Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XXIV DOMENICA ‘C ‘

Settembre 10th, 2019

15 Settembre 2019

 

XXIV DOMENICA  “C”

 

Dal Vangelo secondo Luca, cap. 15, versetti 1-32

“ Un uomo aveva due figli….”

 Il Vangelo che oggi la liturgia ci propone è densissimo: si introduce con la parabola della ‘pecorella smarrita’, cui fa seguito quella , famosissima del “Figlio prodigo”, o, meglio, del “Padre misericordioso”(vv.11-32). Contrariamente al metodo che uso abitualmente, essendo il racconto molto noto, non mi soffermerò sui vari versetti, ma ne tenterò un commento globale.

L’evangelista Luca ha collocato al centro, al cuore del suo Vangelo questa parabola sulla misericordia. Essa ci presenta due vite apparentemente molto diverse nel loro svolgersi: i due fratelli appaiono agli antipodi, e perciò ci parlano di ogni ‘umana avventura’ e presentano il rapportarsi di Dio Padre con ogni tipo di situazione: E’ infatti la figura del padre che dà unità al racconto, e fa capire le due vite così diverse: Egli si comporta coi due figli allo stesso modo, non lasciandosi condizionare dal loro agire. E’ questa la grande libertà di Dio! Dio ha uno sguardo dello stesso tipo sui due figli: essi sono figli, e tutti e due, in quanto tali, chiamati a partecipare alla festa. Il padre non può accettare di avere con sé un figlio solo (vedi parabola della pecorella smarrita e della dracma perduta  dei versetti 1-10). Egli va incontro al figlio maggiore, come aveva fatto con il primo, che aveva fatto un calcolo meramente umano: sta male e, vinto il suo orgoglio, torna dal Padre. Ma la Padre non interessano i motivi che lo hanno indotto a tornare, e tutto il racconto è investito dalla gioia del Padre per il figlio ritrovato:

Il Prodigo non aveva mai amato, e pensava di non poter essere amato, ma Dio rispetta totalmente la nostra libertà, e non ci nega il suo amore, ed è pronto a riaccoglierci al primo segno di ravvedimento.

Anche il figlio maggiore si mostra chiuso in una giustizia senza amore, che lo ha reso servo.

Da una parte c’è un figlio che si è preso tutto, dall’altra ce n’è uno che non ha preso niente, ma avrebbe voluto farlo….Il Padre lo prega di non fermarsi sulla soglia della festa:

la vita dei due fratelli li ha induriti in una situazione di lontananza, che fa loro volere il Padre ‘giusto’, ma ognuno secondo il suo criterio. Ambedue sono ‘lontani’: uno parte, l’altro resta; uno dissolve, l’altro accumula: Uno porta il peso della sua ‘ingiustizia’, l’altro quello della sua ‘giustizia’ e il peso di quella che gli sembra ‘ingiustizia’ da parte del Padre.

E’ solo la FESTA che può travolgere le contraddizioni delle nostre vite. Dio ci chiede di entrare nella sua festa. Quella festa che il minore non si aspettava, e il maggiore non voleva in quel modo (voleva una piccola cena per sé e i suoi amici, non il vitello grasso per il fratello!).

Ma è UNICA la festa che il Padre ha preparato per tutti e due i figli, perché è unica la festa dei peccatori perdonati e unica la festa dell’amore del Padre.

Attuare un itinerario di conversione è accettare la radicale diversità di Dio e degli altri rispetto al nostro modo di vedere e di sentire.

In questa parabola c’è un ‘terzo Figlio’: è Gesù che è ‘uscito’ dal Padre incontro a ciascuno di noi. Gesù è la festa, l’anello, la danza e il bacio del perdono. Gesù è la misericordia di Dio e il segno del suo amore.

Non si tratta che di imparare a gioire della gioia di Dio!

