Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

LITURGIA DELLA PAROLA

Novembre 8th, 2013

PROCLAMAZIONE DELLA PAROLA

(PNMR nn. 33/40)

 

Conclusi i riti d’introduzione, la celebrazione Eucaristica può svolgersi secondo il ritmo che le è proprio: inizia la prima grande parte della Messa: la liturgia della Parola.

L’ordinamento della liturgia della Parola non è nuovo. Esso deriva dalla sinagoga. E’ tradizione d’Israele ascoltare ogni sabato la Legge e i Profeti.

Il IV Capitolo del Vangelo di Luca (Lc. 4, 16-21) ci offre la più bella narrazione della liturgia della Parola nella sinagoga.

Non dimentichiamo che all’ ” ascolto ” deve essere premesso un ” lasciare ” – per usare un’espressione di Romano Guardini: chi vuoi ascoltare qualcuno deve prima lasciare ciò che sta facendo, raddrizzarsi, farsi attento, e solo allora potrà ascoltare il messaggio rivoltogli.

Ciò vale anche e sopratutto per l’ascolto della Parola di Dio: allora si viene a creare naturalmente il silenzio (vedi scheda) necessario intorno alle letture.

Ciò richiede però come presupposto una lettura corretta (vedi scheda), con sufficiente capacità di comprensione.

Frutto di tale lettura sarà la quiete interiore.

 

SACRO SILENZIO

 

(PNMR n. 9; 88; 91)

 

Romano Guardini diceva che la vita liturgica ” comincia con l’imparare a fare silenzio, perchè questa è la prima condizione di ogni azione liturgica “.

 

Innanzitutto troviamo il silenzio durante le ” preghiere presidenziali “

(FNMR n. 12).

 

Il silenzio liturgico non deve ‘essere neppure trascurato (mando è in corso la Liturgia della Parola. Essa si deve celebrare in modo che se ne favorisca l’accoglienza; sì deve perciò evitare assolutamente ogni fretta che sia di ostacolo al raccoglimento. ” II dialogo tra Dìo e gli uomini, sotto l’azione dello Spirito Santo, richiede brevi momenti di silenzio, adatti all’assemblea, durante i quali la Parola di Dio penetri nei cuori e provochi in essi una risposta nella preghiera ” (Introduz.al Nuovo Lezionario 1981).

 

Tali momenti di silenzio in relazione con la Liturgia della Parola si possono opportunamente osservare;

 

prima che abbia Inizio la proclamazione delle letture (un tempo sufficiente che permetta ai fedeli di sedersi e di disporsi all’ascolto, mentre il lettore raggiunge con calma l’ambone);

 

dopo la prima e la seconda lettura e al termine dell’omelia quale richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato (S.C. n. 50; PNMR n.25).

 

Oltre a questo silenzio spirituale, occorre anche un silenzio materiale, ambientale.

Pertanto:

non si deve iniziare la proclamazione delle letture prima che i fedeli si siano accomodati e siano cessati i rumori e gli spostamenti;

si accede all’ Ambone con calma, senza correre, dopo che il celebrante ha completamente terminato di dire l’Orazione presidenziale e che l’assemblea ha risposto ” amen “.

 

Una celebrazione che accavalla un rito sull’altro, che procede con un ritmo frettoloso, stanca la comunità senza edificarla.

Se diamo ai segni il rilievo che spetta loro, la celebrazione sarà caratterizzata da maggior sobrietà sia delle parole che dell’uso del tempo, come ‘esige sopratutto il rispetto per il Mistero che viene celebrato.

 

 

PROCLAMAZIONE DELLE LETTURE (O LEZIONI)

(PNMR n. 70-71)

 

Preferiamo parlare di ” proclamazione ” anziché di ” lettura ” delle lezioni.

 

Il termine ” proclamazione ” implica infatti una particolare densità di significato: la Parola dì Dio, proclamata nell’assemblea liturgica, è attuale comunicazione del messaggio di Dio alla comunità e ai singoli.

 

E’ Dio stesso che parla per bocca del suo ministro per rinnovare l’alleanza con il Suo Popolo. La proclamazione delle lezioni non si limita a raggiungere gli orecchi degli ascoltatori, ma vuoi penetrare nell’intimo del loro spirito per suscitare una risposta di fede e incidere nella loro ‘abituale condotta di vita. La proclamazione delle letture vuole aiutare i fedeli a leggere alla luce della Parola di Dio gli avvenimenti vissuti nel quotidiano.

Dice giustamente al n. 14 l‘Ordinamento delle Letture della Messa (1981):

 

” Lo stesso modo con cui le letture vengono proclamate dai lettori ” una proclamazione dignitosa, a voce alta e chiara – favorisce una buona trasmissione della Parola di Dio all’assemblea,”.

 

Il lettore quindi, conscio di assolvere un compito profetico, deve leggere con convinzione, dimostrando di comprendere, almeno globalmente, il significato dei testi che propone all’attenzione degli altri.

Opportunamente viene raccomandato che i lettori siano ” veramente idonei e seriamente preparati” (PNMR n-66), sopratutto mediante la assidua meditazione della Sacra Scrittura.

La Liturgia della Parola può avere inizio con una breve munizione sulle letture (cfr.PNMR n.ll), a volte immediatamente precedente, a volte inroducendo globalmente la celebrazione. Non è però opportuno che per ogni lettura si faccia una monizione, dal momento che per noi il messaggio della Salvezza è unico, annunciato neli’AT, attuato nel NT.

La monizione ha lo scopo di accennare sobriamente al contenuto delle letture per facilitarne la comprensione, sopratutto in riferimento alla particolare celebrazione in cui esse vengono lette. Ma bisogna ricordare che non si tratta di una breve omelia, bensì di una semplice monizione. Essa può essere tenuta dal sacerdote celebrante o da un altro ministro idoneo. (Può essere il commentatore, discretamente presente nell’assemblea, ad aiutare questa ad entrare “nella celebrazione del Mistero).

 

 

LETTURE

 

” Le letture, scelte d’alle Sacre Scritture con i canti che le accompagnano, costituiscono la parte principale della Liturgia della Parola…

Infatti nelle letture, che vengono poi spiegate nell’omelia (vedi scheda), Dio Parla al Suo Popolo, gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza, e offre un nutrimento spirituale; Cristo stesso

è presente per mezzo della Sua Parola tra i fedeli…” (FNMR n. 55).

E, ancora: “… Cristo è sempre presente nella Sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche… E’ presente nella Sua Parola, giacche è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura ” (SCn.7).

Tale presenza di Cristo nella lettura della Sacra Scrittura va affermata non soltanto nella proclamazione del Vangelo, ma anche in quella degli altri scritti dell’Ai e del NT.

Non dimentichiamo che la proclamazione della Parola di Dio è un vero e autentico ” memoriale ” (così è detto anche del Sacramento del Corpo del Signore), nel senso pieno che ha tale termine nella

teologia biblica: una memoria che ripresenta e riattualizza ciò che viene ricordato e lo rende efficace nel momento stesso della proclamazione.

