Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XXX DOMENICA B

ottobre 23rd, 2018

28 ottobre 2018
LECTIO DIVINA
XXX DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 10, 46-52

“……il figlio di Timeo, Bartimeo …… sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire:”Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”……. Gesù gli disse:”Che vuoi che io faccia per te?” E il cieco gli rispose:” Rabbonì, che io vede di nuovo!”. E Gesù gli disse:”Va’, la tua fede ti ha salvato”……

Il racconto del cielo ‘illuminato’ da Gesù è, nel vangelo, figura del credente illuminato dalla fede e reso capace perciò di seguire il Cristo. Solo la fede permette di vedere con chiarezza il significato di Gesù per la propria vita, e di convertirsi a Lui.
Per Marco il cieco guarito è il tipo del discepolo che , spogliato degli abiti (dell’ ‘uomo vecchio’ v.50), si immerge nel buio delle acque- del battesimo- e riemerge da esse alla luce che gli consente di camminare nella vita nuova tracciata da Gesù.
Gesù sta camminando verso Gerusalemme, cioè verso la sua passione e morte. La strada è un luogo di incontri di grande spessore simbolico. Un tale era andato poco prima da Gesù (vv.17-22), ma poiché era ricco, non aveva avuto il coraggio di lasciare i suoi beni per seguirlo. Vedremo invece che il povero Bartimeo si libererà di tutto ciò che gli può essere di ostacolo per andare in fretta da Gesù. E Bartimeo da cieco diventa vedente, da seduto itinerante, da uomo accanto alla strada, segue Gesù per la strada. Tra la sua situazione iniziale e quella finale accade qualcosa di grande, come Gesù stesso gli rivela: la sua fede è maturata e l’ha portato alla salvezza:”va’, la tua fede ti ha salvato!”. (v.52).
Il processo di trasformazione in cui Bartimeo è coinvolto si snoda in alcune fasi. La prima consiste nell’informazione che gli giunge del passaggio di Gesù.
La decisione di Bartimeo si concentra in un secondo momento nel grido accorato rivolto a Gesù: “ Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. (v.48). La cocciutaggine di Bartimeo è premiata dalla misericordia di Gesù che si ferma ad aspettarlo e che lo fa chiamare. Qui Marco pennella con pochi, efficaci tratti la risposta di Bartimeo alla chiamata: innanzitutto non pone alcun indugio, ma balza in piedi e si libera dal mantello che potrebbe impedire la sua corsa verso il Maestro.
Se consideriamo che il mantello era il tesoro più prezioso per un mendicante e per un povero (cfr. Es.22, 25-26), capiamo come questo gesto sia carico di significato.
Bartimeo e Gesù sono ora uno di fronte all’altro, e il cieco ha l’ardire di domandare il dono della vista. E, dopo averla riacquistata, l’ex-mendicante non si fa pregare da Gesù per seguirlo, ma spontaneamente capisce che averLo incontrato significa porsi alla sua sequela.
Così ora Bartimeo è nella strada, cioè nella vita vera, e nel cammino della salvezza, sulle orme di Gesù.

XXII DOMENICA ‘B’

settembre 12th, 2018

2 settembre 2018
LECTIO DIVINA

XXII DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 7, 1-8. 14-15. 21-23

“…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?. Egli rispose loro:”Bene ha profetato di voi Isaia, ipocriti, come sta scritto:”Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me……”……Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando il lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro……”……

