Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

Lettera ai cristiani di Smirne

settembre 2nd, 2013

di
Ignazio di Antiochia

Caratteristiche generali

La ai Cristiani di Smirne, fa parte di un “corpus” di sette lettere (; Magnesi; Tralliesi; Romani; Filadelfiesi; Smirnesi; a Policarpo) appartenenti alla letteratura del periodo sub-apostolico e attribuite al martire Ignazio.
Queste lettere non recano indicazioni precise circa il luogo e il tempo in cui sono state scritte. La più antica testimonianza che ci fornisce delle precisazioni è Origene (sul Vangelo di Luca, 6) il quale presenta il martire Ignazio come secondo successore dell’apostolo Pietro nella comunità di Antiochia.
Lo storico Eusebio, più tardi (nel IV sec.), dedica ad Ignazio il terzo capitolo della sua EcclesiasticaStando alla testimonianza di Eusebio, Ignazio sarebbe morto martire nel 107 (110 d.C.).
C’è, però, un consenso abbastanza concorde nel dare a questa indicazione un valore del tutto approssimativo.

Se ci atteniamo alla tradizionale ricostruzione del viaggio che portò il martire Ignazio dalla Siria verso Roma, la lettera agli Smirnesi fu scritta durante la permanenza a Troade (seconda tappa del viaggio).

Genere letterario

La lettera cristiani di Smirneè un esemplare della epistolografia di epoca sub-apostolica.
La prosa dell’autore ha un carattere tutto particolare che la distingue da quella degli scritti patristici della stessa epoca.
Ha alcune caratteristiche tipiche: è uno scritto in lingua popolare (il greco detto della “è”); non ha ricercatezze stilistiche, ma anzi, riflette emozioni varie e immediate; è una testimonianza diretta della concreta situazione dei destinatari.
Uno scritto occasionale, dunque, dove emerge la polemica contro i doceti e con il pregio storico di fornirci un autentico spaccato della vita della comunità.
Nella sezione dei “saluti”, ad esempio, emerge una comunità segnata dalla collegialità e dove alcune donne hanno un certo ruolo importante (12,2;13) .

Struttura e Contenuti

e Saluto: la lettera si apre col saluto dell’autore che si autodefinisce “”, cioè “di Dio”, alla Chiesa “”di Smirne in Asia.
È una particolarità da notare che l’utilizzo del termine “”non è attestato prima di Ignazio né nella letteratura greca del mondo classico pagano o cristiano antico.
Ignazio lo usa due volte con lo stesso significato: qui e nella agli Efesini (9,2)La Chiesa è il luogo dello Spirito Santo; “dello Spirito Santo” come lui è “di Dio”. Anche nella agli Efesini (9,2)si stabilisce il parallelismo tra e

Già da questi pochi versetti si comprende tutta la ricchezza di contenuti della lettera e, in particolare, una visione di Chiesa costituita da uomini santificati.

,1-41: l’autore glorifica Dio per la fede dei destinatari.
È una fede, infatti, che non ha ceduto di fronte al docetismo. Riguardo al contenuto della fede, poi, lo esprime utilizzando e ampliando una formula di fede contenuta nella lettera di Paoloai Romani (1,3-4)

; 3,1-3: la sofferenza, la morte e la risurrezione di Cristo furono reali; realmente avvenute nella carne di Gesù Cristo.

,1-2; 5,1-3: i cristiani devono guardarsi dalle insinuazioni dei doceti e, se opportuno, pregare per loro, perché si convertano.
Questi “della morte” e “” – spiritualmente morti – negando la realtà della sofferenza del Signore, di fatto annullano la reale importanza del martirio.
Infatti, l’unione a Dio attraverso l’imitazione di Cristo, soprattutto nella passione, non ha più senso se tutte le sofferenze di Gesù di Nazareth sono state solo apparenti.

,1-2; 7,1-2: la fede e la carità, essenza del cristianesimo, vengono trascurati da questi eretici che sono profondamente in errore riguardo alla “di Gesù Cristo, venuta a noi”; non si prendono cura di nessuna delle categorie di persone bisognose (vedove, orfani, oppressi, prigionieri, assetati e affamati); non partecipano all’Eucarestia (20,3 e 4), né alla preghiera.
La divisione che animano è il principio di tutti i mali e i cristiani devono fuggirla.

,1-2; 9,1: queste due sezioni riguardano l’unità della Chiesa e la centralità della figura del Vescovo.
Il tema dell’unità è ricorrente nelle lettere d’Ignazio: è un tema a lui molto caro (cfr 6,1; , 3,1; 3,1). La Chiesa viene definita come “cattolica,” cioè universale, ed è la prima volta che, negli scritti patristici, si riscontra l’applicazione di questo termine.