E’, insomma, il Mistero di Cristo che viene ripresentato e riattualizzato, nelle sue varie fasi, nell’oggi della Chiesa; Mistero già compiuto, ma nello stesso tempo in continuo crescendo di realizzazione sino al raggiungimento della sua pienezza negli ultimi tempi. E’ il ” già ” e ” non ancora ” in cui si trovano mirabilmente fusi passato, presente e futuro.

La Liturgia della Parola è dialogica per sua natura.

In tutte le azioni liturgiche Dio parla al Suo Popolo; il popolo risponde a Dio con il canto e la preghiera (cfr. SC n.33); la Parola di Dio è rivolta alla comunità, la risposta alla Parola è data dalla comunità.

Dio istruisce; la comunità presta docile ascolto alla Parola di Dio, crede, prega, si impegna.

La Parola, annunzio del Mistero Pasquale, porta, attraverso la fede nel  sacramento eucaristico.

 

Da una parte dunque la Parola tende a sfociare, mediante la fede, nel sacramento; dall’altra il sacramento trova il suo fondamento, mediante la fede, nella Parola. Sta qui la ragione ultima dell’intima unione esistente nella Messa tra Liturgia della Parola e Liturgia Eucarìstica.

Tutte le letture vengono proclamate dall‘ambone (vedi scheda).

 

La proclamazione del Vangelo costituisce il momento culminante e più solenne della Liturgia della Parola; ci è dato di ‘ascoltare Cristo stesso, di vederlo con gli occhi della fede.

Il Vangelo si ascolta in piedi: è Dio che parla e si deve essere pronti ad eseguire i suoi comandi. E appunto in segno di questa disposizione interiore anche noi, come il sacerdote, siamo invitati a segnarci con tre piccoli segni di croce, sulla fronte, sulla bocca e sul petto, ad indicare che la Parola formerà il nostro pensiero, risuonerà sulle nostre labbra, sarà custodita dal nostro amore.

 

Al termine delle lezioni, i lettori dicono: ” Parola di Dio “- (non è assolutamente necessario dire: ” E’ Parola di Dio “, perché non siamo noi a dare autenticità alla “Parola”), sia per ricordare ancora che la parola proclamata non è parola d’uomo ma ” di Dio “, sia per rendere più facile la successiva acclamazione dei fedeli: “Rendiamo grazie a Dio”.

 

Questa acclamazione ha un doppio significato:

 

di rendimento di grazie a Dio per il dono della Sua Parola,

 

di adesione alla Parola ascoltata (cfr. Gs 24,24: ” II popolo rispose a Giosuè: noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla Sua voce! ” – vedi 2 Cron 34,31 -;   Deut 30,14: ” .. .Questa parola è molto vicino a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica…”).

AMBONE

Novembre 8th, 2013

(PNMR n. 272; Rito Messa, precisaz. GEI n. 16;

(Ordinam. Letture Messa nn. 32-53-54)

E’ il luogo da cui si annuncia la Parola di Dio.

 

L’ambone è indicato espressamente come il luogo della proclamazione delle letture, del salmo responsoriale (vedi scheda) e del preconio pasquale.

 

Come luogo da cui tenere l’omelia (vedi scheda) e guidare la preghiera universale (vedi scheda) ‘è indicato lo stesso ambone o la sede (PNMR nn. 92-97-272).

 

Di conseguenza anche per il Credo (vedi scheda) il celebrante sta all’ambone o alla sede. E’ detto anche espressamente che non è conveniente che stia all’ambone il commentatore, il cantore o l’ animatore del coro. (PNMR n.272).

La parola ambone deriva da « anabàino » (salire sopra, e significa ‘anche: piano rialzato. Esso è un monumento unico (come l’altare), dovrebbe appunto essere alto, poiché la Parola deve «piovere dal-

l’alto » nei nostri cuori: (Cfr. Is 55,10,11: « Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata »; Mt 10,27: «Predicatelo sui tetti!»).

 

L’ambone è inoltre simbolo del sepolcro vuoto da cui scaturisce l’annuncio pasquale (qualunque sia il brano della Parola che vi si proclama: «Cristo è risorto!»).

 

Il drappo di stoffa morbida e preziosa che eventualmente copre il leggio dell’ambone vuoi indicare la levità e docilità con cui il nostro cuore ascolta la Parola.

 

Durante la proclamazione l’ambone rimane in secondo piano, come un semplice strumento: il primo posto deve essere tenuto dal Libro della Parola e dal lettore.

 

Una volta proclamata la Parola, l’ambone resta poi come il segno della Parola. Si capisce dunque perché i libri destinati alla proclamazione debbano avere una particolare dignità e essere disposti in modo degno.

 

L‘Evangeliario merita un discorso a parte, e dovrebbe – .appunto – essere distinto dagli altri libri per le letture.

 

 

CANTI RESPONSORIALI

 

La lettura delle lezioni viene intercalata da canti responsoriali.

 

Tale espressione è corretta e conveniente; infatti non viene cantato

qualcosa a caso.

 

Il dialogo tra Dio e l’uomo nella celebrazione della Parola è realizzato con grande purezza dal Salmo responsoriale (detto anche graduale, perchè anticamente veniva cantato dal salmista sui gradini dell’ambone). Esso viene cantato dopo un momento di silenzio che ha permesso ai fedeli di riflettere brevemente su quanto hanno appena ascoltato (cfr. PNMR n.66;67; 150).

 

Il Salmo responsoriale, che per se dovrebbe essere sempre cantato, lo sia almeno nelle Solennità; si eviti comunque sempre di far leggere

i1 Salmo responsoriale dal lettore che ha proclamato le letture (Ordinario Letture Messa n.56).

 

L’Alleluia, o tratto nel tempo di Quaresima, o sequenza nelle grandi Feste, sono canti, che  annunciano il Vangelo. E’ per questo che nel Messale già il contenuto del canto alleluiatico o del tratto annuncia il contenuto del Vangelo: deve essere fatto ogni sforzo perché questo contenuto venga rispettato.

 

L’Alleluia o il tratto, se non sono cantati si possono tralasciare (PNMR IL 39) : ciò dimostra quanto sia importante che siano eseguiti in canto!

 

 

 

 

 

 

 

 

OMELIA

(PNMR n. 41-42; SC n. 24; 55,2; 52)

 

Nel solco tracciato dalla Parola di Dio trovano posto privilegiato l’omelia, la professione di fede (vedi scheda) e la preghiera universale » (vedi scheda).

 

Dice la Sacrosanctum Concilium al n. 52: «Nelle Messe della domenica e dei giorni festivi con partecipazione di popolo, l’omelia non si  ometta se non per grave motivo ». Nei giorni feriali della Quaresima e dell’Avvento essa viene caldamente raccomandata; in tutti gli altri giorni consigliata, (cfr. PNMR n. 42).

