Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

Monastero della Resurrezione

Giugno 18th, 2021

GIOVEDÌ 17 GIUGNO 2021 L’ARCIVESCOVO HA CONSEGNATO IL DECRETO DELLA CONGREGAZIONE

L’Istituto di Villa Specchia diventa Monastero

Una transizione necessaria nel “Monastero della Resurrezione”

In questi giorni la notizia diffusasi della trasformazione dell’“Istituto” di Villa Specchia in “monastero di clausura” ha destato non poche perplessità e confusione nel cuore di tanti.
Ci è stato chiesto se da questo momento avremmo iniziato a mettere le “grate” della clausura e a vivere una vita diversa.
Vogliamo, allora, facendo luce su questa novità, condividere con tutti, il momento di grazia che stiamo vivendo come comunità religiosa e che sentiamo è di provvidenza anche per tutta la Diocesi, la città di Ostuni e la Chiesa intera.
L’Istituto religioso di diritto pontificio denominato Oblate Benedettine di S. Scolastica fu fondato nel 1937 a San Vito dei Normanni per desiderio delle Madre Benedetta Carparelli e Madre Scolastica Passante, sotto la guida dell’allora Presidente della Congregazione Sublacense P. Abate Emanuele Caronti.
L’erezione canonica avveniva il 14 dicembre 1944 con il Nulla Osta della Sacra Congregazione dei Religiosi. Le prime Costituzioni furono approvate dall’Ordinario del luogo il 17 dicembre 1945.
Fin dall’inizio la Congregazione ha unito una forte preparazione biblica e liturgica – secondo lo spirito benedettino – a una zelante attività educatrice ed assistenziale in favore dei più poveri.
«Pregare, pregare, pregare. Amare, amare, amare», con queste parole Madre Benedetta Carparelli richiamava costantemente il grande carisma a cui noi Oblate benedettine eravamo chiamate: il carisma della preghiera e dell’amore, facendo della Congregazione un luogo in cui, sperimentando la bellezza dell’unità e della comunione, partecipando alla stessa comunione Trinitaria, si potesse diventare sempre più capaci di amore attento alle necessità dei tempi.
«Donne dal senso materno spiccatissimo e dalla dedizione piena, donne consacrate. Donne che hanno ricevuto il fuoco dello Spirito Santo che sono state segregate dal mondo pur rimanendo a servizio del mondo, donne che da vergini caste sono state sposate ad un solo uomo Cristo. Donne alla ricerca di una fecondità spirituale e soprannaturale, alla ricerca, direi quasi di una partecipazione alla fecondità redentiva di Gesù. Donne la cui capacità di amare è sconfinata, perché si sentono spinte dalla forza interiore dello spirito a raggiungere tutti e tutto»: parole queste di Madre Benedetta che hanno conosciuto attuazione lungo gli anni nelle molteplici opere di carità che come Suore Oblate abbiamo vissuto e cercato di testimoniare nelle varie case che abbiamo aperto e nelle quali abbiamo cercato di incarnare il carisma dell’amore: dalla casa madre di San Vito dei Normanni a quella Generalizia di Ostuni; da Squinzano a Rutigliano; da Petina a S. Michele in Calabria; fino alla casa in Missione a Itaquaquecetuba nella periferia di San Paolo in Brasile.
Durante l’anno della vita consacrata (2014 – 2016), spinte dal desiderio di volerci riappropriare delle intuizioni delle fondatrici, nel capitolo generale che abbiamo celebrato nel mese di settembre 2015, abbiamo dato impulso ad un processo di riflessione e di approfondimento del nostro carisma il cui esito è stato quello di prendere coscienza che “lo stile di vita proprio” dell’Istituto doveva essere di tipo monastico.

