Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

LITURGIA SCUOLA DI FEDE

Aprile 7th, 2014

LA LITRGIA SCUOLA DI FEDE

La liturgia è stata definita da Odo Casel o.s.b. come “la azione rituale dell’opera salvifica di Cristo, ossia presenza, attraverso il velo dei simboli, dell’opera divina della Redenzione”, e da  Padre Marsili o.s.b. :”attuazione rituale della Parola, fattasi in Cristo Mistero di Salvezza”:

Con parole più semplici, nella Liturgia l’avvenimento stesso della Salvezza viene reso presente e attivo per gli uomini di ogni tempo e luogo, per cui ogni azione liturgica è un succedersi di momenti della Storia della Salvezza.

Ridiventando  – col Concilio Vaticano II° – un “momento della Storia della Salvezza”, la Liturgia riprende il posto di vera “tradizione”, cioè trasmissione del Mistero di Cristo attraverso un rito, che di quel Mistero è attuazione e rivelazione.

Per aiutarci a vivere autenticamente i momenti liturgici così frequenti nella nostra giornata, dovremmo pensare che il Signore è sordo e non sente i nostri canti, è cieco e non vede le luci, i fiori, il bianco delle tovaglie, non vede niente, ma può vedere tutto questo  solo se tutto noi illuminiamo dal di dentro, se tutto è simbolo, segno della nostra realtà interiore, della nostra attenzione amorosa a Lui.

 

Al n. 117 il Documento di Base (“Il rinnovamento della catechesi”) leggiamo: “La liturgia è una fonte inesauribile per la catechesi. Difficilmente si potrebbe trovare una verità di fede cristiana, che non sia in qualche modo esposta nella liturgia: le celebrazioni liturgiche sono una professione di fede in atto”.

 

Se i cristiani non trovano nella liturgia il nutrimento della loro vita di fede celebreranno la liturgia senza vivere di essa.

Infatti, come la Bibbia, così anche la liturgia ha bisogno di essere capita, meditata, interiorizzata fino a diventare preghiera.

La domanda che negli Atti degli Apostoli Filippo pone all’etiope intento a leggere il profeta Isaia – “Capisci quello che stai leggendo?” (At. 8,31), vale anche per la liturgia: “Capisci quello che stai celebrando?”. E la risposta è la stessa dell’etiope: “Come potrei capire, se nessuno mi guida?”.

Guidare al mistero è il metodo che la chiesa antica ci consegna per fare sì che i credenti vivano ciò che celebrano.

Quello che la Lectio divina è per le Scritture, la mistagogia  (cioè:la guida al mistero) lo è per la liturgia.

 

L’attualità della mistagogia.

 

L’attualità della mistagogia per la chiesa di oggi è stata ribadita con forza e autorevolezza dal sinodo straordinario del 1985, celebrato per i vent’anni dalla chiusura del concilio Vaticano II.

Nel documento finale, intitolato : “La chiesa, nella parola di Dio, celebra i misteri di Cristo per la salvezza del mondo”, i padri sinodali hanno indicato alcuni importanti elementi per il rinnovamento della liturgia dichiarando: “Le catechesi, come già accadeva all’inizio della chiesa, devono tornare ad essere un cammino che introduca alla vita liturgica, siano cioè catechesi mistagogica”.

Domandiamoci allora: a che punto sono oggi le nostre comunità eccelsiali nella recezione e nell’attuazione di questo invito?

Se, come afferma la Sacrosanctum concilium al n.7, ogni azione liturgica è azione di cristo, ancora oggi egli ci rivolge la domanda: “Capite ciò che vi ho fatto?”. (Gv.13,12).

Possiamo dire allora che la mistagogia è la conoscenza del mistero narrato dalle Scritture e celebrato nella liturgia.