 

I’omelia quotidiana nei giorni feriali, della durata anche di soli tre minuti, sarebbe auspicabile, perché essenziale alla struttura della celebrazione, in quanto spiegazione e approfondimento anche solo della frase più importante della Parola appena proclamata.

 

L’omelia infatti deve interpretare, nell’oggi della Chiesa, il messaggio biblico – liturgico, traducendolo, quando è il caso, con concetti accessibili all’uditorio. Ha come fonte la Parola di Dio e i testi di preghiera, come méta la vita.

 

« L’omelia di solito sia tenuta personalmente dal celebrante » (PNMR n.42), «dalla sede o dall’ambone» (PNMR n. 97).

 

 

CREDO

(PNMR nn. 43-44)

 

Nelle domeniche e nelle solennità all’omelia segue il Credo; (o Simbolo) esso si può dire anche in altre particolari celebrazioni più solenni.

Con esso i fedeli affermano la propria fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo; nella loro opera di creazione, redenzione e santificazione. Esso è infatti anzitutto la risposta della fede dell’assemblea alla Parola dì Dio che è sfata precedentemente proclamata (nelle letture) e commentata (nell’omelia).

 

Ma, nello stesso tempo, il « Simbolo » è un’ottima introduzione alla celebrazione dell’Eucaristia, sopratutto perché, essendo una formula battesimale, ci ricorda la nostra dignità battesimale ” sacerdotale, in virtù della quale possiamo – dobbiamo offrire l’Eucaristia (cfr. PNMR n. 16).

 

Appunto per questo la proclamazione del Credo è affidata a tutta l’assemblea. Anche quando viene cantato, si canti normalmente da tutti o alternativamente (cfr. PNMR n. 44; 98). ‘Si può adottare anche la formula dialogica (cfr. Messale pag. 181).

 

La liturgia cristiana ha conosciuto varie formule di professione di fede; queste formule si chiamarono comunemente « simboli », parola greca che significa allo stesso tempo: « riassunto », « segno » e « bandiera ».

Il canto del « simbolo » è attestato nelle antichissime liturgie orientali, e fu attraverso queste che, nel IX secolo passò in occidente: inizialmente apparteneva solo al rito battesimale, non alla Messa.

Roma non accettò l’innovazione che molto tardi e solo dietro il personale intervento dell’imperatore Enrico II (1014) che ne chiese l’introduzione nella Messa romana in occasione della sua incoronazione.

Da allora sino ai nostri giorni il Simbolo Apostolico è rimasto nella Messa, nelle due formule:

 

— il Simbolo Apostolico che prese tale nome nel IV secolo. Esso, nella sua brevità e semplicità è una vera professione di tede nelle principali verità del cristianesimo. (E’ da privilegiare nei tempi forti, inserendolo in un foglietto-guida per questi «tempi»; con l’uso verrà poi memorizzato).

 

— Il Simbolo Niceno – Costantinopolitano è di origine orientale, è lo ampliamento di una precedente formula battesimale m armonia con l’insegnamento dei Concili di Nicea (525) e di Costantinopoli (381).

Ha maggiore chiarezza di dettagli rispetto al Simbolo Apostolico e un taglio decisamente teologico.

 

Durante il Credo i fedeli stiano in piedi (cfr. PNMR n. 21), volendo con questo atteggiamento esprimere l’ardore e la fermezza della loro fede. Si Inchinino profondamente alle parole: « … e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo … ». (cfr. PNMR n. 98; 234 b).

 

 

 

 

PREGHIERA UNIVERSALE

(PNMR nn.. 45-46-47)

La Liturgia della Parola è conclusa abitualmente, almeno nella Messa con la partecipazione del popolo (cfr. PNMR n. 45) dalla preghiera universale (così detta perché in essa sono presenti intenzioni di preghiera di carattere universale) o dei fedeli (perché riservata dalla tradizione al battezzati).

 

Essa è stata ripristinata nella Messa ‘e ricollocata al suo antico posto per disposizione del ‘Concilio Vaticano ili (S.C. n. 53); è la preghiera « della fede » perchè scaturita dall’ascolto della Parola che suscita e matura la fede dell’assemblea.

 

La preghiera universale, benché eccellente in se stessa, può diventare meccanica, se non sono rispettate alcune condizioni.

 

La prima: mantenere il legame con le letture.

La seconda: far attenzione al contenuto.

 

Certamente questa preghiera deve essere in rapporto con la vita concreta di oggi e con i bisogni che sono sentiti dalla comunità. Però le diverse intenzioni, anche concrete, dovrebbero essere sempre inserite nella Storia della Salvezza della quale la liturgia celebra l’« oggi ».

Così: pregare per un malato deve dare l’occasione per inserire le sue sofferenze o la sua guarigion-e nella Storia della Salvezza che continua nella Chiesa e nella sua liturgia.

 

Il celebrante vigili perchè non capiti che questo momento così importante dal respiro universale e attuale si trasformi in un’occasione per ‘annunciare o manifestare umori personali o addirittura polemiche.

Si consiglia dì non usare mai — nemmeno a proposito dì tale preghiera — i foglietti e i formulari stereotipi.

 

Il sacro silenzio (vedi scheda) va osservato anche tra un’intenzione  e l’altra di preghiera. Tali intenzioni devono essere esposte in modo conciso e rispettoso della gerarchia indicata al n. 46 dei PNMR e nelle « Premesse all’Orazionale per le preghiere dei fedeli » del 15-8-1983:

 

a) per 1e necessità della Chiesa;

 

b) per i governanti e la salvezza di tutto il mondo;

 

e) per quelli che si trovano in difficoltà;

 

d) per la comunità locale.

 

Tuttavia in qualche celebrazione particolare, per esempio nella Confermazione, nel Matrimonio, nelle Esequie, la successione delle intenzioni può venire adattata maggiormente alla circostanza particolare

— in questi casi è concesso usare l’Orazionale, con oculatezza.

 

Spetta al sacerdote presidente guidare la preghiera, dalla sede o dall’ambone (cfr. PNMR n. 47; 99; 272). Egli assolve al suo compito rivolgendo, all’inizio, una monizione ai fedeli, e concludendo alla fine con una orazione, che non deve essere una seconda «colletta», ma una semplice conclusione della serie di intenzioni che sono state presentate precedentemente, una loro sintetica offerta.

 

La preghiera universale fa parte del momento in ‘cui la chiesa si prepara al sacrificio e prepara il Sacrificio: dopo essersi nutriti alla Mensa della Parola, i fedeli potranno accedere con animo più pronto e vigilante alla Mensa del Corpo del Signore.

 

Dopo tutto questo discorso, è ovvio che tra le panche della chiesa o addirittura sull’ambone non siano presenti i foglietti per la proclamazione della Parola.

 

Tanto meno il lettore vada all’ambone tenendo in mano uno di essi!

« Ai libri delle letture, predisposti per la celebrazione, non si sostituiscano per rispetto alla dignità della Parola di Dio, altri sussidi pastorali, per esempio foglietti destinati ai fedeli per preparare le letture e meditarle personalmente ». (Introduz. al Nuovo Lezionario, n. 37).

