Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

V DOMENICA DI PASQUA ‘C’

Maggio 14th, 2019

19 maggio 2019
V DOMENICA DI PASQUA C*
Gv. 13, 31-35
“……Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

Oggi Gesù ci affida il comandamento nuovo: amare i fratelli. Il suo amore rende possibile il nostro.
Non solo Gesù ci è modello di amore, ma il suo amore per noi rende possibile il nostro impegno per una comunità fraterna.
I pochi versetti del Vangelo di oggi si collocano in una posizione di passaggio dalla sezione della lavanda dei piedi e dell’annuncio del tradimento di Giuda (13, 1-32) alla sezione che contiene il primo dei discorsi di addio di Gesù (13, 33-14,3).
Gesù sta pronunciando il suo discorso di addio e affida agli Apostoli il suo testamento spirituale.
La signoria di Cristo glorificato è la potenza dell’amore che non modifica le azioni umane ma assume in sé tutta la libertà dell’uomo e tutte le terribili conseguenze del peccato, trasformando lo stesso atto libero e malvagio dell’uomo nella sua offerta d’amore salvifico.
vv. 34-35: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”: non solo Gesù è modello da imitare, ma è lui stesso, il suo stesso amore, a rendere possibile il nostro amore vicendevole.
E’ l’offerta d’amore del Signore che, se accolta nella libertà, ‘sacramento della comunione’ produce gli effetti dell’amore vicendevole e della comunione ecclesiale. Questo è il nuovo comando che Gesù dà a noi e che prolunga la sua presenza nella storia. Allora la Chiesa è veramente ‘sacramento della comunione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano’ nella misura in cui ogni cristiano accoglie in sé l’amore di Cristo, proprio dentro il suo peccato e la sua infedeltà.
Nella versione di Giovanni il tradimento di Giuda può così essere letto non solo in una prospettiva quaresimale, ma in una prospettiva già pienamente pasquale. Questo atto inaugura l’ ‘ora’ di Cristo che attraversa la storia e la porta verso gli ultimi tempi.
Il nostro vivere insieme, come comunità di credenti, deve diventare un convivere nell’amore anche se spesso può risultare difficile, poco producente e gratificante. Ma dobbiamo insistere, perseverare, perché solo nel terreno buono dell’amore la Parola seminata può produrre frutti insperati.

IV DOMENICA DI PASQUA ‘C’

Maggio 11th, 2019

12 maggio 2019
IV DOMENICA DI PASCUQA C*
Gv. 10, 27-30

“Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono… “

In questa domenica l’accento è posto sul Risorto che apre tutte le porte dell’ovile. Possiamo leggervi il rimando al Pastore che apre tutte le tombe materiali e spirituali perché nei pascoli erbosi del Regno tutti possano ritrovare la gioia della vita.
Il contenuto centrale dei versetti propostici per la ‘domenica del Buon Pastore’ riguarda la fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio.
L’accesso alla fede avviene nel luogo della testimonianza di Giovanni, per il quale Gesù è l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo (Gv.1,29).
I versetti che la liturgia ci propone oggi costituiscono il vertice della contemplazione giovannea: qui, nel luogo dove il Figlio si trova, che è la sua relazione con il Padre, entrano anche i suoi discepoli
Presentandosi come pastore, Gesù si mostra come l’inviato dal Padre per raccogliere ciò che è disperso, per richiamare chi è ancora lontano dalla salvezza. Egli rivela il volto misericordioso del Padre che vuole che tutti gli uomini siano salvi.
Dobbiamo dunque diventare discepoli del Signore secondo l’indicazione di Gesù: “Le mie pecore ascoltano la mia voce” (v.27).
Discepolo e credente è colui che sa ascoltare. E l’ascolto è apertura essenziale all’altro (ce lo sta dimostrando meravigliosamente Papa Francesco!) Ascoltare è attenzione alla persona dell’altro prima che alle sue parole.
I giudei non credono perché non credono perché non ascoltano Gesù. Parlano e interrogano ma solo per sfidare e contrastare; ascoltano solo se stessi.
A noi, pecore del suo gregge è chiesto di annunciare il Vangelo, ti testimoniare Cristo e di servire i fratelli “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”.

