Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XXVI DOMENICA B

settembre 25th, 2018

30 settembre 2018
LECTIO DIVINA

XXVI DOMENICA ‘B’

Dl Vangelo secondo Marco 9, 38-48

“…Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo perché non ci seguiva”. Ma Gesù disse:”Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi…… Chi si scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina girata da asino al collo e venga gettato nel mare……”

Nel nostro brano evangelico Gesù istruisce i suoi discepoli sullo stile che deve caratterizzare la vita della comunità, sui rapporti con l’estero e sulle relazioni all’interno. Nessuno può avere il monopolio della fede: chi riconosce e proclama Gesù come Signore non lo può fare che sotto l’azione dello Spirito santo. Anche al di fuori della comunità visibile. Il discepolo deve riconoscere e gioire del bene ovunque si manifesti: è sempre epifania di Dio che ama e che libera. I discepoli invece, incapaci di scacciare il demonio che affliggeva l’epilettico, proibiscono di farlo ad un estraneo, che ci riusciva e questo solo perché ‘non li seguiva’. E la loro pretesa mette in risalto la loro pretesa di dominio e di potere.
Gesù invece vuole che si sappia anzitutto vedere il bene e si abbandoni la logica della concorrenza, che sembra animare tutti i gruppi religiosi, per aprirsi alla collaborazione in favore della libertà dell’uomo, a cui tendeva in ultima analisi anche l’esorcista oggetto della riprovazione di Giovanni, che incarna qui la mentalità dell’uomo dell’istituzione, che vuole sempre confini netti e chiare indicazioni sull’esercizio del potere e dei carismi.
La seconda parte del nostro vangelo (vv.42-48) afferma con forza il valore della fede dei piccoli davanti a Dio e l’esigenza di evitare ad ogni costo una loro caduta. ‘Piccoli’ sono i fratelli più deboli e fragili della comunità. Sono gli umili e gli indifesi. La loro fede è un bene grande, e Gesù lo difende energicamente. Le sue parole sullo scandalo sono tra le più dure di quelle da lui pronunciate. Scandalizzare è coinvolgere gli altri nella propria rovina, è turbare la pace della loro fedeltà, è far da padroni sulla loro vita. E Gesù non esita a impugnare la frusta:”E’ meglio per lui che gli si metta una macina girata da asino al collo e venga gettano nel mare (v.42).
Un altro tema che Gesù affronta coi suoi discepoli per educarli alle severe esigenze della fede è quello dell’inestimabile valore del Regno: è un tesoro così grande da richiedere le più grandi rinunce e da giustificare ogni sacrificio: “Se la tua mano ti scandalizza, tagliala…Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo…Se il tuo occhi ti scandalizza, cavalo…” (vv.45-47). Fa impressione la scansione martellante di questi ordini severi. Sono l’invito accorato del Maestro a saper tagliare sul vivo per restare uniti a Lui. La posta in gioco è grande: è la ‘vita’, è il ‘Regno di Dio’, è la salvezza eterna.
Il linguaggio usato è certamente metaforico, ma serve bene, con la sua gravità e la sua forza provocatrice, a legittimare le scelte più laceranti qualora fosse in gioco il destino ultimo dell’uomo.
L’impegno con Cristo è cosa estremamente seria!

XXV DOMENICA ‘B’

settembre 18th, 2018

23 settembre 2018
LECTIO DIVINA

XXV DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37

“… Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti. E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

Nel vangelo di oggi continua il viaggio di Gesù verso Gerusalemme. La prospettiva è quindi la morte del giusto. In questo contesto si colloca l’interrogativo sulla scala dei valori che deve guidare il discepolo: chi è il più grande? La risposta di Gesù indica il bambino come paradigma della fede, operando così un rovesciamento delle prospettive umane: se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo e il servo di tutti!
La comunicazione tra i discepoli e Gesù è in difficoltà: essi non capiscono le sue parole e per paura non lo interrogano.
Un piano di Dio che preveda il rifiuto del suo Cristo da parte degli uomini(v.31) e un Dio che sembra restare inerte davanti al fatto che gli uomini mettano le mani sul Figlio dell’uomo è, però, talmente sconcertante che i discepoli di Gesù non possono che tacere. Essi non possono capire che Dio faccia sperimentare al proprio eletto quello stesso abbandono nelle mani dei pagani che, nella sua ira aveva deciso di riservare a Israele a causa della sua infedeltà.
Ma gli ‘annunci della passione’ hanno proprio lo scopo di ricordare ai discepoli che la via della croce è un passaggio obbligato se si vuol essere fedeli a Cristo. Purtroppo il modo di seguire Gesù da parte dei discepoli è deludente, come risulta da quanto scrive Marco: egli ci dice infatti che , lungo la via, senza che Gesù li senta, discutono dei loro ambiziosi progetti (v.34).
Gesù allora chiama a sé i dodici (v.35) e li invita anzitutto a superare la logica competitiva, più che a rovesciare le gerarchia: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il sevo di tutti” (v.35), e propone loro l’inatteso modello del ‘bambino’. Il fanciullo rappresenta il rovesciamento dei loro sogni in una prospettiva autenticamente evangelica. Il bambino è rappresentato qui come colui che non ha una grandezza , dato che nella cultura dell’epoca non contava nulla.
L’abbraccio è un atto di benedizione verso il bambino, ma anche un invito alla comunità, rappresentata dai Dodici, ad assumere atteggiamenti di premura e di attenzione vero i ‘piccoli’ della comunità.
Il servizio che rende grandi è dato dall’accogliere i piccoli, cioè coloro che non contano niente e che non hanno da contraccambiare.

