Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XIV DOMENICA B

Giugno 29th, 2021

04 luglio 2021

XIV  DOMENICA  “ B “

“ Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria ?…..”

 Dal Vangelo secondo Marco, capitolo 6, versetti 1-6

Il brano evangelico che la liturgia ci propone oggi acquista un valore quasi di bilancio, e crea un forte contrasto con la sezione precedente (cap.4-5), in cui Gesù ha compiuto miracoli , ed estranei e lontani hanno dimostrato una fede grande.

Ora nella sua patria, tra i suoi, non potrà compiere miracoli, se non qualche guarigione, proprio a motivo della loro incredulità.

L’incontro di Gesù con i suoi compaesani avviene al termine di un’intensa attività apostolica in Galilea. Gesù si è infatti progressivamente manifestato e, sia nel suo insegnamento che nei suoi miracoli, la folla che lo ascoltava ha potuto sperimentare la novità assoluta delle sue parole e dei suoi miracoli.

La sua attività ha suscitato speranze e interrogativi, ma , sin dall’inizio è stata accompagnata anche da incredulità e ostilità. Prima i farisei e gli erodiani complottano contro di lui, poi i suoi parenti manifestano dubbi sulla sua sanità mentale, ora (v.3) sono i suoi concittadini a dimostrare diffidenza e incredulità: c’è insomma una cecità e una chiusura che non risparmiano nessuno.

Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme è sempre più solo, incompreso anche da coloro che meglio avrebbero dovuto capirlo.

“Che sapienza è mai questa?” (v.2). Gesù come al solito entra nella sinagoga in giorno di sabato, e lì insegna, suscitando stupore e meraviglia.

L’uomo, nel momento in cui incontra Gesù, non può non avvertire che in Lui vi è qualcosa di inspiegabile, di affascinante. I suoi compaesani riconoscono la sapienza delle sue parole: a Nazaret conoscono il suo insegnamento autorevole, i suoi miracoli. Le persone ne sono scosse, ma il loro giudizio su di Lui resta per un attimo sospeso. E’ sempre così: agli uomini sono offerti dei segni che rimandano alla loro libera decisione, i segni possono scavalcare una scelta che deve rimanere assolutamente consapevole e libera.

 Il vangelo di oggi apre una finestra sulla disillusione che Gesù deve aver provato verso l’ambiente in cui è cresciuto: la conoscenza ‘umana’ diventa chiusura nei suoi confronti. Per incontrare Gesù o lasciarsi incontrare occorre il salto della fede.

Lo stupore è sempre all’inizio della fede, ma non basta se non conduce a un’adesione personale e sincera. I suoi concittadini sono incapaci di superare lo scandalo della umanità di Gesù: conoscono sua madre, la sua professione di carpentiere, i suoi ‘fratelli’. Insomma: è uno di loro, perciò “si scandalizzavano di lui” (v.3), e questo è il verbo tipico per indicare il naufragio della fede. La pretesa di conoscerLo ha la meglio sullo stupore iniziale, e blocca il cammino di fede.

Citando il proverbio: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria” (v.4), Gesù si mette nella linea dei profeti rifiutati e inascoltati dell’A.T.

L’episodio sul quale abbiamo riflettuto si fa allora serio monito per chiunque creda di aver capito, o si senta arrivato. Il nostro brano si era aperto con lo stupore della gente e si chiude con la meraviglia di Gesù, circa la sua ostinazione .

XIII DOMENICA B

Giugno 22nd, 2021

27 giugno 2021                                             

           XIII  DOMENICA  ‘B’

Dal Vangelo secondo Marco, 5, 21-43

 Nel nostro vangelo vediamo Gesù che ridona la vita alla figlia di Giairo e guarisce la donna emorroissa: due modi concreti per testimoniare come Dio sta della parte della persona e vuole che essa viva.

Il mistero della persona di Gesù si rivela qui nei gesti di misericordia e di solidarietà verso i bisognosi, e in particolare in quella manifestazione di potenza che si evidenzia nei fatti miracolosi che accompagnano il suo messaggio.