III DOMENICA DI PASQUA ‘C’

Aprile 30th, 2019

5 maggio 2019
III DOMENICA DI PASQUA C*

Gv. 21, 1-19
“…Disse loro: gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci”

All’inizio del nostro brano ci troviamo di fronte ad una situazione di stallo e di insuccesso. Ma la mattino l’incontro con Gesù rende possibile un nuovo inizio.
L’abbondanza dei pesci ricorda il racconto della moltiplicazione dei pani (Gv. 6, 5-13) e delinea lo sfondo simbolico dell’attività dei pescatori: indica infatti l’azione evangelizzatrice che i discepoli compiranno, e i suoi frutti. Nello stesso tempo indica che i frutti della missione sono dati dall’obbedienza dei discepoli al comando del Signore.
Qui è poi messo in evidenza il primato del discepolo amato: come egli davanti alle bende ‘vide e credette’ (Gv.20,8), così ora è il primo a vedere e a credere.
Ma da qui in poi tutta l’attenzione del narratore è incentrata su Pietro. Sappiamo che nel gruppo apostolico Pietro occupa un posto preminente. Lui aveva preso l’iniziativa della pesca sul lago. Lui si butta in acqua per raggiungere il Signore. A lui Gesù rivolge l’interrogativo sull’amore, in relazione al triplice rinnegamento della passione. In quel semplicissimo conclave Gesù non chiede a Pietro quante lauree abbia o quale sia il suo curriculum ecclesiastico. Gli chiede solo: “Mi ami più di costoro?”.
Pietro ama con l’amore tenero dell’amico, che sa che il suo amore non è totalmente gratuito, ma nasce come risposta all’amore di Gesù nei suoi confronti. Ma a Gesù questo basta. E il sapere che il suo amore per Gesù e il suo gregge non scaturisce da sé, ma dal Signore è la fondamentale conversione di Pietro, chiamato a non reggersi più sulle sue forze.
La triplice confessione d’amore da parte di Pietro è seguita dall’annuncio del suo martirio, come per il Maestro.
Sulla riva Gesù offre ai discepoli un pasto già preparato da lui stesso: gli elementi non sono costituiti da qualcosa che hanno portato i discepoli, dunque simbolizzano l’offerta di sé che il Signore risorto fa loro, ristabilendo una comunione che sempre e di nuovo verrà attualizzata nell’eucarestia. Il Signore infatti distribuisce personalmente il pane e il pesce: un gesto che è un discreto memoriale della moltiplicazione dei pani e dell’Ultima Cena.

II DOMENICA DI PASQUA ‘C’

Aprile 27th, 2019

28 aprile 2019
II DOMENICA DI PASQUA C*

Gv. 20, 19- 31
“ La sera di quello stesso giorno….venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:”Pace a voi!”…Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in caso e c’era con loro anche Tommaso… Disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente …”

Il tema dei segni attraversa tutto il vangelo di Giovanni e si ricollega sia alla fede dei discepoli ch a quella del lettore. Il percorso che cui i discepoli giungono alla fede diventa infatti modello per chi legge il vangelo, con la sola differenza che il lettore passa attraverso la mediazione del libro. Ciò vale anche per il brano di Tommaso che la liturgia ci presenta oggi.
Il centro del racconto allora non è più tanto l’incredulità di Tommaso, quanto la nostra fede, chiamata ad interrogarsi attraverso i segni narrati.
Lo stesso Tommaso compie una svolta di questo tipo: lui che pretendeva di toccare il segno dei chiodi, non li toccherà realmente. Anche per lui i segni delle mani e del costato rimangono segni.
Di fronte al risorto Tommaso non vede più la carnalità dei segni come dato da verificare, ma solo come punto necessario per poter finalmente vedere chi è Gesù.
I segni delle mani e del costato mostrano ai discepoli la strada per reinterpretare globalmente l’identità del Signore. Così vedere il Signore diventa un tutt’uno con la proclamazione che Gesù è il Signore.
La confessione cristologica di Tommaso – “Mio Signore e mio Dio” – è forse la più alta di tutto il Nuovo Testamento. Senza lo Spirito Tommaso non avrebbe potuto dare questa testimonianza, e neppure noi potremmo fare la nostra professione di fede dicendo: “Gesù è il Signore!” La risposta del Risorto ci riporta all’analogia con la fede del lettore: “Perché mi vedi, tu credi. Beati coloro che non hanno visto e hanno creduto”. Ma certo il libro solo non basta, perché il Risorto è una persona vivente che nella storia si fa incontrare da noi.
Questo brano ha un’altra importante connotazione. I discepoli stavano a porte chiuse per timore dei Giudei. Il Risorto che viene a porte sbarrate realizza immediatamente quanto dice: “Pace a voi”: la gioia che scaturisce dalla Sua presenza cancella ogni paura.
Se la presenza diretta del Risorto è una prerogativa degli apostoli, la gioia, la pace e l’apertura missionaria che seguono all’incontro si estenderanno a tutte le generazioni dei credenti. Esse sono i veri effetti della risurrezione che attraversano tutta la storia e alimentano la fede e la testimonianza della Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo.

S.PASQUA ‘C’

Aprile 16th, 2019

21 Aprile 2019

PASQUA DI RISURREZIONE
Vangelo : S. Giovanni, Capitolo 20, versetti 1 – 9

“Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”.

