Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XIV DOMENICA ‘A’

luglio 4th, 2017

XIV DOMENICA “A”

Dal Vangelo secondo Matteo 11, 25-30
“Venite a me voi che siete stanchi e oppressi”

“In quel tempo, Gesù disse:”Ti rendo grazie, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli…Venite a me, voi tutti, che sirte stanchi e oppressi, e io vi ristorerò…”

Il nostro brano conclude il capitolo 11 del Vangelo di Matteo. Un capitolo nel quale Gesù fa quasi un bilancio del suo ministero in Galilea, un bilancio apparentemente deludente.
Ma l’invito di Gesù che risuona nel Vangelo di oggi:”Imparate da me che sono mite e umile di cuore”(v.29) ci chiama a vivere la sua libertà attraverso la mitezza e l’umiltà, che rendono dolce e leggera la sequela di Lui, nonostante un peso resti tale e nulla toglie la fatica di portarlo.
A quelli che lo cercano e cominciano a seguirlo, Gesù sta rivelando Dio come Padre suo e di tutti gli uomini.
La nostra pagina evangelica – formulata in maniera solenne, con echi provenienti dall’Antico Testamento- ha il tono di bilancio conclusivo dell’attività di Gesù sulle rive del lago di Galilea. Da essa possiamo scoprire chi sono coloro che lo seguono:
– sono i piccoli, non certo i ‘sapienti e intelligenti’ secondo i criteri umani e religiosi del suo tempo (v.25). I presunti sapienti ed esperti di Dio in Israele – e di tutti i tempi!- non capiranno mai il mistero del Padre e della relazione esistente tra Lui e Gesù.
– Sono gli stanchi e oppressi da un peso insopportabile, quello di un giogo di leggi e tradi-
zioni che scribi e farisei impongono loro.
In difesa di questi piccoli, affaticati e oppressi, Gesù prende più volte posizione: contro coloro che siedono sulla cattedra di Mosè (cfr. Mt.15,1-11); contro quanti scandalizzano questi piccoli “che credono in me” (cfr. Mt.18,6-10).
La parola del brano del vangelo di Matteo propostoci oggi sembra proprio su misura per suscitare disagio in noi che abitiamo un mondo di saggi e intelligenti.
Ma è ai ‘piccoli’ – ci dice Gesù- che è rivelata una sapienza a cui vorremmo in qualche modo partecipare, per poterci mettere alla sua sequela.
Un cuore umile è orientato a Dio come il girasole al sole. Bisogna essere ‘grandi’ per sapersi piccoli, umili nel cuore . L’umiltà è il primo segno dell’immagine nella quale siamo costituiti, e riguarda anche gli atteggiamenti esterni: su di essi fa leva S.Benedetto quando ne descrive i 12 gradi (R.B.7).
Essere umili è essere veri; l’umiltà è lo specchio della verità della vita, la misura della nostra sincerità con noi stessi e con la realtà che ci circonda.

XII Domenica ‘A’

giugno 23rd, 2017

25giugno 2017

LECTIO DIVINA

XIII DOMENICA “A”

“Non abbiate paura!”
Dal Vangelo secondo Matteo, Capitolo 10, versetti 26-33

“Non abbiate dunque paura, poiché non vi è nulla di nascosto che non debba essere svelato …Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima ……Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro …… non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!…

