Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

PENTECOSTE ‘C’

Giugno 4th, 2019

9 giugno 2019
PENTECOSTE

Vangelo di S.Giovanni, capitolo 14, versetti 14-26

“…lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa…”

La festa di Pentecoste era in origine una ‘festa delle messi’ (vedi libro dell’ Esodo, Cap.23, versetto 16), festa di pienezza e abbondanza. In seguito diventò celebrazione della Storia della salvezza (vedi Libro del Deuteronomio ( Cap.26, versetti dall’1 all’11), e presto venne fissata il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua.
Il brano del Vangelo che la liturgia oggi ci presenta, pur breve, è molto ricco. Le prole di Gesù sono inserite nel ‘discorso di addio’ che Egli rivolge ai discepoli prima delle sua passione-glorificazione. E’ il suo testamento, ma, a differenza dei testatori umani, Gesù non si separa dai suoi, non li lascia orfani: egli resta il vivente, presente attraverso il dono dello Spirito.
Il ruolo dello “Spirito di verità” non è quello di presentare un’altra rivelazione, ma è un ruolo pedagogico: quello di portare i credenti ad entrare totalmente nel mistero dell’Amore Trinitario. Il suo compito è quello di “spiegare” la profondità salvifica dello scandalo della croce, e di ricordarlo, cioè di attualizzarne il contenuto e di interiorizzarlo nel cuore dei credenti.
Ad una comunità che rischia la paura dell’assenza di Gesù, lo smarrimento nella prova, il disorientamento di fronte agli interrogativi e ai problemi che insorgeranno in ogni tempo. S. Giovanni richiama la “sicurezza” del Paraclito (termine che significa:avvocato – consolatore – intercessore):
E’ LUI CHE RENDE OGNI UOMO CONTEMPORANEO DI CRISTO!
Sarà sempre e solo lo Spirito colui che farà comprendere le Scritture e ascoltare la “voce” del Buon Pastore.
La specificazione del versetto 16:”…Egli vi darà un altro Consolatore” non indica un sostituto di Gesù, ma la stessa persona del Risorto in una modalità nuova, intima e immediata: lo Spirito di Gesù è lo Spirito di Dio, è la presenza stabile della trinità che abita nei credenti e li trasforma in Suo Tempio.
In riferimento a Cristo, la Pentecoste costituisce il coronamento del Mistero Pasquale. E’ soprattutto l’evangelista Giovanni che dichiara il carattere personale della figura e dell’opera dello Spirito santo, presentato chiaramente come Terza Persona della Trinità.
Il Tempo dello Spirito è quello dell’edificazione del Regno e della responsabilità che ogni uomo è chiamato ad assumersi per rispondere all’iniziativa sempre preveniente del Padre.
La Pentecoste rappresenta dunque l’effettivo ‘battesimo’ della Chiesa in Spirito santo e fuoco: è la nascita 2ufficiale” della chiesa, l’inizio della Sua missione nel mondo intero.

ASCENSIONE ‘C’

Maggio 28th, 2019

02 giugno 2019
ASCENSIONE C*
Lc. 24, 46 – 53
“…Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani li benedisse. Mentre li benediceva sis staccò da loro e veniva portato su, in cielo”.

Luca descrive l’ascensione di Gesù nell’atto benedicente: Gesù è come il patriarca Giacobbe-Israele che prima di morire benedice i suoi 12 figli ( Gen. 49).
Gesù sale al Padre, ma ciò non lo allontana dai discepoli, è solo un modo nuovo di essere loro vicino che troverà il suo compimento nel dono dello Spirito. L’assenza fisica di Gesù dai suoi discepoli e dalla storia degli uomini è un’assenza necessaria per percepire una presenza nuova, quella sacramentale. Con l’eucaristia Gesù ha donato alla chiesa il mistero della sua presenza feconda, che dona amore e opera la salvezza.
La Pasqua porta con sé i frutti della gioia e della consolazione: non si tratta di un ‘emozione passeggera, ma è il sentimento di coloro che sentono che il Signore ha compiuto grandi cose nella loro vita.
La Pasqua, che ha il suo compimento nell’ascensione, deve portarci ad uno sguardo contemplativo su tutta la storia e la vita degli uomini, ma in particolare sulla nostra vita, per capire sempre meglio come il Signore ha tessuto i fili intricati delle nostre vicende, rendendo possibili esiti che ci parevano imprevedibili. L’atteggiamento contemplativo porta a captare, anche se non chiaramente,, il progetto di progetto di amore e di salvezza di Dio nei nostri confronti, e, attraverso di noi, per coloro verso i quali ci vuole rendere testimoni.
E la missione non può che iniziare da Gerusalemme, la città santa fondata da Davide, la città del Tempio, dove Dio ha dimorato in mezzo al popolo, la città che diviene segno di un a salvezza che è passata attraverso il popolo di Israele e la sua alleanza con Dio, segno che la stessa missione non è altro che il compimento delle Scritture.
Tutto questo non è senza importanza per la missione della Chiesa oggi: partire da Gerusalemme significa essere consapevoli che l’evangelizzazione non parte da un progetto umano, ma sta dentro il mistero divino contenuto nella Scrittura, e che non è avulso dalle vicende del nostro mondo.
E’ grazie allo Spirito che la Scrittura, letta alla luce del risorto, diventa anche oggi riferimento fondante per la vita della Chiesa e della sua missione.
La festa di oggi ci invita a guardare in alto, nel senso che Colui che è disceso dal cielo può indicarci la meta ultima. Ci invita anche a guardare avanti sempre, perché “le cose vecchie sono passate, ecco ne faccio di nuove”, ed ancora a guardare lontano: “Saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati”.

