Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

L’ORA DI RELIGIONE

ottobre 18th, 2015

L’ORA DI RELIGIONE

Ho letto a suo tempo le varie ‘reazioni’ all’ultimo film di Bellocchio .”L’ora di religione”, che solo recentemente ho avuto l’opportunità di vedere.
Devo dire che come religiosa non mi sono sentita offesa dal tema trattato, e, anzi, questo film, che fa senz’altro molto pensare, mi è parso profondamente religioso, e la figura dell’ateo Ernesto 8magnifica l’interpretazione di castelletto), quella del più ( o dell’unico) ‘credente’ tra i personaggi.
E mi è venuta subito alla mente la sottile affermazione di Lutero il quale sosteneva che ‘ le imprecazioni degli empi hanno agli occhi di Dio una voce più gradevole dell’Alleluja dei pii credenti’
E proprio la ‘bestemmia’ urlata dal fratello pazzo (è il momento più intenso e commovente del film quello dell’interrogatorio in manicomio) mi è parso un atto di religiosità autentica, una implorazione che mi ha ricordato il “Dio mio perché mi hai abbandonato?” del Getzemani, così come la misteriosa figura dell’insegnante di religione, che appare e scompare, mi ha fatto andare con la mente al Cantico dei Cantici.
Le immagini ‘felliniane’ del vaticano, irreali, sarcastiche, dissacranti, non disturbano proprio perché paradossali, come tutto il film, che però vuole stigmatizzare l’ipocrisia che troppo spesso alberga tra i ‘pii osservanti’. (Vedi per tutti il Cardinale così ben tratteggiato in modo volutamente ‘estremo’ nel suo pio e rigido atteggiarsi.)
Tutti gli episodi e i personaggi sono ‘esagerati’ nei loro discorsi e atteggiamenti; mi è parsa emblematica a tal proposito la scena del ‘finto duello’: allo sfidante basta che le spade siano sguainate, per ritirarsi subito senza rischiare, mentre il protagonista, anche qui, vuole ‘fare sul serio’.
Ecco, nell’immagine dello sfidante ‘pro forma’ e di colui che accetta la sfida (con paura, ma per davvero!) mi pare racchiuso tutto il simbolismo di questo intenso film che, giustamente forse, è stato vietato ai minori di 14 anni, ma che consiglio agli adulti – a qualunque ‘credo’ o ‘non credo’ appartengano – di vedere e gustare.
Ha scritto Padre Maggiani a proposito di questo film – e condivido il suo dire-, che esso “propone una cammino di speranza: alla fine dl protagonista porta il figlio a scuola, lì dove vi è l’ora di religione, mentre in primo piano sventola la bandiera d’Europa”.

Sr.Anna Maria osb

SE DIO VUOLE

agosto 14th, 2015

SE DIO VUOLE
Si tratta di una commedia che unisce, a mio parere in modo garbato, sacro e profano.
Tommaso e sua moglie Carla hanno due figli: Bianca, priva di interessi, e Andrea, un ragazzo brillante, iscritto a Medicina, pronto a seguire le orme del padre, famoso cardiochirurgo, freddo e impassibile, di cui i collaboratori hanno un ‘reverenziale timore’.
Ultimamente Andrea sembra cambiato e si comporta in modo strano. Il dubbio si insinua: Andrea è gay! Chiunque potrebbe entrare in crisi, ma non Tommaso, che detesta ogni forma di discriminazione.
In ‘ Se Dio vuole’: Giallini (Tommaso) fa da àncora alla storia utilizzando la sua la capacità di rimanere credibile attraverso le trasformazioni del suo personaggio, e Gassman si cimenta finalmente con un ruolo diverso da quello dello sbruffone ricco e arrogante cui il cinema italiano l’ha relegato.
Il giorno del chiarimento arriva. Andrea raduna la famiglia: “Ho incontrato una persona
che ha cambiato la mia vita e quella persona si chiama Gesù. Per questo ho deciso di diventare sacerdote!”.Per Tommaso, ateo convinto, che considera quello del prete ‘un mestiere anacronistico’, è una mazzata terribile. Finge di dargli appoggio ma inizia a seguirlo di nascosto. Arriva così a Don Pietro, un sacerdote davvero “sui generis”. E’ lui il nemico.
La marcia in più di Se Dio vuole mi pare la capacità di misurarsi con leggerezza e profondità con il tema del divino. Senza mai fare la predica, senza nemmeno mai prendere una posizione pro o contro Dio o la Chiesa, il film parla del bisogno di ognuno di noi di puntare a qualcosa di più alto di ciò che la realtà quotidiana ci offre, racconta ciò che manca ad ognuno di noi senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.
Giallini e Gassman, si spalleggiano senza mai rubarsi la scena; l’alchimia tra i loro personaggi, così diversi, è eccellente e trascina l’intero film. All’inizio i protagonisti sono l’uno l’opposto dell’altro ma la corazza del cinico Tommaso, grazie alla vicinanza così vitale di Don Pietro, inizia a cedere e a lasciar gradualmente filtrare piccoli scorci di luce, fino a portarci ad un finale spiazzante, che capovolge le premesse iniziali.
Finalmente ci è offerta una commedia priva di volgarità, dalla cui visione si esce rigenerati grazie al fatto di aver riso, di essersi un po’ commossi e di aver dato uno sguardo alle “cose alte”.