E’ la mistagogia che dà la possibilità di superare il reciproco ignorasi tra liturgia e catechesi:  essa è la via maestra per riportare la liturgia al centro della vita della chiesa, ma purtroppo non è ancora che raramente prassi sperimentata. E questo per una semplice ragione: per fare mistagogia sono necessari dei mistagoghi. Per questo essa non potrà diventare prassi ordinaria della chiesa fino a quando i presbiteri per primi non saranno mistagoghi, ma può essere mistagogo che ha avuto accesso al Mistero e lo ha contemplato.

La conoscenza biblica non è autentica fino a quando essa non diventa celebrazione comunitaria dell’alleanza di Dio con il suo popolo.

L’autentica mistagogia è quella che pone in relazione ogni rito con il racconto biblico (sia del Primo che del Nuovo Testamento) che custodisce e narra l’evento di salvezza,  e che rende ragione del culto liturgico. La liturgia è infatti memoriale di ciò che le Scritture narrano.

 

 

Liturgia e trasmissione della fede.

 

Attraverso la sua relazione vitale con le sacre Scritture la liturgia è dunque la fonte prima della fede, perché in essa sono custoditi tutti gli elementi costitutivi della fede cristiana.

Se la chiesa crede come prega, ogni liturgia è professione di fede.

I vescovi italiani, nell’ importante documento  sempre attuale “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia” hanno dato importanti indicazioni in questo senso.

Leggiamo al n. 49:

“ Spesso uno dei problemi più difficili oggi è proprio la trasmissione del vero senso della liturgia cristiana, Si constata qua e là una certa stanchezza e anche la tentazione di tornare a vecchi formalismi o di avventurarsi alla ricerca ingenua dello spettacolare. Pare, talvolta, che l’evento sacramentale non venga colto. Di qui l’urgenza di esplicitare la rilevanza della liturgia quale luogo educativo e rivelativo, facendone emergere la dignità e l’orientamento verso l’edificazione del Regno….. Serve una liturgia insieme seria, semplice e bella, che sia veicolo del mistero, rimanendo al tempo stesso intelligibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli uomini”.

Ancora oggi – credo- un clima di stanchezza avvolga le nostre liturgie, al quale spesso si reagisce appunto avventurandosi nella ricerca dello spettacolare, cioè della liturgia come spettacolo, come fenomeno di attrazione, coinvolgimento ed esaltazione.

Il fine dello spettacolare è quello di far vivere emozioni forti, intense, a scapito dell’interiorità, del pensiero, del silenzio e soprattutto dell’essenzialità, della semplicità di mezzi e segni di cui da sempre la liturgia cristiana è fatta: un pezzo di pane, un sorso di vino, la solita gente della mia comunità, la mia parrocchia e le liturgie che in essa si celebrano, che non hanno davvero nulla di spettacolare.

Credo che ci si debba domandare se anno dopo anno, giornata mondiale dopo giornata mondiale, evento dopo evento, i giovani non siano stati troppo abituati e dunque educati quasi unicamente a liturgie spettacolari, di massa, emozionanti ed esaltanti.

Ma nella liturgia ciò che è spettacolare incanta gli occhi di tutti , però rischia di non convertire il cuore di nessuno.

NEL CRISTIANESIMO L’ESSENZIALE E’ E RIMANE INVISIBILE AGLI OCCHI.

Bisogna riscoprire la serietà, la semplicità e la bellezza della liturgia.. Essa infatti ha bisogno di ritrovare queste tre caratteristiche per dare ai giovani di oggi e di domani la possibilità di conoscere il vero senso della liturgia cristiana, e, attraverso di essa, conoscere il mistero della fede.

 

Liturgia e trasmissione della fede nel mistero della chiesa.

 

Quando un cristiano, recitando il Credo confessa la sua fede dice: “Credo la chiesa una, santa, cattolica e apostolica”. La liturgia ha un modo proprio e del tutto originale di far vivere al credente il suo celebrare la chiesa. Non lo fa con concetti teologici o formule dottrinali come lo fa la teologia o la catechesi, ma facendo vivere la chiesa., facendola toccare con mano ed immergendo in essa.

