Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

MONSIEUR IBRAHIM E I FIORI DEL CORANO

Gennaio 24th, 2017

E’ un film del 2003 che solo ora ho guardato, spinta soprattutto dal desiderio di vedere Omar Sharif, che mi aveva affascinato in gioventù nel “Dottor Zivago”, recitare ormai da anziano attore. E devo dire che l’ho trovato splendido nell’interpretare il vecchio Ibrahim, arabo musulmano, proprietario di una drogheria in una via ebrea di Parigi, negli anni sessanta, un anziano che parlava poco e sorrideva tanto. Sicuramente perché riusciva a sfuggire all’agitazione dei comuni mortali.
Accanto a lui l’altrettanto bravissimo Pierre Boulanger, nelle vesti di Momo, il giovane ebreo coprotagonista.
Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano è una storia moderna che affronta, con estrema delicatezza, il rapporto tra culture e religioni rappresentate da un vecchio arabo e da un bambino ebreo.
All’inizio, tra i due, le conversazioni sono estremamente essenziali, brevi, scandite dalle visite quotidiane di Momo nel negozio di alimentari del bottegaio arabo.
L’irruzione improvvisa nel quartiere, di un’attrice che ricorda Brigitte Bardot trasforma il loro rapporto in una profonda amicizia. La domanda di Momo al negoziante sul perché del sovraprezzo praticato alla diva per l’acquisto di una bottiglia di acqua minerale e la risposta del vecchio: «… in qualche modo bisogna pure che rientri di tutte le scatolette che mi porti via», fa capire al giovane ebreo che davvero Ibrahim non «è solo un arabo, dopo tutto». In questo modo la diffidenza lascia spazio all’incontro di due mondi: quello di un bambino e quello di un vecchio, quello di un ebreo e quello di un musulmano.
Ibrahim diventa una figura di riferimento per Momo, un padre amorevole ed affettuoso.
La vita in una situazione difficile rende Momo un ragazzo depresso, ma la sua sfiducia e il disprezzo nei confronti della vita vengono cancellati dalle perle di saggezza racchiuse nel Corano di Monsieur Ibrahim: il sorriso appunto «… è il sorridere che rende felici», il dialogo «Se si vuole imparare qualcosa, non si legge un libro. Si parla con qualcuno», la bellezza «La bellezza è dappertutto, Momo. Dovunque tu giri lo sguardo», l’amore «Quello che tu dai, Momo, è tuo per tutta la vita; e quello che non dai è perduto per sempre !», ma anche la tolleranza.
Dopo la morte per suicidio del padre naturale Monsieur Ibrahim adotta Momo che finalmente ha un vero padre.
Il vecchio arabo e il giovane ebreo adesso sono pronti per fare, a bordo di un’automobile rossa, un viaggio insieme alla scoperta della Mezzaluna d’Oro, per vedere il mare.
Monsieur Ibrahim insegna a Momo a distinguere un paese ricco da un paese povero: «Quando vuoi sapere se il posto dove ti trovi é ricco o povero, guarda la spazzatura Se non vedi l’immondizia né pattumiere, vuol dire che é molto ricco.
– Se vedi pattumiere ma non immondizia, é ricco.
– Se l’immondizia é accanto alle pattumiere, non é né ricco né povero: é turistico.
– Se vedi l’immondizia e non le pattumiere, é povero. E se c’é la gente che abita in mezzo ai rifiuti, vuol dire che é molto, molto povero.
Padre e figlio giocano, anche, ad indovinare i luoghi di culto dagli odori:
«Mi conduceva nei luoghi di culto con una benda sugli occhi perché indovinassi la religione dall’odore :
Qua c’é odore di ceri, é cattolico.
… Qui c’é odore d’incenso, é ortodosso.
… E qua c’é puzza di piedi, dev’essere musulmano…
Non ti piace un posto che odora di corpi umani ?”
Il viaggio nella Mezzaluna d’oro diventa lo strumento per l’iniziazione alla maturità di Momo e l’addio alla vita di Monsieur Ibrahim.
Orfano per la seconda volta, Momo ritorna a Parigi, eredita la drogheria del padre adottivo, e diventa per tutti “l’arabo della strada”.
Mi sembra che nella bella favola di Ibrahim e di Momo si possa leggere:

