Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

Lectio XXIV DOMENICA C

Settembre 12th, 2013

Lc. 15, 1-32

Ancora una volta nella cornice narrativa di un banchetto Gesù parla della misericordia di Dio in tre bellissime parabole.

I suoi interlocutori appartengono a due categorie tipiche: da una parte ci sono ‘i farisei e gli scribi’ che ‘mormoravano’, come hanno fatto a casa di Levi (Lc. 5,20) e faranno in quella di Zaccheo ( Lc. 19,7). Dall’altra parte vi sono ‘i pubblicano e i peccatori che si avvicinano a lui per ascoltarlo’ ai quali Gesù rivolge la sua attenzione.

Vi sono parole chiave che si trovano parallele nelle tre parabole, con le quali Gesù vuole mostrare come Dio “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez. 18,23).

Troviamo anzitutto il verbo ‘perdere’ (il pastore perde la pecora, la casalinga la moneta, il padre uno dei due figli): esso dice il legame affettivo che viene proiettato sull’atteggiamento di Dio ‘in cielo.

C’è poi il verbo ‘cercare’, che pure richiamo l’iniziativa del Signore verso i peccatori. E infine abbiamo la gioia per l’esito positivo: “rallegratevi con me…” “bisognava far festa…”.

Ora fermiamo la nostra riflessione sulla famosissima parabola del Padre misericordioso, che annuncia e descrive la figura di Dio ricolmo di bontà e di misericordia.

Nella prima scena abbiamo il figlio giovane, che immagina Dio come un padre-padrone dal quale è meglio prendere le distanze.

La storia del peccato è descritta come allontanamento dalla casa paterna. La decisione di tornare appare all’inizio dettata più da interesse che da rimorso, ma ben presto diviene pentimento e desiderio di confessione: “Gli dirò, Padre ho peccato…”.

La seconda scena di presenta il padre dal cuore ferito per l’assenza del ragazzo che non  ha mai smesso di considerare come figlio. All’improvviso ritorno non vi è nessun rimprovero, nessun giudizio, nessuna inchiesta. Il padre manifesta invece una ‘compassione’ che porta ad una serie di gesti affettuosi. Troviamo una cascata di verbi che dicono gratuità, amore esagerato per celebrare un figlio che ‘era morto ed è tornato in vita’, sembrava ‘perduto, ed è stato ritrovato’.

Terza scena: il figlio, che appare come la controfigura degli scribi e dei farisei, indispettiti dalla misericordia che Gesù riserva ai peccatori. Egli immagina Dio come un padrone ingiusto. Anche lui, come il fratello che si è allontanato, ha smarrito il sapore della paternità e della figliolanza.

In lui Gesù dipinge i farisei di tutti i tempi, convinti di non trasgredire nessun comandamento, ma che non hanno mai gustato la gioia di ‘stare vicino al Padre.

Il racconto si arresta bruscamente. Cosa farà il figlio maggiore? L’esito resta aperto, e la domanda diventa nostra.

 

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