Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XX DOMENICA ‘B’

agosto 16th, 2018

19 agosto 2018
LECTIO DIVINA

XX DOMENICA ‘B’

Dal Vangelo secondo Giovanni 6,51-58

“… Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”……”Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono: Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Gli uditori di Gesù capiscono sempre meno il linguaggio di Gesù, che li disorienta, perché non hanno accettato di collocarsi sul piano della fede e sono rimasti solo sul terreno del buon senso.
“Come può costui darci la carne da mangiare?” (v.52). La domanda nasce dalla difficoltà di accettare il mistero di Gesù, che sia cioè la sua incarnazione, passione e morte a darci la vita. In Giovanni ‘carne’ significa il modo concreto della presenza del Verbo di Dio (“Il Verbo si è fatto carne” ): la condizione debole, fragile e mortale dell’uomo che, assunta da Gesù, diventa il mezzo della salvezza; la Sua carne è ‘data’ proprio perché donata dà la vita.
“In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (v.53).
Bisogna capire non solo che cosa significhi la carne e il sangue del Figlio dell’Uomo, ma anche il mangiarne e il berne.
Mangiare la sua carne e bere il suo sangue significa per il discepolo un assimilare, nella fede, la totalità della persona di Cristo e un configurare la propria esistenza alla sua: è’ un entrare in uno stesso stile di servizio, di offerta di sé e di accoglienza docile al volere di Dio.
Mangiare la sua carne e bere il suo sangue è un gesto che si compie nel banchetto eucaristico, ma che implica un lasciarsi totalmente attrarre da Lui nel suo cammino verso il Padre.
Il parallelismo che presenta l’evangelista Giovanni circa il mangiare e il credere è molto importante. Leggiamo al v. 54 “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo girono” : il rito esprime la fede e la fede abita e orienta la vita quotidiana in tutte le sue dimensioni.
Il vertice del nostro brano è il seguente:”la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda” (v.55). Dire che l’alimento eucaristico è ‘vero cibo’ significa affermare la sua reale portata di salvezza: l’eucaristia assunta e mangiata con fede, dona la vita stessa di Gesù.
Il nostro brano evangelico segna la conclusione del discorso di Gesù sul ‘pane di vita’, e ha un carattere decisamente eucaristico, che si manifesta soprattutto nel fatto che il pane, di cui aveva già parlato nei versetti precedenti, adesso si sdoppia in “vero cibo e vera bevanda”: vita, morte e risurrezione di Gesù fondano la comunità e si ripresentano nell’eucaristia, che configura la vita del credente a quella di Gesù, rendendola un’azione di grazie al Padre e servizio ai fratelli.

XVI DOMENICA ‘B’

luglio 17th, 2018

22 luglio 2018
LECTIO DIVINA

XVI domenica ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco 6, 30-34

“…Venite in disparte e riposatevi un po’……Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”.

Il vangelo di oggi ripropone l’interrogativo fondamentale: chi è Gesù? Egli è il vero pastore che è stato promesso al popolo di Dio. Egli si prende cura dei suoi, li invita a riposarsi acconto a lui. Ma Egli si commuove anche di fronte alla folla che lo cerca , una folla che gli appare ‘come pecore senza pastore’.
Per gli apostoli è importante tornare incessantemente alla fonte del loro apostolato, rinnovare la comunione con Gesù. Al racconto delle loro imprese apostoliche (Mc.6,12 ss.) Gesù un sembra far seguire alcun cenno di approvazione, ma solo un invito a seguirlo in un luogo deserto, soli con lui:”Venite in disparte e riposatevi un poco”(v.31).
La proposta di Gesù non vuol essere una sorta di fuga dal mondo, né un provvedimento eccezionale dettato dalla comprensione del Maestro per la stanchezza dei dodici a causa delle loro fatiche apostoliche, ma sembra suggerita da un’intenzione ben diversa: condurli al luogo che rappresenta il polo opposto del loro trionfalismo, della loro ricerca del successo. Gesù si mostra più atteno ai missionari che alla missione e al suo eventuale successo.
La tentazione degli apostoli, sempre attuale, nasce da una logica puramente mondana che si oppone alla logica del Regno.
Gesù chiama in disparte i suoi per rinnovare la comunione che essi devono avere con lui e per insegnare come devono prendersi cura della gente che continua a premere su di loro, rimanendo servi del vangelo e non proponendosi come ingannevoli salvatori.
Gesù ha coscienza della situazione della gente –che è come quella di pecore senza pastore- e ne prova profonda compassione. La sua prima attività di pastore non è tesa a procurare il nutrimento, il pane, bensì ad assicurare a quella gente, tramite il suo insegnamento, quel futuro messianico predetto dia profeti come tempo in cui il popolo avrebbe sperimentato la cura particolare da parte di Dio (cfr. Ez.34,23ss.).
E’ con la sua parola che Gesù nutre il popolo di Dio, affamato di verità, e si rivela come il buon pastore messianico. Infatti il fondamento dell’azione pastorale di Gesù è la compassione; egli vede il bisogno dei discepoli, ma anche quello delle folle e non le respinge, vede la loro fame della Parola di Dio, e ‘si mese ad insegnare molte cose’.