Per questo, la liturgia non descrive la chiesa ma la fa vivere e sperimentare anzitutto nella concretissima assemblea liturgica della comunità a cui si appartiene. Ciascuno vada con la mente all’assemblea domenicale a cui partecipa, composta da persone comuni, nè migliori né peggiori di altre. Alcune conosciute e altre sconosciute, che hanno in comune con me solo l’essere insieme in uno stesso luogo per celebrare l’Eucaristia: la comunione tra i presenti nasce da ciò che si riceve insieme.

Questa comunità, che nella sua vita ordinaria è spesso attraversata da divisioni è l’epifania del corpo di Cristo dove ognuno è chiamato a formare un solo corpo al fine di ricevere – come grazia – il dono della comunione:essa è l frutto dello Spirito santo che versa l’amore di Dio nel cuore dei credenti.. La chiesa è santa non malgrado la sua umanità, ma al cuore della sua umanità, quell’umanità che Dio in Cristo viene a cercare e santificare nello Spirito.

Ecco come la liturgia trasmette la fede e fa vivere il ‘credere la chiesa’.

Sintetizzando: la liturgia è la prima e fondamentale scuola del mistero della chiesa e della sua umanità.  Questo significa trasmettere la fede: non ideali o nozioni, ma la sapienza delle cose umane ispirata da Dio. A questa conoscenza non intellettuale del mistero di Dio e della sua chiesa si giunge aderendo pienamente alla realtà, imparando dalle situazioni, dagli eventi e da tutto ciò che ci circonda.

Un esempio concreto di quanto ho detto fino ad ora:

perché per ricevere l’eucaristia, la liturgia chiede di lasciare il posto nel quale ciascuno si trova all’inizio della celebrazione, fare una breve processione insieme agli altri, aprire le mani per ricevere il pane eucaristico e rispondere. “Amen” al ministro che dice: “Corpo di Cristo”?

Anche attraverso questa sequenza di gesti e parole, la liturgia trasmette la fede della chiesa nell’eucaristia.

Il fedele è chiamato a lasciare il suo posto e camminare verso l’altare. In questo modo la liturgia invita a compiere un movimento, a intraprendere un cammino che manifesta come l’eucaristia sia il pane per ‘l’uomo in cammino’.

La processione di comunione è dunque l’immagine dell’umanità che va a Dio, cciascuno nella propria condizione.

S. Agostino spiega  – in una catechesi mistagogica sull’ eucaristia – il senso di essa partendo dal rito della comunione e dal breve dialogo: “Corpo di Cristo” – “Amen”:

“…ti si dice: “corpo di Cristo”, e tu rispondi “Amen”. Sii membro del corpo di Cristo, perché il tuo “Amen” sia vero…Siate ciò che vedere e ricevete ciò che siete”.

 

Essere ciò che si riceve: il corpo di Cristo. Questa formula è la più alta confessione della fede eucaristica della chiesa. Essa confessa che quel pane è il corpo di Cristo, e il fedele rispondendo: “Amen” conferma e fa sua questa fede.

E’ importante notare che il ministro non diceQuesto è il corpo di Cristo”, o . “Il corpo di Cristo”, ma semplicemente: “corpo di Cristo”. In questo modo la liturgia dice che “Corpo di Cristo” non è solo una formula affermativa, ma anche esortativa. Porre al fedele il pane eucaristico dicendo “corpo di Cristo”, non significa solo confessare la fede che quel pane è il corpo del Signore, ma significa anche ricordare a chi lo sta ricevendo che ciò comporta ricevere nelle proprie mani e nutrirsi dell’eucaristia: diventare corpo di Cristo.

E’ come se il ministro dicesse: “Sii ciò che ricevi, sii il corpo di Cristo! Vivi, agisci e opera nella chiesa affinchè essa sia ciò che ricevi: il corpo di Cristo nella storia!”. (D. Barsotti amava dire: quella eucaristica è una presenza misterica che dive diventare reale in noi!”). Anche a questa verità il credente pronuncia il suo “Amen”.

La liturgia educa e trasmette la fede in queste modo: attraverso l’azione liturgica.