– la storia del rapporto tra un vecchio e un bambino;
– l’assenza di comunicazione tra un genitore ed un figlio;
– il disagio interiore di un bambino senza amore,
– il dialogo interreligioso interpretato da due personaggi semplici ed umili.
Questo bel film mi ha fatto ripensare a come il dialogo tra religioni diverse sia oggi attuale e soprattutto indispensabile. Ibrahim e Momo ci parlano del rispetto e della comprensione reciproca, ma anche della ricerca delle radici comuni, e così scopriamo che l’identità dell’altro e l’identità comune sono i ‘fiori’ del testamento spirituale di Monsieur Ibrahim.
Densa di intensi messaggi questa bella pellicola, in cui lo sguardo e il tono pacato e dolce del vecchio arabo, gli occhi intensi del giovane Momo e la loro profonda intesa catturano lo spettatore e fanno pensare a come sia vero e proficuo ‘l’ecumenismo dell’amicizia e del dialogo ’ di cui parla tanto spesso, e che mostra coi fatti Papa Francesco.

UNA SEPARAZIONE

Settembre 28th, 2016

UNA SEPARAZIONE
2011 – Regia di A. Farhadi
Ho appena terminato di vedere questo film iracheno magnifico e struggente, che avrei titolato “Le separazioni”.
I protagonisti sono un vecchio padre malato di Alzheimer, vittima innocente e inconsapevole di una situazione che si fa via via sempre più intricata lungo lo svolgersi della vicenda, e la nipote, una ragazzina vittima innocente ma consapevole del dissidio tra i suoi genitori, causa prima del dramma di coscienze che si interrogano su una vicenda, senza riuscire a dare una soluzione ai quesiti che le travolgono. La pellicola infatti innesca una serie di pesanti interrogativi sotto la facciata apparente di un conflitto familiare.
Il film percorre il dramma della ragazza, della madre, del nonno e della sua badante, riuscendo a coinvolgere lo spettatore in una situazione che ha la capacità di metterlo con le spalle al muro e dalla quale, pur in circostanze e modalità diverse, nessuno può sentirsi tranquillamente indenne.
E in tutte queste intricate vicende, chi paga? I figli.
In genere non amo le pellicole dal finale aperto, ma in questo caso mi pare non potesse essere altrimenti.
La scena finale è spiazzante e non la voglio anticipare: il suo ‘silenzio assordante’ ha interrogato anche la mia coscienza e devo ammettere che non ho saputo darmi una risposta. Credo che ad altri spettatori sia accaduto così, e penso sia proprio questo stimolo il messaggio più importante del film, che merita di essere visto anche se lascia con l’amaro in bocca e il cuore stretto.