La Liturgia di oggi ci ricorda che la Chiesa è, per vocazione, popolo profetico, depositaria di una missione impegnativa e difficile.
Gesù incoraggia i suoi e invita a non temere le conseguenze dlla proclamazione del vangelo, perché nessuna violenza può annientare la vera vita e perché Dio si prende cura di coloro che egli ama. L’invito a non avere paura è il motivo conduttore del brano, e vi è ripetuto tre volte (ai versetti 26.26.31). Per capire meglio il discorso si dovrebbero leggere i due versetti precedenti, che la Liturgia non ci presenta 8vv.24-25): i discepoli sanno che non avranno un destino diverso dal loro maestro, ma non devono temere coloro che li maltrattano e li oltraggiano. Questa esortazione a non temere, ad avere coraggio è accompagnata da tre motivazioni:
La prima motivazione si basa sulla presenza di Dio che agisce nella predicazione cristiana, e quindi nessuna forza umana potrà arrestarla: nulla può essere nascosto, tutto sarà manifesto. I discepoli sono invitati a proclamare pubblicamente (‘ditelo nella luce, predicatelo sui tetti’) quanto hanno appreso dalla rivelazione privata ricevuta da Gesù.
Il versetto 28 presenta un secondo motivo di coraggio: non bisogna temere gli uomini, poiché essi possono togliere solo la vita fisica, non la vita eterna. Bisogna piuttosto temere Dio, perché solo lui è il padrone della vita, e può far perire il corpo e l’anima, solo lui ha il potere di escludere dalla vita presente e dalla vita futura.
Matteo richiama qui l’attenzione sulla potenza di Dio: è lui il Signore della vita.
Il terzo invito a non avere paura si basa sulla provvidenza Divina (vv.29-30): se all’attenzione del Dio della vita non sfugge nemmeno un passero, se conosce perfino il numero dei capelli del nostro capo, a maggior ragione si prenderà cura e si preoccuperà dei suoi. Egli segue il cammino di quanti si affidano a lui, ha a cuore tutto quanto li riguarda: questo deve infonderci fiducia e speranza (v.31).
Matteo con questo triplice invito al coraggio intende sostenere e dare fiducia alla comunità post-pasquale che vive la persecuzione, egli le vuol dire che il momento difficile che sta vivendo non e’ dovuto al fatto che Dio si è dimenticato dei suoi. La comunità di allora, come quella di oggi, deve avere la certezza che il Signore le è vicino e segue i suoi passi, la sostiene e difende anche nel momento della difficolta’. Infatti i versetti 32-33 stabiliscono una relazione di causa effetto tra l’atteggiamento di fedeltà a Cristo e l’atteggiamento di fedeltà di Cristo nei confronti del cristiano al momento del giudizio. Confessare e rinnegare significa affermare o negare concretamente, nei fatti, di appartenere a Gesù, di esserne discepoli.
Scriveva in campo di concentramento D.Bonhoeffer, forte di questa fiducia: “Noi viviamo nelle cose penultime, e crediamo nelle ultime”.

IV DOMENICA DI QUARESIMA ‘A’

marzo 21st, 2017

26 marzo 2017
IV DOMENICA QUARESIMA A

Gv. 9, 1-41

“In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e suoi discepoli lo interrogarono:” Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?”. Rispose Gesù:”Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero le opere di Dio…”

Nel nostro brano vediamo Gesù e i discepoli che incontrano un uomo cieco, ma lo guardano con occhi diversi. Convinti che la malattia sia segno del peccato, i discepoli vedono in lui un peccatore, Gesù invece vede nella malattia di quell’uomo l’occasione per manifestare l’amore del Padre. La persona è la stessa, ma lo sguardo di Gesù e dei discepoli è diametralmente opposto.
Il gesto di Gesù di impastare il fango e spalmarlo sugli occhi del cieco (v.7) ricorda il gesto con cui Dio ha creato Adamo plasmandolo con la polvere del suolo (cfr. Gen. 2,7).
Così descrive questo episodio di Giovanni un famoso esegeta (Brown):” Questo è il racconto di come un uomo che sedeva nelle tenebre fu condotto a vedere la luce non solo fisicamente, ma spiritualmente. D’altra parte, è il racconto di come quelli che credevano si facessero ciechi sprofondando nelle tenebre”.
Di fronte al cieco guarito la reazione dei conoscenti è di porre domando: interrogano, ma non si interrogano! Il testo suscita questa domanda: “Chi è cieco, e chi vede?”. E la risposta è questa: vede chi sa vedere la propria cecità e sa aprirsi all’azione di Cristo che guarisce e illumina: “ Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite:” noi vediamo”,il vostro peccato rimane” 8v.41).
Osservando il cammino del cieco guarito si nota che le sue affermazioni rivelano una conoscenza sempre più profonda di Gesù. Interrogato dai vicini circa la sua guarigione, egli risponde:”Quell’uomo che si chiana Gesù ha fatto del fango e…” (v.11). nel secondo confronto egli afferma:”Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla” (v.33). Infine, incontrando Gesù confessa:”Io credo, Signore” (v.38).
A questa sua progressiva testimonianza corrisponde un altrettanto chiaro ottenebramento dei farisei/giudei.
Questo racconto vuole testimoniare il difficile percorso della fede, vuole illustrare e drammatizzare quanto Gesù aveva affermato in precedenza (Gv.8,12):” Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”.
L’incontro con Gesù è offerta di salvezza, non di condanna. Solo la presunzione di non avere bisogno di lui, la certezza di vedere, rende ciechi e incapaci di scorgere la luce vera. I farisei con la loro autosufficienza rendono vano il disegno di Dio (vv.39-41).
Nella tradizione cristiana il miracolo della guarigione del cieco nato ha avuto una grande eco, soprattutto per le allusioni battesimali disseminate in tutto il racconto.
Il cieco nato ottiene la vista, coloro che ritengono di vedere diventano ciechi: davanti a Cristo ogni uomo fa un percorso verso la fede o verso l’incredulità. Spetta ad ognuno prendere la decisione di lasciarsi illuminare.

