Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

III DOMENICA DI PASQUA A

Aprile 21st, 2020

26 Aprile 2020

III DOMENICA DI PASQUA “A”

Dal vangelo secondo Luca 24,13-35

Il racconto dei discepoli di Emmaus fa parte del trittico della apparizioni che Luca pone alla fine del suo vangelo: l’evangelista offre una progressione delle manifestazioni del risorto, in cui Emmaus è la scena centrale, preceduta dall’apparizione alle donne e seguita dall’apparizione agli undici.
La prima parte del racconto (vv.13-24) descrive il progressivo allontanarsi dei due discepoli da Gerusalemme, in un cammino che è segno di una profonda crisi di fede.
Il cammino di riavvicinamento inizierà proprio- grazie all’intervento di Gesù- da quella Scrittura che i due discepoli non avevano saputo leggere. Luca nota che “comincindo da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v.27).
Amarezza e rabbia si erano impadronite dei loro cuori, e Gesù si accosta a loro. Il resoconto che gli fanno è dettagliato: siamo dinnanzi al kerigma della Chiesa, è una sintesi perfetta del primo annuncio. Eppure si allontanano da Gerusalemme: conoscere e saper raccontare non basta, se non segue una visione e un’adesione di fede. Essi sono malati di ‘sclerocardia’ (indurimento del cuore) di cui aveva sofferto tutto Issale.
Gesù spiega come la Scrittura palasse di Lui. La sua morte e risurrezione non è stata un imprevisto: quanto è avvenuto è stato il compimento di un progetto che ha radici nella rivelazione di Dio e ha trovato attuazione in tutta la Scrittura. Egli è il primo interprete della parola, senza di lui non si comprende nulla, tanto meno la logica della redenzione: “Bisognava che il cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria” (v.26)
Oggi come allora l’itinerario per correre senza indugio a Gerusalemme ad annunciare che Egli è davvero risorto è l’ascolto orante della sua parola e lo spezzare il pane in sua memoria.
La presenza del Risorto è invisibile e silenziosa. Si rende improvvisamente visibile nel volto di un pellegrino che diventa compagno di strada e parla attraverso le parole della Scrittura. Più che uno sconosciuto era un non riconosciuto. Quando lo riconoscono non lo vedono più ma loro stessi divengono missionari del lieto annuncio. E’ questo anche il nostro itinerario e il nostro compito.

Accompagnare (non subire) le sfide del presente. di G. Bonfrate

Marzo 25th, 2020

Vi propongo un interessante articolo  apparso sull’ Osservatore Romano del 23-24 marzo 2020.

GIUSEPPE BO N F R AT E   Accompagnare (non subire) le sfide del presente  Oss.Romano 23-24 marso 20

