Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

Domenica delle Palme C

Aprile 10th, 2022

10 aprile 2022

 DOMENICA DELLE PALME E DI PASSIONE

Vangelo: S. Luca cap. 23, versetti 1 – 49

(Forma breve)

Il processo a Gesù si articola in tre scene :

versetti 1 – 7: Gesù davanti a Pilato; versetti 8 – 11: Gesù al cospetto di Erode, e versetti 12 – 25: di nuovo davanti a Pilato. Varie forme di potere, diverse e ostili tra loro, si alleano manifestando così la loro comune radice di violenza. L’attenzione di S. Luca è sulla persona di Gesù e sulla sua autorità diversa dalle aspettative umane.

Davanti a Pilato Gesù ammette di essere re, ma in senso diverso da come lo intende il mondo.

La scena davanti ad Erode permette a Luca di evidenziare un falso modo di interessarsi a Gesù, dettato da una curiosità miracolistica e da un non serio impegno personale. Il silenzio di Gesù smaschera la falsità di Erode, che è il ‘tipo’ del falso discepolo che mette alla prova Dio, e la parodia della veste regale serve ad evidenziare quale sarà la vera regalità di Gesù: il suo trono sarà la croce.

La nuova scena davanti a Pilato è un dramma basato su corrispondenze e contrasti: Pilato vuol salvare Gesù e per tre volte ribadisce la sua innocenza; ma cede alla paura (come i tre rinnegamenti di Pietro, anche l’atteggiamento di Pilato serve da lezione per ogni discepolo).

Davanti alla scelta, per l’amnistia di Pasqua, di liberare due” Figli del Padre” (Bar Abba in ebraico ha questo significato), il popolo sceglie un criminale e condanna un innocente. Pilato tradisce come Giuda: Gesù, che ha scelto la volontà del Padre,  viene tradito dalla volontà omicida degli uomini. (v. 25).

L’esecuzione (versetti 26 – 47): più che mai, l’evangelista Luca riassume in queste scene culminanti, il suo “vangelo della misericordia”, e, insieme, il “vangelo del discepolo”; il personaggio di Simone di Cirene che porta la croce dietro a Gesù, non ‘costretto’, come invece appare nei Vangeli di Marco e Matteo, rappresenta il modello dell’autentica sequela , così come lo sono le donne anonime che si battono il petto e contemplano ciò che sta avvenendo (versetti 48 e 49).

Gesù viene condotto al supplizio insieme ad altri due delinquenti comuni (come aveva predetto il Profeta Isaia, al Cap.53,versetto 12), e come Egli stesso aveva profetizzato (Luca 22,37);  Luca rilegge questa pena come compimento delle Scritture (vedi il Salmo 21, versetti 19. 8, il Salmo 68 versetto 22). Sul Calvario, ad ogni discepolo che lo contempla, Luca presenta Gesù come modello di perdono e di misericordia per i suoi nemici (versetto 34). E’ in questo “tempo fissato” che Gesù subisce l’ultima tentazione da parte del potere (e non possiamo non tornare al Capitolo 4 del vangelo di Luca, letto la I^ Domenica di Quaresima: Le tentazioni nel deserto). La sfida è quella di mostrare miracolisticamente il proprio essere ‘Figlio di Dio’, di rinunciare alla morte per la vita. In altre parole: di tentare Dio.

Segue, ed è un’esclusiva di Luca, l’episodio dei due malfattori: un’autentica sintesi del suo Vangelo : sino alla fine Gesù resta ‘segno di contraddizione’, così come lo saranno i suoi discepoli, per gli uomini desiderosi di salvezza, che dovranno scegliere tra la ‘bestemmia’ ( cioè il rifiuto della salvezza offerta da Dio nel Figlio sulla croce), e ‘l’invocazione’ di chi ha “rispetto di Dio”, cioè confessa il proprio peccato e riconosce nel Servo Sofferente il Messia Re, e la sua divinità. La salvezza diventa realtà sulla croce, e il primo ad entrare nel Regno è un criminale pentito: Luca accende la nostra speranza: non è mai troppo tardi per ritornare al Signore! Se a causa di Adamo il peccato era entrato nel mondo, e con il peccato la morte, Gesù come Nuovo Adamo prende su di sé la morte con il peccato dell’umanità, per iniziare una ‘nuova creazione’.

La scena si chiude significativamente con la confessione di fede di un pagano: il centurione riconosce l’innocenza di Gesù, e a lui si associa il pentimento della folla. Il velo del Tempio squarciato segna la fine della separazione tra giudei e pagani: la salvezza è disponibile a tutti, e in Gesù –nuovo Tempio- tutti gli uomini incontreranno Dio in una comunione nuova.

 

V DOMENICA QUARESIMA C

Marzo 29th, 2022

3 aprile 2022 

V DOM QUARESIMA   ‘ C’

Gv. 8, 1 – 11

Alle domande dei capi religiosi Gesù non risponde a parole; con calma, come chi domina la situazione, si china e comincia a scrivere in terra con il dito. Sono gli avversari che si innervosiscono, insistono perché vogliono la sua opinione. Allora Gesù si alza e dice: “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra!”. Gesù, invece  di permettere loro di porre la Legge al di sopra della donna per condannarla, chiede ai capi religiosi di esaminarsi alla luce di quanto chiede loro la Legge.