 

I « foglietti per l’Eucaristia » devono dunque essere usati a casa; si possono « tollerare » come sussidio solo per chi ha problemi di udito, o in oasi in cui ci siano oggettive e serie difficoltà per l’uso dei Libri liturgici (per es.: Eucaristie celebrate all’aperto).

LITURGIA EUCARISTICA

Novembre 8th, 2013

Alla Liturgia della Parola segue la Liturgia Eucaristica. Il passaggio dall’una all’altra è ben sottolineato esteriormente: il presidente lascia l‘ambone (vedi scheda) e la Sede, dove è stato durante la Liturgia della Parola, e si reca all’altare, il luogo riservato alla celebrazione del sacrifìcio – convito eucaristico.

 

Si tratta però di un unico atto, costituito da partì tra loro complementari, da momenti celebrativi intimamente connesi tra loro. Il mistero pasquale di Cristo, annunziato m modo già efficace nella Liturgia della Parola, riceve ora la massima riatrualizzazione: la Parola si “concretizza” nell’Eucaristia.

 

Nella Liturgia Eucaristica “il sacerdote, che rappresenta Cristo Signore, compie ciò che il Signore stesso fece (nell’ultima cena): e affidò ai discepoli perché lo facessero in memoria di lui” (PNMR

n. 48): parole e gesti che la Chiesa, con trepidazione e con fiducia, fa suoi. Essa « ha disposto tutta la celebrazione della Liturgia Eucaristica in vari momenti, che corrispondono a parole e gesti dì Cristo.

Infatti:

 

1 Nella preparazione dei doni, vengono portati all’altare pane e vino con acqua, cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra le sue mani.

 

2 Nella preghiera eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta la opera della salvezza, e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Cristo, nel quale la Chiesa stessa si offre.

 

5 Mediante la frazione di un unico pane si manifesta l’unità dei fedeli: unione ecclesiale e unione di coloro che si cibano del corpo e del sangue del Signore, allo stesso modo con il quale gli Apostoli

li hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso » (cfr. PNMR n. 48).

 

 

 

 

ALTARE

 

Ciò che deve ‘essere venerato nella chiesa- edifìcio è l’altare — affermò già Pio XII.

 

L’unicità dà all’altare tutta la sua forza simbolica.

 

Costruito ordinariamente in pietra (PNMR n. 263) l’altare è l’icona più santa, poiché rappresenta Cristo («E’ Cristo», dicono i Padri), fonte zampillante di vita. « L’altare … è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’eucaristia» (PNMR n. 259; cfr. n. 262-263).

 

« Fino all’inizio della liturgia eucaristica, l’altare sia completamente spoglio» (ODEA n. 259 ),” o, al più, rivestito dell’unica, dignitosa tovaglia. 5i apparecchia invece all’offertorio (PNMR n. 49): «apparecchiare » = recare coppa col pane, calice e ampolle dell’acqua e del vino, porre il Messale e l’eventuale microfono.

 

Non sì faccia del presbiterio una « serra » e l’altare sia sobriamente ornato.

 

Considerando che « m quaresima non sono ammessi i fiori sull’altare e il suono degli strumenti è permesso soltanto per sostenere i canti « (FCP n. 17), * si rispetti l’indole penitenziale di questo tempo anche qualora — benché ciò non sia opportuno — venga celebrato il sacramento del matrimonio durante detto tempo.

 

Se si dice che l’altare (e quindi il presbiterio — che insieme sono il cuore della chiesa-edificio), non vanno ornati di fiori, a maggior ragione si comprende che tutta l’aula ecclesiale partecipa dell’austerità tipica della quaresima.

 

Si comprenderà meglio anche il valore della « dominica gaudete » e della « dominica laetare » dove si Intuisce l’anticipo della grande gioia pasquale, anche per la presenza dei fiori.

 

E’ attorno all’altare dell’offerta pasquale di Cristo che la chiesa-popolo di Dio riscopre la propria verità e la propria consistenza.

 

L’altare, infine, dovrà essere disposto in modo che si possa « celebrare rivolti al popolo» (PNMR n. 262). E’ così che sacerdoti e fedeli sono veramente « circumstantes ». E’ allora che sì manifesta in pienezza l’armonia tra il sacerdozio ministeriale dei presbiteri e il sacerdozio comune dei fedeli, messa in luce dalla Lumen Gentium (n. 10).

 

* « Ordo dedicatioms Ecclesiae et Altarìs » (1977).

 

* Lettera Circolare Congregaz, Culto divino: « Preparazione alla celebrazione delle

feste pasquali» (1988),

 

 

 

 

 

PREPARAZIONE DEI DONI (o Processione Offertoriale)

(PNMR nn. 49/55)

 

Consiste sostanzialmente nell’atto di portare all’altare « i doni, che diventeranno il corpo e il sangue di Cristo» (PNMR n. 49).

 

« La processione Offertoriale — dice S. E. Mons. Magrassi in un documento pastorale del febbraio ’92 — non si trasformi in una passerella per fare spettacolo».

 

Si ispiri alla sobrietà limitandosi ai segni dell’Eucaristia (pane e vino) e a qualche dono per i poveri» (cfr. PNMR n. 101) : il loro significato si deve capire per intuizione: commenti dì spiegazione avrebbero il sapore di una « coreografìa ».

 

Va esclusa, perchè senza senso, la presentazione di oggetti che poi venissero ripresi dagli offerenti: non si tratterebbe di « doni »!

 

La presentazione dei doni è un atto liturgico. Come tale è riservata ai battezzati, per sottolineare che con essa si vuoi significare la partecipazione, fondata sui sacerdozio dei fedeli, al sacrificio che sta per essere offerto. Poiché però la completezza della partecipazione suppone la comunione, l’offerta non è permessa a quanti non si comunicano: vi è chiaramente uno stretto legame tra offertorio, preghiera eucaristica e comunione.

 

Il pane deve essere presentato in quantità tale che possa bastare per tutti coloro che faranno la comunione. E’ infatti auspicabile che i fedeli ricevano la comunione con ostie (che abbiano almeno un certo spessore, e il sapore del pane!) consacrate nella Messa stessa a cui partecipano* (cfr. S. C. n. 55; « Eucharistìcum Mysterium » n. 31 (del 25-5-’67); PNMR n. 56h; « Sulla comunione eucaristica nella mano» n. 9 (del 19-7-’89).

 

Anche il vino deve essere presentato in quantità sufficiente per coloro che faranno la comunione al calice.

 

Il canto d’offertorio « accompagna la processione con la quale si portano i doni; esso si protrae almeno fino a quando i doni sono stati deposti sull’altare» (PNMR n. 50).

 

L’offertorio è il momento della carità: il canto più adatto per questo momento è l’« Ubi Charitas », o altri con una tematica simile che riprenda il « comandamento nuovo » (es,: esecuzione in canto del

Sal. 132).