E’ un modo molto diverso ma complementare a quello concettuale della teologia e a quello didascalico della catechesi.

La filosofa ebrea Simone Weil nella celebre lettera indirizzata a padre Couturier, nel1956, con un linguaggio provocatorio e paradossale scrisse: “Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non avere nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando invece leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento come una specie di certezza che questa fede è la mia”.

 

Come la liturgia di domani trasmetterà la fede.

 

A 50 anni dal Concilio e con davanti anni certamente impegnativi e decisivi per il futuro del cristianesimo in occidente, penso che i pastori e gli educatori della fede dovranno anzitutto saper cogliere meglio e rispondere in modo adeguato al bisogno che i credenti manifestano, anche se speso in modo confuso: il bisogno di trovare nella liturgia un’atmosfera più orante e meditata, dove cioè ci siano meno parole e più Parola.

Perché – ne sono fermamente convinta – l’autentica festa liturgica è soprattutto interiore, silenziosa, calma e sobria, perché è festa della fede.

Parlando di festa interiore non voglio assolutamente auspicare un ritorno all’intimismo, né tanto meno rifiutare in blocco le espressioni corporali e sensibili che la liturgia necessariamente richiede in quanto azione anche umana e destinata all’uomo.

Al contrario, il rilevare il bisogno di una liturgia più contemplativa significa recuperare il primato dell’interiorità.

A questo fine penso che nei prossimi anni sia necessario ripensare il concetto di “partecipazione attiva” che pure resta un’acquisizione fondamentale e irrinunciabile del concilio, un punto di non ritorno.

Ma in questi ultimi decenni, sulla base di una errata interpretazione della “partecipazione attiva” si è forse troppo insistito sull’esteriorizzazione nella liturgia.

Oggi si avverte, o forse si riscopre, che la liturgia è, prima di essere la somma delle emozioni di un gruppo, è anzitutto “interiorizzazione”, cioè accoglienza della parola che convoca l’assemblea, la nutre per permetterle di vivere ciò che ha ricevuto.

La celebrazione liturgica dovrà sempre più diventare spazio di contemplazione e interiorizzazione, cioè esperienza della liturgia come ascolto della Parola, preghiera, adorazione e reale incontro con Dio.

Al termine di una celebrazione domenicale colui che vi ha partecipato dovrebbe poter dire in cuor suo: Ho vissuto una vera esperienza spirituale che mi ha nutrito come uomo e come credente”.

Se il senso dei testi e dei gesti liturgici non è interiorizzato essi non saranno in grado di formare l’identità del credente .

Mi pare –per la poca esperienza che ho – che oggi questa esigenza di interiorità sia espressa soprattutto dai giovani credenti seri e motivati, che cercano una relazione più profonda con Dio.

Chi frequenta con regolarità la liturgia – e in particolare l’eucaristia domenicale- cerca la fede salda che viene dalla parola del Vangelo, ma cerca anche la carità che viene dalla comunione al corpo di Cristo.

E’ questo uno dei presupposti essenziali perché la liturgia possa continuare ad essere luogo di trasmissione della fede.

 

Se la chiesa non sosterrà il primato della celebrazione della fede perderà qualcosa di essenziale.

Occorre investire un maggior numero di forze umane e spirituali nella liturgia e nella vita sacramentale, con la convinzione che la liturgia è più necessaria che utile La valorizzazione dello spazio liturgico, dell’arte, del canto, della bellezza di un gesto, del profumo dell’incenso non devono essere considerati inutili e non necessari.

Cristina Campo, letterata e poetessa, autentica credente e amante della liturgia ha scritto: “la liturgia – come la poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile”.

Davvero la liturgia è più necessaria dell’utile, perché ha la sua radice in quel vaso di nardo che una donna versò sul capo e sui piedi di Gesù , e da quello spreco incantevole fatto per amore di lui solo Gesù pare sia rimasto affascinato.(Gv. 12,3).

Da allora ogni liturgia cristiana profuma del nardo prezioso di quella donna.  Perché la liturgia  è “splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile”.