Ma per accedere a questo mistero è necessaria l’apertura della fede. Le parole e i gesti di Gesù , specialmente le sue azioni di potenza, provocano la decisione nei suoi confronti: o aderire a lui o rifiutarlo. Si esige la fede.

Il racconto della risurrezione della figlia di Giairo è intrecciato con quello della guarigione dell’emorroissa: sebbene i cammini che l’emorroissa e Giairo compiono siano diversi ( uno di fede molto consapevole, l’altra di fede semplice, ingenua, che potrebbe sembrare quasi superstiziosa), entrambi giungono ad un incontro personale con la salvezza operata da Gesù oltre ogni possibilità umana.

I punti di contatto tra i due racconti sono molti: ambedue corrispondono a un cammino di fede (v.23; vv.34 e 36); nei due episodi entrambi si gettano ai piedi di Gesù: con tale umiltà essi ardiscono invocare il soccorso di Gesù. La sua esortazione a credere soltanto esprime il momento più intenso e delicato di questo cammino di fede. Giairo deve vincere ogni timore ed avere una fede pura, una fede che è fiducia radicale nella persona e nella parola di Gesù.

Il cammino di fede ha come termine il mistero della risurrezione, il mistero di quella mano potente che prende la mano piccola della fanciulla e la ridona alla vita!

Anche l’emoroissa è convinta che da Gesù emani una forza che può sanarla. La sua disperazione, ma ancor più la sua fede indiscreta, testarda, audace, la spinge a superare l’ostacolo della folla e a toccare il mantello del Maestro. Gesù sente che il suo è un contatto diverso da quello anonimo della folla: egli sente una forza uscire da lui e la donna sente contemporaneamente nel suo corpo la guarigione avvenuta.

Proprio perché il suo è stato un cammino di fede, ella consegue non solo la guarigione fisica, ma la salvezza: diventa figlia di Colui che guarendola la restituisce a vita nuova.

 

 

 

 

Monastero della Resurrezione

Giugno 18th, 2021

GIOVEDÌ 17 GIUGNO 2021 L’ARCIVESCOVO HA CONSEGNATO IL DECRETO DELLA CONGREGAZIONE

L’Istituto di Villa Specchia diventa Monastero

Una transizione necessaria nel “Monastero della Resurrezione”

In questi giorni la notizia diffusasi della trasformazione dell’“Istituto” di Villa Specchia in “monastero di clausura” ha destato non poche perplessità e confusione nel cuore di tanti.
Ci è stato chiesto se da questo momento avremmo iniziato a mettere le “grate” della clausura e a vivere una vita diversa.
Vogliamo, allora, facendo luce su questa novità, condividere con tutti, il momento di grazia che stiamo vivendo come comunità religiosa e che sentiamo è di provvidenza anche per tutta la Diocesi, la città di Ostuni e la Chiesa intera.
L’Istituto religioso di diritto pontificio denominato Oblate Benedettine di S. Scolastica fu fondato nel 1937 a San Vito dei Normanni per desiderio delle Madre Benedetta Carparelli e Madre Scolastica Passante, sotto la guida dell’allora Presidente della Congregazione Sublacense P. Abate Emanuele Caronti.
L’erezione canonica avveniva il 14 dicembre 1944 con il Nulla Osta della Sacra Congregazione dei Religiosi. Le prime Costituzioni furono approvate dall’Ordinario del luogo il 17 dicembre 1945.
Fin dall’inizio la Congregazione ha unito una forte preparazione biblica e liturgica – secondo lo spirito benedettino – a una zelante attività educatrice ed assistenziale in favore dei più poveri.
«Pregare, pregare, pregare. Amare, amare, amare», con queste parole Madre Benedetta Carparelli richiamava costantemente il grande carisma a cui noi Oblate benedettine eravamo chiamate: il carisma della preghiera e dell’amore, facendo della Congregazione un luogo in cui, sperimentando la bellezza dell’unità e della comunione, partecipando alla stessa comunione Trinitaria, si potesse diventare sempre più capaci di amore attento alle necessità dei tempi.
«Donne dal senso materno spiccatissimo e dalla dedizione piena, donne consacrate. Donne che hanno ricevuto il fuoco dello Spirito Santo che sono state segregate dal mondo pur rimanendo a servizio del mondo, donne che da vergini caste sono state sposate ad un solo uomo Cristo. Donne alla ricerca di una fecondità spirituale e soprannaturale, alla ricerca, direi quasi di una partecipazione alla fecondità redentiva di Gesù. Donne la cui capacità di amare è sconfinata, perché si sentono spinte dalla forza interiore dello spirito a raggiungere tutti e tutto»: parole queste di Madre Benedetta che hanno conosciuto attuazione lungo gli anni nelle molteplici opere di carità che come Suore Oblate abbiamo vissuto e cercato di testimoniare nelle varie case che abbiamo aperto e nelle quali abbiamo cercato di incarnare il carisma dell’amore: dalla casa madre di San Vito dei Normanni a quella Generalizia di Ostuni; da Squinzano a Rutigliano; da Petina a S. Michele in Calabria; fino alla casa in Missione a Itaquaquecetuba nella periferia di San Paolo in Brasile.
Durante l’anno della vita consacrata (2014 – 2016), spinte dal desiderio di volerci riappropriare delle intuizioni delle fondatrici, nel capitolo generale che abbiamo celebrato nel mese di settembre 2015, abbiamo dato impulso ad un processo di riflessione e di approfondimento del nostro carisma il cui esito è stato quello di prendere coscienza che “lo stile di vita proprio” dell’Istituto doveva essere di tipo monastico.