 

XXI DOMENICA  ‘C’

Agosto 22nd, 2019

25 Agosto 2019 XXI DOMENICA “C” Vangelo secondo Luca, Cap.13, versetti 22-30 “Sforzatevi di entrare per la porta stretta” In questa 21^ domenica dell’anno liturgico, ci viene proposto di meditare sulla parabola della ‘porta stretta’. “Un tale chiese: Signore, sono pochi quelli che si salvano?” (v.23). L’interlocutore non riceve una risposta diretta: Per Gesù è più importante sapere quello che bisogna fare per trovarsi nel numero degli eletti, ed agire di conseguenza. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta…” (v.24). L’essenziale consiste nello sforzo. Il verbo greco implica l’idea della lotta e del combattimento. Mi pare opportuno citare qui la frase cara al Card .Newman :”Trovarsi a proprio agio significa condurre una vita pericolosa sotto l’aspetto religioso”. Non è ammesso nessun ritardo, neppure esitazione, perché la ‘porta stretta’ del v.24, diventa, nel versetto seguente, una ‘porta chiusa’. “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici…” (v.25). Il ‘padrone di casa’ rappresenta lo stresso Cristo, per cui è chiaro che si tratta di un banchetto messianico. Quelli ‘rimasti fuori’, i ritardatari, rappresentano i giudei che non avevano accettato Cristo, e non avevano perciò accettato di entrare nella ‘sala del banchetto’. Inutile sarà per loro ‘bussare alla porta’, insistere presso il padrone di casa perché permetta loro di entrare. Il padrone di casa risponderà: “Non vi conosco, non so di dove siete”. “Allora comincerete a dire: abbiamo mangiato alla tua presenza…”(v.26): quelli che sono rimasti fuori proclamano i titoli che ritengono convincenti per essere ammessi alla sala del banchetto. Ma a nulla serve aver conosciuto Gesù, averlo ascoltato esporre la sua dottrina, se il suo insegnamento non è stato messo in pratica. Per rimanere suoi discepoli non è sufficiente aver ascoltato il Maestro, è indispensabile conformare la propria vita al suo insegnamento. Perciò nella nostra parabola il padrone di casa diventa il giudice che pronuncia la sentenza di condanna definitiva: “Allontanatevi da me, voi operatori di iniquità” (v.27). Davanti alla porta del palazzo “ci sarà pianto e stridore di denti” (v.28): la condizione di coloro che non sono entrati è resa ancora più triste per il fatto che essi paragonano la loro situazione disperata con quella felice riservata ai loro antenati: “quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e voi cacciati fuori…”. Inoltre è doloroso e umiliante per coloro che si trovano davanti alla porta e non possono prendere parte al banchetto vedere, all’interno del palazzo uomini venuti dai quattro punti cardinali “da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno” (v.29). Ci troviamo di fronte al capovolgimento di quanto i giudei avevano sperato. Israele era stato preferito ad altri popoli (“Tu hai insegnato nelle nostre piazze” “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza” <v.26>); eppure, nonostante questa serie ininterrotta di attenzioni da parte di Dio, non tutto Israele sarà salvo, mentre molti pagani saranno ammessi nel Regno. “Alcuni tra gli ultimi saranno i primi, alcuni tra i primi saranno ultimi” (v.30): si tratta di un vero rovesciamento delle precedenze, causato dalla venuta di Cristo, e dalla accettazione o meno di Lui. La salvezza dei figli di Abramo non è assolutamente assicurata in anticipo: Una fedeltà rigorosa al messaggio di cristo, una fede che passa nella vita, tracciano la via sicura ma difficile che porta alla salvezza. Inoltre, la tragica sorte dei giudei esclusi dalla sala del banchetto suona da avvertimento per tutti gli uomini di tutti i tempi. Anche per noi la ‘porta stretta’, può diventare una ‘porta chiusa’. Gesù però non cessa di invitarci, sollecitarci ad optare per Lui, a tradurre nella vita il suo messaggio e a conformare la nostra condotta al suo insegnamento, allora potremo partecipare al banchetto escatologico.

Agosto 13th, 2019

18 Agosto 2019

XX DOMENICA   C

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra”

 Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 12, versetti 49-57

 

Nei tre detti che compongono questo brano di vangelo, Gesù presenta di volta in volta un aspetto della sua missione, parlando in prima persona.

Il primo detto di Gesù (v.49) definisce la sua missione: è venuto a gettare fuoco sopra la terra, e si augura ardentemente che questo fuoco arda. L’Antico Testamento ha usato spesso l’immagine del fuoco per descrivere il giudizio di Dio, sia nella storia (Gen.19,24; Es.9,24), sia alla fine dei tempi (Is.66, 15-16; Ez.38,22; 39,6; Mal.3,19). Nel vangelo di Luca poi, al Cap.3,16 Giovanni Battista definisce colui di cui egli è il precursore come uno che battezzerà in Spirito santo e fuoco.

Quando Gesù si attribuisce la missione di ‘gettare fuoco sopra la terra’ pensa certamente al fuoco del giudizio escatologico con il suo duplice effetto: un fuoco che contemporaneamente purifica e castiga.