TEMPO DI QUARESIMA

marzo 1st, 2017

Goffredo Boselli, monaco di Bose QUARESIMA
La Quaresima ogni anno giunge repentina, ci coglie lì dove siamo e ci spinge, quasi ci costringe a iniziare ancora una volta un cammino di conversione. Un cammino che è un tempo di preghiera nel quale discernere la “presenza” con la quale scegliamo di vivere e convivere. Un cammino di rinuncia e condivisione che è tempo nel quale non pretendere per sé più di quanto si riconosce agli altri. La Quaresima è dunque una chiamata che porta i tratti di un appello interiore, quell’intima ingiunzione spirituale che la parola del Signore sempre ci fa sentire quando decidiamo di ascoltarla. Per questo, non siamo noi a entrare in Quaresima ma è la Quaresima che entra in noi, e in qualche modo ci forza, ci fa violenza e si impone come una sorta di controtempo al nostro tempo.
Noi vorremmo vivere il tempo che ci è dato in quella tranquillità e leggerezza che lo stare alla superficie della vita accorda, lasciandoci portare dagli eventi, dai fatti piccoli e grandi che segnano la nostra quotidiana esistenza di persone, di credenti, di cittadini e che, alla lunga, impercettibilmente ci spossessano della libertà di decidere e di scegliere che uomini e donne essere, che vita vivere. Lasciare che le cose accadano senza assumere su di esse uno sguardo evangelico, significa infatti cedere alla tentazione di consegnare le chiavi del senso delle nostre vite a forze, a dominanti, a poteri che alla fine ci sovrastano e ci dominano perché abbiamo per troppo tempo consentito loro di regnare dentro di noi. La Quaresima è tempo di prova perché è tempo di decisione, ossia tempo nel quale consentiamo al Vangelo di Cristo di costringerci alla scelta, di stanarci nelle nostre ambiguità, di rivelarci gli aspetti umanamente e spiritualmente irrisolti.
Come i giorni dell’Avvento corrispondono ai giorni più bui dell’anno che culminano nel giorno del Natale, nel quale la luce vince la tenebra, così i quaranta giorni della Quaresima corrispondono ai giorni nei quali la natura, dopo il sonno invernale, torna a vivere. Se l’Avvento invoca la venuta della luce più forte delle tenebre, la Quaresima invoca la vita più forte della morte. Il fine della Quaresima è la Pasqua, la rinascita a una vita che non rinuncia mai a rinnovarsi.
Ciclo della vita naturale e ciclo della vita spirituale pulsano al medesimo ritmo, conoscono le medesime regole e gli stessi principi. Per questo, la Pasqua cristiana ricorre sempre la domenica dopo il primo novilunio di primavera perché è la prima luna nuova che segna cosmologicamente l’inizio vero della primavera. Il lavoro interiore che i credenti attraverso la preghiera, la rinuncia e la condivisione compiono nei quaranta giorni quaresimali, ha la stessa dinamica spirituale del lavoro nascosto che il seme sotterra compie nel corso dell’inverno per poter spuntare a primavera e poi germogliare e portare frutto a suo tempo. Il seme ha bisogno di un tempo nel quale, nascosto sotterra, possa morire a se stesso affinché dalla propria morte nasca una nuova vita. Così, i giorni della Quaresima sono i giorni nei quali il cristiano cerca di comprendere a fondo, facendo esistenzialmente propria quella parola del Vangelo nella quale Gesù ha sintetizzato la sua stessa esperienza spirituale di morte e vita: “Se il seme, caduto a terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Nel mistero del seme Gesù ha riconosciuto il senso della sua vita. Nel mistero del seme è anche racchiuso il senso spirituale della Quaresima.
Tentazioni di Gesù e Quaresima sono un tutt’uno
Ogni tempo forte ha il suo Vangelo, quello della Quaresima è il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto. Il tempo vissuto da Gesù nel deserto e il tempo quaresimale formano un tutt’uno, al punto da comunicarsi i significati, scambiarsi finalità e scopi, trasmettersi l’un l’altro il senso dell’esperienza. L’esperienza spirituale che il Signore ha vissuto nel deserto è quella che i credenti sono chiamati a vivere in Quaresima.