XXIII DOMENICA ‘b’

settembre 12th, 2018

09 settembre 2018
LECTIO DIVINA

XXIII DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 7, 31-37

“…Gli portarono un sordomuto,e lo pregarono di imporgli la mano…… Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse:”Effatà”, cioè:”Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi.si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente……”.

La condizione del sordomuto del vangelo è l’immagine dell’uomo che deve essere aperto da Dio per divenire capace di ascoltarlo: il sordomuto non va spontaneamente da Gesù. In questo egli è la parabola della situazione spirituale di coloro che sono così chiusi all’ascolto da non avvertire la necessità di incontrare la Parola che salva. Quest’uomo simbolizza la situazione per cui la salvezza è apertura e affidamento ad un altro.
Quanto succede all’uomo guarito da Gesù è in realtà ciò che egli vuole operare con l’umanità intera quale destinataria del vangelo.
La condizione di quest’uomo è di essere un sordomuto: è una situazione che allude alla condizione dei pagani, i quali non ascoltano la parola di Dio e sono come sordi alla rivelazione divina, non sanno neppure parlare a Lui, dirgli una parola di fede e lodarlo. Ma con l’arrivo di Gesù, per i pagani come per questo povero sventurato, si rende vicina la promessa della salvezza, la speranza di una vita nuova.
“Gli condussero un sordomuto”(v.31): il fatto che altri debbano incaricarsi di condurlo a Gesù sembra voler indicare alla comunità il suo compito: deve farsi carico delle cecità e sordità che affliggono l’umanità.
Se guardiamo alla modalità della guarigione descritta (vv.33-34), rimaniamo stipiti per la grande quantità di gesti che Gesù compie e che contrasta con la sobrietà di altri miracoli, ciò perché l’evangelista ci vuol far capire che il miracolo più grande è quello di aprire un uomo all’ascolto e di conseguenza alla confessione della fede.
Gesù “guarda verso il cielo” per rivolgere una preghiera al Padre, dimostrando così che la guarigione di questo infelice avviene per la potenza che procede dal Padre stesso. Il suo alzare gli occhi al cielo non è solo un pio gesto religioso, ma una rivelazione dell’origine della potenza che opera in lui.
Marco ci ha poi conservato l’”Effatà”, uno degli ‘ipsissima verba Jesu’ (le parole di Gesù in lingua aramaica). L’aver trasmesso il detto in aramaico è quasi per permetterci di assaporare qualcosa di quella parola potente e sovrana di Gesù, che libera l’uomo dalle sue schiavitù.

XXIV DOMENICA ‘B’

settembre 12th, 2018

16 settembre 2018
XXIV DOMENICA B
Mc. 8, 27-35
“… La gente chi dice che io sia? … Ma voi chi dite che io sia? … Pietro gli rispose:” Tu si il Cristo”.