 

«L’antifona d’offertorio, se non si canta, viene tralasciata» (PNMR n. 50): così è anche per l’antifona d’Ingresso.

Un accenno va fatto alla « questua in denaro »: perché abbia un vero significato deve essere collegato con la presentazione degli altri doni; l’ideale sarebbe che il ricavato della raccolta venisse presentato con essi. Forse, per ottenere ciò, bisognerebbe che i fedeli facessero la  loro offerta in chiesa subito prima dell’inizio della celebrazione.

La somma raccolta verrebbe poi portata personalmente al sacerdote assieme al pane e al vino.

 

L’uso dell’elemosina per la Messa è giustificato come segno di solidarietà verso i fratelli bisognosi e per le necessità della chiesa, ma non è ‘ammissibile che la raccolta venga completata durante la preghiera eucaristica, o anticipata durante la recita del « Credo » o della preghiera universale.

 

 

PREPARAZIONE DELL’ALTARE

 

Il pane e il vino per l’Eucaristia sono stati portati all’altare (vedi scheda).

 

Ora, all’inizio della liturgia eucaristica si sente il bisogno di « benedire» Dio per essi. Presentiamo dunque a Dio i suoi stessi doni, perché li trasformi per noi in « cibo di vita etena » e in « bevanda

di salvezza», cioè perché li trasformi nel corpo e nel sangue di Cristo; non si tratta di anticipare la consacrazione, ma di prepararla.

 

Prima della preghiera di benedizione per il vino, durante la preparazione del calice, assieme al vino viene versata anche nel calice, qualche goccia d’acqua. La Chiesa ha sempre usato mescolare un po’

d’acqua al vino necessario per l’Eucaristia (cfr PNMR n. 281), e ciò perché probabilmente Gesù nell’ultima cena consacrò del vino misto ad acqua/ seguendo un uso di origine mediterranea, e quindi conosciuto anche presso gli ebrei. Tale uso aveva lo scopo di evitare gli effetti inebrianti del vino, lo troviamo testimoniato nella Chiesa antica già da San Giustino (Sec. 11°) e da San Cìpriano (Sec. III°).

 

Ma più che per tale motivo, l’uso si impose nella Messa per il significato ad esso collegato, ed è chiaramente indicato nella formula che lo accompagna, quasi commentandolo: « L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana ». La riforma non ha toccato questo elemento, essendo stato ritenuto di venerabile antichità.

 

Secondo l’opportunità, il pane e il vino possono essere incensati. L’incensazione può essere estesa all’altare (e alla croce dell’altare), al sacerdote e all’assemblea intera.

 

Se tale rito — nell’ordinarietà — è facoltativo, non ne consegue però che debba passare m dimenticanza. Esso non serve solo a dare uno speciale tono di solennità -alla celebrazione eucaristica; serve soprattutto, con il suo vario e ricco simbolismo, a disporre sempre più i fedeli ad una partecipazione inferiore alla celebrazione.

 

L’ incensazione del pane e del vino, posti sull’altare, e dello stesso altare, vuoi significare « che l’offerta della Chiesa e la sua preghiera si innalzano come incenso al cospetto di Dio» (PNMR n. 51). Inoltre l’estensione dell’ incensazione al sacerdote e ai fedeli, vuoi essere er loro un ulteriore richiamo a sentirsi personalmente coinvolti nella presentazione dei doni posti sull’altare per il sacrificio, e una preparazione ad offrirsi con Cristo a Dio m sacrificio di soave odore (cfr. Et. 5,2).

« Deposte le offerte sull’altare e compiuti i riti che accompagnano questo gesto, il sacerdote invita i fedeli a unirsi a lui nella preghiera e pronunzia l’orazione sulle offerte: si conclude così la preparazione dei doni e si prelude alla Preghiera ‘eucaristica» (PNMR n. 53).

Questa orazione, detta dal sacerdote a nome di tutti, è conclusa con l’«Amen» dei fedeli.

 

 

 

PREGHIERA EUCARISTICA (o CANONE, o ANAFORA)

 

(PNMR nn. 54-55)

 

II Canone è il complesso di testi compresi tra il Prefazio e il Padre Nostro. E’ una orazione presidenziale, anzi è la più importante delle orazioni presidenziali (cfr. PNMR n. 10).

 

« 1 fedeli presenti alla celebrazione sono tenuti a partecipare attivamente con un ascolto attento e rispettoso e acclamando cordialmente nei momenti previsti nel rito » (S. Congreg. Culto Divino, istruz. Del 5-9-70 n. 4).

Una più piena ‘comprensione della preghiera eucaristica ci è data dall’esame della sua struttura.

 

I principali elementi che la costituiscono vengono elencati con il seguente ordine nel Messale Romano (PNMR n. 55): l’azione di grazie (Prefazio); l’acclamazione (il «Santo» • «Benedetto»); l’epiclesi; il racconto dell’istituzione e la consacrazione; l’anamnesi; l’offerta; le intercessioni, la dossologia finale.

 

Dopo un piccolo dialogo di apertura, c’è, al primo posto, un’azione di grazie formata, nella maggior parte dei casi, sulla base dei temi caratteristici di quel giorno o di quella festa. Si tratta del PREFAZIO, che significa: Orazione che precede il Canone. Serve a situare la prece nell’« oggi » e nel « qui e ora » della liturgia. L’invito « in alto i cuori» è riservato alla persona più autorevole che celebra, ed è un’esortazione a porre i nostri cuori a livello dello Spirito. Il Trisaghion, o triplice « Santo » è l’inno che si canta alla presenza di Dio (cfr. Is. 6, 1-5; Mt. 21,9). Esso è la risposta cantata all’invito iniziale; va cantato da tutta l’assemblea, che esercita in questo momento il suo ministero sacerdotale, regale e profetico. L’assemblea va portata a capire e percepire quale dignità implica questa proclamazione.

 

Si sconsiglia vivamente di mutare le parole della liturgia; si evitino testi del tipo « Santo è/ santo è santo …» ecc., « E/O Osanna è Osanna è…» eco. Che traducono in affermazione ciò che deve essere

acclamazione contemplante e adorante.

 

Il punto culminante di ogni preghiera eucaristica è l’imposizione delle mani o epiclesi (invocazione della discesa dello Spirito sui doni: «Ora ti preghiamo, manda il tuo Spirito…»): questo momento

esige il silenzio e l’immobilità di tutti: siamo in presenza dello Spirito Santo!

 

All’epiclesi segue il racconto dell’istituzione, la consacrazione e le Intercessioni = (l’« anamnesi») (cfr. PNMR n. 55 e.f.g.). Di particolare importanza è l’ultimo elemento della preghiera eucaristica:

la dossologia finale (cfr. PNMR n. 55h): «Per Cristo, con Cristo, in Cristo »: questo è il vero offertorio, perchè qui c’è Qualcuno che:

« A Te, Padre, da onore e gloria per tutti i secoli dei secoli! ». A questo punto l’Amen dell’ assemblea dovrebbe esplodere con una acclamazione poderosa e convinta. (Nelle Feste e Solennità sia sempre cantato. Il Presidente abbia cura di tenere ben elevati la Patena/Coppa e il Calice sino al termine del Canto dell’Amen, riponendoli con calma e favorendo l’Adorazione) siamo al culmine della Consacrazione, ed è qui il senso primo ed ultimo dell’Eucaristia.

