Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

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MERCOLEDI’ DELLE CENERI

Marzo 4th, 2014

MERCOLEDI  DELLE  CENERI

 

Mt. 6,1-6. 16-18

 

Il nostro brano si trova inserito nel discorso della montagna, che inizia con le Beatitudini. Lo spirito delle Beatitudini guida perciò tutto il discorso.

Il versetto uno letteralmente suona così: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia”: Gesù chiede ai suoi discepoli una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei richiamando alla vigilanza sulle intenzioni che muovono ad agire.

Seguono le tre tipiche ‘opere buone’ nelle quali si chiarisce concretamente cosa significhi la giustizia nuova: l’ elemosina (vv.2-4), la preghiera ( vv.5-15) e il digiuno (vv.16-18). Elemosina, preghiera e digiuno (Tb. 12,8) sono i tre pilastri della religione, poiché definiscono il nostro rapporto con gli altri, con l’Altro e con le cose.

“Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria. Tutto questo però non è ancora la realtà piena del digiuno: è il segno esterno di una realtà interiore, del nostro impegno, con l’aiuto di Dio, di astenerci dal male e di vivere del Vangelo”,

“Il digiuno, nella tradizione cristiana è legato strettamente all’elemosina. San Gregorio Magno ricordava che il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità, che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una nostra privazione”.

“ La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono ‘le due ali della preghiera’, che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio” (Benedetto XVI).

Ciò che il nostro brano dice per l’elemosina (v.2 ss.) viene ripetuto anche per la preghiera e il digiuno. In ogni opera buona è infatti sempre in gioco il bisogno di riconoscimento. Se lo cerco negli altri non ne avrò mai abbastanza, rimarrò sempre schiavo del giudizio altrui e del mio tentativo di dare una buona immagine di me.

Ma noi sappiamo di essere figli, sappiamo come il Padre ci ama: questa è la nostra dignità e non dovremmo aver bisogno di comprare o mendicare autostima da altre fonti!

Nella tradizione biblica i beni del mondo sono destinati al ‘bene comune’. La solidarietà garantisce non solo la vita materiale, ma anche quella spirituale, che è l’amore fraterno. Non dimentichiamo che nel rapporto con l’altro si gioca      quello con l’Altro!

Gesù raccomanda di ‘non suonare la tromba’ quando si va l’elemosina. Sappiamo che in tutte le ‘buone opere’ si tende a far emergere l’immagine del benefattore. Se il bene non fosse pubblicizzato con lapidi o immagini, chi lo farebbe? Chi farebbe un servizio all’altro se nessuno, nemmeno l’interessato, se ne accorgesse? Interroghiamoci sinceramente: il far ‘bella figura’ non è il principio delle nostre azioni?

V. 5: “Quando pregate…”. La preghiera, ha affermato S. Agostino è una ‘ginnastica del desiderio. Pregare è stare davanti a Dio di cui siamo immagine e somiglianza, ma è anche solidarietà e intercessione per i fratelli

V. 16” Quando digiunate…”  L’apparire agli occhi degli uomini è il DNA di ogni male, che ha la sua radice nel non sapere chi siamo agli occhi di Dio.

Come in tutte le opere, Gesù guarda l’intenzione. Il digiuno, come ogni opera buona, può essere esibizione davanti a gli uomini, persino davanti a Dio… E non dimentichiamo che c’è anche un digiuno della mente e del cuore, dell’orecchio e dell’occhio.

Spesso ci si sfigura per figurare, ci si nasconde per farsi vedere, ci si oscura per apparire!

Ma soprattutto è importante non dimenticare che tanta fame non è fame di pane, ma di vita; non di cibo, ma di affetto. Si vive dell’amore che si riceve, della parola che ci comunica il fratello.

Per sintetizzare:

–         la carità ( di cui l’elemosina è il segno), sia l’amore fraterno

–         il digiuno ( di cui il privarsi del cibo è emblema) sia soprattutto digiuno di soldi, di gelosie, di eccessi in ogni campo

–         la preghiera sia la fedeltà di un rapporto più intimo col Padre.

Perché – ricordiamocelo bene – le opere esterne sono segno (‘sacramento’) della quaresima, ma non sono ancora la quaresima, che è un fatto interno: è la nostra conversione, cioè il cambiar mentalità, l’assumere i sentimenti dei Cristo.

Perché la Quaresima non è una  semplice preparazione alla festa di Pasqua ma un’esperienza di vita nuova nello Spirito. Un tempo per lasciare ciò che è ‘vecchio’ in noi e aprirci al progetto di Dio (mortificazione significa ‘morte alla morte’!). Ecco allora il significato del cammino quaresimale: passare dall’avere all’essere, dal possedere al condividere, dal dominare al servire.

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