VI DOMENICA DI PASQUA ‘C’

Maggio 20th, 2019

26 Maggio 2019

Riflessione sul vangelo della Domenica

VI Domenica di Pasqua C

Vangelo di S.Giovanni, capitolo 14, versetti 23-29

“ Vi lascio la pace, vi do la mia pace . Non come la dà il mondo, io la do a voi”

In questo brano del Vangelo di Giovanni Gesù annuncia il suo commiato, riassume il senso della sua missione e prepara i discepoli all’impegno che li attende. Egli, in questo discorso –testamento apre il suo cuore ai discepoli e rivela fino a che punto il Padre vuole entrare, attraverso di Lui, in intimità con noi (versetti 23-24). Ciò avviene attraverso l’ascolto, e quindi l’obbedienza alla Sua Parola. La Paola è del Padre come il Figlio è del padre, così chi la ascolta accoglie il Figlio e il Padre con lo Spirito Santo, che è colui che cambia i cuori e rende docili alla Parola di Dio.
Proprio perché siamo nel tempo di pasqua, caratterizzato dal dono dello Spirito e quindi dalla comunione con Dio, è bene che ci soffermiamo a riflettere sul verbo “ricordare”.Questo verbo è caratteristico del Vangelo di Giovanni, ma attraversa tutta la Scrittura fino a giungere , nella pienezza dei tempi, cioè con la venuta di Gesù, ad assumere tutto il suo significato. I Profeti e i libri Sapienziali – i più vicini al Nuovo Testamento- preparano all’inaudita meraviglia dell’”attendarsi” di Dio in mezzo al suo Popolo, e l’evangelista Giovanni parla spessissimo della necessità per i credenti di rimanere in Gesù, e dunque in Dio, fino alla tematica di questa Sesta Domenica, e al dono dello Spirito Santo. Al versetto 26 Gesù prometto un Consolatore che sarà Maestro e farà memoria di tutto quanto Gesù ha detto e fatto: lo Spirito attualizzerà la salvezza, che è Gesù, per tutti gli uomini in tutti i tempi. Il nostro celebrare è sempre un ‘fare memoria’, un “memoriale”, cioè un ricordare dinnanzi al Signore perché Egli “si ricordi” qui- ora- per noi, e renda presente la sua azione salvifica, della quale facciamo memoria. Quando nella Messa diciamo che celebriamo “il Memoriale della Pasqua del Signore”, vuol dire che tutta la forza trasformante della Pasqua è qui presente per noi, accessibile perché ci lasciamo da essa toccare e salvare. Questo è il ‘ricordare’ liturgico!
Un altro aspetto del “ricordare” di cui ci è maestro lo Spirito, è il crescere nella comprensione della Parola di Dio. Questo accade a chi legge e rilegge la Parola, la “rumina” (come dicono i Padri della Chiesa), e ne è così orientato, giudicato, consolato, guarito, corretto:
A questo punto del suo discorso (siamo al versetto 27), dopo aver parlato dello Spirito Santo, Gesù dona ai discepoli la “sua pace”. Il mondo augura la pace, Gesù la dona, cioè la comunica realmente. Gesù non dona una pace qualsiasi, ma la ‘sua’. Quale? Già nell’Antico Testamento la pace è qualcosa di più che la sicurezza, la tranquillità, l’assenza di guerra; essa è pienezza di vita, è vittoria, è gioia; suppone una tensione e un dinamismo, e la si incontra al di là delle difficoltà superate (cfr. Isaia, Cap.66, versetti 11-14).
Con piena fedeltà all’A.T. Gesù assicura e dona la pace realizzando la massima presenza di Dio nel mondo, tra gli uomini, nel loro cuore: il cuore dei credenti non si deve turbare, non deve essere sopraffatto dall’angoscia per la prossima partenza del Maestro, perché Egli tornerà da loro.
Infine, al versetto 29 Gesù informa gli amici in anticipo della sua partenza, per favorire la loro fede, quando questo evento si realizzerà. Lo vedremo la prossima domenica, con la festa dell’Ascensione.