 Molte volte si è ripetuta la frase di Agostino Timeo Dominum transeuntem, temo il Signore che passa, aggiungendo il motivo di questa apprensione, et non revertentem, e che poi non ritorni. Si tratta della paura di non riconoscerlo, di non saper vedere i segni che ci lancia, di perdere l’occasione propizia, di non saper cogliere, ora, l’evidente kairologia di questo temp o. Un tempo questo, la cui densità è difficile da misurare e stabilizzare, dentro e fuori di noi. Un virus, invisibile e pervasivo, sta trasfigurando la quotidianità, minando le sicurezze, stravolgendo le relazioni, disvelando la fragilità dei sistemi, ponendo di fronte a noi un’urgenza che invoca lo sguardo di tutti, per intercettare il passaggio del Signore, per reinterpretare e riprogettare la vita. Cominciando subito. Attendere sarebbe un errore. Diventeremo più poveri, e mentre dovremo imparare o reimparare ad abitare virtuosamente questa condizione difficile e liberante allo stesso tempo, sarà necessario riconoscere che abbiamo bisogno di tutti in un mondo in cui l’interconnessione è una realtà, e dunque verificarne operativamente le conseguenze è una necessità. Bisognerà fin da ora mettere insieme le risorse sapienti e scientifiche, le scienze umane, la spiritualità e la teologia. È necessario perché quanto sta avvenendo non accada semplicemente, non sia subìto, ma accompagnato, se non prefigurato. Il profilo dell’umano si sta trasformando nella misteriosa tessitura di vita e morte, di speranza e lutto, di responsabilità e paura, nel disincanto dell’onnipotenza e prendendo dolorosa confidenza con i limiti della creaturalità. Ci saranno fenomeni da prevedere e guidare, dovuti al sovraccarico di emozioni e istinti solo temporaneamente domati (il senso di claustrofobia e le violenze reattive, familiari e sociali). Così come si dovrà ripensare l’opportunità di un solidale rifondante il valore di quanto è civile, comune, superiore all’individuale e alle declinazioni del possesso. Provare a ricostruire la comunità, e ripensare l’essenziale riscrittura dell’esistere secondo la trama del noi, riconciliando le generazioni, i generi, le narrazioni, le idee, le verità, gli interessi, tutte le forme in cui la sovranità si è compresa esclusiva. Proporre al cuore la precedenza del perdono, congedandosi dall’illusione che la memoria renda giustizia alla verità nel rancore che discrimina, taglia, rigetta. L’etimologia di questo nemico della riconciliazione ci fa sentire che olezzo disperde in noi: ra n c o re m , deriva da “ra n c ē re ”, l’odore di un modo guasto di pensare e agire. Di grande sta avvenendo qualcosa che alla fede non deve sfuggire, e che, nell’esperienza cristiana, rivela una sacramentalità che non dipende esclusivamente dai sacramenti, mentre molte chiese sono chiuse, e le celebrazioni eucaristiche vincolano all’isolamento il presbiterio. C’è una vita liturgica feriale e festiva che incorpora Dio nella lettura individuale e familiare della Parola di Dio, nella preghiera, negli sguardi, nei gesti che le zone rosse ci impediscono, ma che alimentano, nell’intangibile, la nostalgia di quel contatto che poco fa si era sottomesso a irragionevoli e non cristiane diffidenze. A fronte delle recenti polemiche sul sacerdozio ordinato, emerge il popolo sacerdotale, che è quello che si forma alla scuola della caritas e del donum, i nomi dello Spirito Santo che non smette di generare e riformare la communio, inventore di una prossimità autentica, delicata, intima, discreta, riconciliante, generosa, da cui ripartire. Quanto necessario diventa tornare a credere che sia possibile vivere da credenti, ed è questo il tempo, avendo «un cuor solo e un’anima sola», liberati dalle rapacità che ci fanno divorare gli uni gli altri, felici di non dire mia proprietà quello che ho (At t i 4, 32).

01 marzo 2020 I DOMENICA DI QUARESIMA “A” “Vattene, satana!”