E’ necessario custodire la liturgia e, custodendola, essa trasmetterà la fede della chiesa.

Termino con una citazione del Card. Danneels, che sottolinea come la liturgia abbia la sua origine e il suo fine in se stessa:

Spesso la liturgia è diventato una scuola. Vi si vuole mettere di tutto. Essa invece deve restare un’attività simbolica e ludica. La vera liturgia si celebra nei monasteri. Là, almeno, non serve a nulla! Non è catechesi e le omelie sono fatte di poche parole: non è nulla di molto artistico, ma è bella in sé. Consiste nell’accoglienza gustosa di Cristo attraverso l’azione liturgica. L’anima e il corpo sono catturati, anche se l’intelligenza non ha capito tutto”.

 

I Segni liturgici 

Abbiamo detto che la Liturgia è la continuazione rituale del mistero di Cristo. Essa appare esternamente come un insieme di segni. Odo Casel, famoso liturgista benedettino tedesco, l’ha così definita: “La Presenza sotto il velo dei simboli, dell’opera Divina della Redenzione”. È questa infatti la via che Dio ha scelto per comunicarsi a noi: il velo dei segni. Essi sono sempre una ‘realtà-ponte’ tra un significato legato al segno stesso, e coloro ai quali viene reso presente ( per esempio la bandiera alla Patria, la foto ad una persona cara…). Il linguaggio simbolico è sempre esistito nella vita umana e soprattutto in campo religioso, in quanto simbolo si presta più alla comprensione che non la nuda parola. Viviamo oggi nella civiltà dell’immagine e, quindi mai la Liturgia è stata tanto attuale coi suoi segni che, se fatti bene, sono per se stessi parlanti. Purtroppo il rischio del ritualismo s’insinua nella Liturgia, che è un mondo di simboli. Il segno (o simbolo) si rinnova solo se chi celebra lo fa col cuore nuovo di chi sempre incomincia. E’ un po’ come il direttore d’orchestra che non cambia la musica, ma la ricrea nell’atto di dirigerla. Il concilio Vaticano II quando si è preoccupato che la Liturgia  (in particolare l’Eucaristia) cambiasse la vita dei fedeli, così si è espresso: “La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, mediante i riti e le preghiere partecipino all’azione sacra consapevolmente, pienamente, e attivamente…” (S.C.n.48).

Da un poco di tempo sembra sia di moda, da una parte dire che i riti liturgici non sono tanto comprensibili, dall’altra andare alla ricerca di capire che cosa è il simbolo, il linguaggio simbolico,l’azione simbolica ecc. Nel famoso libro il ‘Piccolo Principe’, la volpe dice: “I riti ci vogliono… e sarebbe : venire sempre alla stessa ora, avere un giorno fisso per la festa…” Il rito è un sistema fisso che si ripete, è sempre uguale, ha un inizio, uno svolgimento, una conclusione.

Il rito ha sempre uno scopo: quello di rendere presente un avvenimento passato che sta alla base di esso e lo giustifica. E’ il “memoriale” liturgico, che è ben più che un ricordo, e non è teatro, né drammatizzazione: esso attualizza ciò che viene commemorato. Il rito è un fenomeno presente a tutte le religioni: si compiono delle azioni, si dicono delle parole, in un tempo e in uno spazio stabiliti, per rivivere, far memoria di un evento che si vuole presente oggi, qui, per entrarvi.

E non dimentichiamo che per vivere autenticamente la Liturgia dovremmo pensare che il Signore è sordo e non sente i nostri canti, è cieco e non vede le luci, i fiori, il bianco delle tovaglie, lo splendore dei paramenti, non vede niente, ma può vedere tutto questo soltanto se noi illuminiamo tutto dal di dentro, se tutto è simbolo, segno della realtà interiore.

La liturgia nei suoi linguaggi ama le cose di ogni giorno e le mette al servizio di Dio, poiché le piccole cose sono promessa e premessa delle grandi, così come il tempo prepara all’eternità.