Nel vangelo odierno Marco insiste sull’indurimento di cuore dei discepoli: di fronte alla duplice esperienza della propria incapacità e limitatezza da una parte, e della straordinario potere di Gesù espresso nei suoi gesti dall’altra; essi non si aprono ancora alla fede, ma solo a stupore e spavento. Il motivo di questa resistenza è il loro ‘cuore duro’ che li rende simili agli avversari di Gesù.
E’ questo uno dei brani più aspri del vangelo di Marco. Il primo elemento che colpisce è il sapore fortemente polemico di questo brano. Gesù, dedito unicamente alla salvezza dell’uomo, appare in contrasto con i detentori della tradizione religiosa, venuti da Gerusalemme, che sembrano più ansiosi di salvaguardare le usanze religiose e le abitudini rituali. Essi accusano in modo inesorabile: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?” (v.5). La risposta di Gesù segnala il rischio che essi corrono (vv.6-8): quello di dimenticare che abluzioni e regole di purità sono solo strumenti per ricordarsi di essere sempre alla presenza di Dio, e non fini a se stessi.
Gesù smaschera l’ipocrisia dei suoi accusatori, troppo preoccupati del buon apparire della loro immagine agli occhi altrui, che del loro ‘essere’ davanti a Dio. In modo discreto anche il lettore delle sue parole è perciò invitato a verificare la sua posizione e a chiedersi cosa conti davvero per lui, se il suscitare ammirazione nella gente o il piacere a Dio.
Gesù afferma la priorità, per la vita di fede, di una sincera ricerca della volontà di Dio che non si lasci frenare della paura, dalle convenzioni, dalla ricerca di approvazione.
Gesù si rivolge poi alla folla per comunicare un insegnamento importante:”Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (vv.14-15): un’osservanza puramente esteriore del comandamento di Dio non basta. E’ il cuore dell’uomo che deve convertirsi orientandosi verso la volontà di Dio. Ed è autentico il rapporto con Dio se il primato è dato alla Parola e se la questione è quella della qualità del cuore, cioè dell’orientamento della propria libertà (vv.21-23). La Parola di Dio infatti ha come meta il cuore dell’uomo, e tende a suscitare una risposta che non distingua atra dire e fare, tra vita e culto.

XX DOMENICA ‘B’

agosto 16th, 2018

19 agosto 2018
LECTIO DIVINA

XX DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Giovanni 6,51-58

“… Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”……”Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono: Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Gli uditori di Gesù capiscono sempre meno il linguaggio di Gesù, che li disorienta, perché non hanno accettato di collocarsi sul piano della fede e sono rimasti solo sul terreno del buon senso.
“Come può costui darci la carne da mangiare?” (v.52). La domanda nasce dalla difficoltà di accettare il mistero di Gesù, che sia cioè la sua incarnazione, passione e morte a darci la vita. In Giovanni ‘carne’ significa il modo concreto della presenza del Verbo di Dio (“Il Verbo si è fatto carne” ): la condizione debole, fragile e mortale dell’uomo che, assunta da Gesù, diventa il mezzo della salvezza; la Sua carne è ‘data’ proprio perché donata dà la vita.
“In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (v.53).
Bisogna capire non solo che cosa significhi la carne e il sangue del Figlio dell’Uomo, ma anche il mangiarne e il berne.
Mangiare la sua carne e bere il suo sangue significa per il discepolo un assimilare, nella fede, la totalità della persona di Cristo e un configurare la propria esistenza alla sua: è’ un entrare in uno stesso stile di servizio, di offerta di sé e di accoglienza docile al volere di Dio.
Mangiare la sua carne e bere il suo sangue è un gesto che si compie nel banchetto eucaristico, ma che implica un lasciarsi totalmente attrarre da Lui nel suo cammino verso il Padre.
Il parallelismo che presenta l’evangelista Giovanni circa il mangiare e il credere è molto importante. Leggiamo al v. 54 “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo girono” : il rito esprime la fede e la fede abita e orienta la vita quotidiana in tutte le sue dimensioni.
Il vertice del nostro brano è il seguente:”la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda” (v.55). Dire che l’alimento eucaristico è ‘vero cibo’ significa affermare la sua reale portata di salvezza: l’eucaristia assunta e mangiata con fede, dona la vita stessa di Gesù.
Il nostro brano evangelico segna la conclusione del discorso di Gesù sul ‘pane di vita’, e ha un carattere decisamente eucaristico, che si manifesta soprattutto nel fatto che il pane, di cui aveva già parlato nei versetti precedenti, adesso si sdoppia in “vero cibo e vera bevanda”: vita, morte e risurrezione di Gesù fondano la comunità e si ripresentano nell’eucaristia, che configura la vita del credente a quella di Gesù, rendendola un’azione di grazie al Padre e servizio ai fratelli.

XVI DOMENICA ‘B’

luglio 17th, 2018

22 luglio 2018
LECTIO DIVINA

XVI domenica ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 6, 30-34

“…Venite in disparte e riposatevi un po’……Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”.