V DOMENICA DI QUARESIMA ‘B’

marzo 15th, 2018

18 marzo 2018
LECTIO DIVINA

V DOMENICA DI QUARESIMA ‘B’

Dal vangelo secondo Giovanni 12, 20-33

“Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero:”Signore, vogliamo vedere Gesù”…Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo….Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me…” .

La scena che ci presenta il nostro brano si apre su personaggi che si affacciano per la prima volta nel vangelo di Giovanni: si tratta di Greci che si erano avvicinati alla religiosità giudaica.
Questi Greci vogliono ‘vedere Gesù’ (v.21): è un vedere teologico per il quale non bastano gli occhi del volto, ma è necessario lo sguardo della fede.
Sia i Greci che le folle dei giudei (v.29) potranno ‘vedere Gesù’ solo se saranno nella luce, se lo crederanno e lo seguiranno; all’opposto sta il regno delle tenebre nel quale non è possibile ‘vedere Gesù’.
Il tema del ‘vedere Gesù’ assume lungo il vangelo uno sviluppo legato al ‘vedere nella fede’: un ‘vedere’ che passa attraverso un ‘non vedere’.
Gesù è il maestro nella fede in quanto insegna ad avere occhi capaci di vedere e capire oltre l’apparenza.
Ecco lo sguardo di fede: vedere (e credere) l’invisibile nel visibile: saper vedere la gloria nella croce infamante.
Il discepolo che vuole ‘vedere Gesù’ entrerà nella sua stessa vita solo se lo segue portando la croce, che ha questa legge: “chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita la conserverà per la vita eterna” (v.25). Odiare è inteso qui nel senso di rinunzia ai propri progetti per vivere nel dono di sé agli altri.
Ci vengono qui presentati i due versanti della Pasqua che si avvicina: essa è passione, umiliazione, tenebre e morte, ma è anche gloria, glorificazione, luce e risurrezione. Chi segue Gesù acquisisce occhi capaci di vedere e comprendere oltre le apparenze, e non perde mai la speranza anche nei momenti di passione, di umiliazione e di morte, certo della presenza di Gesù che ci assicura:”dove sono io, là sarà anche il mio servo, e :”io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (v.32).

XXII DOMENICA ‘A’

agosto 31st, 2017

LECTIO DIVINA

3 settembre 2017
XXII DOMENICA “ A “

Dal Vangelo secondo Matteo 16, 21-27
“ Se qualcuno vuol venire dietro a me…”

“Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terso giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo:”Dio non voglia, Signore, questo non ti accadrà mai”….. Allora Gesù disse ai suoi discepoli:”Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua….”

