Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

La liberazione della donna adultera

settembre 2nd, 2013

Giovanni7,53 – 8,11

PREMESSA

Il brano in questione costituisce un caso singolare per la critica testuale. Venne assicurato al Canone cattolico del NT solo dal Concilio di Trento (1546).
Nei manoscritti più antichi e attendibili il brano è assente. In alcuni manoscritti più recenti si trova alla fine del vangelo (21,25) o altrove (7,36 o 7,44); oppure in 21,38.
La collocazione attuale è attestata a partire dalla Vulgata (IV sec).
L’autenticità storico-letteraria giovannea è controversa: l’affinità con ,37-48 e i contatti tra 8,1-2 e 21,37-38, oppure tra 8,3-11 e 6,6-11, indicano una notevole vicinanza con l’opera lucana.

COSTRUZIONE DEL RACCONTO

Fin dall’inizio, la narrazione mira al quadro finale in cui la donna è lasciata sola davanti a Gesù (cfr 7,36-60). Le scene hanno un certo spessore e l’ampiezza delle notazioni lascia intravedere avvenimenti notevoli: Gesù nel tempio è posto come il maestro, “tutto il popolo” è intorno a lui (8,2).
Il lettore è pronto ad ascoltare un insegnamento; Gesù è al centro dell’attenzione. La pericope procede, invece, con il confronto di due gruppi rivali: scribi e farisei contro Gesù. Tutto nel racconto lascia prevedere uno scontro: la posta in gioco è la condanna a morte di una donna o un capo d’accusa per Gesù.
Il linguaggio è fortemente processuale: “adulterio” (v.4), “legge” (v.5), “” (v.10; v.11), “” (v.5), “la pietra” (v.7).

I CONFINI DEL TESTO

La pericope inizia con una annotazione narrativa (7,53-8,1) che non ha alcuna vera connessione con quanto precede; che ognuno vada a casa propria non è relativo alla riunione del sinedrio (7,45).
È probabile che in origine, l’annotazione si riferisse ad una situazione in stretto legame con gli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme.
La pericope termina al v.11; dal v.12 l’evangelista rilancia il confronto fra Gesù e i capi dei giudei (“nuovo”, cfr 7,32 e 8,12).

Perché il brano è stato inserito a questo punto del Vangelo di Giovanni? Alcuni esegeti  ritengono che i motivi siano esterni: la collocazione nel Tempio (7,14-28; 8,20), la questione del “giudicare” (7,24; 8,15), Gesù che non condanna nessuno (8,15), la legge di Mosè che giudica (7,51), i farisei che sono gli avversari (7,47; 8,13).
A monte, il brano è preceduto dal tentativo, fallito, di fare arrestare Gesù(7,30.32) e dall’obbiezione posta da Nicodemo al Sinedrio (7,51); a valle si chiude con una possibile inclusione: Gesù esce dal tempio (8,59b) così come vi era entrato (8,2); i Giudei raccolgono pietre per lapidare Gesù (8,59a) così come era stata pronunciata una sentenza di lapidazione (8,7).

Il racconto si articola in sei quadri:

° quadro: Gesù riprende la sua abituale attività di insegnamento, è nel tempio seduto come un rabbino, o come unico maestro di tutto il popolo (8,2).

° quadro: un gruppo di scribi e farisei irrompono nella scena ponendo nel mezzo una donna accusata di adulterio. Il centro di attenzione si sposta alternativamente da Gesù alla donna: viene chiesto a Gesù di pronunciarsi riguardo alla lapidazione; in realtà gli stanno tendendo un tranello (8,3-6a).

° quadro: Gesù non risponde, ma si china a scrivere per terra (8,6b).

° quadro: gli avversari insistono per avere una risposta e Gesù risponde in modo sorprendente, per poi tornare a scrivere per terra (8,7-8).

° quadro: udita la risposta, gli avversari lasciano gradatamente la scena a partire dai più anziani (8,9).

° quadro: Gesù e la donna si ritrovano soli nel mezzo e a questo punto Gesù si alza e la rimanda libera (8,9b-11).