NON SPOSATE LE MIE FIGLIE

agosto 13th, 2015

Non sposate le mie figlie!
Questa commedia del regista francese Philippe de Chauveron esalta il valore della famiglia e la pacifica convivenza fra popoli e razze diverse, anche se a scapito della propria identità religiosa.
Claude e Marie Verneuil, sono benestanti che vivono in una sontuosa villa nella provincia francese. Lei è cattolica, lui si definisce gaullista e hanno finito per accettare come generi, loro malgrado, un ebreo, un arabo e un cinese. I rapporti con i generi non sono sempre facili ma nutrono grandi speranze nei confronti della quarta figlia, che ha detto loro di avere un fidanzato cattolico. Peccato che la figlia ancora non ha avuto in coraggio di rivelare loro che si tratta di un ragazzo di origine africana… L’ambientazione borghese consente di portare in scena dialoghi arguti, spesso colti e comportamenti che restano nei limiti della buona educazione, per arrivare a dimostrare che le nostre precomprensioni sono spesso sbagliate.
In questo Non sposate le mie figlie ci si trova di fronte all’ipotesi paradossale di una coppia di coniugi con quattro figlie sposate o fidanzate con il ventaglio più vasto possibile di etnie diverse: un arabo, un ebreo, un cinese e un africano. L’argomento è sicuramente attuale
Il film è stato un successo di botteghino in Francia fin quasi ad arrivare a raggiungere ‘Quasi amici’ (dello stesso regista) la cui formula in fondo è simile: affrontare un problema serio stravolgendo la percezione abituale con cui si guarda il problema e arricchendo il racconto con una buona dose di comicità frizzante e non volgare. Ma mentre Quasi amici ha voluto trasmettere un messaggio molto bello (trattare un infermo non come un infermo ma per quello che è veramente: una persona umana con desideri e volontà), in questo ‘Non sposate le mie figlie ‘il tema dell’integrazione razziale viene affrontato in modo molto particolare. Anche se i coniugi Verneuil (lei viene definita una cattocomunista, lui è un gaullista) sono molto perplessi sulle scelte delle loro figlie, non si possono lamentare: il genero arabo è un affermato avvocato; il cinese lavora in banca, l’ebreo è un imprenditore e l’africano un attore di teatro: si tratta qui di immigrazione selezionata, che mette da parte problemi più seri di integrazione e povertà. A rimuovere ogni dubbio i quattro giovani non esitano a cantare la Marsigliese davanti al suocero volendo dimostrare di considerarsi francesi a tutti gli effetti.
Dove stanno allora le tensioni interrazziali? Il film prende in giro i clichè con cui vengono raffigurate le tradizioni dei paesi di origine. La circoncisione e il non mangiare maiale per ebrei e arabi, lo spirito commerciale e l’incapacità di sorridere dei cinesi. Il messaggio che il film trasmettere emerge in modo chiaro: al di sopra delle tradizioni di origine c’è l’amore coniugale e l’amicizia fra gli uomini. Ma personalmente mi ha infastidito che in questo ‘vogliamoci bene’ generale venga inserita anche la religione, solo per la partecipazione a belle coreografie in occasione di eventi particolari. Per la cerimonia della circoncisione del loro nipote, il signor Verneuil non esita a indossare il Kippah; per la notte di Natale anche l’ebreo, il musulmano e il cinese partecipano alla messa di mezzanotte perché è una bella tradizione. In linea con lo spirito goliardico del film non manca la presenza di un sacerdote giocherellone, che mentre confessa procede, non visto, a fare teleacquisti con il suo tablet. Il film coglie anche alcuni sentimenti profondi. La quarta figlia, comprendendo che i genitori stanno per divorziare a causa del suo fidanzato di origine africana, ritiene giusto annullare la cerimonia nuziale: non si può costruire la propria felicità a scapito di quella degli altri.
Nell’insieme però è una commedia rilassante, adatto per questa calda estate!