Per tale motivo, senza cambiare la natura e la forma del nostro essere «Vergini prudenti con la provvista di olio così abbondante da darne a chi ne chiede senza paura. Vergini feconde così da rallegrare il cuore di Dio e la sua sposa la Chiesa», abbiamo presentato alla Santa Sede la richiesta di “trasformazione canonica” della natura giuridica con il passaggio da istituto religioso a Monastero sui iuris, sotto la Regola del Nostro Santo Padre Benedetto. il percorso che ci ha portati alla revisione delle costituzioni ci ha permesso di dare uno sguardo alla nostra vita del passato e a quella che vogliamo attuare, in sintonia anche con ciò che Papa Francesco ha chiesto alle comunità religiose attraverso la costituzione apostolica “Vultum Dei quaerere” sulla vita contemplativa femminile e la sua Istruzione applicativa “Cor orans”.
E il Decreto della Congregazione degli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica che il nostro Arcivescovo è venuto a consegnarci giovedì scorso ci ha incoraggiato in questo cammino.
Così il nostro Istituto di Suore Oblate Benedettine di S. Scolastica è diventato “Monastero della Resurrezione delle Monache Oblate dell’Ordine di San Benedetto”.
Abbiamo scelto di chiamarci “Monastero della Resurrezione” perché, pur “essendo cocci in viaggio nel mondo” desideriamo cantare l’Alleluia … che sa di rinascita, di rinnovamento, di nuova energia… per saperci rendere libere per … essere apostole dell’amore, testimoni dell’amore, donatrici dell’amore; tutte desiderose di rinascere a vita nuova per Cristo, con Cristo e in Cristo; tutte desiderose di dare ai fratelli e alle sorelle non oro né argento, ma la ricchezza interiore che ci canta dentro: il dolce Cristo vincitore della morte e dell’inferno”.
Resta il nostro essere “Oblate”, resta il nostro essere offerte e consacrate alla gloria della Santissima Trinità, ostie vive, sante, a Dio gradite e alla volontà del Padre nel servizio ai fratelli, chiamate, per un amore di predilezione, a vivere intorno all’altare, a cantare la gloria di Dio e a donarci in opere di apostolato che sono una continuazione della liturgia.
Desideriamo continuare ad essere per ciascuno un luogo e una presenza in cui l’amore si fa casa, si fa dono, si fa testimonianza, affinchè «la fede diventi luce, la speranza certezza, l’amore forza travolgente».

M. Maria Ignazia Tomsi

Abbadessa eletta

 

XII DOMENICA B

Giugno 15th, 2021

20 giugno 2021 

XII DOMENICA B

Mc. 4, 35-41

Il racconto della tempesta sedata culmina nella domanda: “Chi è dunque costui?…” con la quale l’evangelista conduce il lettore verso la fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio, che vince la morte e salva i credenti. E’ il motivo conduttore di tutto il vangelo di Marco.

La cornice del racconto è quella familiare del lago di Galilea. Da una barca Gesù ha raccontato le sue parabole.

Ora un’esperienza sconvolgente attende i discepoli; essa segnerà una impartante tappa nel loro cammino di fede.

Il racconto è una brevissima sequenza ricca di contrasti: la burrasca e il sonno tranquillo di Gesù, il riposo del Maestro e l’angoscia dei discepoli, la tempesta e la bonaccia.

Non di rado nella Bibbia vien detto che il Signore ‘dorme’, mentre i credenti lo scongiurano di svegliarsi per andare in loro soccorso (cfr. Sal. 44, 34ss).

La tempesta che si scatena improvvisa sul lago è un fenomeno che corrisponde perfettamente alle condizioni climatiche e geografiche del luogo. Ma il sonno di Gesù è sorprendente, e l’invocazione rude e disperata dei discepoli esprime una fede ancora imperfetta.

Gesù che dorme invia i discepoli pieni di paura a scoprire, attraverso il suo apparente disinteresse, la presenza amorosa di Colui che può tutto.

Al sonno, metafora della morte, è contrapposto il ‘destarsi-risorgere’ di Cristo che sconfigge l’assalto delle onde del mare, simbolo biblico delle potenze infernali e della morte.

