Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

S. NATALE

Dicembre 22nd, 2018

25 dicembre 2018
NATALE DEL SIGNORE C*

Lc. 2, 1-14

“Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme….Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per Lei i giorni del parto…”

Dio pone la sua tenda tra le tende provvisorie dell’umanità. La forza del Natale sta in questo segno. Gesù, il Bambino nato a Betlemme ci parla del Regno di Dio, ci offre la vicinanza di Dio; Egli è colui che sta con noi.
Il vangelo della Messa della notte racconta la nascita di Gesù. E’l’eternità di Dio che entra nel nostro tempo.
Con la nascita di Gesù i ‘racconti dell’infanzia’ riportati da Luca raggiungono il loro scopo: mostrare gli inizi della vita del Messia e mostrare i segni della divinità nella sua umanità.
Il nostro brano è dunque allo stesso tempo storia e narrazione di fede.
Luca è particolarmente attento a legare la storia di Dio con la storia degli uomini: come il periodo del governo di Augusto fu un tempo di pace e prosperità, così la nascita di Gesù inaugura la pace duratura che solo Dio può donare.
I versetti 4-5 riportano alcune notizie su Giuseppe: egli proviene dalla Galilea ed è di famiglia regale; è sposato con Maria che è incinta, e con lei si dirige a Betlemme. Proprio a Betlemme Maria partorisce e dà alla luce ‘il suo figlio primogenito’ (v.6). Questo termine sottolinea quanto dice la legge di Mosè: che ogni maschio primogenito è consacrato a Dio (Luca sta già preparando la scena della presentazione al tempio di 2,21-28).
Nei versetti 8-9 la scena si sposta sui pastori che vegliano all’aperto il proprio gregge anche di notte, per difenderlo da animali e predoni.
Qui essi ricevono l’annuncio degli angeli (vv.10-11); il loro è un annuncio di gioia (la gioia sarà la caratteristica di tutto il vangelo del terzo evangelista).
“oggi è nato per voi”: spesso questo avverbio si trova riferito alla salvezza apportata da Gesù. A conferma dello stretto rapporto tra la venuta di Gesù e l’avvicinarsi della salvezza, le parole angeliche parlano del ‘Salvatore’ e del ‘Cristo Signore’, titoli che sottolineano il valore della sia missione.

L’Altissimo si è fatto piccolissimo, l’Onnipotente bisognoso di tutto. La Parola si è fatta vagito di un bambino. Domandiamoci: nelle nostre giornate dove deponiamo Gesù, che è Figlio di Dio e Figlio dell’uomo? Viviamo noi questa unità tra fede e vita? L’inatteso accade: sappiamo ancora sussultare di gioia? Dio ci ha salvati, ci lasceremo salvare?
Il bacio tradizionale al Bambino esprima l’accoglienza di Cristo in noi e la nostra sintonia con il suo progetto di vita.

IL PRESEPE VIVENTE

Dicembre 4th, 2018

Decreto sicurezza. Il presepe vivente. Una norma cattiva e parole al vento
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Marco Tarquinio sabato 1 dicembre 2018
Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe (Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del “sì” che tutto accoglie e tutti salva e dei “no” che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce.
Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di “scartati”, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente.
Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un “luogo” che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I “rifugiati” sì, i “protetti” no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà.
Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla “la Legge della strada”. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina. È un fatto: la nuova “Legge della strada” già comanda sulla vita di centinaia di persone che diverranno migliaia e poi decine di migliaia. Proprio come avevamo avvertito che sarebbe accaduto, passando – ça va sans dire – per buonisti e allarmisti.
Eccolo, allora, davanti ai nostri occhi il presepe vivente del Natale 2018. Allestito in una fabbrica dell’illegalità costruita a suon di norme e di commi. Campane senza gioia, fatte suonare per persone, e famiglie, alle quali resta per tetto e per letto un misero foglio di carta, che ironicamente e ormai vuotamente le definisce meritevoli di «protezione umanitaria». Ma quelle campane tristi suonano anche per noi.
P.S. Per favore, chi ha votato la “Legge della strada” ci risparmi almeno parole al vento e ai social sullo spirito del Natale, sul presepe e sul nome di Gesù. Prima di nominarlo, Lui, bisogna riconoscerlo.
Marco Tarquinio