Siamo di fronte alla vicenda di Gesù giunta ad una svolta decisiva e critica. Termina la sua presenza in Galilea, ricca di incontri e di segni straordinari, e prende avvio il cammino verso Gerusalemme.
La prima parte del nostro brano (vv. 27-30) vede i discepoli più strettamente uniti al loro Maestro, poiché hanno capito meglio la sua identità di Messia.
A partire da questo momento, Gesù si concentra sulla loro formazione e incomincia a spiegare il valore del loro viaggio a Gerusalemme. Argomento svolto nella seconda parte del brano (vv. 31-33).
La terza parte rende universale il messaggio, e indica a tutti le condizioni richieste per seguire il Maestro (vv. 34-35).
Al versetto 27 troviamo la domanda generale: “La gente chi dice che io sia?”, domanda che non impegna ancora direttamente i discepoli. Essi devono solo riferire l’opinione altrui. La gente annovera Gesù tra i ‘grandi’, tra coloro che hanno un rapporto speciale con Dio.
La parola di Gesù spiazza sempre i pensieri e i cammini dell’uomo. Per questo è bene che per chi crede resti sempre la domanda di Gesù: “Chi dite che io sia?” (v.27).
Ora che si è creato il clima favorevole, ecco la domanda decisiva. E’ il momento di passare dalla periferia al pensiero personale: “Ma voi chi dite che io sia?” (v. 29). Tocca ai discepoli prendere posizione e uscire allo scoperto.
Pietro risponde a nome del gruppo: “Tu sei il Cristo”. E’ la risposta che lo stesso Gesù darà alla suprema autorità giudaica al momento culminante del suo processo.
Cristo è la traduzione del termine ebraico Messia.
Gesù ordina il silenzio, per impedire un facile entusiasmo tra la folla, che avrebbe pensato al Messia come a un capopopolo, a un oppositore deciso dei Romani.
Gesù inizia una particolare catechesi ai suoi per avviarli alla corretta comprensione della sua persona e della sua missione di Messia.
Troviamo qui il primo dei tre annunci ‘pasquali’ che scandiscono il cammino verso Gerusalemme (v. 31): Gesù indica come intende la funzione di Messia: offrire la sua vita, accettando di soffrire e di morire, affermando però che risorgerà dopo tre giorni.
Pietro non recepisce il messaggio in toto, limitandosi alla prima parte: non si rende conto che così facendo fa il gioco di Satana, perciò Gesù lo rimprovera aspramente: “va dietro a me, Satana!”. Non vuole allontanarlo (come nella vecchia traduzione: “lungi da me”: dove si può andare lontano dal Maestro?), ma gli ordina di mettersi dietro, cioè di seguirlo nel cammino che egli sceglie. La parola – apparentemente dura – ha la dolcezza di un invito, è come se Gesù dicesse a Pietro: Seguimi!.
Ora il Maestro si rivolge alla folla senza nascondere le difficoltà a coloro che vogliono restare con lui. Per seguirlo bisogna rinnegare se stessi e prendere la propria croce. Gesù richiede un legame forte e totalizzante con la sua persona e col Vangelo, che è un altro mondo per indicare Lui stesso.

XXI DOMENICA ‘B’

agosto 21st, 2018

26 agosto 2018
LECTIO DIVINA

XXI DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 60-69

“Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero:”Questa parola è dura; chi può ascoltarla?”. Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla……” Disse Gesù ai dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna…”.

L’uditorio di Gesù avverte come lacerante e drammatica la scelta davanti alle sue parole, che parlano di un amore divino che si dona senza riserve. La crisi già latente scoppia inevitabilmente e coinvolge molti discepoli che abbandonano Gesù: “Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” (v. 60).
Per loro, come per il credente di ogni tempo, il discorso di Gesù risulta ‘duro’ da accettare, perchè urta contro la logica dell’uomo. La ‘durezza’ del discorso sta nella rivelazione di Gesù sulla propria persona e sul proprio destino. Infatti, accogliere il suo dono e “mangiare la sua carne per la vita del mondo” significa accettare anche il suo programma di vita.
Le difficoltà sollevate dai discepoli sono definite al versetto 61 come ‘mormorazione’: è lo stile di chi non vuol mettersi a disposizione di Dio, non vuole entrare in dialogo con Lui ponendosi in stato di vera obbedienza.
Gesù non vuole attenuare lo scandalo, anzi lo accentua perché si evidenzi la radice della loro incredulità: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?”(v.62).
Le difficoltà a credere saranno ancora più evidenti di fronte al mistero della morte di Gesù, che solo nella fede apparirà come un salire al Padre e non uno scomparire.
Ma questa logica della fede contrasta con il punto di vista dell’uomo ‘carnale’: “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” (v.63). Questa è la chiave del nostro brano. Potrà far parte del gruppo di coloro che seguono Gesù solo chi abbandona la logica del mondo per porsi sul piano dello Spirito di Dio, il quale insegna che solo l’amore è credibile, il che implica appunto la decisione della fede.
La Chiesa è una comunità che si dovrà sempre confrontare con l’inquietante domanda:”Volete andarvene anche voi?” (v.67). Viene il momento per il credente in cui la fede chiede una affidamento radicale, una rinascita, cioè un ricominciare, sempre più spogli, ad ascoltare la Parola e ad affidarsi allo Spirito del Signore.
Giungiamo così alla risposta di Pietro che confessa a nome dei Dodici di non sapere dove andare e che riconosce come non vi possa essere stabile dimora e vera vita al di fuori della comunione con Gesù: “Tu solo hai parole di vita eterna” (v.69).