Dalla prima fino alla terza domenica di pasqua (Anno C) la liturgia ci propone la lettura dei capitoli 20 e 21 del Vangelo di S.Giovanni. L’intento di questo Vangelo non è tanto la ricostruzione puntuale di dettagli di cronaca, quanto la proposta di una storia da rivivere e da verificare, un itinerario di fede da ripercorrere.
Il racconto evangelico tende a plasmare i suoi lettori e a coinvolgerli nell’avventura della fede, che è entrare nel mistero del Risorto presente nella Chiesa, avendo come maestro lo Spirito santo. Importanti nella narrazione sono i personaggi, si potrebbero definire parafrasando Pirandello “personaggi in cerca d’attore”, in cui l’attore è il lettore di sempre. I luoghi in cui si svolge l’azione del dramma sono il sepolcro vuoto, e il ‘luogo’, il tempo è lo stesso: tutto avviene “il primo giorno della settimana”, cioè la domenica.
I personaggi chiave di questo itinerario che porta a riconoscere il Risorto sono la Maddalena, Pietro e il ‘discepolo amato’ (che è lo stesso S. Giovanni), Tommaso; tra un personaggio e l’altro, sia pure in scene diverse, ci sono antitesi provocate dal verbo ‘vedere’: c’è un ‘vedere’ che è un semplice osservare la scena (come fanno Maria e Pietro), e c’è un ‘vedere che penetra il mistero’ e approda alla fede (il discepolo amato): C’è chi è capace di vedere nei segni di morte il risorto, e chi è incapace di scoprirne la presenza nuova (Tommaso). Nella tensione tra il ‘vedere e il credere’ si trova il cuore del vangelo di Giovanni.
Il brano di oggi coincide con la prima scena di questa narrazione; abbiamo due movimenti che convergono nel sepolcro, in una progressione drammatica e significativa.
In un primo momento vediamo una Maddalena dagli occhi terreni, capaci di guardare, ma non di vedere: Maria cerca un cadavere rubato, in balìa di altri. Se l’evangelista ha cercato –come sembra- un’allusione nuziale, l’angoscia di Maria è quella della comunità dei discepoli che, come la sposa ansiosa del Cantico dei Cantici, cerca il suo Signore amato, e sperimenta il disorientamento della sua assenza.
I due discepoli da cui Maria di Magdala corre sono Pietro e un altro ‘colui che Gesù amava’. Paradossalmente e significativamente è una donna ( in quel tempo le donne erano prive di ogni credibilità e di diritti di testimonianza) a scuotere i due e ad essere in seguito la prima testimone del Risorto (versetto 18). La loro corsa ‘verso il sepolcro’ nel nostro evangelista è simbolo del cammino di ogni discepolo verso la fede nel mistero del Risorto.
Ancora Pietro fa la pessima figura dell’ostinato, incapace ancora di capire la morte come dono di amore e di vita; qui qualcosa però cambia. Il ‘discepolo amato’ arriva prima al sepolcro, perché ha fatto esperienza dell’amore di Gesù, e ne è stato testimone alla croce; Pietro, pur reduce dal recente rinnegamento, si lascia ‘ribaltare’ e si mette alla sequela del discepolo fedele. Ma il discepolo amato non entra nel sepolcro, lasciando a Pietro la precedenza, e affermandone così la superiorità. Entrato nel sepolcro Pietro vede i ‘teli posati’ e il ‘sudario ripiegato’. Giovanni insiste sul fatto che i due testimoni vedono segni di morte che non stringono più un cadavere, come quello di Lazzaro, ma restano intatti, sistemare con fuga, a togliere ogni dubbio di trafugamento. Quando entra anche l’altro discepolo, “vide e credette”. Siamo al vertice della narrazione: significativo è il contrasto, nel greco, tra i due tipi di sguardo: mentre Pietro contempla, il discepolo amato ha uno sguardo più profondo che sfocia anella fede.Egli non sa ancora che Gesù è risuscitato, come dimostra la frase seguente “non avevano ancora compreso le Scritture” (v.9). Tuttavia, rispetto al vedere della Maddalena e di Pietro, questo vedere e credere segna un altro passo verso quella apertura che sarà piena e totale quando i discepoli vedranno il Crocifisso-Risorto in messo a loro; quella del ‘discepolo amato’ per ora è una intuizione d’amore, in linea con la fedeltà di sempre. Sarà ancora lui il primo a riconoscere il Risorto sulla riva del lago di Galilea: Per il momento ritornano a casa, forse con dentro il mistero di una esperienza non comunicabile. Non basta intuire e pensare che Gesù è vivo, occorre sperimentarne la presenza e capire che ‘doveva’ risuscitare dai morti.
Solo dopo il dono dello Spirito, comprenderanno definitivamente e in pienezza le Scritture e ‘riconosceranno’ nel Risorto colui che ha portato a compimento il piano di Salvezza di Dio Padre.