VELOCE COME IL VENTO

Maggio 26th, 2016

VELOCE COME IL VENTO
Non solo per la mia passione per le corse automobilistiche questo film mi ha molto coinvolta.
Giulia ( la giovane bravissima Matilda De Angelis) è una diciassettenne con i motori nel sangue e non vuole mollare le corse nemmeno dopo la morte del padre, anche perché se la stagione in atto non la vedrà trionfare finirà col perdere tutto ciò che le rimane. Giulia è una donna forte e coriacea, ben più matura dei suoi diciassette anni anagrafici. Ma, sotto questa scorza, è pur sempre una diciassettenne, una ragazza ancora in fase di crescita e alla ricerca del suo posto nel mondo.
“Veloce come il vento” lascia un miscuglio di impressioni Il rombo delle marmitte grida al pari della dolorosa vicenda familiare alla quale si assiste, raccontata in modo diretto, senza comode scorciatoie
Proprio mentre Giulia si ritrova da sola si ripresenta Loris (un eccellente Stefano Accorsi), che interpreta in modo estremamente realistico un ruolo per lui inusuale,e che ha ammesso essere stato il più difficile della sua carriera: il fratello sbandato mai conosciuto che anni prima aveva percorso le sue stesse orme; nonostante sia inaffidabile e perennemente “fatto” il suo talento è l’unica speranza per la giovane per riuscire nella sua impresa.
E’ soprattutto la sua figura che mi ha fatto pensare. Ho sperimentato personalmente che gli individui da noi considerati strani, inaffidabili, hanno sovente una sensibilità che supera di gran lunga quella delle persone da noi considerate serie e affidabili, e una generosità che non ti aspetti, ma che ti lascia stupefatto.
Un film appassionante sul riscatto e sull’affetto, sulla velocità e l’emozione, che valorizza l’essenziale senza scadere nello spettacolo fine a se stesso. Il cast, su tutti Accorsi, coinvolge lo spettatore con una prestazione che stupisce per efficacia. E per chi ama i rally c’è molto da godere.
Giulia e Loris, dunque, dovranno tornare a conoscersi e imparare a tollerarsi l’un l’altra, cercando di trovare un equilibrio nel loro difficile rapporto, il quale però saprà dimostrarsi vincente. La fiducia di chi ti ama è una miccia irreversibile. Un motore che non perde giri, l’unico che consente a Loris di chiudere il cerchio della sua vita, tornare ad essere un pilota, per essere, per una volta, un campione, perchè che ha qualcuno per cui correre e vincere.
La pellicola, ha il maggiore punto di forza proprio in Giulia e Loris, e nel rapporto che si viene a creare tra queste due figure molto particolari, Loris è un tossico vero, una figura instabile, irresponsabile. Ma, sotto questa superficie di dolore e sporcizia, ha, come tanti nella sua situazione, ha un’anima buona ed empatica, che saprà rivelarsi carica di belle sorprese.

VIVIANE

Aprile 21st, 2016

VIVIANE
Un film del 2014, ma da non perdere. E’ un intenso ritratto femminile di rara forza, con una splendida protagonista (Ronit Elkabetz), che oppone una ferma, pazientissima resistenza a una norma inattuale. Viviane è una di quelle pellicole che chi ama il cinema (ed è curioso del mondo) non dovrebbe perdersi. Mi piace anche sottolineare la bravura di tutti gli interpreti di questa storia drammatica e paradossale, dalla cui rigorosa messa in scena scaturiscono, inattesi, anche momenti di pura ilarità.
Siamo in Israele. Una donna trascina il marito, che non vuole concederle il divorzio, davanti al tribunale rabbinico. Sarà una causa interminabile, una complessa partita tra lui e lei. Un film che si potrebbe definire femminista. La scelta della regia è puntata sullo sguardo, costruito per lo più di primi piani. Viviane persegue con coerenza l’obiettivo di essere libera. L’insistenza sul frazionamento del tempo vuol sottolineare l’inestimabile valore di un’esistenza libera, qui ripetutamente offesa da un’autorità cieca.
Viviane è un film in cui sembra non succedere niente e invece avvince e commuove con momenti drammatici e ironici, con una intensa sceneggiatura e attori eccezionali: specialmente lei, Viviane; l’attrice Ronit Elkabetzche incarna una donna battagliera e forte, dalla splendida, dolente bellezza. Qualcuno ha scritto che potrebbe essere considerata l’erede di Anna Magnani, e io sono perfettamente d’accordo. Lei sta davanti alla macchina da presa occupando tutte le inquadrature con il suo volto, il corpo, la voce e i silenzi. Da una parte c’è una donna che, semplicemente, rivuole la sua libertà e vuole uscire da una vita coniugale soffocante. Dall’altra, un marito che dichiara di amarla ancora, che l’ha sempre formalmente rispettata, e che vuole a ogni costo mantenere in piedi l’unità della famiglia, o meglio il suo simulacro.
Davanti al tribunale rabbinico, la donna può chiedere il divorzio, ma solo il marito può concederglielo, facendole cadere nelle mani il foglio con il suo consenso, pronunciando la frase “da adesso sei permessa a qualunque uomo”, come un oggetto senza valore che può passare da un padrone all’altro.
Una stanzetta bianca con due tavolini e quattro sedie, per i coniugi e i rispettivi avvocati, alla loro destra il computer del cancelliere, di fronte il tavolo con i tre giudici rabbini; in quello spazio claustrofobico passano gli anni della disperazione di Viviane e della ferrea ostinazione del marito Elisha.
La battaglia tra Viviane ed Elisha e tra i due difensori è fatta di parole, di silenzi, di sguardi: inflessibili, torvi quelli del marito, sofferenti, ostinati quelli di lei. Viviane ha una bellezza nobile e stanca, un viso pallido e intenso. Anche gli abiti segnano il crescere della sua insofferenza e voglia di ribellione. Prima vestita castamente di nero e in pantaloni, poi con una camicia bianca femminile, e ancora con le belle gambe nude e i sandali dai tacchi alti .
Alla fine porterà delle scarpe piatte, come per affrontare un futuro di libertà ma anche di rinuncia.
Il marito le concede il divorzio solo se fa voto di non avere rapporti con altri, e lei accetta.
Quanto vissuto da Viviane provoca un turbinio di emozioni: stupore, angoscia, rabbia . Ma la trama pian piano si evolve, lascia la stanza, si scrolla di dosso fatti e dettagli per trasformarsi in un inno alla libertà di ogni individuo, prescindendo dalle situazioni, dai luoghi o dal credo. Mi è tornato in mente, ascoltando Viviane che accetta di non essere di nessun altro pur di ottenere il divorzio, un episodio della mia giovinezza. Quando ho detto al mio padre spirituale che intendevo entrare in convento, lui, conoscendo il mio spirito ‘indipendente’, mi disse: “Ricordati che dovrai rinunciare alla tua libertà”. Io accettai con entusiasmo. Ma in convento mi sono resa conto che rinunciando ho conquistato la vera libertà.
Vedendo questa bella pellicola, non ho potuto non pensare a un altro processo, a un’altra donna, alla Giovanna d’Arco di Dreyer. Può sembrare irriverente l’accostamento, o fuori luogo. Non lo è.