Il secondo detto di Gesù ( v.50) contrappone al fuoco che è venuto ad accendere  un battesimo che egli deve ricevere. In genere i commentatori si trovano d’accordo nel vendere in questa immagine un annuncio della Passione. Domandiamoci però: quale significato poteva dare lo stesso Gesù al suo ‘battesimo’? E’ chiaro che non pensava ad un rito, ma che il battesimo era per lui un’immagine. Per un giudeo del suo tempo, battesimo significava anzitutto purificazione. Egli ha potuto quindi presentarla come una purificazione da lui compiuta a vantaggio del Popolo di Dio.

Gesù  lascia intravedere il posto che occupa nella sua vita il battesimo che deve ricevere: “ E come sono angosciato, finchè non sia compiuto!” (v.50b). Questa dichiarazione equivale a quelle in cui Gesù annuncia che “il Figlio dell’uomo deve molto soffrire” (cfr. Lc.9,22; 17,25; 22,37).

Questa visione tragica illumina gli ultimi tre versetti (vv.51,52,53) del nostro brano evangelico.

Luca, a partire dalla missione di Gesù, mostra spesso come il discepolo debba l’attaccamento al Maestro rispetto ai legami familiari (9,59-62; 14,26; 18,29). Citando il profeta Michea (7,6) per esprimere la divisione degli uomini di fronte a lui, Gesù vuole sottolineare il carattere escatologico della sua missione: nella divisione provocata dalla sua presenza, egli vede il giudizio finale che si realizza. Perciò impone ai suoi discepoli la scelta tra lui e ‘questa generazione’.

Se il Signore può imporre rinunce così dure ai suoi , è perché porta loro il dono dello Spirito (v.49); è perché lui stesso ha assolto il proprio compito fino alla morte (v.50). Insomma, la pace che egli porta non è la tranquillità in cui sempre sogniamo di adagiarci, è la pace del Regno di Dio, in cui non si entra che attraverso la croce (v.51)

Gesù si è presentato come colui che viene ad accendere il fuoco del giudizio finale, colui che affronta la morte per purificare il Popolo di Dio, colui che chiama ciascuno ad impegnarsi dietro a lui e a rompere i legami col mondo.

Credere in Lui vuol dire sceglierlo per Signore, prendere posizione in questo mondo lacerato tra fede ed incredulità, fino a dare la nostra vita, come il Maestro.

 

 

XIX DOMENICA ‘C’

Agosto 7th, 2019

11 Agosto 2019

 

 

XIX DOMENICA   C

 

Dal vangelo secondo Luca, capitolo 12, versetti 32-48

 

Non temere, piccolo gregge”

 

Nei primi due versetti del nostro vangelo, Gesù insegna ai suoi l’atteggiamento che devono assumere di fronte ai beni di questo mondo. Per incoraggiarli a staccarsene, indirizza il loro sguardo verso il Regno promesso. Abbiamo qui il fondamento della speranza cristiana.

Ci troviamo di fronte a tre parabole con lo stesso tema:l’attesa di colui che viene (vv.35-38).

Il versetto 35 è rivolto ai discepoli, ed applica a loro la prima parabola che li paragona ai servi che attendono il ritorno del padrone nella notte. Essi devono restare in tenuta da lavoro, con le falde dell’abito alzate e fermate dalla cintura, con le lucerne accesa, poiché il padrone tornerà in un’ora che non è possibile prevedere. E i servi devono essere preparati ad accoglierlo. E’ evidente il senso che Luca dà a questa parabola. Egli scrive il suo vangelo quando Gesù è già scomparso nella gloria della Pasqua e i discepoli attendono il suo ritorno, ma ne ignorano il giorno e l’ora. Devono perciò restare sempre pronti ad accogliere il Figlio dell’uomo e la sua grazia.

Anche la seconda parabola (vv.39-40) si rivolge ai discepoli. E il suo senso è chiaro: quando i ladri vengono a sfondare le sottili pareti della case di Palestina non preavvisano la loro venuta. Chi vuole coglierli in fragrante deve tenersi costantemente all’erta. L’applicazione è esplicita (v.40): i discepoli devono essere sempre preparati alla venuta imprevedibile del Figlio dell’uomo.

Il versetto 41 introduce la terza parabola. Essa affida il ruolo centrale della scena ad un amministratore, cui il padrone darà l’incarico di assicurare  il sostentamento della servitù durante la sua assenza. Nei versetti 42-44 vediamo che l’amministratore assolve fedelmente il suo compito.