LA TRAMA

iniziale: è l’alba; Gesù insegna nel tempio (8,2)

: scribi e farisei arrivano conducendo una donna sorpresa in adulterio, domandano a Gesù il suo parere circa l’applicazione della legge di Mosè (20,10; 22,22-24) e sperano dalla sua risposta un capo d’accusa contro di lui.  La situazione si complica ulteriormente, perché Gesù sembra disinteressarsi della questione, infatti si china a scrivere per terra piuttosto che rispondere.
La scena si prolunga alquanto dal momento che scribi e i farisei devono insistere per avere una risposta (8,3-7a).

trasformatrice: Gesù risponde (8,7b) come ci si sarebbe potuto aspettare da un rigido rabbino fariseo, secondo la Legge, emettendo una sentenza generale di condanna: “è senza peccato (anamarthtos, secondo il testo greco dei di 29,18), “la prima pietra” (cfr 17,7).

: Gesù riprende il suo atteggiamento di indifferenza (8,8), e i suoi avversari non avendo ottenuto ciò per cui si erano mossi, abbandonano gradatamente la scena (8,9a).

finale: rimasto solo con la donna (8,9b), Gesù abbandona la sua indifferenza  e si alza come vero giudice (8,10). È il momento culminante del racconto. La sottolineatura dell’ “” (v.11) in ciò che Gesù dice alla donna corrisponde al provocatorio “” della domanda iniziale (v.5).
Il racconto si conclude con una “rivelazione”: l’autorità della legge non ha subito alcun danno. Con l’adulterio la donna ha peccato e che Gesù alla fine l’assolva non significa che la sua azione non meritasse la morte.
Ciò che avviene nell’intervento conclusivo di Gesù è una rivelazione di misericordia: un miracolo di remissione divina della colpa.

I PERSONAGGI

Il principale del racconto è Gesù: lo si incontra per primo e occupa una posizione di forza (quella del ).
Il popolo è una collettiva, lo sfondo su cui risalta la figura del “maestro”.
Il gruppo degli scribi e farisei è anch’esso e in posizione di contrasto. È un collettivo a tutto tondo
La donna adultera è una : essa è stata condotta là come banco di prova. Sebbene rischi la morte, ella non serve ad altro che da pretesto all’acuirsi della polemica. È un piattoed è privata di qualsiasi ruolo attivo; solo dopo l’intervento di Gesù essa recupera un ruolo di (8,10-11).
Applicando lo attanzialerisulta che, ad un primo livello di lettura, il è il gruppo degli avversari e il la Legge di Mosé; l’la ricerca di un capo d’accusa contro Gesù che è, dunque il La donna serve come : è il mezzo attraverso cui i vogliono raggiungere il loro
La risposta di Gesù, però, al v.7 rimette in discussione il gioco delle posizioni e apre ad un livello più profondo di lettura del testo. Da questo punto di vista, il è Gesù; l’è la liberazione della donna adultera (e, in senso simbolico, la remissione della colpa), il è Dio e il è la donna (e, in senso simbolico, l’umanità).
Il gruppo degli scribi e dei farisei ha una funzione di perché con la richiesta, sebbene mal motivata, ha provocato l’intervento di Gesù.
Questo ruolo di è, poi, condiviso anche dalla donna che con la sua risposta (v.10) apre la strada a Gesù per la rivelazione finale (v.11).
Il narratore costruisce i personaggi in modo che fin dal primo momento il lettore sa che il “maestro” è lì al centro dell’attenzione così come viene descritto () nella sua posizione di Rabbi attraverso i verbi del sedersi e insegnare.lettore, però, non viene messo a conoscenza del contenuto degli insegnamenti (è in inferiorerispetto ai personaggi).
L’intervento degli scribi e farisei è drammatico: essi conducono una donna di cui è detto chiaramente () che è adultera, loro appaiono invece, attraverso un discorso diretto (“Mosè nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa, tu che ne dici”; v.5), come zelanti della Legge e sembra abbiano di mira solo questo.
Così appaiono agli occhi degli altri personaggi: la donna non sa, Gesù non sa, il popolo non sa, ma il lettore grazie alla zerodel narratore (v.6a) conosce la loro vera intenzione (il lettore è in una superiorerispetto alla donna e a Gesù, ma è sullo stesso piano di scribi e farisei).
Attraverso questa strategia il narratore ottiene il risultato di creare nel lettore una antipatia, un porsi-contro alla ipocrisia manifesta del gruppo degli scribi e farisei, mentre propenderà a calarsi nei “panni” della donna. Cosa resagli ancora più facile dalla scena del v.6b: qui né il lettore, né i personaggi sanno esattamente cosa stia accadendo.
Se, infatti, all’inizio Gesù insegnava, ora è nell’atteggiamento dell’indifferenza. Il lettore è in una inferioreperché non vede che tipi di segni vengano tracciati per terra.
La donna aspetta, gli avversari incalzano e Gesù si estranea. Anche il lettore attende: una serie di esterne (vv.6b-11a) preparano il lettore alla risposta definitiva di Gesù al v.11b.