La ‘grande bonaccia’, contrapposta alla ‘grande tempesta’ segna la vittoria di Gesù, che libera i suoi dall’assalto della morte.

“perché avete paura?  Non avete ancora fede?” (v.40): la situazione di pericolo ha messo a nudo la fragilità della fede dei discepoli, che, nel momento della prova, hanno lasciato che la paura prendesse il sopravvento.

Gesù è presente sempre, e anche se a volte sembra dormire, si prende cura di noi. Questo pensiero ci deve stimolare e sorreggere. Con ciò non si vuole negare a chi crede il fatto di provare paura davanti a un pericolo, si vuole però ricordare che la presenza di Gesù ridimensiona la paura fino a scacciarla

 

XI DOMENICA B

Giugno 8th, 2021

13 giugno 2021

XI  DOMENICA  ‘ B ‘

Mc. 4, 26-34

Nella prima parabola del nostro brano si contrappone la mietitura, cioè l’avvento del Regno, e l’inattività del contadino. Perché il Regno di Dio è come un seme che cresce da sé, senza che l’uomo possa farci nulla. Il Regno di Dio è come il grano che, una volta affidato alla terra, cresce da sé, e non ha importanza se il contadino dorma o vegli, poichè il Regno è opera di Dio, non dell’uomo.

Una volta posto il seme non resta che pazientare, e attendere pieni di fiducia la mietitura. Se il contadino si desse da fare nel campo non farebbe che calpestare quanto ha seminato. Ce lo ricorda il Salmo 127: “ Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a mangiare e mangiate un pane di sudore: Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”.

Sembra semplice questa parabola, ma è difficile da capire, perché afferma la priorità assoluta di Dio. E la pazienza richiesta nasce solo dalla fiducia in Lui. Il saper stare tranquilli esprime la fede assoluta nel Dio che non viene ami meno alla sua promessa. Ma la promessa di Dio è come un seme gettato nel solco della storia: è infatti il Cristo risorto che agisce in questo mondo, è lui il seme che cresce per virtù propria.

La forza segreta del seme condurrà la storia al pieno compimento del Regno di Dio. Ce lo assicurava già il profeta Isaia quando affermava: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca; non ritornerà a me senza effetto” (Is. 55, 10-11).

Anche la seconda parabola (vv.30-32)- strettamente collegata alla precedente –  parla del contrasto che contrappone la piccolezza del granello di senapa “il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra”  e la grandezza dell’albero che ne germoglia.

Qui il Regno è paragonato al grande albero finale, dove si radunano gli uccelli, simbolo appunto del Regno che radunerà la gente dispersa in un unico popolo.

In queste parabole ci viene proposto il grande insegnamento del vangelo: nel nascondimento, nell’apparente inattività vediamo il Regno di Dio che viene, come nel piccolo seme sta la certezza del grande albero che ne nascerà.

 

 

 

 

CORPO E SANGUE DI CRISTO B

Giugno 1st, 2021

06 GIUGNO 2021

SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI  ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 14,12-16; 22-26

“Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero:”Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?”… Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro… Poi prese il calice e rese grazie…”

 “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza”: le parole pronunciate da Gesù sul calice della cena pasquale sono quasi il motivo dominante attorno a cui è stato costruito l’odierno lezionario. L’eucaristia viene letta nella sua duplice dimensione: trascendente e sacrificale ( il sangue della croce e della morte e la glorificazione pasquale), immanente e mistica ( la comunione tra Dio e l’uomo nella pienezza dell’alleanza) (G.Ravasi).

L’ Eucaristia è ‘mistero della fede’. Solo la fede, infatti, può farci affondare lo sguardo oltre la barriera sensibile.

Essa è il cuore della chiesa: da essa infatti il corpo ecclesiale viene edificato e plasmato. Noi riceviamo e diventiamo il ‘Corpo di Cristo’.

Marco ci  presenta la cena eucaristica in un quadro costruito su un’antitesi: Giuda e i sacerdoti  sono il simbolo del rifiuto, i discepoli rappresentano invece la comunità riunita attorno all’eucaristia.