Al diavolo che gli propone di cambiare le pietre in pane, Gesù risponde che vuole restare un affamato. Al diavolo che lo invita a dimostrare la sua divinità gettandosi dal punto più alto del tempio, Gesù risponde di non dover dimostrare niente a nessuno, e sceglie di restare non riconosciuto, un ultimo, un piccolo. Al diavolo che gli offre il potere su tutti i regni del mondo, Gesù decide di restare un uomo senza alcun potere in questo mondo. Rispondendo alle tentazioni, Gesù decide ciò che vuole essere e ciò che non vuole essere. E scegliendo di restare Figlio del Padre mostra, ci mostra, che un’umanità diversa, altra, santa, è possibile.
Gesù sceglie di non avere, di non essere e di non potere. La forza della tentazione sta proprio nel sussurrarci all’orecchio che è più importante ciò che ancora non siamo, ciò che ancora non abbiamo. Restando affamato, Gesù accetta anzitutto la mancanza più reale: accetta di aver fame. E la fame è l’esperienza più acuta del vuoto che ci portiamo dentro. Gesù non cede alla tentazione di riempirlo in qualunque modo, ma mantiene questo vuoto. Riconosce e accetta la sua mancanza. Scegliendo di restare affamato, Gesù sceglie ciò che non ha, decide di mantenere quel vuoto dentro di sé.
Poi Gesù respinge la tentazione di dover dimostrare a qualcuno di essere il Figlio di Dio. Non ha sentito la necessità del riconoscimento da parte degli altri; ha scelto di restare non riconosciuto perché a lui bastava il riconoscimento del Padre. Gli bastava custodire quella voce nella quale è stato battezzato: “Questi è il Figlio mio, l’amato”. Una parola d’amore del Padre che per Gesù è un’intima certezza che non ha bisogno di nessuna prova: “Non metterai alla prova il Signore tuo Dio”. Infine, respinge il potere sui regni del mondo offertogli dal diavolo. Gesù il potere non l’aveva e, quando gli è stato offerto, neppure lo ha voluto. Se non ha esercitato il potere, non è per pigrizia o per disinteresse, infatti ne ha conosciuto la tentazione, ma perché dal maligno, al quale appartiene ogni forma di potere nel mondo, Gesù non si è lasciato convincere a credere nel potere. Per questo Satana non è riuscito a trasformare Gesù in un adoratore del potere: “Il Signore tuo Dio adorerai: a lui solo renderai culto”. Gesù ha scelto di non vivere una vita in ginocchio davanti ai potenti per mendicare una briciola di potere, ma l’unica volta che si è inginocchiato lo ha fatto davanti ai suoi amici per lavare, come un servo, i loro piedi. Gesù ha scelto di vivere affamato, non riconosciuto e senza potere: questa è stata la sua vittoria. Una vittoria che dice una cosa sola: se davvero lo vogliamo, niente e nessuno ci può impedire di vivere il Vangelo.
La Quaresima è tempo e spazio dello Spirito
Se avvertiamo la Quaresima come una forza a noi opposta e come realtà esterna costringente, sentendo in essa tutta la potenza della parola di Dio e l’appello alla conversione, questo significa che stiamo entrando in Quaresima. La forza dello Spirito che spinge Gesù nel deserto è la stessa forza spirituale che costringe il cristiano a entrare in Quaresima.
Se neppure in questi quaranta giorni sentiremo nella nostra carne lo scontro tra noi e la parola di Dio, il conflitto tra i nostri pensieri e lo spirito del Vangelo, la contraddizione tra le nostre azioni e l’agire di Cristo; se neppure in questi quaranta giorni prenderemo coscienza che la fedeltà al Vangelo di Cristo significa lotta e agonia, perché la fedeltà al Vangelo ha un prezzo da pagare che per il Cristo è stata la croce; se neppure in Quaresima sentiremo che tutto questo attraversa le nostre fibre, allora avremo ridotto la fede a un’osservanza religiosa e avremo fatto del Vangelo di Cristo un insieme di valori fondativi. Quando avremo retrocesso il cristianesimo a puro sentimento religioso che fa da sfondo consolatorio alla vita e ridotto il Vangelo a contenitore di alti ideali, allora non conosceremo cos’è la lotta in nome della fedeltà al Vangelo, la tentazione a causa del Vangelo. Tutt’al più soffriremo per un po’ di incoerenza tra l’ideale che abbiamo di noi stessi e il reale di quello che invece concretamente siamo.

