Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

Gesù storico

settembre 2nd, 2013

   Che cosa possiamo dire sul Gesù storico?

“In realtà, credo che la ricerca storica su Gesù un aspetto necessario e non negoziabile del discepolato cristiano che la nostra generazione abbia l’occasione rinnovarsi nel discepolato e nella missione tale ricerca.”1

Il rapporto tra storia e fede è iscritto nel cuore stesso del cristianesimo: Gesù di Nazareth, confessato come “Signore e Cristo” (cfr At 2,36) dalla fede, è una persona storica.
Il cristianesimo crede fermamente che guardando a Gesù scopriamo chi è Dio e, perciò, è continuamente alla ricerca di “Gesù di Nazareth”.
L’atteggiamento costante di ricerca storica permette al credente di accertare se gli stadi posteriori della cristologia neotestamentaria e della storia del dogma siano omogenei o meno col primo stadio che ha innescato gli sviluppi susseguenti, ma tenendo presente anche che non si potrà giungere al punto di sapere tutto quello che c’è da sapere, e di comprendere tutto quello che c’è da comprendere riguardo a Gesù stesso, a chi era, a cosa disse e fece e a cosa intendeva con tutto ciò.
cinque fasi della ricerca sul Gesù storico

1) la prima fase della ricerca si ha a partire dalla seconda meta del ‘600, circa. Offre alcuni spunti critici sulla questione storica di Gesù di Nazareth: si pensa ad una distinzione tra la predicazione di Gesù e la fede degli Apostoli; tra Gesù storico e Cristo della Chiesa. (Reimarus, 1694 – 1768).
2) La seconda fase è segnata da grande ottimismo: la teologia liberale accarezza la possibilità di ricostruire storicamente e criticamente la vita di Gesù per sganciare la fede dal dogma e rinnovarla a partire dalla storia. È la “ricerca sulla vita di Gesù” (leben – Jesu – forschung) (Holtzmann, 1832 – 1910).

3) Con la terza fase si assiste al crollo del liberalismo teologico A. Schweitzer (prima metà del ‘900) smaschera il carattere proiettivo delle immagini tratteggiate nelle “vite di Gesù”. Per R. Bultmann (1884 – 1976) è importante il carattere kerygmatico della tradizione su Gesù e che l’insegnamento di Gesù non riveste alcuna importanza per la teologia cristiana. Ciò che conta è l’ “evento” e la decisione dell’uomo come risposta al kerygma.
4) Nella quarta fase si opera una riformulazione della questione del Gesù storico partendo dallo spiraglio lasciato aperto dal Bultmann: la cristologia postpasquale è “implicitamente” fondata sull’appello alla decisione rivolto dal Gesù pasquale. Dato molto importante perché presuppone l’identità tra Gesù terreno e Cristo innalzato, identità narrata in tutti gli scritti protocristiani. (Kasemann; Bornkamm; Braum; “la Nuova ricerca”).
5) La quinta fase, detta dalla “Third Quest”2, è permeata da un interesse storico-sociologico: al posto della delimitazione di Gesù rispetto al giudaismo c’è la sua piena collocazione in esso; anziché la preferenza per le fonti canoniche c’è l’apertura alle fonti non canoniche ed, in parte, eretiche.
e Metodi

Nel ricostruire la vita di Gesù, si tiene conto che non si può scrivere una vera e propria biografia, e questo a causa delle fonti di cui disponiamo.
Esse rappresentano una difficoltà di fondo: le fonti canoniche sono povere d’informazioni storiche e sono segnate dalla fede. In esse non è facile distinguere con precisione gli eventi, le esperienze e le interpretazioni, perché la vita e la morte di Gesù sono state interpretate alla luce dell’esperienza pasquale. Non è agevole distinguere tra ciò che Gesù pensava di se stesso e ciò che le primitive comunità cristiane pensavano di lui. Non si può facilmente distinguere tra “gesuologia” e “cristologia”.
Esse risultano intimamente connesse.
Nel vagliare criticamente le fonti, inoltre, ogni ricercatore ha un margine abbastanza ampio per una libera decisione, lui stesso non può separarsi del tutto dalle sue convinzioni e dai giudizi di valore.
Le fonti extracanoniche, per la conoscenza del giudaismo medio, sono apporti di recente scoperta, letterari e archeologici, e non di informazioni dirette su Gesù. Oggi possediamo una migliore conoscenza del mondo giudaico (palestinese ed ellenistico) e si può ricollocare una figura storica di Gesù nel suo contesto.
Il mondo giudaico del tempo appare ricco di fermento e diversificato all’interno (tanto che si può parlare di giudaismi); una visione di tale contesto ci permette di cogliere la portata delle parole e delle azioni di Gesù per analogia, per differenziazione e per contrasto.
Le testimonianze non cristiane su Gesù, infine, sono fonti che si presentano talora insicure a livello testuale e interpretativo. Le notizie su Gesù sono indirette e si ritrovano all’interno di informazioni circa i cristiani.
Il metodo di ricerca ha abbandonato l’ossessione degli “ipsissima verba Jesu” e tenta di cogliere la “ipsissima intentio Jesu”; tutto ciò che è necessario per individuare il progetto del Gesù storico.