LA CORNICE

Le indicazioni di spazio e di tempo sono pregnanti.
spazio: interno del Tempio; simbolicamente la scena si colloca nel cuore religioso e politico del giudaismo. Questa collocazione spaziale definisce una funzione del : egli è il maestro, ma in un luogo a cui lui non appartiene.
tempo: l’aurora; simbolicamente è il momento in cui si esce dalla notte e dalla tenebra come nell’istante della creazione (1,3-5) o nel mattino di Pasqua (20,1). Sullo sfondo c’è quello che sarà lo scenario della passione: monte degli ulivi(v.1).
cornice sociale: è composta di tre assi tematici.
La condizione della donna. Nel contesto del giudaismo del I sec. essa ha una importanza marginale. Nel brano in questione la sua condizione risalta grazie al fatto che, in vista della lapidazione, il complice non viene coinvolto.
L’adulterio. La prescriveva la morte per l’uomo e la donna (20,10; cfr 211,12; 22,22), ma senza specificare di che tipo di morte si tratti. Si accenna alla lapidazione di entrambi nel caso di “giovane vergine fidanzata” (22,23). L’adulterio era punito con la morte anche nelle leggi assire (come documenta il Codice di Hammurabi). Ai tempi di Gesù, però, il supplizio della lapidazione era caduto in desuetudine, si ricorreva ad altri metodi (tipo lo strangolamento) e il più delle volte si salvava la vita agli accusati (5,27-32 e 19,7-9).
La contrapposizione di classi sociali. Il gruppo degli scribi e dei farisei rappresentano una casta rigida e il potere maschile, riassumono in sé stessi l’arroganza, la rudezza e il permanere statico in valori e interessi artificiali.
Gesù è all’opposto: marginale rispetto alla classe dirigente e libero da compromessi con qualsiasi forma di potere.

TEMPORALITA’

(7,53 – 8,2): sintesi della funzione del

Ellissi: (v.1): rimando alla settimana conclusiva della vicenda di Gesù.

Scene: (vv.3-5): illustrazione del contenuto dello scontro.

Pausa:(v.6a): descrizione della vera intenzione degli avversari.

Scene: (vv.6b-11): illustrazione del contenuto della rivelazione

Il carattere narrativo del brano offre un buon supporto visivo a una discussione sul rapporto fra legge e peccato, sul male e sul giudizio morale.
Suggerisce di non fermarsi su considerazioni troppo astratte o teoriche, infatti, Gesù che non accusa, è accusato.

LA VOCE NARRATIVA

L’esplicitodel narratore è al v.6a e genera nel lettore una considerazione: la donna non è così depravata, né i farisei così giusti.

