Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XIII DOMENICA ‘C’

Giugno 26th, 2019

30 giugno 2019                           LECTIO DIVINA

 

XIII DOMENICA  Anno C

Vangelo di Luca, Capitolo 9, versetti 51-62

“Ti seguirò dovunque tu vada”

Questa pagina evangelica ci presenta l’inizio del lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme.

L’espressione “Mentre stavano per compiersi i giorni…” (v.51) è la stessa che S.Luca usa per porre l’attenzione sui grandi eventi della storia, oggetto della sua opera di evangelista (vedi Lc.4,21, all’inizio del ministero di Gesù; Atti 2,1, il giorno di Pentecoste, inizio della missione della Chiesa; Atti 19,21, quando Paolo decide di andare a Gerusalemme e poi a Roma). Quindi questo viaggio di Gesù realizza un momento fondamentale nel piano della Storia della salvezza.

Con l’espressione del v.51:” i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo” bisogna intendere l’intero mistero pasquale, nella totalità dei suoi momenti (passione- morte- risurrezione- ascensione-pentecoste): La mèta di questo viaggio è Gerusalemme, verso la quale Gesù procede con estrema decisione. Gerusalemme non è più dunque soltanto una méta geografica, non è una fine, ma un fine,

un traguardo finale lungamente atteso e fortemente da Lui desiderato.

L’espressione “si diresse decisamente” letteralmente suona così: “fissò il volto verso Gerusalemme”, e sta ad indicare il fermo proposito di Gesù di salire la Città Santa, costi quello che costi

L’ultima parte del vangelo di oggi (versetti 57/62) parla di tre uomini che si incontrano con Gesù: troviamo qui il tema del radicalismo evangelico. Si tratta di tre incontri emblematici, perché Gesù mostra a tutti le esigenze radicali della sequela: Nel primo e nel terzo caso è l’interessato che prende l’iniziativa, nel secondo invece l’invito parte da Gesù. La ‘punta’ di ogni singolo episodio è costituita dalla frase finale di Gesù, e in tutti e tre i casi Gesù invita al realismo, prospetta il servizio che si attende ed enuncia le esigenze radicali della sequela.

Il primo interlocutore esclama : “Ti seguirò dovunque tu vada” (la stessa esclamazione che troviamo più avanti in Pietro, che poi si smentisce… ). Ma Gesù riporta a un sano realismo: non si tratta di abbracciare una dottrina, ma soprattutto di fare propria l’esperienza di un perseguitato di un crocifisso….”Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (v.58): seguire Gesù implica la rinuncia ad ogni forma di sicurezza. Quando Gesù poserà il capo sarà sulla croce, per morire…

“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (v.60): qui per ‘morti’ si devono intendere tutti coloro che non hanno ancora trovato Lui, e perciò la loro vita non partecipa ancora della novità del Regno, e della Risurrezione.

“Ti seguirò Signore, ma prima lascia…” (v.61): questa espressione richiama la I^ Lettura di oggi, che ci presenta la chiamata di Eliseo da parte del profeta Elia. Gesù si dimostra assai più esigente dell’antico profeta: egli non vuole solo coraggio e prontezza nell’accogliere l’invito-comando suo, ma esige anche fermezza e costanza  nel portare avanti il proprio impegno, senza rimpianti o pentimenti.

L’insegnamento di tutto il nostro brano è chiaro: ogni tentativo di sottrarsi alla chiamata, ogni ricerca di compromesso, ogni pretesto per non considerare l’urgenza del comando, ogni illusione di poter progettare da sé la propria vita, porta inevitabilmente all’allontanamento – o all’esclusione! – dal Regno  di Dio. Attenzione: solo in apparenza questa pagina evangelica riguarda solo quelli che hanno una particolare vocazione: la vocazione battesimale, che è di tutti i cristiani, esige fondamentalmente le stesse disposizioni di spirito. Per tutti infatti il Vangelo comporta rischi, rinunzie e fedeltà a tutta prova, ma a tutti assicura anche gioia: “il centuplo quaggiù e la vita eterna!”.

SS. TRINITA’

Giugno 17th, 2019

16 giugno 2019           LECTIO  DIVINA

 

 

SOLENNITA’ DELLA SANTISSIMA TRINITA’   “C”

 

“ Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera”

                                                                                       

Vangelo di S.Giovanni, Capitolo 16, versetti 12-15

 

Come l’Alleanza nell’Antico Testamento o la divinità di Gesù nel Nuovo, così il mistero della Trinità è stato rivelato prima coi fatti che con le parole. Esso riceverà la sua formulazione ufficiale solo nel Concilio di Nicea del 325.

Nel brano evangelico di oggi vediamo che Gesù constata , al termine della sua missione terrena, di non aver potuto ancora trasmettere tutto il suo messaggio ai discepoli. Non basta infatti (versetto 12) che il messaggio sia stato pronunciato perché sia anche capito. Inoltre siamo alla vigilia della passione, e i discepoli non sono ancora in grado di ‘portare’ tutto il messaggio di Gesù.

Nei versetti seguenti Gesù promette la venuta dello Spirito che li guiderà verso tutta la verità. Ormai Gesù ha presente l’avvenire, il tempo dello Spirito che comincerà a Pasqua.

Come Gesù lo Spirito è un inviato: anche lo Spirito dirà quello che ascolta da Dio, così come Gesù ha detto ‘quello che ha udito dal Padre’. Al versetto 13 Gesù dice che lo Spirito “annunzierà le cose future. Ma qual è l’avvenire che farà conoscere ai discepoli? Parecchi hanno pensato che si t della fine dei tempi.Ma Giovanni conosce un tempo già abbastanza lungo tra la morte di Gesù e il suo ritorno. Sembra più probabile che l’evangelista pensi qui a tutto l’avvenire della Chiesa. Giovanni sa che i discepoli hanno conosciuto situazioni diverse da quelle del tempo di Gesù e sa che lo Spirito li ha guidati facendo loro cogliere il senso delle parole e degli atti di Gesù, e facendo comprendere il significato della storia alla luce del vangelo del Maestro.

Le ‘cose future’ non sono dunque altro che la vita che i suoi discepoli sono chiamati a costruire a mano a mano in una storia che si apre ad un futuro sempre nuovo, che va vissuto nella fede.

Lo Spirito compirà la sua opera portando i discepoli ad assimilare la verità del Cristo, richiamando alla loro mente e al loro cuore le Sue parole (v.15): “per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annunzierà”.

Ora dipende dallo Spirito santo la comprensione e l’introduzione dei credenti nel mondo di Dio, la cui vita è interamente dono, amore, gioia di amare e di essere amato.

Bisogna che lasciamo penetrare nel cuore la testimonianza dello Spirito di verità per aderire sempre più profondamente alle Parole di Gesù in modo che tutta la nostra esistenza ne venga trasformata, perché solo Lui sa far fermentare il divino nell’umano.

L’Antico Testamento ha sempre concepito lo Spirito come soffio di Dio, ma non vedeva nello Spirito una Persona, e i credenti dovettero percorrere una lunga strada per giungere a interpretare la loro esperienza spirituale. Su questa via, S. Giovanni si è spinto più lontano di tutti gli autori del Nuovo testamento, e ci ha aiutato a penetrare nel mistero della Trinità, che è la massima espressione possibile di Amore:

  • Dio ama l’uomo di un amore gratuito e infinito (è Padre),
  • La nostra distanza da Dio ha fatto sì che si incarnasse per donarsi a noi (è Figlio),
  • E così nulla ha impedito l’effusione dello Spirito e del suo Amore (cioè di se stesso).

E’ questa la maggiore fonte della nostra beatitudine: che le Persone della Trinità ci ammettano a godere del loro amore. Ciò che dà più gioia e sicurezza ad un bambino è che il papà e la mamma si amino tra loro. Questo è, paradossalmente, più importante del fatto che essi amino lui. Perché egli non vuol essere amato con un amore diverso e a parte, ma vuole essere ammesso all’amore con cui il padre e la madre si amano tra loro, perché da questo amore egli ha avuto origine. Questo vale anche per noi nei confronti di Dio!

III DOMENICA DI QUARESIMA ‘C’

Marzo 20th, 2019

24 marzo 2019
III DOM QUAR C

Lc. 13, 1-9

“…Prendendo la parola, Gesù disse loro: credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? … No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo::

Gesù parla di una protesta soffocata nel sangue da Pilato. Gesù riporta il fatto con fare volutamente provocatorio: il Messia sarà colui che mette fine a questi soprusi? Perché Dio tollera queste ingiustizie verso i suoi devoti? Il credente, in ogni epoca, è interpellato dal male, dall’ingiustizia, dalla tracotanza del potere.
Il secondo fatto di cronaca riportato è ancora più provocatorio. Non si tratta di una contrapposizione bene/male, giusti/ingiusti, buoni/cattivi, ma di un fatto tragico : diciotto persone sono morte per il crollo di una terre. La storia quotidiana è costellata di simili eventi: ma dove, e dalla parte di chi sta Dio? E ancora: Perché accadono cose simili? Perché a loro, perché il quel momento?
Si fa appello alla Scrittura per trovare una risposta, che diventa anche una risposta su Dio. Chi è? Come agisce? Dio, nel roveto ardente si rivela a Mosè come un Dio vicino e insieme misterioso, schierato dalla parte degli oppressi ( 1 lettura).
Nel Vangelo Gesù ci dà un’altra risposta: il suo è un invito chiaro a non giudicare, ma a considerare anche le disgrazie inspiegabili e assurde come segni chi inducono a convertirsi, a volgersi a Dio e a considerare la storia con i suoi occhi, a non approfittare della sua pazienza per ritardare il momento della conversione, ma a maturare una mentalità diversa, che segni il passaggio a un’adesione filiale a Dio, che giudica con misericordia.
Il male in noi e intorno a noi provoca la nostra fede: può rafforzarla, ma può anche sradicarla: il male esiste e interroga la nostra responsabilità.
Gesù ci insegna ad interpretare gli eventi e a cogliere il messaggio che ci raggiunge. Quelli che hanno subito una morte violenta e quelli che sono morti per il crollo della torre di Siloe non sono stati raggiunti dal castigo di Dio. E’ fuorviante leggere nella loro fine il castigo per i loro peccati.
La parabola del fico mette davanti ai nostri occhi l’agire di Dio, che non agisce con fretta, per giudicare e condannare. Il padrone infatti accetta la proposta del vignaiolo di aspettare e pazientare.
Dio, proprio perché ama, sa anche attendere con pazienza il tempo dei frutti. Gesù – rappresentato dal vignaiolo – prende su di sé la fatica perché il fico fruttifichi.
Dio prende su di sé l’attesa della nostra conversione, si immerge nella fatica fino alla morte di croce, perché noi creature possiamo portare frutto. A ciascuno è lasciata la possibilità di aderire o meno, con la conversione, alla proposta salvifica di Dio.

MAI PIU’: PER FEDE E PER GIUSTIZIA

Febbraio 27th, 2019

Lotta agli abusi. Mai più: per fede e per giustizia. Il coraggio dell’umiliazione
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Stefania Falasca – Avvenire 24 febbraio 2019
Il coraggio per cambiare ha un nome: si chiama umiliazione. Quella di lasciarsi prendere a schiaffi la coscienza dal “tu per tu” con chi nella carne è stato umiliato. Per chi ha voluto lasciarle divampare dentro, bruciano ancora le parole pronunciate durante l’incontro in Vaticano sulla «protezione dei minori» da quella donna africana che ha raccontato l’olocausto vissuto, segnato da ripugnanti violenze inflitte da un prete pedofilo che l’ha poi liquidata come bugiarda. Lei il suo calvario l’ha raccontato dal vivo, con brutale onestà, per la prima volta in un’aula sinodale, davanti all’assemblea di vescovi di tutto l’orbe cattolico. Ed è stato proprio questo il paradigma di un passaggio necessario. Perché è solo dall’incontro tra chi si lascia umiliare dall’umiliazione sofferta dall’altro che può scaturire un possibile reciproco riscatto, per una comune redenzione e per avere il coraggio di non omettere più, di non nascondersi mai, e di non giustificarsi mai più davanti al crimine degli abusi nella Chiesa.
Come questo può avvenire cristianamente, e come può essere possibile un cambiamento profondo e concreto, lo si è visto emergere nei tre giorni in Vaticano. Non l’armageddon di chi aveva paventato che il Papa e i vescovi capitolassero sul terreno viscido degli abusi. Facendo spalancare gli occhi e le orecchie ai riluttanti, agli smemorati lontani o vicini rimasti alle palafitte dei tabù e dell’ignavia omertosa, il viaggio della barca di Pietro attraverso le acque putride della pedofilia clericale ha traghettato in realtà la Chiesa in altre sponde.
È stato un atto di lealtà, di coraggio. Un atto di fede, soprattutto. Nella quale l’intera comunità ecclesiale è stata chiamata a ricapitolarsi sulla natura autentica della sua missione. Come indicato nell’ouverture delle tre giornate dal cardinale filippino Tagle: «Voglio sottolinearlo: è un atto di fede». Perché «il mondo ha bisogno di testimonianze autentiche della risurrezione di Cristo che ci avvicinino alle sue ferite come primo atto di fede. Se vogliamo essere operatori della guarigione, dobbiamo rigettare qualsiasi tendenza che appartenga a un pensiero mondano che rifiuta di vedere e toccare le ferite degli altri, quelle ferite che sono le ferite di Cristo nella gente ferita». Questo significa che ciascuno deve assumersi personalmente la responsabilità di portare la guarigione a questa ferita inferta al Corpo di Cristo, che tutti devono assumere l’impegno di fare tutto quanto sia possibile. Tutti. Nessuno può dire più “non sapevo”, nessuno può più dire che la questione non lo riguarda, tutti debbono agire: vescovi, clero, chiedendo aiuto ai laici.
Attraverso un perfezionamento di norme, la loro messa in pratica, e un vademecum per agire concretamente, la portata di quanto è iniziato con questo summit è proprio quella di essere tutti chiamati in causa, capaci di sentirsi responsabili, di rendere conto, di essere trasparenti, per decretare la morte di una cultura di morte e di insabbiamento. Così il mini-concilio si è smarcato anche dalle trappole del giustizialismo e dai meccanismi dell’autodifesa che non vuole affrontare direttamente le conseguenze di questi crimini, ma neppure ha puntato a salvaguardare l’immagine della “ditta-Chiesa”.
E allora la Chiesa si è giocata qui la sua credibilità? Sì, se l’è giocata a viso aperto, sub Petro e cum Petro, collegialmente. Il Papa non ha giocato d’azzardo, ha ripristinato in senso conciliare il plurale maiestatis. La Chiesa, pur con tutte le sue gravi mancanze, si è lasciata interrogare e ha indicato la strada per affrontare questa delittuosa piaga. In un mondo in cui i dati raccapriccianti del dramma sono in continua crescita – basta sfogliare le ricerche diffuse sulle percentuali di abusi che si commettono, soprattutto in famiglia – la Chiesa ha dato un esempio. Gli altri? Possono prenderlo.

TRUMAN

Gennaio 24th, 2019

TRUMAN, UN AMICO E’ PER SEMPRE
Mi sembra che questo intenso film racconti un tentativo: quello di non farsi prendere dal panico quando la malattia colpisce una persona cara o noi stessi, e dinanzi alla fine che si avvicina… e poi arriva. Senza edulcorare niente e con un’interpretazione sublime ed equilibrata da parte dei suoi protagonisti Truman ci presenta una storia universale, centrata sull’amicizia e sugli affetti, da soppesare soprattutto nei momenti più difficili dell’esistenza umana.
Juliàn, fascinoso e talentuoso attore argentino che da tempo oramai vive a Madrid, riceve l’inaspettata visita del suo più caro amico, Tomàs, da anni trasferitosi in Canada, dove ha messo famiglia. Una sorpresa dettata dalla difficile situazione di Juliàn, ammalato di cancro e seguito come un’ombra dal fidato Truman, inseparabile cane che da una vita cresce e coccola come se fosse un figlio.
Commovente ma mai ricattatorio, Truman di Cesc Gay è un film che arriva dritto al cuore grazie ad una pesante traccia di umanità che dall’inizio alla fine avvince lo spettatore, accompagnato per mano da questi due amici che con humor gestiscono un ritrovarsi che ben presto diverrà lungo addio.
La sceneggiatura è densa di quotidianità e affetto. Da una parte Tomàs, così responsabile e pragmatico, dall’altra Juliàn, seduttore separato senza più un soldo in tasca che sembrerebbe vivere la vita giorno per giorno. Così diversi eppure così legati, per un’amicizia resa credibile dai volti di due superbi attori. Il protagonista è grandioso nella rappresentazione di una dolorosa scelta esistenziale.
Tra incontri con le potenziali famiglie adottive di Truman, spettacoli teatrali, lunghe chiacchierate, silenzi, e un viaggio ad Amsterdam per andare a trovare il figlio di Julian, il film procede verso uno straziante epilogo, che vedrà proprio il vecchio e dolce cane protagonista. Un ruolo, quello di Truman, solo apparentemente secondario perché sempre in disparte ma mai del tutto, essendo costantemente al centro dei pensieri del suo padrone. Un legame emotivo, quello tra il cane e il padrone che il regista riesce a rendere efficace attraverso piccoli gesti, sguardi sfuggenti, brevi frasi, senza mai cedere all’ostentazione.
Un’opera concisa nella raffigurazione del dolore e degli affetti, perché tutti i suoi protagonisti, dinanzi all’incombente tragedia, faticano ad esternarli, quasi ne avessero timore. Il regista ingloba l’intera pellicola nei quattro intensi giorni in cui i due attori che interpretano Tomàs (l’amico mite e generoso) e Juliàn (l’attore donnaiolo e scapestrato, sempre sopra le righe). sono bravissimi nel riprodurre perfettamente le due facce di un’unica medaglia rispettando a vicenda il ruolo altrui, frutto di un’amicizia che viene splendidamente raffigurata.
Il tumore, alla fine, non fa altro che estremizzare un po’ i rispettivi caratteri e le dinamiche di una vita tra i due: e in fondo mi pare giusto così, perché si è quel che si è anche di fronte alla morte, con la forza sobria della coerenza.