“Ipsissima intentio Jesu”

Che cosa può accertare lo storico che indaga sulla vicenda di Gesù di Nazareth? Certamente può verificare ciò che le prime comunità cristiane hanno creduto riguardo a lui prendendo in considerazione le loro professioni di fede, i titoli che gli hanno dato e la rilettura che hanno fatto della vicenda in seguito alle esperienze pasquali.
Si verifica che la fede postpasquale non può essere sorta dal nulla, ma deve avere un solido fondamento nella vicenda del Gesù storico. Ciò che la ricerca storica può rilevare sono alcuni tratti sorprendenti presenti nella parola e nell’azione di Gesù dai quali emerge l’autocomprensione che egli aveva di se stesso, dunque, un abbozzo della sua identità personale e del suo progetto.
È del tutto legittimo supporre che la cristologia non ha inizio esclusivamente dopo la pasqua, ma si trova già una cristologia indiretta, implicita, nel Gesù storico. Il peso che ha una cristologia  indiretta nella formulazione della fede cristiana è di fondamentale importanza, perché la posta in gioco è l’origine stessa del cristianesimo.
Interrogarsi sull’autocomprensione di Gesù, così come è mediata dai testimoni e dagli interpreti, fa emergere che essa era diversa da quella di un maestro della Torah e, in parte, diversa da quella di un profeta. Né filosofo, né sapiente: Gesù risulta profondamente coinvolto con ciò che annuncia.

)“Ciò che Gesù insegnò” (At 1,1) – L’annuncio del Regno.

Il regno di Dio è il tema centrale della predicazione di Gesù, ma le testimonianze circa il modo in cui lui predicò il regno (ciò che disse e ciò che fece), il suo rapporto con la legge e le istituzioni di Israele e il suo rapporto con i discepoli, fanno emergere l’intreccio strettissimo fra il regno di Dio annunciato e la persona di Gesù che annuncia.
Il messaggio di Gesù è “teocentrico e teologico”: incentrato su Dio e rivolto all’uomo. Inoltre, si scopre in questo “messaggero” del regno l’inizio del regno stesso. Il  regno annunciato e colui che annuncia il regno coincidono.
È un annuncio pieno di gioia  (buona novella; lieta novella) rivolto a Israele “come a un tutto e non solo a individui isolati”3.
Comunque, quando si parla di regno di Dio, è quasi impossibile definire con esattezza ciò che Gesù intendesse, dal momento che il regno di Dio è un simbolo duttile che fa riferimento ad un’azione di Dio (Dio regna !).
La personalità di Gesù emerge anche dal suo rapporto con la Torah e le istituzioni d’Israele, nonché dal rapporto con i suoi discepoli.
Nei confronti della legge e delle istituzioni d’Israele è chiaro che Gesù assunse un atteggiamento critico e una sovrana libertà. Questo, però, senza rifiutare in blocco l’osservanza tradizionale, dato che nemmeno i suoi discepoli, dopo la sua morte, smisero di osservare la legge.
Nei confronti dei discepoli e, soprattutto, nei confronti del ristretto gruppo di coloro che lo seguivano nei suoi spostamenti, egli radicalizza la sequela: la motivazione ultima è egli stesso.
Infine, la scelta dei dodici da parte di Gesù, indica la sua volontà di rinnovare e radunare escatologicamente il popolo di Dio.
Da tutto emerge l’autocoscienza unica di Gesù e la ricerca storica può accertare che siamo di fronte a quella che servirà da base per cristologie più evolute.

) “Ciò che Gesù fece” (At 1,1) – i miracoli e le azioni simboliche.

C’è una coerenza tra parole e opere: così come lui insegnava con autorità propria, ugualmente guariva  ed esorcizzava in virtù della propria autorità.
Anche il sedere a mensa con i “pubblicani” e altre azioni fortemente simboliche (ingresso trionfale a Gerusalemme; la “purificazione” del Tempio; l’ultima cena) attestano la sua autocomprensione.
Considerando gli ultimi giorni della vita di Gesù, emerge sempre la sua autorità (o meglio: il problema della sua autorità) e della sua identità in relazione a Dio.
Egli si liberò dei due pilastri dell’istituzione religiosa giudaica: la Torah e il Tempio.
Gesù, dal punto di vista storico, divenne, per tali motivi, “vittima” del potere religioso e politico: egli era una minaccia per entrambi.
titoli

La ricerca dell’autocomprensione di Gesù può estendersi anche all’analisi dei titolo cristologici (Messia, Figlio dell’uomo, profeta, Figlio di Dio, Signore), ma la questione risulta complessa a causa dell’evoluzione della cristologia neotestamentaria.
I titoli però, non sono altro che l’esplicitazione di ciò che era contenuto nel comportamento di Gesù.

Un problema rimane da affrontare: la continuità tra Gesù storico e Cristo della fede.
In passato, il passaggio da il Gesù annunciatore del regno al Cristo oggetto della predicazione fu letto sostanzialmente con rottura. Perché il quadro del Gesù storico risulti completo, allora, è necessario considerare anche alla morte e la risurrezione di Gesù.
L’evento della risurrezione costituisce un momento di svolta; apre ad una comprensione di fede della vicenda di Gesù di Nazareth ed in particolare della sua morte ignominiosa.
Senza la risurrezione non è storicamente spiegabile il passaggio da una situazione di fuga e abbandono da parte dei discepoli alla propagazione di un movimento che si costruisce intorno ad un Messia crocifisso. A seconda di come la gente reagisce a questi fatti e al Gesù storico si è condotti al di là dell’indagine empirica, alla sfera della fede o dell’incredulità.