Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

LA TENEREZZA

giugno 19th, 2018

LA TENEREZZA
Gianni Amelio dichiara le sue intenzioni fin dal titolo: il regista infatti va a stanare la tenerezza nascosta nelle stanze della casa buia di Lorenzo e nelle pieghe del viso stanco e chiuso di un uomo che dichiara di non amare nessuno.
La tenerezza è una struggete riflessione su chi perde e chi trova la speranza. Renato Carpentieri – l’anziano avvocato Lorenzo in rotta con se stesso, che ha vissuto una vita a modo suo, staccato dalla moglie ora defunta e dai due figli ,- è anima e mattatore del film di Amelio.
Questo film, bello e intenso, è tutto giocato sull’interiorità e sui sentimenti. C’è qualcosa di profondo che lega tutti i personaggi, non importa fino a che punto divergano le loro strade.
Tutti i personaggi si parlano, senza dire mai fino in fondo ciò che pensano, eppure ogni loro parola, ogni loro sguardo lasci intravvedere squarci di dolorosa verità, e fa trapelare quel desiderio di essere amati che è, appunto, voglia di tenerezza. Penso che questo film piacerebbe anche a Papa Francesco, che tanto spesso parla di tenerezza!
Il percorso vitale dei protagonisti si riflette visivamente negli aggrovigliati labirinti di Napoli, così bui … In questo groviglio un’eccezione è Michela, la moglie della giovane coppia appena trasferitasi in un’abitazione accanto a quella dell’avvocato; Michela è sbadata e un po’ sbandata, ma soprattutto aperta, solare, affettuoso, semplicemente decisa ad amare chiunque. Sarà lei a creare intorno a lei, a cerchi concentrici, una speranza di tenerezza dimenticata.
Ecco cosa ci regale Gianni Amelio in questo film potente -delicato e crudele insieme – così lucido che fa quasi male, pieno di un amore che sta nella fragilità dei personaggi, nell’autenticità degli interpreti, nella regia rigorosa.
C’è un padre che non ama più i suoi figli: Lorenzo è una casa vuota in un palazzo della Napoli bene. Un uomo spigoloso, inquieto, fino a quando incontra la famiglia della porta accanto: Michela, Fabio e i loro due figli. Lei che dimentica sempre le chiavi e rimane fuori casa, ma scopre un’altra entrata sul terrazzo, di fronte all’appartamento di quello strano signore brusco ma gentile. Fabio che fa il lavoro che ha voluto sua madre e che ha qualcosa che gli rode dentro e che traspare dallo sguardo febbrile e dai gesti nervosi, che aggredisce un ambulante di colore troppo insistente, e poi lo rincorre e gli regala uno sguardo pieno di comprensione.
Il discorso sta tutto in quei gesti e in quegli sguardi: le mani, il tono della voce, i momenti forti e inaspettati, che il regista sa trovare scavando, scandagliando le emozioni dei suoi personaggi, cercando la sostanza delle cose.

La tragedia arriva all’improvviso, spazzando via le certezza e le maschere, sconvolgendo l’orgoglio ottuso. E il passato viene a galla, il buono e il cattivo. L’eccellente protagonista che interpreta Lorenza, rende magnificamente l’immagine di un vecchio scontroso e affamato d’affetto che non accettala sua età, geloso della propria autonomia, che ogni giorno cucina e si lava la sua biancheria, ma che alla fine ‘capitolerà’ alla tenerezza di una figlia (la bravissima Giovanna Mezzogiorno) che lo ha sempre amato.

E’ un film misurato, dal passo lento e sommesso, con uno sguardo attento su un’umanità ormai al limite, in molti sensi.