,2; 10,1-2: l’autore ringrazia gli Smirnesi per il conforto e la carità che ha ricevuto da loro, ed egli stesso offre, per loro, la sua vita e le “”.

,1-3: l’autore chiede ai cristiani di Smirne di mandare un loro legato in Siria, alla Chiesa di Antiochia per congratularsi della pace ristabilita e della riunificazione della comunità che si era dispersa a causa della persecuzione(,13): nei saluti conclusivi si possono notare alcune particolarità come l’uso del termine “agape” (,1) per desinare la comunità dei cristiani di Troade (cfr 9,2; 13,1; 9,3); oppure il ricordo di alcune donne tra cui spicca Alice, probabilmente la stessa nominata nel martirio di Policarpo (,2) e le vergini chiamate vedove.

– 13: nei saluti conclusivi si possono notare delle particolarità, come l’uso del termine “” (,1) per designare la comunità dei cristiani (crf 9,2; ,1; 9,3).

La cristologia

“mi giova, infatti, se alcuno loda me
e bestemmia poi il Signore, negando che Egli ha preso carne?
Chi nega questa verità rinnega pienamente lui
ed è egli stesso un becchino”. (5,2).

Si è già detto che l’occasione della lettera è la polemica anti-docetista.  Il “docetismo” fu caratterizzato da una serie di tentativi diversi di risolvere il problema di una “incarnazione” indegna di Dio e di una scandalosa “sofferenza” del Figlio di Dio.
L’autore della lettera, invece, insiste su una realtà oggettiva e su un evento storico e cosmico che interpella l’uomo e interessa la salvezza.

C’è uno stretto legame con la cristologia paolina, che emerge dalla coscienza escatologica e l’accento posto su Cristo “speranza”, anche se il linguaggio con cui si esprime è fortemente giovanneo: “ù Cristo, nostra vera vita.” (4,1).

La lettera apre la sua discussione anti-docetista con alcuni versetti che sono di fede improntata su quella utilizzata da Paolo nella lettera ai Romani (cfr Rm 1,3-4):

“pienamente convinti del Signore nostro
che è veramente della stirpe di Davide secondo la carne;
Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio;
nato veramente dalla Vergine;
battezzato da Giovanni
perché ogni giustizia fosse compiuta in Lui” (1,1).

Questo utilizzo di materiale più antico (cfr anche 7,2) è caratterizzato da una insistenza sul “” –  ?e attribuendo fondamentale importanza alla realtà umana e divina dell’unico Signore e Cristo di fronte ad ogni eventuale falsificazione.
Questa dottrina è di tale importanza perché è apportatrice di salvezza (cfr 6,1-2; 7-1; 5,1; 5, 2b; 2,1)e inserisce il credente in Cristo.
L’essere in Cristo è una caratteristica del pensiero Ignaziano: tutta la vita del cristiano è unità sacramentale con Cristo.
L’unità stessa è garantita dall’unità tra e in Cristo.
Pneuma e sono due termini chiave nel linguaggio Ignaziano e, come in Giovanni, l’unità è carica di tensione, anche se e  non vengono messi in contrapposizione (come nello gnosticismo), ma usati come termini di un processo unitario che lega attraverso la noi al Padre.
A dimostrare lo stretto legame dell’uomo col Cristo, l’autore ricorre, infatti, al termine frequentemente (4,2; 1,1;1,2; 3,3): esso è attribuito innanzi tutto al Verbo per indicare la sua incarnazione; è attribuito, poi, all’uomo per indicare il suo rapporto con Cristo.
La carità e la fede che uniscono l’uomo a Cristo sono la carità e la fede che uniscono a Dio “’unità della carne e dello Spirito” (12,2).
Si può osservare, inoltre, che se anche i due termini non siano stati usati dall’autore nel senso di una contrapposizione, tuttavia, la sua tendenza a concentrare in una sola affermazione la tensione fra la divinità e l’umanità in Cristo, ha dato origine alla formula antitetica dei due membri, cara alla storia posteriore del dogma cristologico, formula che sottolinea la distinzione in due nature dell’unico Signore.
E se nella letteratura Giovannea, Cristo è designato “Dio” tre volte; in Ignazio  ciò avviene molto più di frequente.

Infine, l’autore non si pone il problema di chiarire quale fosse l’esistenza del Cristo della sua nascita (“della stirpe di Davide secondo la carne”) (1,1), ma, tenendo lo stesso taglio della letteratura del NT vede la linea di confine nella Risurrezione: a partire da questo evento storico, quell’uomo, Dio lo ha costituito Signore e Messia “di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio.” (1,1).
Il Cristo è la carne del Padre.