 

Il gesto che accompagna questo momento è l’unica elevazione della celebrazione eucaristica, da non confondere (questo è compito del presidente), con la semplice presentazione del pane e del calice, che segue alle parole dell’istituzione.

 

La preghiera eucaristica per il suo ricco contenuto teologico costituisce un autentico atto di fede della Chiesa.

 

Per il suo carattere mistagogico — di introduzione cioè al mistero celebrato — può e deve esercitare un decisivo influsso sulla nostra vita spirituale di cristiani, ma ciò avviene solo se è debitamente partecipata e vissuta.

 

Da qui la necessità che la pastorale porti il cristiano a comprenderne gli elementi, che gli faranno prendere sempre più coscienza del ruolo sacerdotale che gli compete nell’offerta del sacrificio di Cristo, e nella sua partecipazione vitale ad esso.

RITI DI COMUNIONE

Novembre 8th, 2013

L’« Amen » della dossologia conclude la grande Preghiera eucaristica.

 

Con questa acclamazione ha termine la parte centrale della celebrazione, che si apre verso il suo culmine.

In effetti il sacrificio ha un vero significato solo se sfocia nella comunione, piena partecipazione all’offerta e punto di partenza per la trasformazione di chi vi prende parte.

 

Il duplice gesto di mangiare e bere è stato ritenuto in ogni tempo essenziale per il sacrificio Eucaristico.

 

PADRE   NOSTRO

 

II primo .rito preparatorio alla comunione — dopo la dossologia e l’elevazione — è costituito dalla proclamazione della « preghiera del Signore », cioè del Padre Nostro. Questo non fu sempre il suo posto nel rito Romano; fu Papa Gregorio a porre il Pater non dopo la « fractio panis » — come avveniva fino ad allora — ma subito dopo la preghiera eucaristica, per legarlo anche visibilmente al centro stesso della celebrazione.

 

La proclamazione del « Padre Nostro » viene introdotta da una breve formula pronunziata dal presidente. Il suo scopo è di richiamare l’importanza della preghiera del Pater e di invitare a proferirla con rispetto e devozione.

 

La preghiera del Padre nostro è stata accolta e mantenuta nella celebrazione ‘eucaristica prima della comunione, perché considerata una ottima preparazione ad essa, a causa delle sue domande: « dacci oggi il nostro pane quotidiano », « rimetti a noi i nostri debiti come noi

li rimettiamo ai nostri debitori».

 

Ciò è sottolineato nel Messale romano quando si dice che nella preghiera del Signore « si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono anche un riferimento al pane eucaristico, e si implora la purificazione dei peccati, così che realmente «i santi doni vengano dati ai santi» (PNMR n. 56 a).

 

Il Padre nostro si ispira chiaramente alle classiche preghiere di benedizione (lode e supplica) del rituale ebraico. E si può anche dire che tale preghiera costituisce — in un certo senso — la sintesi della precedente preghiera eucaristica.

 

Esso in Oriente è stato generalmente una preghiera del popolo. In Occidente invece il Padre nostro ‘era riservato generalmente al sacerdote. Tale fu invece anche l’uso nella liturgia romana fino al 1965.

 

Da tale armo il « Padre nostro » è affidato a tutta l’assemblea. Questa preghiera è stata fino all’antichità cantata o recitata ad alta voce.

Ma va data la precedenza, anche abitualmente, al canto (cfr. PNMR n. 56 a; n. 19).

 

 

 

 

SCAMBIO DEL SEGNO DELLA PACE

FRAZIONE DEL PANE

 

La presenza del rito della pace nella celebrazione eucaristica dell’Oriente e dell’Occidente è testimoniata sin dai primissimi secoli.

 

Tale rito all’inizio trovò dappertutto la sua collocazione prima dei riti di offertorio/ a conclusione della preghiera universale. Che tale fosse l’uso primitivo di Roma è testimoniato da San Giustino (Sec.II° ) e da Sant’ Ippolito (Sec. III°).

 

Successivamente, alla fine del Sec. IV° o all’inizio del V°, il rito della pace si trova spostato, a Roma, dopo il « Padre Nostro », prima della comunione. Sono varie ‘e confuse le vicende di questo gesto preparatorio della comunione nel rito romano. Oggi, dopo la riforma del Concilio Vaticano II il segno della pace viene scambiato tra tutti i fedeli quando ciò è ritenuto opportuno.

 

Nel nuovo Messale romano il rito della pace appare ben delineato e omogeneo. Esso consta dei seguenti elementi: preghiera per la pace, annuncio della pace, invito allo scambio del segno della pace, scambio del segno della pace (cfr. PNMR n. 112). Il loro scopo viene precisato: con il rito della pace «i fedeli implorano la pace e l’unità per la chiesa e per l’intera famiglia umana, ed esprimono fra loro l’amore vicendevole, prima di partecipare all’unico pane » (PNMR n. 56 b).

 

Anticamente il segno della pace partiva dall’altare, veniva scambiato secondo un ordine gerarchico ed era accompagnato dalla formula: « La pace sia con tè » « E con il tuo spirito ». Oggi non è precisata nessuna formula. Quello che più interessa nello scambio del segno della pace è che esso raggiunga il suo scopo, sia cioè espressione di pace e di amore fraterno. Tale pace, fatta anche di amore, è condizione preliminare per la comunione eucaristica, che i fedeli si accingono a ricevere come segno – realizzazione della loro unione con Dio e i fratelli. 11 segno della pace non indulgerà quindi a modalità meno convenienti, quasi dovesse favorire un momento di distrazione, ma sarà pervaso da quella sacralità da cui esso riceve pieno significato e orientamento.

 

Solo in occasioni straordinarie (es. 1° Gennaio) o se si prolunga molto (es. Messa Crismale), conviene accompagnare questo momento con un canto, che comunque non renda dispersivo tale gesto, che precede immediatamente la comunione eucaristica.

 

Al rito della pace segue quello della frazione del pane: il sacerdote  prende l’ostia, la spezza e ne mette una particella nel calice, mentre viene cantato ‘o recitato l’« Agnello di Dio» (cfr. PNM”R n. 113) : tale canto può essere ripetuto per tutto il tempo che dura la trazione, se vengono spezzati parecchi pani. E’ assurdo spezzare il pane durante il racconto dell’Istituzione!