E’ importante dunque lasciarci educare e leggere i molteplici segni che animano il rito liturgico, e alla luce della Parola di Dio e del linguaggio umano dare vitalità ai gesti che ogni giorno compiamo nella liturgia, per partecipare più in profondità all’azione sacra.

Vediamo ora di prendere in esame brevemente i ‘gesti liturgici ‘ più importanti e significativi.

Il segno di croce

Ogni celebrazione liturgica inizia con il segno di croce; questo gesto rituale nasce da una scelta di fede e da uno stile di vita che avvolge il nostro quotidiano, e ci è insegnato fin dai primi momenti della nostra esistenza di battezzati. Spesso poniamo questo segno per abitudine, e pronunciamo con superficialità le parola:”Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Amen”. Invece, il tracciare questo segno sulla nostra persona deve esprimere la nostra volontà di crescere sotto il segno della Pasqua del Signore, e perciò di non voler sottrarre nulla di noi al mistero della croce.

La verità della nostra esistenza è infatti quell’albero da cui è scaturita la Vita.

I genitori ed i padrini, quando nel giorno del battesimo tracciano il segno della croce sulla fronte del neonato, si impegnano ad educarlo alla luce del mistero di Gesù morto e risorto, perché la sua vita ne sia una continua espressione. Il segno di croce è dunque l’espressione della nostra immedesimazione al mistero pasquale che vivremo in pienezza nella Gerusalemme celeste.

Il riunirsi

Se la liturgia ci educa alla riscoperta del progetto divino, il nostro ritrovarci insieme nell’assemblea per il culto, ci deve interrogare sul nostro modo di porci accanto ai fratelli nella vita ordinaria.

La celebrazione liturgica comporta continui gesti professionali; nel procedere del popolo di Dio e dei ministri ritroviamo il significato della vita, che è un camminare continuo verso i ‘pascoli eterni’ del Regno. Con questo gesto diciamo di non avere una dimora stabile, poiché sappiamo di essere pellegrini su questa terra: Il camminare insieme diventa dunque significativo di una concezione di vita. Nella liturgia ciò si fa evidente, perché si passa continuamente dal tempo all’eternità, avvolti nel mistero pasquale e spronati dalla Spirito: ecco il significato profondo del nostro incedere processionalmente durante le assemblee liturgiche.

Lo stare in piedi

La gioia del ritrovarci nell’assemblea si esprime nel nostro stare in piedi: è un modo di porsi che sottintende i nostri sentimenti e le nostre convinzioni intime: Rimaniamo in piedi o ci poniamo in posizione eretta perché siamo di fronte a Qualcuno da cui dipende la nostra vita, e che la qualifica:

Ce ne parla bene S:Benedetto nella Regola, e prima ancora la Scrittura, quando ci descrive l’atteggiamento di Abramo, quando incontra Dio alla quercia di Mamre (Gen.18,8).

L’assemblea che sta in piedi esprime la relazione viva che la unisce al suo Dio e che prende coscienza che la sua storia è un salire verso la pienezza della comunione con dio, in attesa di giungere alla gloria definitiva.

Questo atteggiamento è particolarmente significativo al momento della proclamazione della fede, al Credo, alla Preghiera Eucaristica, poiché con tale gesto professiamo pubblicamente che la Pasqua di cristo è il fondamento della nostra esistenza.

Il fatto poi di stare in piedi nel professare la nostra fede mette in luce la gioia del nostro cuore, che canta la Risurrezione: così la Pasqua opera in noi e ci pone nell’atteggiamento di condivisione della morte-risurrezione del Signore, un modo vivo di metterci nello stato di ‘esodo’. Per questo ascoltiamo sempre in piedi il Vangelo, per accoglierlo e farcene trasformare.