SANREMO NON SOLO CANZONETTE

febbraio 15th, 2017

Mi piace proporvi un articolo che condivido pienamente, apparso su l’Osservatore Romano di ieri.
FESTIVAL DI SENREMO 2017
Vivendo all’estero da ormai vent’anni, da religioso, non sono solito seguire il festival di Sanremo. Ma per ragioni di predicazione ho voluto seguire un certo numero di canzoni dei big e già nella penultima serata, l’unica che ho seguito, due musiche mi avevano incuriosito. Quella della scimmia nuda di Francesco Gabbani e «Che sia benedetta» della famosa Fiorella Mannoia che si presentava a Sanremo dopo vari decenni. Non mi erano passate inosservate queste melodie e le loro parole, ma quando al mattino della domenica ho letto i vincitori di questo festival, ho iniziato a riascoltare le melodie e percepire sempre di più le parole che le accompagnano.
Ho avuto come la certezza che la giuria avesse un inconsapevole programma da premiare. Infatti, la lettura tanto dell’una che dell’altra canzone è — senza tirare per i capelli l’interpretazione — estremamente profonda dal punto di vista teologico. Occidentali’s karma è una bellissima, esilarante, danzante parodia dell’occidentale ormai imborghesito che non riesce più a trovare la sua identità. Gabbani, Ilacqua, Chiaravalli gli autori delle parole sembrano quasi farsi beffa di una ricerca apparentemente intimista, falsamente spiritualistica, apparentemente attenta all’ambiente, ma che in fondo denigra anche quei veri valori contenuti nelle spiritualità orientali. L’occidentale medio crede sì alle tecniche di meditazione orientali, ma come dicono gli autori della canzone, si va a «lezioni di Nirvana. C’è il Buddha in fila indiana. Per tutti un’ora d’aria, di gloria», facendo sicuramente riferimento al fatto che la razionalità occidentale tende a ingabbiare tutto anche quanto non è, teoricamente, razionalizzabile. Qui è il genio, o uno dei caratteri salienti dell’Occidente formatosi alla scuola dei pensatori ebrei e cristiani: l’intelligenza delle cose, della fede. E giusto dice la canzone, che proprio l’uomo perbene occidentale vorrebbe annullare quanto di più proprio è riuscito a forgiare, il pensiero come una cattedrale: «L’intelligenza è démodé. Risposte facili. Dilemmi inutili». Certo dietro l’angolo delle spiritualità fondate sul vuoto o il nulla, per l’occidentale c’è nascosto il nichilismo e non una spiritualità profonda: «La folla grida un mantra. L’evoluzione inciampa. La scimmia nuda balla. Occidentali’s Karma». È una critica allora davvero acerba a un fare e un pensare che in fondo non rispetta la natura dell’altro e perverte il bene fino a non cogliere più il mistero nascosto nella realtà che ci circonda perché il narcisismo l’ha cancellato: «Tutti tuttologi col web. Coca dei popoli. Oppio dei poveri». E così la melodia si fa vera parodia di un Occidente ormai in preda alla perdita di vera ispirazione della vita. E di questa tratta invece quella che si potrebbe chiamare la pars costruens del programma dei vincitori: «Che sia benedetta» della Mannoia è un inno alla vita, forse anche quella rischiarata da Dio.
La cantante rivela in qualche modo quanto sempre quell’occidentale vive, ma non sempre riesce a esprimere: «Che sia benedetta. Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta». Sì, è perfetta perché «se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona. Che sia fatta adesso la sua volontà». Quel Dio che, benché non nominato, permette a chi ha perso tutto di ripartire «da zero perché niente finisce quando vivi davvero». La vita, sì, è proprio la vita nella sua potenza interiore a essere celebrata dal festival di Sanremo. Che quanto andiamo dicendo non sia peregrino viene confermato dal terzo premio per la canzone di Ermal Meta, Vietato morire. Come dice il testo: «Ricorda di disobbedire. Perché è vietato morire», ma perché? Perché «ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai. Figlio mio ricorda. L’uomo che tu diventerai. Non sarà mai più grande dell’amore che dai». Che queste parole, tutte, non siano un lontano o vicino ricordo di pagine del Vangelo?
di Alberto Fabio Ambrosio