Nei versetti 45.48, antitetici ai precedenti, l’amministratore approfitta del ritardo del padrone (v.45), percuote ‘i servi e le serve’ e si dà alla pazza gioia. Ma arriva, inatteso, il padrone (v.46) che ‘degrada’ l’amministratore trattandolo come un  ‘infedele’: era informato della volontà del padrone, ma non l’ha compiuta e perciò sarà punito severamente.

Il versetto 48 proclama le esigenze della grazia: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto” da Dio.

Le parabole dell’attesa ci hanno reso noto il richiamo di Gesù ai suoi contemporanei perché accogliessero in Lui la venuta di Dio, e il giudizio, e la salvezza, e il Regno.

Dopo la Pasqua, la chiesa attende la venuta di Dio in Cristo: il richiamo delle parabole dell’attesa resta dunque sempre di attualità. Dobbiamo vigilare, essere pronti ad accogliere il Signore, per rendergli conto della missione che ha affidato a ciascuno di noi.

 

XVIII DOMENICA ‘C’

Luglio 30th, 2019

4 Agosto 2019

XVIII DOMENICA   “C”

Vangelo secondo Luca Cap.12, versetti 13-21

“Cercate le cose di lassù”

 

Il brano del vangelo di oggi comprende due parti:

versetti 13-15 – una discussione per motivi di eredità

versetti 16-21 – la parabola del ricco stolto.

Gesù, messo di fronte ad una ingiustizia non vuole interessarsi del caso, sembra disinteressato a ciò che succede sulla terra, come se le necessità contingenti, temporali non avessero valore, ma contasse solo la beatitudine nell’aldilà. Sarebbe difficile risolvere questa difficoltà, se la risposta data da Gesù, in modo laconico, all’erede,(v.14) non fosse commentata dalla parabola che segue.

Non dobbiamo insistere troppo sulla risposta brusca data da Gesù. E’ il Maestro che risponde, e il suo dire è un ‘enigma’ che ha lo scopo di insegnare e far riflettere. Egli stesso preciserà  il suo pensiero al riguardo con la parabola dei versetti 16-21.

Nel nostro brano evangelico, dopo la risposta insoddisfacente all’erede scontento, Gesù si rivolge appunto alla folla per aiutarla a cogliere il significato del fatto:”guardatevi e tenetevi lontani da ogni avidità, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni” (v.15).

Gesù avverte i suoi ascoltatori che l’abbondanza dei beni materiali non è sufficiente a garantire una sicurezza vera.La vera pace dell’uomo infatti non si basa sulle ricchezze, la sua vita non dipende soltanto dai beni terreni.

Non dobbiamo cercare di dare ad ogni particolare della parabola che segue un significato o un simbolismo proprio. L’insegnamento sta nella breve storia presa nel suo insieme, nella situazione lì descritta.

Si parla di un ricco ‘stolto’. Stolto come le cinque vergini di Matteo 25,2, stolto come i farisei che giudicano dalle apparenze, stolto come un cieco che guida un altro cieco, ed entrambi cadono nella fossa (Lc.6,30; Mt.15,14). Tutti questi personaggi mancano dell’intelligenza che sa discernere i veri beni. La stessa cosa si deve dire dell’uomo che litiga per motivi di eredità.

Il punto centrale della nostra parabola è il fatto che i calcoli dell’uomo ricco si rivelano totalmente sbagliati, tanto che le sue speranze sono di colpo deluse:aveva creduto che la ricchezza fosse l’unica sorgente di felicità, ma improvvisamente questa felicità gli sfugge. Lo stesso sarà dell’uomo che fonda sulla ricchezza la sua speranza, anche se non gli capita, come al ricco ‘stolto’ di morire all’improvviso. Questo breve racconto ci aiuta a cogliere, tramite il paragone portato, una verità profonda, che vale per tutti: è stolto chi conta sulle ricchezze per garantirsi una felicità duratura.

Tutti i beni sono a servizio della vita, ma la vita li supera tutti.Le ricchezze non sono cattive in se stessa, ma sono pericolose perché l’uomo corre il rischio di attaccarsi ad esse, di cercarle per un godimento terreno egoistico, come i farisei, come il ricco stolto, come il ricco dell’altra parabola, che non divideva i suoi beni con Lazzaro: le situazioni saranno un girono invertite (Lc.16,25).

Nulla giustifica che il cristiano dia il primo posto alle preoccupazioni per le ricchezze!