L’inginocchiarsi

Lo stare in ginocchio è costantemente richiamato dalla tradizione cristiana, soprattutto nella preghiera personale. Questa posizione del corpo ci dispone a vari atteggiamenti interiori che ci aiutano a superare l’autosufficienza propria dell’uomo odierno, per il quale porsi in ginocchio potrebbe significare solo un gesto di fallimento. Senza uno spirito di umiltà, ci è difficile porci in ginocchio! Ma l’inginocchiarsi introduce nello spirito di adorazione. E’ quanto ci insegna la liturgia del Natale, quando ci inginocchiamo mentre professiamo la nostra fede nel verbo incarnato, e all’adorazione della croce nella celebrazione pomeridiana del venerdì Santo.

Infine il nostro stare in ginocchio dice la nostra profonda consapevolezza di essere peccatori. E’ l’atteggiamento che assumiamo quando nel sacramento della penitenza riconosciamo il nostro peccato nella certezza che la Pasqua di Cristo ci risolleva e ci reimmette in un itinerario di fedeltà a Lui. Questo spiega anche perché, tradizionalmente, durante il tempo pasquale non ci si mette in ginocchio: si celebra l’esultanza della Risurrezione!

Nella vita quotidiana, ogni volta che ci mettiamo, fisicamente o anche solo interiormente, in ginocchio, viviamo l’affermazione evangelica:”Chi si umilia, sarà esaltato”.

Lo stare seduti

La chiesa ha sempre dei posti a sedere, per permettere ciò che è suggerito nelle premesse del rito della Messa:”i fedeli stanno seduti durante la proclamazione delle letture prima del Vangelo e durante il salmo responsoriale, all’omelia e durante la preparazione dei doni dell’offertorio<<, se lo si ritiene opportuno, durante il sacro silenzio dopo la comunione” (n.21).

Questo atteggiamento ha una risonanza decisamente biblica, perché ci pone come i discepoli in ascolto del Maestro (cfr. Mt.5,1), o come Maria che gode nell’ascoltare Gesù seduta ai suoi piedi, per cui il Signore la elogerà dicendo “Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc.10,39).

Il gesto di sedersi riveste una vasta gamma di significati: la posizione del corpo di chi si siede denuncia l’attesa di qualcosa, o di qualcuno, facilita di conseguenza l’ascolto, favorisce l’attenzione e la meditazione. Inoltre il fatto di sedersi esprime un desiderio di comunione, la gioia di potersi riposare, e orienta verso la definitiva comunione con Dio.

Quando, entrati in una chiesa ci sediamo, percepiamo la sensazione di vivere nella pace che viene dalla Parola da cui siamo arricchiti e pregustiamo la gioia della comunione eterna che tutti ci attende.

Il battersi il petto

L’atteggiamento penitenziale è caratteristico dell’uomo religioso e il gesto di battersi il petto mette in luce il cuore penitente di chi desidera il perdono. In quel movimento della mano c’è idealmente  l’intenzione di strappare il cuore dell’”uomo vecchio” per lasciare il posto a quello nuovo, alla luce dell’insegnamento del profeta Geremia:” Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez.36,26).

In quel pugno che batte il petto c’è la volontà di scuotere il torpore spirituale che può essere dovuto al peccato e alle durezze di cuore, di abbattere il muro di divisione che impedisce alla Parola di abitare i cuori.

Battendosi il petto il credente vuole educarsi ad avere  quel cuore contrito e umiliata che è il culto gradito a Dio.

Conclusione

Capire meglio i gesti che qualificano la liturgia, il viverne più intensamente i segni ci dovrebbe aiutare ad incarnare la nostra fede e ad entrare con maggior consapevolezza nel Mistero, convinti però che la verità della celebrazione è il ‘culto spirituale’ della vita di ogni giorno. E’ qui infatti che proclamiamo con tutto il nostro essere la signoria di Cristo e cresciamo nell’attesa della piena manifestazione della sua gloria.

                                                                        

Sr. Anna Maria o.s.b.

 

Bibliografia: G. Boselli “Il senso spirituale della liturgia”.

                      A. Donghi. “Gesti e Parole”- L.E.D.

                      M.Dilasser  “Chiese e simboli”  L.D.C.

 

Brindisi, 06.04.2014

Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

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