 

Il gesto di spezzare il pane non è solo utilitario, ma comporta una teologia vivente della Chiesa, un significato fondamentale, e ha dato per molto tempo il suo nome alla celebrazione eucaristica (« Fractio Panis », secondo l’espressione degli Atti). Pertanto questo gesto stia al suo posto: è proprio del Presidente, e non può essere anticipato da alcuno, p.e.: durante lo scambio di Pace…

 

Anticamente a Roma questo frazionamento del pane consacrato aveva un duplice scopo: per poterlo distribuire ai fedeli e per mandarne un frammento alle chiese suburbane, perchè il sacerdote celebrante in esse lo mettesse nel suo calice, ad indicare che vi era unità di fede e di sacrificio tra esse e la Messa del Pontefice: tra gli accoliti destinati a portare questi frammenti di ostia, ve ne erano anche alcuni che 11 portavano ai Martiri, chiusi nelle carceri.

 

Pur mancando oggi questi scopi, non viene a mancare però, neppure ora, il significato simbolico.

 

Anche se le ostie oggi sono confezionate in particele precedentemente, lo spezzamento dell’Ostia vuole significare che tutti partecipiamo al medesimo Sacrificio, e che quindi tutti comunichiamo

al medesimo e unico Corpo di Cristo, formando un’unità, perché tutti nutriti dello stesso cibo, Cristo.

 

« Il pane che noi spezziamo non è forse comunione al corpo di Cristo? E poiché vi è un solo pane, noi siamo un corpo solo» (1 Cor. 10,16-17).

 

 

COMUNIONE AL CORPO E AL SANGUE DI CRISTO

 

Al canto o alla recita dell’« Agnello di Dio », che si ispira oltre che all’annunzio del Battista (cfr. Gv. 1,29), ai canti di gloria dell’Agnello riportati nell’Apocalisse, segue una breve preghiera personale di preparazione alla comunione da parte del Presidente (cfr. PNMR nn. 113-114).

 

Leggiamo al riguardo nel Messale romano: «II celebrante si prepara con una preghiera silenziosa a ricevere con frutto il Corpo e il Sangue di Cristo. Lo stesso fanno i fedeli pregando in silenzio » (PNMR n. 56f).

 

Questa breve pausa di silenzio (vedi scheda), da l’occasione ai partecipanti di riflettere sul grande dono della comunione. Terminata la preghiera personale di preparazione, « il celebrante mostra ai fedeli il pane eucaristico che sarà ricevuto nella comunione e li invita al banchetto di Cristo (PNMR n. 56 g) dicendo: «Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ».

 

Come immediata preparazione alla comunione, 11 sacerdote e i fedeli compiono un atto di umiltà (o atto penitenziale, come altri nella Messa) dicendo assieme: « O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato » (cfr. PNMR n. 56 g).

 

La formula si ispira alle parole pronunziate dal centurione di Cafarnao (cfr. Mt. 8,8; Le. 7,6-7).

 

Così si giunge al momento di partecipare al sacrificio eucaristico mediante la comunione sacramentale, atto con cui si approfondisce l’inserimento nel mistero di Cristo, e di conseguenza nel mistero della Chiesa.

 

Dopo il momento dell’offerta sacrificale del corpo e del sangue di Cristo, è certamente questo il momento in cui il singolo fedele e l’assemblea intera sentono più intensamente di essere legati a Cristo, di essere Chiesa.

 

Tra i molti rilievi che si potrebbero fare riguardo alla comunione sacramentale, ci limitiamo ai seguenti:

 

Comunione durante la Messa e con ostie consacrate in quella

Eucaristia

 

« Si raccomanda molto quella partecipazione più perfetta alla Messa, per la quale i fedeli, dopo la comunione del sacerdote, ricevono il Corpo e il Sangue dal medesimo sacrificio» (S.C. n.55). Con queste parole il Concilio Vaticano n0 ha voluto sottolineare il più alto grado di partecipazione attiva dei fedeli alla celebrazione eucaristica: quelo consistente nella comunione sacramentale fatta durante la Messa con ostie consacrate durante l’Eucaristia stessa alla quale sì partecipa.

 

La raccomandazione del Concilio si allinea con vari precedenti interventi della Sede Apostolica: dall’Enciclica « Certiores effecti » di Benedetto XIV0, alla « Mediator Dei » di Pio XII0 — per citare solo i più autorevoli —, ed i successivi Eucharistìcum Mystermm (del 25-5-1967), della Sacra Congr. dei Riti, « Sulla comunione eucaristica » (del 19/7/’89) della CEI.

 

Già negli ultimi secoli infatti, a causa di ima sempre più affievolita percezione del legame esistente tra comunione sacramentale e celebrazione eucaristica, i fedeli — senza un giusto motivo — facevano la comunione al termine della Messa o fuori di essa, e comunque con ostie consacrate durante una Messa precedente. Ciò perche non si percepiva più — sia a livello simbolico – rituale che a livello psicologico — l’importanza di accedere all’unico banchetto, dopo aver partecipato alla presentazione dei doni e aver offerto assieme al sacerdote la vittima divina.

 

Comunione sotto le due specie

 

La prassi della comunione sono le due specie per tutti i fedeli fu abituale nell’antichità di tutta la Chiesa. Essa si conserva tuttora nelle Chiese Orientali.

 

In Occidente invece, a cominciare dal Sec. XII°, la comunione sotto le due specie — per motivi pratici e a causa di tendenze teologiche erronee — venne riservata al solo celebrante.

 

Cambiati i tempi, e scomparse soprattutto le preoccupazioni di ordine dottrinale, il Concilio Vaticano II° ha giustamente ritenuto opportuno un uso più ampio della comunione sono le due specie (cfr. S.C. n. 55; PNMR n. 242; CEI «Nota pastorale sulla comunione sotto le due specie» del 16/1/1’975 nn. 10-11; «Sulla comunione eucaristica» n. 15).

 

I motivi di questo ritorno alle origini sono di natura teologico-biblico-liturgica. Fondamentalmente si tratta di riattualizzare quanto Gesù ha fatto nell’Ultima Cena, ubbidendo al suo comando dì comunicare al suo corpo e al suo sangue.

 

Inoltre: « La santa comunione esprime con maggior chiarezza la sua forma di segno, se vien fatta sotto le due specie. Risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico, e si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la nuova ed eterna alleanza nel Sangue del Signore, ed è più intuitivo il rapporto tra il banchetto eucaristico e il convito escatologico nel regno del Padre » (PNMR n. 240).

Si auspica vivamente che 1 fedeli — nei casi previsti — facciano la comunione sotto le due specie.

 

E’ dovere dei pastori esortare a ciò i fedeli e promuovere una debita catechesi in tal senso (cfr. PNMR n. 56 h); n. 241).

 

La comunione al sangue di Cristo si può fare o bevendo direttamente al caliceil modo più espressivo e da preferire, per quanto è possibile), o intinta con l’ostia nel vino consacrato (cfr. PNMR nn. 200-206; nn. 243-252).

 

Quando i fedeli bevono direttamente al calice, essi lo ricevono dal ministro competente, e lo accostano quindi alle labbra con le proprie mani, per poter bere comodamente (cfr. PNMR n. 244 d).