Febbraio 25th, 2020

Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 4, versetti 1-11 Tutti e tre i vangeli sinottici concordano nel segnalare un periodo di prova alla quale Gesù fu sottoposto dopo il Battesimo nel Giordano, e sottolineano che è lo stesso spirito effuso nel Battesimo a spingerlo nel deserto, per esservi tentato dal demonio. Il Battesimo ha rappresentato la vocazione di Gesù, la sua chiamata a diventare annunciatore del regno di Dio. E ogni vocazione, se autentica, deve essere provata (cfr. Sir. 2,1). Ora, lo Spirito che Gesù ha ricevuto al Battesimo, da una parte Gli dà la forza per affrontare la tentazione, e dall’altra lo mette di fronte al nemico del Regno di Dio. Dunque, la prima azione della missione di Cristo non è un miracolo, ma la lotta contro il peccato e la vittoria nella tentazione. Mentre nella prima lettura abbiamo Adamo che soccombe alla tentazione il vangelo ci presenta Gesù vittorioso su di esse, attraversandole, non rimuovendole. Abbiamo in Matteo lo scenario del deserto pietroso (prima tentazione (vv.3-4), lo scenario di Gerusalemme, del tempio, del pinnacolo e dei pellegrini che si affollano (seconda tentazione – vv.5-7),e infine la montagna altissima dalla quale si vede il mondo e la storia tutta (terza tentazione- vv.8-10). E’ un quadro solenne: si trovano di fronte il tentatore- l’antagonista dei piani di Dio- e Gesù, il Figlio obbediente. Tutta la scena si svolge come una disputa tra rabbini, e il tentatore cita abilmente la Parola di Dio, ma in modo falso e distorto; Gesù lo smaschererà e alla fine ne proclamerà la vera natura: “Vattene, satana! (v.10). La prima tentazione (del pane = economica), è sostanzialmente quella di piegare la volontà di Dio ai nostri bisogni, più che vivere nell’umile fiducia e nella sottomissione alla volontà divina. Gesù si trova come il suo popolo affamato e assetato nel deserto, ma non cade come Israele che, nel bisogno, mormorò contro Dio. La seconda tentazione (religiosa) è legata alla missione messianica di Gesù: lo scopo del diavolo è di separare Gesù da Dio. Egli vorrebbe indurlo a scegliere un messianismo facile, un cammino che non preveda la sofferenza, la morte, ma segni spettacolari, capaci di attirare le folle, un cammino di trionfo, incompatibile con il cammino verso la passione. Ma ancora una volta Gesù respinge Satana, ed esce vincitore là dove Israele era inciampato. Gesù respinge la tentazione citando Deut.6,16, e ricorda quale è stato il grande peccato di Israele nel deserto, quando tentò Dio costringendolo ad intervenire miracolosamente per dargli cibo, vittoria e potere. La terza tentazione (politica) si svolge su un monte altissimo: davanti agli occhi di Gesù passa tutta la seduzione del potere, della ricchezza. Israele cadde di fronte a questa seduzione: quando entrò nella Terra fu inebriato dalle ricchezze e dimenticò il Signore (cfr. Deut.8). Ma Gesù smaschera la natura di questa seduzione: l’uomo non ha altro o altri al di fuori del Signore suo Dio. Là dove il Popolo di Dio è caduto, Gesù esce vincitore. Egli vince la tentazione nella fede, e la sua vittoria definitiva sarà nell’assumere la via della croce.

Febbraio 18th, 2020

Ho letto il testamento del dottor Li Weng Liang, il medico cristiano che ha scoperto il coronavirus ed è morto la settimana scorsa per il contagio.
Mi sono commossa scoprendo che, grazie alla fede, abbiamo fratelli santi anche in Cina.
Li era uno di noi, con una moglie, un bambino, un altro figlio in arrivo, il mutuo da pagare, due cagnolini, l’albero di Natale ma anche il coraggio di dire la verità, la persecuzione del regime comunista, la sofferenza, e ora la morte.
Non invano vivono e muoiono i tuoi figli, o Signore!
Vi prego di leggere le sue parole fino alla fine: la vita, la morte, la quotidianità che si intreccia col cielo…
Vorrei dedicare una preghiera per L’anima di Li, per la sua splendida moglie, incinta e ora contagiata dal virus, una preghiera per i loro figli e una grande preghiera per tutte le persone colpite da questa malattia, perchè il buon Dio guidi le menti dei medici e li aiuti a trovare presto una cura, ma anche perchè porti in cielo tutte le anime prematuramente strappate ai loro affetti dal morbo.
Ecco le parole di Li:

“Non voglio essere un eroe.
Ho ancora i miei genitori, i miei figli,
la mia moglie incinta che sta per partorire e ci sono ancora molti miei pazienti nel reparto.
Sebbene la mia integrità non possa essere scambiata con la bontà verso gli altri,
nonostante la mia perdita e confusione, devo ancora continuare,
Chi mi ha lasciato scegliere questo paese e questa famiglia?
Quanti lamentele ho?
Quando questa battaglia sarà finita, io guarderò il cielo,
con lacrime che sgorgheranno come pioggia.
Non voglio essere un eroe, ma solo un medico,
non riesco a guardare questo virus sconosciuto che fa del male ai miei parie a così tante persone innocenti.
Anche se stanno morendo, mi guardano sempre negli occhi, con la loro speranza di vita.
Chi avrebbe mai capito che stavo per morire?
La mia anima è in paradiso, guardando quel letto bianco di ospedale,
su cui giace il mio stesso corpo, con la stessa faccia familiare.
Dove sono mio padre e mia madre?
E la mia cara moglie, quella ragazza per cui stavo lottando fino all’ultimo respiro.
C’è una luce nel cielo!
Alla fine di quella luce c’è il paradiso di cui spesso la gente parla.
Preferirei non andare, preferirei tornare nella mia città natale a Wuhan.
Ho la mia nuova casa lì appena acquistata, per la quale devo ancora pagare il prestito ogni mese.
Come posso rinunciare?   Come posso cedere?
Per i miei genitori perdere il figlio quanto deve essere triste?
La mia dolce moglie, senza suo marito, come potrà affrontare le future vicissitudini?
Me ne sono già andato Li vedo prendere il mio corpo, metterlo in una borsa,
dentro la quale giacciono molti connazionali.
Andati come me,
spinti nel cuore del fuoco, all’alba.
Arrivederci, miei cari.
Addio, Wuhan, la mia città natale.
Spero che, dopo il disastro, ti ricorderai che qualcuno ha provato a farti sapere la verità il prima possibile.
Spero che, dopo il disastro, imparerai cosa significa essere giusti.
Mai più brave persone dovrebbero soffrire di paura senza fine e tristezza profonda e disperata.
Ho combattuto la buona battaglia,
ho terminato la corsa,
ho conservato la fede.
Ora c’è in serbo per me la corona della giustizia” (Li Wen Liang).

VII DOMENICA ‘A’

Febbraio 18th, 2020

Oggi ci troviamo di fronte alle ultime due antitesi presenti in Matteo 5, 21- 48. Il riferimento all’Antico Testamento è alla cosiddetta ‘legge del taglione’, che già era un argine alla violenza indiscriminata e smisurata. Sono parole che ci sembrano quasi impossibili da attuare.

Gesù propone di praticare una ‘non violenza’ attiva, infatti la via che egli indica a chi subisce un’offesa è il rifiuto di una ‘contrapposizione’ basata sulla vendetta. Egli suggerisce atteggiamenti che permettano di uscire in modo attivo e propositivo, dalla spirale della ritorsione: solo così l’avversario potrà essere recuperato.

L’ultima antitesi è il vertice di tutta questa sezione 8v,44): l’amore per i nemici. Per praticare una giustizia ‘superiore’ a quella attuata da scribi e farisei (v.20) bisogna estendere l’amore del prossimo anche ai nemici.

Gesù chiede a chi crede di ‘non opporre resistenza al malvagio’, completando questa dimensione negativa col comando positivo di ‘amare il nemico’ (v,40).

La prima risposta atta a costruire relazioni nuove con chi è ostile è la preghiera. Ma ad essa vanno accompagnati gesti che rispecchino la relazione filiale con il Padre e che permettano di far sperimentare ai fratelli il volto paterno di Dio.

Vivere il perdono, vivere l’amore per il nemico vuol dire essere immersi nell’amore di Dio: questa immersione rigenera chi crede e fa crescere nella ‘filialità: si diventa ‘figli nel Figlio.

Il perdono e l’amore è il testamento che Gesù ha scritto sulla croce. Esso è un dono che anche noi dobbiamo chiedere al Padre che ci guarisce con il suo perdono, egli che “fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

 

 

 

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Ora et labora