XXX DOMENICA B

Ottobre 23rd, 2018

28 ottobre 2018
LECTIO DIVINA
XXX DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 10, 46-52

“……il figlio di Timeo, Bartimeo …… sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire:”Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”……. Gesù gli disse:”Che vuoi che io faccia per te?” E il cieco gli rispose:” Rabbonì, che io vede di nuovo!”. E Gesù gli disse:”Va’, la tua fede ti ha salvato”……

Il racconto del cielo ‘illuminato’ da Gesù è, nel vangelo, figura del credente illuminato dalla fede e reso capace perciò di seguire il Cristo. Solo la fede permette di vedere con chiarezza il significato di Gesù per la propria vita, e di convertirsi a Lui.
Per Marco il cieco guarito è il tipo del discepolo che , spogliato degli abiti (dell’ ‘uomo vecchio’ v.50), si immerge nel buio delle acque- del battesimo- e riemerge da esse alla luce che gli consente di camminare nella vita nuova tracciata da Gesù.
Gesù sta camminando verso Gerusalemme, cioè verso la sua passione e morte. La strada è un luogo di incontri di grande spessore simbolico. Un tale era andato poco prima da Gesù (vv.17-22), ma poiché era ricco, non aveva avuto il coraggio di lasciare i suoi beni per seguirlo. Vedremo invece che il povero Bartimeo si libererà di tutto ciò che gli può essere di ostacolo per andare in fretta da Gesù. E Bartimeo da cieco diventa vedente, da seduto itinerante, da uomo accanto alla strada, segue Gesù per la strada. Tra la sua situazione iniziale e quella finale accade qualcosa di grande, come Gesù stesso gli rivela: la sua fede è maturata e l’ha portato alla salvezza:”va’, la tua fede ti ha salvato!”. (v.52).
Il processo di trasformazione in cui Bartimeo è coinvolto si snoda in alcune fasi. La prima consiste nell’informazione che gli giunge del passaggio di Gesù.
La decisione di Bartimeo si concentra in un secondo momento nel grido accorato rivolto a Gesù: “ Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. (v.48). La cocciutaggine di Bartimeo è premiata dalla misericordia di Gesù che si ferma ad aspettarlo e che lo fa chiamare. Qui Marco pennella con pochi, efficaci tratti la risposta di Bartimeo alla chiamata: innanzitutto non pone alcun indugio, ma balza in piedi e si libera dal mantello che potrebbe impedire la sua corsa verso il Maestro.
Se consideriamo che il mantello era il tesoro più prezioso per un mendicante e per un povero (cfr. Es.22, 25-26), capiamo come questo gesto sia carico di significato.
Bartimeo e Gesù sono ora uno di fronte all’altro, e il cieco ha l’ardire di domandare il dono della vista. E, dopo averla riacquistata, l’ex-mendicante non si fa pregare da Gesù per seguirlo, ma spontaneamente capisce che averLo incontrato significa porsi alla sua sequela.
Così ora Bartimeo è nella strada, cioè nella vita vera, e nel cammino della salvezza, sulle orme di Gesù.

XXII DOMENICA ‘B’

Settembre 12th, 2018

2 settembre 2018
LECTIO DIVINA

XXII DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 7, 1-8. 14-15. 21-23

“…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?. Egli rispose loro:”Bene ha profetato di voi Isaia, ipocriti, come sta scritto:”Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me……”……Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando il lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro……”……