Per tale motivo, senza cambiare la natura e la forma del nostro essere «Vergini prudenti con la provvista di olio così abbondante da darne a chi ne chiede senza paura. Vergini feconde così da rallegrare il cuore di Dio e la sua sposa la Chiesa», abbiamo presentato alla Santa Sede la richiesta di “trasformazione canonica” della natura giuridica con il passaggio da istituto religioso a Monastero sui iuris, sotto la Regola del Nostro Santo Padre Benedetto. il percorso che ci ha portati alla revisione delle costituzioni ci ha permesso di dare uno sguardo alla nostra vita del passato e a quella che vogliamo attuare, in sintonia anche con ciò che Papa Francesco ha chiesto alle comunità religiose attraverso la costituzione apostolica “Vultum Dei quaerere” sulla vita contemplativa femminile e la sua Istruzione applicativa “Cor orans”.
E il Decreto della Congregazione degli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica che il nostro Arcivescovo è venuto a consegnarci giovedì scorso ci ha incoraggiato in questo cammino.
Così il nostro Istituto di Suore Oblate Benedettine di S. Scolastica è diventato “Monastero della Resurrezione delle Monache Oblate dell’Ordine di San Benedetto”.
Abbiamo scelto di chiamarci “Monastero della Resurrezione” perché, pur “essendo cocci in viaggio nel mondo” desideriamo cantare l’Alleluia … che sa di rinascita, di rinnovamento, di nuova energia… per saperci rendere libere per … essere apostole dell’amore, testimoni dell’amore, donatrici dell’amore; tutte desiderose di rinascere a vita nuova per Cristo, con Cristo e in Cristo; tutte desiderose di dare ai fratelli e alle sorelle non oro né argento, ma la ricchezza interiore che ci canta dentro: il dolce Cristo vincitore della morte e dell’inferno”.
Resta il nostro essere “Oblate”, resta il nostro essere offerte e consacrate alla gloria della Santissima Trinità, ostie vive, sante, a Dio gradite e alla volontà del Padre nel servizio ai fratelli, chiamate, per un amore di predilezione, a vivere intorno all’altare, a cantare la gloria di Dio e a donarci in opere di apostolato che sono una continuazione della liturgia.
Desideriamo continuare ad essere per ciascuno un luogo e una presenza in cui l’amore si fa casa, si fa dono, si fa testimonianza, affinchè «la fede diventi luce, la speranza certezza, l’amore forza travolgente».

M. Maria Ignazia Tomsi

Abbadessa eletta

 

XII DOMENICA B

Giugno 15th, 2021

20 giugno 2021 

XII DOMENICA B

Mc. 4, 35-41

Il racconto della tempesta sedata culmina nella domanda: “Chi è dunque costui?…” con la quale l’evangelista conduce il lettore verso la fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio, che vince la morte e salva i credenti. E’ il motivo conduttore di tutto il vangelo di Marco.