L’àmessa in campo dal narratore intensifica maggiormente questa percezione. Il implicito, infatti, è a 13, all’episodio di Susanna: la tresca di due uomini di potere per perdere un’innocente e l’intervento del profeta che si risolve con la condanna dei veri colpevoli e con la libertà resa a Susanna (“quel giorno fu salvato il sangue innocente”; 13,62b).
È possibile stabilire un confronto anche con 7,34-48 dove risulta che il fariseo è valutato da Gesù inferiore alla peccatrice nonostante tutta la sua ostentata giustizia.
La verità di Gesù è presentata come verità della Scrittura e le numerose reminiscenze vengono ordinate secondo questo fine: lo stesso dono che culmina in Gesù è all’opera dovunque nel creato e nella storia.
Lo sfondo su cui si colloca costantemente il testo è l’Alleanza.
L’Alleanza è presente nelle tradizioni dell’AT soprattutto là dove si articola il principio, la storia e la fine della storia. L’episodio dell’adultera chiama in causa la legislazione del (20,10) e del (22,22-24).
L’assenza del personaggio-complice dell’adulterio è lo spunto per affrontare la questione dell’origine attraverso la possibilità che il legame uomo-donna offre ad ogni genere di perversione. In questo caso, l’atteggiamento di non-condanna di Gesù attualizza 18,23-32; 31,11: le benedizioni-maledizioni, condizionali dell’alleanza, hanno un orientamento alla speranza.
In modo chiaro e stringato, Gesù rifiuta la morte di un’adultera: tale fine prematura non coincide con il modo in cui Dio trae il bene dal male, anche in questo ordine deviato della relazione uomo-donna. Il comportamento di Gesù si ispira a questa dimensione dell’Alleanza e la valorizza in maniera inequivocabile.
Procedendo avanti nella lettura del capitolo, al v.41, il vocabolario della “prostituzione” permette l’integrazione nel contesto dell’episodio dell’adultera.
Adulterio e testimonianza di fedeltà all’Alleanza sembra essere il binomio che guida la sezione di 8,1-20: il Signore dell’Alleanza ha manifestato la sua predilezione per la sua sposa, Israele, infedele.

L’ viene innescata a partire dalla risposta di Gesù (v.7b).
I farisei erano venuti per cercare accuse contro Gesù, gli propongono la lapidazione di una donna sicuri che lui avrebbe sacrificato l’adempimento di quell’articolo della pur di salvare la donna; invece Gesù gli rivolge contro la strategia: li invita alla lapidazione sicuro che si tireranno indietro.
Se ne vanno, infatti, abbandonano la scena, ma seguiti dalla frase: “è senza peccato”. In questa frase sta tutta l’ironia, perché i farisei erano, in effetti, scrupolosi esecutori della Legge. Dal loro punto di vista non avevano nulla da rimproverarsi, nel loro sistema erano perfetti e si citavano volentieri come modelli (cfr 18,11-12).
Se ne vanno per non esporsi alla sanzioni romane: se avessero lapidato la donna la procedura non sarebbe stata legale (gli Ebrei non avevano il diritto di giustiziare i condannati, ma dovevano deferirli alle autorità romane).
Inoltre non sarebbero stati capaci di giustiziare la vittima con le proprie mani.
Essi appaiono come “peccatori” e la loro fuga ha l’apparenza della misericordia e dell’incoerenza: sembra che rinneghino la logica della loro giusta sanzione per perdonare la donna adultera.
Gesù, infatti, chiede alla donna se qualcuno l’abbia condannata e la risposta è “”.

Il :
Il gesto di Gesù descritto al v.6b ha diverse dimensioni e rimandi simbolici.  Prima di tutto ha una connotazione giuridica: può voler dire “per iscritto un’accusa”. Poi, siccome al narratore importa poco ciò che scrisse Gesù, ed anche i farisei e la donna non si dimostrano interessati al contenuto di ciò che Gesù traccia, il senso è riservato esclusivamente al gesto: un atto singolare che sprigiona, nell’accezione più frequente, un senso di disinteresse, un tirarsi fuori dalla questione come il “le mani”. Scrivere, però, è comunicare con degli assenti; è un silenzio che anticipa il silenzio di Gesù durante il processo. Infine, c’è ancora un rimando simbolico: i comandamenti incisi dal dito di Dio sulle tavole di pietra (31,18) e i richiami profetici di Geremia (17,13).
La lapidazione segna il passaggio simbolico dalla saggezza alla follia.
Il capitolo, infatti, si concluderà (8,59) con un tentativo di lapidare Gesù: ”pietre per scagliarle”.