Il vangelo di oggi ripropone l’interrogativo fondamentale: chi è Gesù? Egli è il vero pastore che è stato promesso al popolo di Dio. Egli si prende cura dei suoi, li invita a riposarsi acconto a lui. Ma Egli si commuove anche di fronte alla folla che lo cerca , una folla che gli appare ‘come pecore senza pastore’.
Per gli apostoli è importante tornare incessantemente alla fonte del loro apostolato, rinnovare la comunione con Gesù. Al racconto delle loro imprese apostoliche (Mc.6,12 ss.) Gesù un sembra far seguire alcun cenno di approvazione, ma solo un invito a seguirlo in un luogo deserto, soli con lui:”Venite in disparte e riposatevi un poco”(v.31).
La proposta di Gesù non vuol essere una sorta di fuga dal mondo, né un provvedimento eccezionale dettato dalla comprensione del Maestro per la stanchezza dei dodici a causa delle loro fatiche apostoliche, ma sembra suggerita da un’intenzione ben diversa: condurli al luogo che rappresenta il polo opposto del loro trionfalismo, della loro ricerca del successo. Gesù si mostra più atteno ai missionari che alla missione e al suo eventuale successo.
La tentazione degli apostoli, sempre attuale, nasce da una logica puramente mondana che si oppone alla logica del Regno.
Gesù chiama in disparte i suoi per rinnovare la comunione che essi devono avere con lui e per insegnare come devono prendersi cura della gente che continua a premere su di loro, rimanendo servi del vangelo e non proponendosi come ingannevoli salvatori.
Gesù ha coscienza della situazione della gente –che è come quella di pecore senza pastore- e ne prova profonda compassione. La sua prima attività di pastore non è tesa a procurare il nutrimento, il pane, bensì ad assicurare a quella gente, tramite il suo insegnamento, quel futuro messianico predetto dia profeti come tempo in cui il popolo avrebbe sperimentato la cura particolare da parte di Dio (cfr. Ez.34,23ss.).
E’ con la sua parola che Gesù nutre il popolo di Dio, affamato di verità, e si rivela come il buon pastore messianico. Infatti il fondamento dell’azione pastorale di Gesù è la compassione; egli vede il bisogno dei discepoli, ma anche quello delle folle e non le respinge, vede la loro fame della Parola di Dio, e ‘si mese ad insegnare molte cose’.

V DOMENICA DI QUARESIMA ‘B’

marzo 15th, 2018

18 marzo 2018
LECTIO DIVINA

V DOMENICA DI QUARESIMA ‘B’

Dal vangelo secondo Giovanni 12, 20-33

“Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero:”Signore, vogliamo vedere Gesù”…Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo….Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me…” .

La scena che ci presenta il nostro brano si apre su personaggi che si affacciano per la prima volta nel vangelo di Giovanni: si tratta di Greci che si erano avvicinati alla religiosità giudaica.
Questi Greci vogliono ‘vedere Gesù’ (v.21): è un vedere teologico per il quale non bastano gli occhi del volto, ma è necessario lo sguardo della fede.
Sia i Greci che le folle dei giudei (v.29) potranno ‘vedere Gesù’ solo se saranno nella luce, se lo crederanno e lo seguiranno; all’opposto sta il regno delle tenebre nel quale non è possibile ‘vedere Gesù’.
Il tema del ‘vedere Gesù’ assume lungo il vangelo uno sviluppo legato al ‘vedere nella fede’: un ‘vedere’ che passa attraverso un ‘non vedere’.
Gesù è il maestro nella fede in quanto insegna ad avere occhi capaci di vedere e capire oltre l’apparenza.
Ecco lo sguardo di fede: vedere (e credere) l’invisibile nel visibile: saper vedere la gloria nella croce infamante.
Il discepolo che vuole ‘vedere Gesù’ entrerà nella sua stessa vita solo se lo segue portando la croce, che ha questa legge: “chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita la conserverà per la vita eterna” (v.25). Odiare è inteso qui nel senso di rinunzia ai propri progetti per vivere nel dono di sé agli altri.
Ci vengono qui presentati i due versanti della Pasqua che si avvicina: essa è passione, umiliazione, tenebre e morte, ma è anche gloria, glorificazione, luce e risurrezione. Chi segue Gesù acquisisce occhi capaci di vedere e comprendere oltre le apparenze, e non perde mai la speranza anche nei momenti di passione, di umiliazione e di morte, certo della presenza di Gesù che ci assicura:”dove sono io, là sarà anche il mio servo, e :”io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (v.32).