera rivolta al Padre e il suo esaurimento sono una testimonianza per la folla titubante: il potere del Figlio deriva dal rapporto unico e privilegiato con il Padre.

Gesù si immerge totalmente nella condizione di morte che regna nel mondo e specialmente nel cuore dell’uomo. In Lazzaro, ‘tipo’ del vero discepolo, è rappresentato l’uomo che cerca un senso alla sia esistenza e vede nella morte un destino inesorabile. Nell’incontro con Cristo questo destino assume i contorni di un sonno passeggero. Lazzaro è ‘risvegliato’ da Gesù, e il suo uscire dal sepolto è profezia di quell’alba in cui le donne riceveranno l’annuncio che il crocifisso è risorto e precede i discepoli in Galilea.

22 marzo 2020 IV DOMENICA DI QUARESIMA “ A “

Marzo 17th, 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni, Capitolo 9, versetti 1-41 Il lungo brano del vangelo odierno è diviso in tre momenti: al racconto della guarigione del cieco nato seghe la lunga discussione –quasi un processo- tra il cieco nato e gli avversari di Gesù, che si conclude con l’espulsione del miracolato dalla sinagoga. Infine troviamo il cieco davanti a Gesù, che confessa la sua fede in Lui, mentre i farisei rimangono nell’incredulità. Ai versetti 1-7 abbiamo Gesù che vede il cieco: nella sguardo di Gesù vi è già la promessa di un amore che salva, togliendo dalle tenebre e ponendo nella piena luce. Alla domanda dei discepoli su quali peccato avesse originato la malattia, Gesù dà una risposta ferma e precisa. Non si può collegare la malattia con la colpa, anzi, spesso nel piano di Dio il dolore, la malattia, la prova possono diventare luoghi nei quali Dio mostra il suo amore. Gesù invita invece i discepoli a riflettere che la vera sventura non è la malattia, né la morte fisica, ma l’essere senza luce, cioè estranei alla comunione con Lui. (vv.2-5). La guarigione che Gesù opera, si svolge –contrariamente ad altri miracoli- in modo piuttosto laborioso. Evidentemente i particolari hanno un valore simbolico, che va capito: lo sputare per terra e lavorare il fango con la saliva riporta alla mente il racconto della creazione del primo uomo. Il cieco avrebbe già potuto vedere, ma Gesù aggiunge un ordine che impegna la libertà del cieco, che implica l’accoglienza o il rifiuto: “va’ a lavarti nella piscina…”(v.7) . Con questo particolare Giovanni vuol dirci che i miracoli di Gesù esigono la disponibilità da parte di chi li riceve. La risposta del cieco è pronta; l’evangelista sintetizza con tre verbi la sua avventura: “ quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. Vediamo ora lo scontro tra il miracolato e i rappresentanti della sinagoga, che non riconoscono in Gesù l’inviato di dio. Anche questori svolge in tre momenti: – nel primo si svolge un’inchiesta.Ma in essi non è sincerala ricerca della verità, perché più le si avvicinano, più si ostinano a rifiutare il mistero della persona di Gesù. – Il secondo momento del processo è costituito dalla deposizione dei testimoni più autorevoli: i genitori del cieco guarito. Pur confermando la guarigione, essi non hanno il coraggio di testimoniare, e rimandano al figlio: “Ha l’età, chiedetelo a lui!” (v.23). Giovanni vuol darci qui un insegnamento che va al di là dell’episodio in questione: la fede rende adulti, dà la vera maturità, perché rende responsabili della propria vita e delle affermazioni che si fanno. – Il terzo momento vede la frattura che si crea tra il cieco nato e i farisei, che vogliono a tutti i costi costringerlo a negare la verità. (vv.24-34). Assistiamo al conflitto tra fede e incredulità. I versetti 35-41 sono la conclusione del brano: Gesù cerca il cieco, e l’incontro con lui è commovente: alla domanda se egli creda nel figlio dell’uomo, il miracolato risponde con una richiesta che manifesta il suo sincero e ardente desiderio di verità: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?” (v.36). La professione di fede in Gesù è confermata dalla prostrazione : ormai il cammino del cieco è giunto ad una fede ferma e semplice: “Io credo, Signore!”(v.38). Gli ultimi versetti del brano mostrano l’incredulità dei farisei, che si credono illuminati, ma soni i veri ciechi; secondo il linguaggio del IV Vangelo essi sono figura degli uomini che non ammettono il loro peccato, e dunque neppure il bisogno della misericordia e del perdono di Dio. Di fronte al cieco guarito i conoscenti pongono domande, interrogano ma non si interrogano. Chi è cieco e chi vede? E’ questa la domanda che il nostro brano dovrebbe suscitare. E la risposta: vede chi sa aprire la sua cecità alla luce di Cristo: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane” (v.41) Ancora prima dei singoli peccati, è questo il peccato fondamentale che va riconosciuto e combattuto, con un cuore sempre vigilante e aperto all’accoglienza delle imprevedibili rivelazioni del Signore nella nostra vita .