 

I fedeli si recano a ricevere la comunione processionalmente.

 

La processione di comunione non ha soltanto lo scopo di far svolgere con ordine e decoro il movimento dei fedeli (cfr. PNMR n. 22); essa è il segno dell’andare tutti insieme alla stessa mensa, e da contemporaneamente chiaro risalto ad un altro valore: è Cristo che ci viene incontro, mentre noi procediamo verso di lui. E’ dunque un momento escatologico.

 

A tale tematica devono ispirarsi i canti di comunione (cfr. PNMR n. 56 i), che non sono esclusivamente canti di carità (essi sono riservati alla processione offertoriale) (vedi scheda), ma canti escatologici: « Andiamo alla casa del Signore! ».

 

Non è necessario che il canto duri finche dura il rito di comunione.

 

L’ ” Antifona di comunione » potrebbe essere cantata in questo momento, intercalata dai versetti di un Salmo adatto; se non è cantata essa « viene recitata dai fedeli o da alcuni di essi, o dal lettore, o

anche dallo stesso sacerdote dopo che questi si è comunicato, prima di distribuire la comunione ai fedeli» (PNMR n. 561).

 

Grande valore può assumere, se ben compresa, la preghiera silenziosa dopo la ‘comunione. Benché sia facoltativa, si faccia di tutto perché diventi un elemento abituale della celebrazione eucaristica.

 

Alla preghiera silenziosa può seguire il canto di un Inno, di un Salmo,o un altro canto di lode: ciò che nella preghiera silenziosa è un sentimento inferiore, trova la sua espressione esterna e comunitaria nel canto di tutta l’assemblea.

 

Colletta, orazione sulle offerte e orazione dopo la comunione sono le tre Orazioni presidenziali che hanno una identica funzione: concludere un determinato gruppo di riti. La colletta conclude i riti introduttivi, l’orazione sulle offerte i riti di preparazione dei doni, l’orazioni dopo la comunione i riti di comunione. Essa è strutturalmente molto vicina alla colletta. Ma ciò che la caratterizza è la richiesta dei frutti della comunione eucaristica (cfr. PNMR n. 56 k). E ciò è fatto spesso con un richiamo alle situazioni concrete dei fedeli, al loro vissuto quotidiano.

 

Si stabilisce così un forte legame tra Eucaristia e vita che non deve conoscere soluzione di continuità.

RISERVA EUCARISTICA

Novembre 8th, 2013

Fuori della celebrazione del memoriale del Signore, l’Eucaristia è oggetto di culto come sacramento permanente.

 

L’Istruzione Eucharisticum Mysterium espone i fini per cui si conserva l’Eucaristia e raccomanda la preghiera davanti al SS. Sacramento. Quindi descrive il luogo dove conservarla.

 

Coerentemente il Messale raccomanda « che il luogo in cui si conserva la Santissima Eucaristia sia situato in una cappella adatta alla preghiera privata e alla adorazione dei fedeli» (PNMR n. 276).

 

Non conviene infatti conservare il SS. Sacramento sull’altare maggiore, perchè la presenza eucaristica di Cristo sull’altare non dovrebbe precedere l’apertura della celebrazione, ma, al contrario, coronarla.

 

La presenza del Signore nell’assemblea in preghiera, nel sacerdote celebrante, nella proclamazione della Parola, prepara ad accogliere la Sua presenza sostanziale nel pane e nel vino. (Cfr. S.C. n. 7).

 

 

 

RITI CONCLUSIVI

 

La celebrazione eucaristica ha avuto inizio con alcuni riti introduttivi. Essi hanno lo scopo di costituire l’assemblea liturgica e di stabilire un clima dì raccoglimento, di preghiera, di disponibilità all’ascolto e all’azione.

 

Anche al termine della celebrazione abbiamo alcuni riti, orientati allo scioglimento dell’assemblea.

 

— Comunicazione al popolo —

 

« Detta l’orazione dopo la comunione, si possono dare, se occorre, brevi comunicazioni (o avvisi) al popolo» (PNMR n. 123). Esse possono essere date dal sacerdote o dal diacono (cfr. PNMR n. 11; n. 139).

 

— Saluto e benedizione —

 

E’ naturale che il sacerdote, al termine della M’essa, rivolga il suo saluto ai fedeli. ‘Già all’inizio della celebrazione il sacerdote aveva sentito il bisogno di salutare l’assemblea appena riunita, scegliendo una delle formule indicate nel Messale romano. Una di queste è quella che il sacerdote riprende per il saluto finale della Messa:

« Il Signore sia con voi ». Esiste dunque un certo legame tra il saluto finale e quello iniziale: mentre il saluto iniziale apre uno spiraglio sulla celebrazione che seguirà, quello finale pone Invece il suggello ad essa.

 

Al saluto dell’assemblea segue la sua benedizione finale, che costituisce attualmente come lo sviluppo e il complemento del precedente saluto al popolo.

 

Con essa il sacerdote augura che le Tre Persone divine vogliano « dire bene/compiacersi » di coloro che hanno partecipato alla celebrazione e vogliano continuare ad arricchirli dei loro doni.

 

L’« Amen » acclamato dall’assemblea non è solo indice di adesione alla preghiera del sacerdote, vuole anche manifestare la certezza dell’esaudimento.

 

— Congedo —

 

Al saluto e alla benedizione segue il congedo dell’assemblea. Alla formula di congedo pronunciata dal ministro, il popolo risponde:

« Rendiamo grazie a Dio! ». Un’acclamazione che vuoi manifestare i profondi sentimenti che pervadono l’assemblea. Essa mette il suggello a tutta la celebrazione eucaristica, vero rendimento di grazie a Dio, per Cristo, in virtù dello Spirito Santo.

 

Altri due semplici .elementi rituali vanno sottolineati: il sacerdote, prima di lasciare il luogo dell’assemblea bacia l’altare (assieme al diacono) e gli fa la debita riverenza (assieme ai ministri) (cfr. PNMR n. 125; n. 141).

 

Sono gli stessi riti compiuti all’inizio della celebrazione eucaristica (vedi scheda). Ripetendoli ora i ministri intendono manifestare di nuovo — a nome dell’assemblea — la venerazione all’altare, simbolo

di Cristo (vedi scheda), e, quasi, congedarsi da esso.

 

Si può ancora ricordare che « Se alla Messa seguisse un’altra azione liturgica, si tralascino i riti di conclusione, cioè il saluto, la benedizione e il congedo» (PNMR n. 126).

 

Il Messale romano commenta così il rito del congedo: «… si scioglie l’assemblea, perché, ognuno ritorni alle sue occupazioni lodando e benedicendo Dio» (FNMR n. 57 b).

 

 

 

 

 

“Se Dio non si rivela,

se la Messa è soltanto quello che appare,

è tempo perso.

Noi abbiamo la necessità di vedere,

attraverso il rito,

qualche cosa che crei un’attesa”.

 

(D. Barsotti)

Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora