Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

MAI PIU’: PER FEDE E PER GIUSTIZIA

febbraio 27th, 2019

Lotta agli abusi. Mai più: per fede e per giustizia. Il coraggio dell’umiliazione
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Stefania Falasca – Avvenire 24 febbraio 2019
Il coraggio per cambiare ha un nome: si chiama umiliazione. Quella di lasciarsi prendere a schiaffi la coscienza dal “tu per tu” con chi nella carne è stato umiliato. Per chi ha voluto lasciarle divampare dentro, bruciano ancora le parole pronunciate durante l’incontro in Vaticano sulla «protezione dei minori» da quella donna africana che ha raccontato l’olocausto vissuto, segnato da ripugnanti violenze inflitte da un prete pedofilo che l’ha poi liquidata come bugiarda. Lei il suo calvario l’ha raccontato dal vivo, con brutale onestà, per la prima volta in un’aula sinodale, davanti all’assemblea di vescovi di tutto l’orbe cattolico. Ed è stato proprio questo il paradigma di un passaggio necessario. Perché è solo dall’incontro tra chi si lascia umiliare dall’umiliazione sofferta dall’altro che può scaturire un possibile reciproco riscatto, per una comune redenzione e per avere il coraggio di non omettere più, di non nascondersi mai, e di non giustificarsi mai più davanti al crimine degli abusi nella Chiesa.
Come questo può avvenire cristianamente, e come può essere possibile un cambiamento profondo e concreto, lo si è visto emergere nei tre giorni in Vaticano. Non l’armageddon di chi aveva paventato che il Papa e i vescovi capitolassero sul terreno viscido degli abusi. Facendo spalancare gli occhi e le orecchie ai riluttanti, agli smemorati lontani o vicini rimasti alle palafitte dei tabù e dell’ignavia omertosa, il viaggio della barca di Pietro attraverso le acque putride della pedofilia clericale ha traghettato in realtà la Chiesa in altre sponde.
È stato un atto di lealtà, di coraggio. Un atto di fede, soprattutto. Nella quale l’intera comunità ecclesiale è stata chiamata a ricapitolarsi sulla natura autentica della sua missione. Come indicato nell’ouverture delle tre giornate dal cardinale filippino Tagle: «Voglio sottolinearlo: è un atto di fede». Perché «il mondo ha bisogno di testimonianze autentiche della risurrezione di Cristo che ci avvicinino alle sue ferite come primo atto di fede. Se vogliamo essere operatori della guarigione, dobbiamo rigettare qualsiasi tendenza che appartenga a un pensiero mondano che rifiuta di vedere e toccare le ferite degli altri, quelle ferite che sono le ferite di Cristo nella gente ferita». Questo significa che ciascuno deve assumersi personalmente la responsabilità di portare la guarigione a questa ferita inferta al Corpo di Cristo, che tutti devono assumere l’impegno di fare tutto quanto sia possibile. Tutti. Nessuno può dire più “non sapevo”, nessuno può più dire che la questione non lo riguarda, tutti debbono agire: vescovi, clero, chiedendo aiuto ai laici.
Attraverso un perfezionamento di norme, la loro messa in pratica, e un vademecum per agire concretamente, la portata di quanto è iniziato con questo summit è proprio quella di essere tutti chiamati in causa, capaci di sentirsi responsabili, di rendere conto, di essere trasparenti, per decretare la morte di una cultura di morte e di insabbiamento. Così il mini-concilio si è smarcato anche dalle trappole del giustizialismo e dai meccanismi dell’autodifesa che non vuole affrontare direttamente le conseguenze di questi crimini, ma neppure ha puntato a salvaguardare l’immagine della “ditta-Chiesa”.
E allora la Chiesa si è giocata qui la sua credibilità? Sì, se l’è giocata a viso aperto, sub Petro e cum Petro, collegialmente. Il Papa non ha giocato d’azzardo, ha ripristinato in senso conciliare il plurale maiestatis. La Chiesa, pur con tutte le sue gravi mancanze, si è lasciata interrogare e ha indicato la strada per affrontare questa delittuosa piaga. In un mondo in cui i dati raccapriccianti del dramma sono in continua crescita – basta sfogliare le ricerche diffuse sulle percentuali di abusi che si commettono, soprattutto in famiglia – la Chiesa ha dato un esempio. Gli altri? Possono prenderlo.

TRUMAN

gennaio 24th, 2019

TRUMAN, UN AMICO E’ PER SEMPRE
Mi sembra che questo intenso film racconti un tentativo: quello di non farsi prendere dal panico quando la malattia colpisce una persona cara o noi stessi, e dinanzi alla fine che si avvicina… e poi arriva. Senza edulcorare niente e con un’interpretazione sublime ed equilibrata da parte dei suoi protagonisti Truman ci presenta una storia universale, centrata sull’amicizia e sugli affetti, da soppesare soprattutto nei momenti più difficili dell’esistenza umana.
Juliàn, fascinoso e talentuoso attore argentino che da tempo oramai vive a Madrid, riceve l’inaspettata visita del suo più caro amico, Tomàs, da anni trasferitosi in Canada, dove ha messo famiglia. Una sorpresa dettata dalla difficile situazione di Juliàn, ammalato di cancro e seguito come un’ombra dal fidato Truman, inseparabile cane che da una vita cresce e coccola come se fosse un figlio.
Commovente ma mai ricattatorio, Truman di Cesc Gay è un film che arriva dritto al cuore grazie ad una pesante traccia di umanità che dall’inizio alla fine avvince lo spettatore, accompagnato per mano da questi due amici che con humor gestiscono un ritrovarsi che ben presto diverrà lungo addio.
La sceneggiatura è densa di quotidianità e affetto. Da una parte Tomàs, così responsabile e pragmatico, dall’altra Juliàn, seduttore separato senza più un soldo in tasca che sembrerebbe vivere la vita giorno per giorno. Così diversi eppure così legati, per un’amicizia resa credibile dai volti di due superbi attori. Il protagonista è grandioso nella rappresentazione di una dolorosa scelta esistenziale.
Tra incontri con le potenziali famiglie adottive di Truman, spettacoli teatrali, lunghe chiacchierate, silenzi, e un viaggio ad Amsterdam per andare a trovare il figlio di Julian, il film procede verso uno straziante epilogo, che vedrà proprio il vecchio e dolce cane protagonista. Un ruolo, quello di Truman, solo apparentemente secondario perché sempre in disparte ma mai del tutto, essendo costantemente al centro dei pensieri del suo padrone. Un legame emotivo, quello tra il cane e il padrone che il regista riesce a rendere efficace attraverso piccoli gesti, sguardi sfuggenti, brevi frasi, senza mai cedere all’ostentazione.
Un’opera concisa nella raffigurazione del dolore e degli affetti, perché tutti i suoi protagonisti, dinanzi all’incombente tragedia, faticano ad esternarli, quasi ne avessero timore. Il regista ingloba l’intera pellicola nei quattro intensi giorni in cui i due attori che interpretano Tomàs (l’amico mite e generoso) e Juliàn (l’attore donnaiolo e scapestrato, sempre sopra le righe). sono bravissimi nel riprodurre perfettamente le due facce di un’unica medaglia rispettando a vicenda il ruolo altrui, frutto di un’amicizia che viene splendidamente raffigurata.
Il tumore, alla fine, non fa altro che estremizzare un po’ i rispettivi caratteri e le dinamiche di una vita tra i due: e in fondo mi pare giusto così, perché si è quel che si è anche di fronte alla morte, con la forza sobria della coerenza.

II DOMENICA ‘C’

gennaio 15th, 2019

20 gennaio 2019
LECTIO DIVINA

II DOMENICA ‘C’

Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-12

“……Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli……La madre di Gesù gli disse.”Non hanno più vino”. E Gesù rispose:”Che ho a che fare con te o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi:”Fate quello che vi dirà”……Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea……”.

Le nozze di Cana di Galilea di cui parla il vangelo , sono il simbolo della comunione che Dio vuole da sempre realizzare con gli uomini. Le nozze, nella Scrittura sono un simbolo ricorrente dell’amore di Dio per il suo popolo.
E’ questo il primo episodio del vangelo di Giovanni, in cui Gesù agisce come vero protagonista e nel primo ‘segno’ che Gesù compie viene annunciato il contenuto della sua attività messianica.
Il senso del miracolo da Lui compito può essere così riassunto: sostituire l’alleanza scritta sulle tavole di pietra, dunque vuota di gioia e di amore (vino che manca, giare vuote), con un nuovo patto in cui l’amore e la gioia sono la caratteristica fondamentale. Veri protagonisti del matrimonio dovrebbero essere gli sposi, ma essi rimangono nell’ambra; la coppia è’ anonima e secondaria. In primo piano c’è Gesù, sua madre nella prima parete del racconto, il maestro di tavola nella seconda, i servi.
Il ruolo della madre è delicato da interpretare. Ella appartiene alla festa a pieno titolo (“c’era la madre di Gesù” v.1), mentre Gesù con i suoi discepoli ha solo il ruolo dell’invitato, non pienamente coinvolto nel matrimonio. Infatti quella festa nuziale senza vino è simbolo della vecchia alleanza, vuotata di amore e di gioia. La Madre di Gesù riconoscer in lui il Messia, ripone in Lui la sua fiducia.
Il tema dell’ ‘ora’(v.4) attraversa tutto il vangelo di Giovanni e qualifica il momento della dipartita di Gesù (13,1; 17,1). Solo allora si avrà il vero rinnovamento dell’alleanza, l’instaurazione di un rapporto nuovo con Dio. In quel momento la madre sarà di nuovo presente (19,25) e sarà ancora chiamata ‘donna’ (19,26). Quanto avviene a Cana è una prefigurazione della realtà che si consumerà durante l’ ‘ora’ della croce. Quell’ora non può essere anticipata, ma può essere annunciata la realtà che essa produrrà.
Anche le giare che si trovano al centro del racconto (v.7) hanno anch’esse una funzione simbolica. Il materiale di cui sono fatte – la pietra -, ricorda le tavole della legge antica. Esse sono vuote proprio come il vecchio patto. Il numero sei nella Bibbia è il numero dell’imperfezione e sottolinea la non abilitazione delle pratiche legali e rituali a ottenere un rapporto tenero e gioioso con Dio.
Mentre l’acqua purifica scorrendo sul corpo, il vino dà gioia entrando nell’uomo: la purificazione offerta da Gesù è capace di entrare nell’uomo: ciò che Egli dice raggiunge il cuore e vi lascia la gioia (15,11).
L’episodio di Cana va dunque oltre il ‘fatto’ per assumere valore di ‘segno’, di invito a cogliere anche negli avvenimenti quotidiani la manifestazione di Dio, e a rispondere con fede. In questa prospettiva va letta la risposta di Maria, che dice ai servi “fate quello che vi dirà”(v.5): Maria è la prima credente, sa leggere il segno di Dio ed esorta i servi a fidarsi.

S. NATALE

dicembre 22nd, 2018

25 dicembre 2018
NATALE DEL SIGNORE C*

Lc. 2, 1-14

“Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme….Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per Lei i giorni del parto…”

Dio pone la sua tenda tra le tende provvisorie dell’umanità. La forza del Natale sta in questo segno. Gesù, il Bambino nato a Betlemme ci parla del Regno di Dio, ci offre la vicinanza di Dio; Egli è colui che sta con noi.
Il vangelo della Messa della notte racconta la nascita di Gesù. E’l’eternità di Dio che entra nel nostro tempo.
Con la nascita di Gesù i ‘racconti dell’infanzia’ riportati da Luca raggiungono il loro scopo: mostrare gli inizi della vita del Messia e mostrare i segni della divinità nella sua umanità.
Il nostro brano è dunque allo stesso tempo storia e narrazione di fede.
Luca è particolarmente attento a legare la storia di Dio con la storia degli uomini: come il periodo del governo di Augusto fu un tempo di pace e prosperità, così la nascita di Gesù inaugura la pace duratura che solo Dio può donare.
I versetti 4-5 riportano alcune notizie su Giuseppe: egli proviene dalla Galilea ed è di famiglia regale; è sposato con Maria che è incinta, e con lei si dirige a Betlemme. Proprio a Betlemme Maria partorisce e dà alla luce ‘il suo figlio primogenito’ (v.6). Questo termine sottolinea quanto dice la legge di Mosè: che ogni maschio primogenito è consacrato a Dio (Luca sta già preparando la scena della presentazione al tempio di 2,21-28).
Nei versetti 8-9 la scena si sposta sui pastori che vegliano all’aperto il proprio gregge anche di notte, per difenderlo da animali e predoni.
Qui essi ricevono l’annuncio degli angeli (vv.10-11); il loro è un annuncio di gioia (la gioia sarà la caratteristica di tutto il vangelo del terzo evangelista).
“oggi è nato per voi”: spesso questo avverbio si trova riferito alla salvezza apportata da Gesù. A conferma dello stretto rapporto tra la venuta di Gesù e l’avvicinarsi della salvezza, le parole angeliche parlano del ‘Salvatore’ e del ‘Cristo Signore’, titoli che sottolineano il valore della sia missione.

L’Altissimo si è fatto piccolissimo, l’Onnipotente bisognoso di tutto. La Parola si è fatta vagito di un bambino. Domandiamoci: nelle nostre giornate dove deponiamo Gesù, che è Figlio di Dio e Figlio dell’uomo? Viviamo noi questa unità tra fede e vita? L’inatteso accade: sappiamo ancora sussultare di gioia? Dio ci ha salvati, ci lasceremo salvare?
Il bacio tradizionale al Bambino esprima l’accoglienza di Cristo in noi e la nostra sintonia con il suo progetto di vita.

IL PRESEPE VIVENTE

dicembre 4th, 2018

Decreto sicurezza. Il presepe vivente. Una norma cattiva e parole al vento
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Marco Tarquinio sabato 1 dicembre 2018
Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe (Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del “sì” che tutto accoglie e tutti salva e dei “no” che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce.
Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di “scartati”, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente.
Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un “luogo” che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I “rifugiati” sì, i “protetti” no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà.
Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla “la Legge della strada”. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina. È un fatto: la nuova “Legge della strada” già comanda sulla vita di centinaia di persone che diverranno migliaia e poi decine di migliaia. Proprio come avevamo avvertito che sarebbe accaduto, passando – ça va sans dire – per buonisti e allarmisti.
Eccolo, allora, davanti ai nostri occhi il presepe vivente del Natale 2018. Allestito in una fabbrica dell’illegalità costruita a suon di norme e di commi. Campane senza gioia, fatte suonare per persone, e famiglie, alle quali resta per tetto e per letto un misero foglio di carta, che ironicamente e ormai vuotamente le definisce meritevoli di «protezione umanitaria». Ma quelle campane tristi suonano anche per noi.
P.S. Per favore, chi ha votato la “Legge della strada” ci risparmi almeno parole al vento e ai social sullo spirito del Natale, sul presepe e sul nome di Gesù. Prima di nominarlo, Lui, bisogna riconoscerlo.
Marco Tarquinio