RISORTO

Aprile 10th, 2016

RISORTO
In genere non mi piacciono i films storici, specie quelli che si rifanno alla Sacra Scrittura.
Mi ha però incuriosito il “Risorto” uscito proprio nel tempo di Pasqua. E l’ho visto.
Devo dire che non mi è dispiaciuto, e mi ha fatto riflettere.
Gli eventi che riguardano Gesù, dalla crocifissione alle apparizioni post-pasquali sono narrati dal punto di vista di un non credente, il tribuno romano Clavio, incaricato da Pilato di sedare i disordini provocati dalla crocifissone, e poi di ritrovare il corpo del crocifisso scomparso.
Le scene sono sobrie e suggestive – tranne quelle finali che sembrano adatte –forse- ai bimbi del catechismo.
Mi è piaciuta in particolare la descrizione dell’apparizione a Tommaso: un Cristo ‘in carne’ che prende la mano di Tommaso e la pone nel suo costato e nei segni dei chiodi. E’ vero, il vangelo dice che a Tommaso è bastato vedere senza toccare, ma l’idea di presentare il Risorto in modo normale, senza bagliori sfolgoranti e un aspetto ‘etereo’, mi è piaciuta e mi ha emozionata.
Interessanti anche alcuni dialoghi ‘apocrifi’. Il tribuno, che lascia tutto per cercare quello strano personaggio che ha visto morto e poi vivo, chiede a Pietro: “Perché non si è mostrato a tutti?”. E Pietro risponde “Non lo so! Noi siamo dei seguaci, e lo seguiamo per scoprirlo.”
E quando, di fronte al pericolo, i discepoli dichiarano di non avere paura, Clavio esclama con acume: “ Dovete temere per ciò che vi è stato affidato”. E più in là, ad un suo ex corri legionario alla ricerca dei cristiani: “Ti è affidato il destino del mondo; esso sta in questi uomini”.
Ma il tribuno dichiara però di non riuscire a conciliare tutto quello che ha sperimentato nella sua ricerca, con il mondo che conosce.
La finale è aperta: Clavio resta nella sua incredulità pensosa che lo accomuna a molti nostri contemporanei, e continua il suo cammino.
Nell’insieme un film che fa pensare e che interroga anche i cercatori di oggi.