V DOMENICA DI PASQUA ‘C’

Maggio 14th, 2019

19 maggio 2019
V DOMENICA DI PASQUA C*
Gv. 13, 31-35
“……Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

Oggi Gesù ci affida il comandamento nuovo: amare i fratelli. Il suo amore rende possibile il nostro.
Non solo Gesù ci è modello di amore, ma il suo amore per noi rende possibile il nostro impegno per una comunità fraterna.
I pochi versetti del Vangelo di oggi si collocano in una posizione di passaggio dalla sezione della lavanda dei piedi e dell’annuncio del tradimento di Giuda (13, 1-32) alla sezione che contiene il primo dei discorsi di addio di Gesù (13, 33-14,3).
Gesù sta pronunciando il suo discorso di addio e affida agli Apostoli il suo testamento spirituale.
La signoria di Cristo glorificato è la potenza dell’amore che non modifica le azioni umane ma assume in sé tutta la libertà dell’uomo e tutte le terribili conseguenze del peccato, trasformando lo stesso atto libero e malvagio dell’uomo nella sua offerta d’amore salvifico.
vv. 34-35: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”: non solo Gesù è modello da imitare, ma è lui stesso, il suo stesso amore, a rendere possibile il nostro amore vicendevole.
E’ l’offerta d’amore del Signore che, se accolta nella libertà, ‘sacramento della comunione’ produce gli effetti dell’amore vicendevole e della comunione ecclesiale. Questo è il nuovo comando che Gesù dà a noi e che prolunga la sua presenza nella storia. Allora la Chiesa è veramente ‘sacramento della comunione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano’ nella misura in cui ogni cristiano accoglie in sé l’amore di Cristo, proprio dentro il suo peccato e la sua infedeltà.
Nella versione di Giovanni il tradimento di Giuda può così essere letto non solo in una prospettiva quaresimale, ma in una prospettiva già pienamente pasquale. Questo atto inaugura l’ ‘ora’ di Cristo che attraversa la storia e la porta verso gli ultimi tempi.
Il nostro vivere insieme, come comunità di credenti, deve diventare un convivere nell’amore anche se spesso può risultare difficile, poco producente e gratificante. Ma dobbiamo insistere, perseverare, perché solo nel terreno buono dell’amore la Parola seminata può produrre frutti insperati.

IV DOMENICA DI PASQUA ‘C’

Maggio 11th, 2019

12 maggio 2019
IV DOMENICA DI PASCUQA C*
Gv. 10, 27-30

“Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono… “

In questa domenica l’accento è posto sul Risorto che apre tutte le porte dell’ovile. Possiamo leggervi il rimando al Pastore che apre tutte le tombe materiali e spirituali perché nei pascoli erbosi del Regno tutti possano ritrovare la gioia della vita.
Il contenuto centrale dei versetti propostici per la ‘domenica del Buon Pastore’ riguarda la fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio.
L’accesso alla fede avviene nel luogo della testimonianza di Giovanni, per il quale Gesù è l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo (Gv.1,29).
I versetti che la liturgia ci propone oggi costituiscono il vertice della contemplazione giovannea: qui, nel luogo dove il Figlio si trova, che è la sua relazione con il Padre, entrano anche i suoi discepoli
Presentandosi come pastore, Gesù si mostra come l’inviato dal Padre per raccogliere ciò che è disperso, per richiamare chi è ancora lontano dalla salvezza. Egli rivela il volto misericordioso del Padre che vuole che tutti gli uomini siano salvi.
Dobbiamo dunque diventare discepoli del Signore secondo l’indicazione di Gesù: “Le mie pecore ascoltano la mia voce” (v.27).
Discepolo e credente è colui che sa ascoltare. E l’ascolto è apertura essenziale all’altro (ce lo sta dimostrando meravigliosamente Papa Francesco!) Ascoltare è attenzione alla persona dell’altro prima che alle sue parole.
I giudei non credono perché non credono perché non ascoltano Gesù. Parlano e interrogano ma solo per sfidare e contrastare; ascoltano solo se stessi.
A noi, pecore del suo gregge è chiesto di annunciare il Vangelo, ti testimoniare Cristo e di servire i fratelli “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”.