Il gioco del narratore rispetto alla à di previsionedel lettore si può riconoscere in questo: le previsioni vengono assecondate, per un verso, quando a partire dal v.2 il lettore si dispone ad accogliere un insegnamento da parte di Gesù; per altro verso, invece, le sue attese vengono sospese e destabilizzate.
Sospese con l’irruzione del gruppo degli scribi e farisei e con la rivelazione della loro intenzione ”obliqua”.
In un certo senso il lettore non resterà sorpreso di fronte a questa “necessità” degli avversari di Gesù dal momento che la narrazione lo ha preparato a partire dalle discussioni del capitolo 7 (cfr 7,51). Le attese del lettore vengono, invece, decostruite a partire dal v.6b: non ci si aspettava un gesto di indifferenza da parte di Gesù. La risposta di Gesù al v.7 è ancora più imprevedibile: ci si attendeva una frase di misericordia e invece Gesù pronunzia una sentenza generale, ristabilendosi nell’atteggiamento di indifferenza.
Il lettore attento potrà non cogliere il fatto che la risposta di Gesù è incastonata, a livello linguistico, in una ripetizione: “ù, però, chinatosi, tracciava dei segni per terra con il dito” , e “di nuovo scriveva per terra”
Tra la prima e la seconda volta, però, c’è una differenza che non mancherà di colpire e di creare un implicito: la prima volta, c’è il verbo                   che è usato dai in 31,18 per le “prime” tavole della Legge che Dio scrive col dito; la seconda volta il verbo (v.8) che è quello usato dai in 34,1.27-28 quando Dio scrive per la seconda volta le tavole della Legge.
Il narratore ha sovraccaricato questo silenzio e questo apparente disinteresse  di Gesù con un forte contenuto simbolico, come a suggerire al lettore che la posta in gioco potrebbe essere la stessa e la sua interpretazione.
Se il lettore conosce lo zelo legale e l’auto-compiacenza di scribi e farisei, sa che per loro nessuno può perdonare il peccato (cfr 5,21), invece essi lasciano cadere la questione.
Con tutto questo il lettore è indotto, soprattutto nel caso in cui conosce bene la e i secondi fini concatenati degli antagonisti, ad essere più cauto nel dire ciò che sia bene e ciò che sia male; a sospendere il giudizio morale.
Ma non termina qui l’effetto che si vuole ottenere: se ritorniamo all’inizio della pericope, il lettore è ancora in attesa dell’insegnamento di Gesù, è in attesa che da questo incontro lui riveli qualcosa di Dio.
Gli  ultimi due versetti servono proprio a questo.
La parola “donna” è evocativa e da un estremo all’altro del Vangelo ricorre in momenti chiave della vicenda di Gesù di Nazaret, dove lui rivela qualcosa di sé stesso e del Padre: alle nozze di Cana (2,4), nell’incontro con la Samaritana (4,21), sulla croce (19,26) e il giorno della Risurrezione (20,13.15).
Gesù si rivela qui in 8,10-11 come “del mondo” (lo dirà, infatti, subito dopo – cfr 8,12 – andando ben oltre le “legali” aspettative: “non giudico nessuno” – cfr 8,15) attraverso il suo gesto di non-condanna, aprendo la strada alla vita. L’assenso di fede a questa rivelazione il lettore lo dovrebbe cogliere in quell’unica frase pronunciata dall’adultera: “, Signore”; ella ha potuto rispondere così perché si è sentita libera prima che il Cristo glielo dicesse; come l’emorroissa si è sentita guarita prima che Gesù glielo annunciasse.
La risposta di fede ha anticipato la clemenza di Gesù.
La parola perdono non viene pronunciata, ma la grazia ha cancellato il passato. Nessuna colpa è irrimediabile.

Il “degli ulivi” viene nominato nei sinottici all’inizio dei racconti della passione (cfr 11,1 e 21,37b).

Wilckens U., Vangelo secondo Giovanni, Paideia, Brescia 2000.

In 10,31-33 i “” raccolgono pietre per lapidare Gesù; ma chiaramente non sono farisei; l’autore del quarto vangelo usa la parola “” in senso sfumato.

Il verbo = tracciare segni; disegnare), viene usato nel NT solo qui, come unica volta.

Il verbo usato con è forte e vuol dire “rimuovere qualcosa di pesante” (come la pietra del sepolcro di Lazzaro – cfr 11,39.41; Maria di Magdala utilizza lo stesso verbo, al mattino di Pasqua, in riferimento al Signore – cfr 20,2.13.15).

Bibliografia
U., Vangelo secondo Giovanni, Paideia, Brescia 2000.
V., il Vangelo narrante, EDB, Bologna 1993.
éré F., donne nel Vangelo, Rusconi, Milano 1983.
Y., Giovanni, EDB, Bologna 2000.
A. – Barbaglio G., Testamento, Greco e Italiano, EDB, Bologna 1990.
G. – Fabris R., e Atti degli Apostoli, Paoline, Torino 1997.