L’iniziativa parte da Gesù che fa imbandire la sua cena (vv.12-16).

Gesù, attraverso le nuove parole che accompagnano la pasqua ebraica, indica il dono nuovo di Dio, il corpo e il sangue del nuovo sacrificio, il sangue della nuova alleanza. Nella solitudine della “grande sala al piano superiore” (v.15) nasce la  comunità vincolata a Dio in un modo nuovo e ineffabile. Essa, celebrando la cena eucaristica pasquale, si prepara a ‘passare’ con Cristo alla cena perfetta del Regno (v.25). E’ in questa cena che la comunità si riconosce legata a Dio per sempre e unita al suo interno da un amore e da una fraternità che non si possono distruggere.

La vita davanti a sè

Maggio 26th, 2021

La vita davanti a sé

Ho avuto l’opportunità di vedere il recente film “La vita davanti a sé”  in cui Sofia Loren, diretta dal figlio Edoardo, ci offre un’interpretazione magistrale, intensa e potente che fa presagire per lei un Oscar nel prossimo anno.

La trama è ambientata a Bari, ai giorni nostri. In un quartiere di periferia vive l’anziana Madame Rosa (interpretata appunto  da Sophia Loren), una ex prostituta che è sopravvissuta all’Olocausto e che risponde alla durezza della vita accogliendo in casa bambini orfani o figli di squillo ancora in attività. A modo suo, e con rigidità, fa comunque da madre a queste creature. Un giorno accetta di prendersi cura di un ragazzino difficile, di colore, un ladruncolo che vive di espedienti: inizialmente il rapporto fra i due è  sospettoso, poi lentamente le rispettive solitudini entrano sintonia.

A volte un incontro può essere la salvezza per una persona. Ed è quello che succede a Madame Rosa e Momò. Ad unirli, nel corso della storia, è il dolore che li ha segnati. I loro occhi raccontano le loro sofferenze e le fragilità: quando si incrociano riconoscono che hanno in comune molto più di quello che pensano. Così, l’astio tra i due si trasforma in un’inaspettata e profonda amicizia.

Credo he ci siano due frasi che danno la chiave di lettura del bellissimo film: “ E’  proprio quando non ci credi più che succedono le cose belle”  e: “Tutto dipende dalle persone che incontri e come sai ascoltare”.

Sì, man mano che le sequenze del film avanzano, con emozione si vede come il rapporto tra l’anziana ‘madame Rose’ e il ragazzino vada evolvendosi in un’intensa e profonda intesa e complicità.

L’unica pecca di questo film mi sembra  quella di aver toccato altri interessanti spaccati di realtà attorno a Rosa e Momò senza però approfondirli. Ne è un esempio Lola, prostituta transessuale, ex pugile, alle prese con il figlio e con il padre che non accetta la sua sessualità. Un altro spaccato solo sfiorato è il rapporto tra l’anziano commerciante e il piccolo Momò, che anche da lui riceve lezioni di vita.

Trovo che Edoardo Ponti realizzi una regia abile che ci coinvolge, grazie ai bravissimi interpreti, con sguardi poetici ed emozionanti, tenerezza, silenzi che valgono più delle parole, la fiducia nel domani, una commovente umanità ed esempi di civiltà.

La visione del film mi ha ricordato una mia esperienza di molti anni fa. Ho vissuto un periodo ospite di missionarie laiche che ospitavano alcune prostitute della città: ho incontrato tra loro persone vere, sensibili, altruiste e generosissime.

Ponti porta sullo schermo una storia di solitudine, di uguaglianza, e di grande sofferenza di chi vive ai margini della società. Ma anche un ritratto poetico di un’umanità solidale, senza pregiudizi, tollerante e che si dà al prossimo anche se non ha nulla di concreto da offrire. Solo amore e solidarietà. E questo non è poco, soprattutto al giorno d’oggi.

Toccante anche, in finale, la calda voce di Laura Pausini che canta “Io sì”.