L’ ULTIMO LUPO

luglio 6th, 2015

L’ULTIMO LUPO

Rischio di essere poco obiettiva nel recensire questo docufilm che è stato accolto piuttosto negativamente dalla critica.
Ma io sono innamorata della natura e dei suoi abitanti, con una predilezione per i primi cugini dei lupi: i cani. E la storia del lupetto cresciuto con amore da Chen Zhen mi ha conquistata.
La pellicola descrive gli eventi accaduti in Mongolia ai tempi della rivoluzione cinese, quando vennero annullati equilibri ecologici delle steppe mongole e si dovettero abbattere i lupi i quali, mancando di prede, che venivano cacciate dagli uomini, attaccavano greggi e mandrie di cavalli.
Le scene mi hanno affascinato, non soltanto per la bellezza naturale e selvaggia delle praterie, ma anche per le sequnze intense e drammatiche dell’inseguimento della mandria di cavalli da parte dei lupi, e dell’inseguimento del lupo capobranco da parte dei cacciatori.
Uno degli elementi fondamentali e da ammirare nel film è la verginità degli spazi .“Lo splendore della steppa è lo scrigno del lupo della Mongolia, il simbolo eroico e selvaggio della vita selvaggia”.
Il film fa riflettere su un argomento di grande attualità: la complessità degli equilibri ecologici del pianeta, che crea una serie di conseguenze che rischiano di essere incontrollabili.
Con intelligenza e delicatezza Annaud, il regista, famoso tra l’altro per il suo ‘Il nome della rosa”, ci ricorda che stiamo perdendo troppe importanti abitudini, non ultima quella del rispetto per l’altro, il diverso da sé.
Presi dalla storia, si finisce col mettersi dalla parte del lupo e del suo amico umano, che rende il racconto molto tenero, da vedere e, a mio parere, utile da proiettare nelle scuole.
La trama è semplice: Chen Zhen, giovane studente di Pechino, viene mandato in una zona interna della Mongolia per insegnare a una tribù di pastori. Ma, a contatto con una realtà così diversa dalla sua, il giovane scopre di essere lui ad avere molto da imparare sulla comunità, sulla libertà, ma specialmente sui lupi, gli esseri più rispettati e riveriti della steppa. Affascinato dal legame che lega i pastori ai lupi, e dalla forza e astuzia degli animali, Chen un giorno trova un cucciolo e decide di addomesticarlo. Tra i due si crea un rapporto forte e tenero, che provoca però diversi problemi, e che è minacciato dalla decisione di un rappresentante del governo di eliminare tutti i lupi della zona.
Scampato a varie vicissitudini il lupetto sopravvive, e la decisione finale, difficile ma necessaria, di lasciarlo ad un certo punto libero, sono momenti di profondo ed intimo lirismo, tutto presentato nella scena finale della interessante pellicola.

NEBRASKA

febbraio 25th, 2015

NEBRASKA
Nebraska, un film del 2014 tenero e intenso: una poesia in bianco e nero che ci presenta un’ umanità autentica in un misto di comicità e malinconia.
La trama narrata con pacatezza e dovizia di particolari, eppure con essenzialità e senza sbavature, racconta del rapporto che pian piano si ricompone tra il padre, frastornato e claudicante,ma ostinato nel voler ritirare la sua vincita, e i figli, in particolare il minore, dall’aspetto un po’ scialbo e indifferente, che pian piano si intenerisce, fino ad accompagnare il vecchio padre nel lungo viaggio per ritirare un ipotetico premio milionario, che si rivelerà una bufala.
Colpisce il gesto finale di David, che commuove oltre al protagonista anche gli spettatori, e la spiegazione a chi gli chiede: “Ha l’Alzheimer?”, a cui risponde secco: “Crede a ciò che gli dicono”. E’ il segno di un rapporto ormai recuperato totalmente.
Accanto al messaggio del rapporto recuperato tra due generazioni, che attraversa tutto il film, si evidenzia nella pellicola un altro tema: la fame di denaro che riemerge appena si scopre che il vecchio amico di un tempo è diventato (diventerà?) ricco; si rifanno vivi i creditori che pretendono di riavere i prestiti dati molti anni prima … Il mondo, l’uomo non cambia mai, in qualsiasi epoca e in qualsiasi luogo si viva!
L’attore principale Bruce Dern – premiato a Cannes, che a mio parere avrebbe meritato anche l’Oscar- è affiancato da un cast eccellente, Emerge tra tutti la figura della moglie, petulante e dal carattere opposto a quello di Woodi, prodiga com’è di battute pungenti e a volte piccanti.
Quando Woodi scopre di non aver vinto nulla, rivela anche il motivo della sua ostinazione a voler ritirare quel premio a tutti i costi. Al figlio che gli chiede perché si ostini tanto, il vecchio padre – che tra l’altro non è più in grado di mettersi alla guida – afferma in prima battuta: “Voglio un furgone nuovo e basta!”. Ma aggiunge subito: “E’ per voi figli: volevo lasciarvi qualcosa”.
Termina così questa bella ‘favola’ dei nostri giorni, che lascia un messaggio di amore a tutti, in primis alle famiglie.