La cornice del racconto è quella familiare del lago di Galilea. Da una barca Gesù ha raccontato le sue parabole.

Ora un’esperienza sconvolgente attende i discepoli; essa segnerà una impartante tappa nel loro cammino di fede.

Il racconto è una brevissima sequenza ricca di contrasti: la burrasca e il sonno tranquillo di Gesù, il riposo del Maestro e l’angoscia dei discepoli, la tempesta e la bonaccia.

Non di rado nella Bibbia vien detto che il Signore ‘dorme’, mentre i credenti lo scongiurano di svegliarsi per andare in loro soccorso (cfr. Sal. 44, 34ss).

La tempesta che si scatena improvvisa sul lago è un fenomeno che corrisponde perfettamente alle condizioni climatiche e geografiche del luogo. Ma il sonno di Gesù è sorprendente, e l’invocazione rude e disperata dei discepoli esprime una fede ancora imperfetta.

Gesù che dorme invia i discepoli pieni di paura a scoprire, attraverso il suo apparente disinteresse, la presenza amorosa di Colui che può tutto.

Al sonno, metafora della morte, è contrapposto il ‘destarsi-risorgere’ di Cristo che sconfigge l’assalto delle onde del mare, simbolo biblico delle potenze infernali e della morte.

La ‘grande bonaccia’, contrapposta alla ‘grande tempesta’ segna la vittoria di Gesù, che libera i suoi dall’assalto della morte.

“perché avete paura?  Non avete ancora fede?” (v.40): la situazione di pericolo ha messo a nudo la fragilità della fede dei discepoli, che, nel momento della prova, hanno lasciato che la paura prendesse il sopravvento.

Gesù è presente sempre, e anche se a volte sembra dormire, si prende cura di noi. Questo pensiero ci deve stimolare e sorreggere. Con ciò non si vuole negare a chi crede il fatto di provare paura davanti a un pericolo, si vuole però ricordare che la presenza di Gesù ridimensiona la paura fino a scacciarla

 

XI DOMENICA B

Giugno 8th, 2021

13 giugno 2021

XI  DOMENICA  ‘ B ‘

Mc. 4, 26-34

Nella prima parabola del nostro brano si contrappone la mietitura, cioè l’avvento del Regno, e l’inattività del contadino. Perché il Regno di Dio è come un seme che cresce da sé, senza che l’uomo possa farci nulla. Il Regno di Dio è come il grano che, una volta affidato alla terra, cresce da sé, e non ha importanza se il contadino dorma o vegli, poichè il Regno è opera di Dio, non dell’uomo.

Una volta posto il seme non resta che pazientare, e attendere pieni di fiducia la mietitura. Se il contadino si desse da fare nel campo non farebbe che calpestare quanto ha seminato. Ce lo ricorda il Salmo 127: “ Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a mangiare e mangiate un pane di sudore: Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”.

Sembra semplice questa parabola, ma è difficile da capire, perché afferma la priorità assoluta di Dio. E la pazienza richiesta nasce solo dalla fiducia in Lui. Il saper stare tranquilli esprime la fede assoluta nel Dio che non viene ami meno alla sua promessa. Ma la promessa di Dio è come un seme gettato nel solco della storia: è infatti il Cristo risorto che agisce in questo mondo, è lui il seme che cresce per virtù propria.

La forza segreta del seme condurrà la storia al pieno compimento del Regno di Dio. Ce lo assicurava già il profeta Isaia quando affermava: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca; non ritornerà a me senza effetto” (Is. 55, 10-11).

Anche la seconda parabola (vv.30-32)- strettamente collegata alla precedente –  parla del contrasto che contrappone la piccolezza del granello di senapa “il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra”  e la grandezza dell’albero che ne germoglia.

Qui il Regno è paragonato al grande albero finale, dove si radunano gli uccelli, simbolo appunto del Regno che radunerà la gente dispersa in un unico popolo.

In queste parabole ci viene proposto il grande insegnamento del vangelo: nel nascondimento, nell’apparente inattività vediamo il Regno di Dio che viene, come nel piccolo seme sta la certezza del grande albero che ne nascerà.