Siamo all’inizio della secondo parte del vangelo di Matteo: Gesù cominciò, dopo la professione di fede in lui da parte di Pietro, un secondo periodo di formazione dei suoi discepoli.
Matteo traccia anche un itinerario di fede in lui per i destinatari del suo tempo e della Chiesa di sempre.
Nel brano che la liturgia ci propone oggi sono ben distinte tre parti:
v.21: l’annuncio della passione.
vv.22-23: la reazione di Pietro
vv. 24-27: nuovo appello alla sequela di Gesù.
Andare a Gerusalemme per Gesù ‘era necessario’, era un atto di obbedienza al piano fissato dal Padre per lui.
Pietro reagisce immediatamente, con espressioni che sanno di rimprovero, ma anche di implorazione:” Questo non ti accadrà mai”, fa dire Matteo all’apostolo in alternativa la piano divino appena annunciato.
E Matteo ricorda che Gesù allontana da sé Pietro, perché sta per essergli ‘di scandalo?, oltre che avversario e tentatore (‘Satana’!).
Il vangelo che stiamo leggendo per conoscere il Signore e diventare suoi discepoli, ci sta regalando nelle ultime domeniche alcuni sguardi decisivi tra Gesù e Pietro. Forse Pietro cerca lo stesso sguardo intenso quando prende in disparte il Maestro, preoccupato per la sua sorte. Prima ancora delle parole è lo sguardo di Gesù a colpirlo è uno sguardo improvvisamente severo che dice a Pietro che è fuori strada.
A questo punto si precisa il nuovo appello alla sequela: l’appello è a seguirlo a Gerusalemme, dove lo attende un processo di condanna, che lo porterà alla morte, ma anche alla risurrezione.
Dunque non ci si perde seguendo Gesù sulla via di Gerusalemme, ma si entra in un progetto di salvezza autentica.
Seguire Cristo significa mettere la propria vita nella Sua, per amore.
Nelle motivazioni portate da Gesù (vv.25-26) per esortare i suoi a seguirlo verso Gerusalemme ricorre per quattro volte il termine ‘vita’: Gesù assicura che uno salva la sua vita se la perde “per causa di Cristo”, e che uno la parte invece , se pensa solo a “guadagnare il mondo intero”.
Il confronto è tra la ‘causa di Gesù’ e la ‘scelta dei beni’, tra salvare se stessi e farsi salvare da Dio in Cristo.

XIV DOMENICA ‘A’

luglio 4th, 2017

XIV DOMENICA “A”

Dal Vangelo secondo Matteo 11, 25-30
“Venite a me voi che siete stanchi e oppressi”

“In quel tempo, Gesù disse:”Ti rendo grazie, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli…Venite a me, voi tutti, che sirte stanchi e oppressi, e io vi ristorerò…”

Il nostro brano conclude il capitolo 11 del Vangelo di Matteo. Un capitolo nel quale Gesù fa quasi un bilancio del suo ministero in Galilea, un bilancio apparentemente deludente.
Ma l’invito di Gesù che risuona nel Vangelo di oggi:”Imparate da me che sono mite e umile di cuore”(v.29) ci chiama a vivere la sua libertà attraverso la mitezza e l’umiltà, che rendono dolce e leggera la sequela di Lui, nonostante un peso resti tale e nulla toglie la fatica di portarlo.
A quelli che lo cercano e cominciano a seguirlo, Gesù sta rivelando Dio come Padre suo e di tutti gli uomini.
La nostra pagina evangelica – formulata in maniera solenne, con echi provenienti dall’Antico Testamento- ha il tono di bilancio conclusivo dell’attività di Gesù sulle rive del lago di Galilea. Da essa possiamo scoprire chi sono coloro che lo seguono:
– sono i piccoli, non certo i ‘sapienti e intelligenti’ secondo i criteri umani e religiosi del suo tempo (v.25). I presunti sapienti ed esperti di Dio in Israele – e di tutti i tempi!- non capiranno mai il mistero del Padre e della relazione esistente tra Lui e Gesù.
– Sono gli stanchi e oppressi da un peso insopportabile, quello di un giogo di leggi e tradi-
zioni che scribi e farisei impongono loro.
In difesa di questi piccoli, affaticati e oppressi, Gesù prende più volte posizione: contro coloro che siedono sulla cattedra di Mosè (cfr. Mt.15,1-11); contro quanti scandalizzano questi piccoli “che credono in me” (cfr. Mt.18,6-10).
La parola del brano del vangelo di Matteo propostoci oggi sembra proprio su misura per suscitare disagio in noi che abitiamo un mondo di saggi e intelligenti.
Ma è ai ‘piccoli’ – ci dice Gesù- che è rivelata una sapienza a cui vorremmo in qualche modo partecipare, per poterci mettere alla sua sequela.
Un cuore umile è orientato a Dio come il girasole al sole. Bisogna essere ‘grandi’ per sapersi piccoli, umili nel cuore . L’umiltà è il primo segno dell’immagine nella quale siamo costituiti, e riguarda anche gli atteggiamenti esterni: su di essi fa leva S.Benedetto quando ne descrive i 12 gradi (R.B.7).
Essere umili è essere veri; l’umiltà è lo specchio della verità della vita, la misura della nostra sincerità con noi stessi e con la realtà che ci circonda.