Nel vangelo odierno Marco insiste sull’indurimento di cuore dei discepoli: di fronte alla duplice esperienza della propria incapacità e limitatezza da una parte, e della straordinario potere di Gesù espresso nei suoi gesti dall’altra; essi non si aprono ancora alla fede, ma solo a stupore e spavento. Il motivo di questa resistenza è il loro ‘cuore duro’ che li rende simili agli avversari di Gesù.
E’ questo uno dei brani più aspri del vangelo di Marco. Il primo elemento che colpisce è il sapore fortemente polemico di questo brano. Gesù, dedito unicamente alla salvezza dell’uomo, appare in contrasto con i detentori della tradizione religiosa, venuti da Gerusalemme, che sembrano più ansiosi di salvaguardare le usanze religiose e le abitudini rituali. Essi accusano in modo inesorabile: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?” (v.5). La risposta di Gesù segnala il rischio che essi corrono (vv.6-8): quello di dimenticare che abluzioni e regole di purità sono solo strumenti per ricordarsi di essere sempre alla presenza di Dio, e non fini a se stessi.
Gesù smaschera l’ipocrisia dei suoi accusatori, troppo preoccupati del buon apparire della loro immagine agli occhi altrui, che del loro ‘essere’ davanti a Dio. In modo discreto anche il lettore delle sue parole è perciò invitato a verificare la sua posizione e a chiedersi cosa conti davvero per lui, se il suscitare ammirazione nella gente o il piacere a Dio.
Gesù afferma la priorità, per la vita di fede, di una sincera ricerca della volontà di Dio che non si lasci frenare della paura, dalle convenzioni, dalla ricerca di approvazione.
Gesù si rivolge poi alla folla per comunicare un insegnamento importante:”Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (vv.14-15): un’osservanza puramente esteriore del comandamento di Dio non basta. E’ il cuore dell’uomo che deve convertirsi orientandosi verso la volontà di Dio. Ed è autentico il rapporto con Dio se il primato è dato alla Parola e se la questione è quella della qualità del cuore, cioè dell’orientamento della propria libertà (vv.21-23). La Parola di Dio infatti ha come meta il cuore dell’uomo, e tende a suscitare una risposta che non distingua atra dire e fare, tra vita e culto.

XX DOMENICA ‘B’

Agosto 16th, 2018

19 agosto 2018
LECTIO DIVINA

XX DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Giovanni 6,51-58

“… Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”……”Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono: Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Gli uditori di Gesù capiscono sempre meno il linguaggio di Gesù, che li disorienta, perché non hanno accettato di collocarsi sul piano della fede e sono rimasti solo sul terreno del buon senso.
“Come può costui darci la carne da mangiare?” (v.52). La domanda nasce dalla difficoltà di accettare il mistero di Gesù, che sia cioè la sua incarnazione, passione e morte a darci la vita. In Giovanni ‘carne’ significa il modo concreto della presenza del Verbo di Dio (“Il Verbo si è fatto carne” ): la condizione debole, fragile e mortale dell’uomo che, assunta da Gesù, diventa il mezzo della salvezza; la Sua carne è ‘data’ proprio perché donata dà la vita.
“In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (v.53).
Bisogna capire non solo che cosa significhi la carne e il sangue del Figlio dell’Uomo, ma anche il mangiarne e il berne.
Mangiare la sua carne e bere il suo sangue significa per il discepolo un assimilare, nella fede, la totalità della persona di Cristo e un configurare la propria esistenza alla sua: è’ un entrare in uno stesso stile di servizio, di offerta di sé e di accoglienza docile al volere di Dio.
Mangiare la sua carne e bere il suo sangue è un gesto che si compie nel banchetto eucaristico, ma che implica un lasciarsi totalmente attrarre da Lui nel suo cammino verso il Padre.
Il parallelismo che presenta l’evangelista Giovanni circa il mangiare e il credere è molto importante. Leggiamo al v. 54 “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo girono” : il rito esprime la fede e la fede abita e orienta la vita quotidiana in tutte le sue dimensioni.
Il vertice del nostro brano è il seguente:”la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda” (v.55). Dire che l’alimento eucaristico è ‘vero cibo’ significa affermare la sua reale portata di salvezza: l’eucaristia assunta e mangiata con fede, dona la vita stessa di Gesù.
Il nostro brano evangelico segna la conclusione del discorso di Gesù sul ‘pane di vita’, e ha un carattere decisamente eucaristico, che si manifesta soprattutto nel fatto che il pane, di cui aveva già parlato nei versetti precedenti, adesso si sdoppia in “vero cibo e vera bevanda”: vita, morte e risurrezione di Gesù fondano la comunità e si ripresentano nell’eucaristia, che configura la vita del credente a quella di Gesù, rendendola un’azione di grazie al Padre e servizio ai fratelli.