Gesù scrive a terra ‘con il dito’: la Legge data al popolo per mezzo di Mosè e una legge scritta ‘col dito di Dio’ (Dt.9,10) su tavole di pietra. Gesù invece scrive sulla terra, in modo che tutti possano leggere, dando una nuova prospettiva alla legge del Sinai.

Dicendo .”Chi è senza peccato scagli per primo la pietra” (v.7) Gesù  rileva la condizione generale di peccato in cui versa l’umanità, per cui nessuno può ritenersi salvo perché osserva scrupolosamente una legge. In altri termini: la Legge non può salvare, poiché chi salva è solo Dio.

E accade il contrario di quanto si aspettavano: la persona condannata non era la donna, ma coloro che credevano di essere fedeli alla Legge.

L’episodio della donna adultera si era aperto con la venuta degli scribi e farisei che ponevano la donna in mezzo, e si chiude con Gesù solo con la donna.

Al centro dell’interesse e della cura sta sempre l’essere umano nella sua condizione di peccato, con l’unica differenza rispetto a prima: ora non c’è più nessuna condanna, ma il perdono di Gesù.

Gesù non permette che alcuno usi la Legge di Dio per condannare il fratello o la sorella, quando chi condanna è egli stesso peccatore.

E’ Lui la nuova legge pensata dal Padre, che non contiene più alcuna condanna: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”. ( v. 11).

La Parola di Dio oggi ci chiede di fare i conti con la nostra fragilità e i nostri fallimenti, ma ci invita anche a confidare nella Grazia di Dio, più forte di qualsiasi nostra debolezza. Ecco perché questa è una Parola di speranza: la nostra speranza è concreta, ha un nome e un volto, quello di Gesù, della sua passione, morte e risurrezione.

IV DOMENICA QUARESINA C

Marzo 21st, 2022

27 marzo 2022

IV  DOMENICA  DI QUARESIMA  ‘C’

Dal Vangelo secondo Luca15,1-3.11-32

Questo non è il racconto di una ‘crisi’, ma è la storia di un ritorno.

Possiamo suddividere il nostro brano in tre scene:

I scena, il cui vertice è nella decisione del figlio: “mi alzerò e andrò da mio padre”; Il figlio è solo. Comincia qui la conversione come nostalgia. La sua confessione  è di aver peccato contro Dio (= il cielo) e contro l’uomo (ogni uomo!). (v.18), Si alza, ‘risorge’, si mette in cammino.

II scena, dominata dal padre che spia la strada deserta, che spera contro ogni speranza. Nella fatica sofferta di ‘convertirsi per ritornare’ non si vaga senza meta: un Padre veglia per accoglierci a quel pranzo in cui egli stesso ci servirà (cfr.Lc.12,37). I gesti del padre sono di una ‘tenerezza viscerale’; l’abbraccio e i baci sono segni di perdono e di riconciliazione. La vera conversione del figlio minore sta proprio nel lasciarsi amare!

E’ il perdono che suscita il pentimento, non il contrario.

L’ultima scena (vv.25-32) delinea il fratello maggiore, soddisfatto per la sua onestà, che ritiene la conversione una necessità solo per gli altri (come il fariseo di Lc.18,11-12): egli è fermamente convinto di essere creditore nei confronti del Padre. All’amore del Padre egli oppone la logica del ‘dovere’: egli è mosso – anzi è reso immobile- da questa mentalità sbagliata, dalla logica che vede la religione come una serie di ‘prestazioni’.

Se riflettiamo sul figlio maggiore ci rendiamo conto quanto sia difficile tornare a casa  da un calcolato sdegno che ha messo le sue radici negli angoli più riposti del nostro essere.

Solo con Dio il figlio maggiore che è in noi sarà capace di tornare a casa, di lasciare che il Padre guarisca anche lui.

Tutta questa parabola è un inno alla riconciliazione, che è il bisogno fondamentale dell’uomo peccatore, un bisogno irrinunciabile di un Padre che ama.

Un noto filosofo e mistico russo scriveva:”Esiste un desiderio umano di Dio, ma anche un desiderio dell’uomo. Dio è il desiderio più grande dell’uomo. Ma l’uomo lo è altrettanto per Dio. Dio ha bisogno dell’uomo, Dio vuole che non soltanto Egli, ma anche l’uomo sia l’amato e l’amante”.

La riconciliazione è quindi un dialogo d’amore restaurato.

La gioia pasquale è vicina, e la liturgia di oggi ci invita a condividere la gioia del Padre. Anche noi, come il popolo d’Israele che entrava nella terra promessa, siamo chiamati a vivere il passaggio della riconciliazione che ci donerà un’esistenza nuova.

Questo passaggio è possibile se accettiamo che i due figli coabitino in noi: solo allora potremo entrare nel ‘ritmo salvifico’ della parabola. Solo il perdono accolto da Dio  e offerto ai fratelli ci introduce nella terra promessa per celebrare la Pasqua.

 

 

Ucraina La vergogna dei prigionieri

Marzo 18th, 2022

Ucraina. La vergogna dei prigionieri (un po’ di verità sulla guerra)

Ferdinando Camon venerdì 18 marzo 2022

Eccola, la verità sulla guerra della Russia contro l’Ucraina, e non la dicono gli storici, non i filosofi, non le popolazioni, che la subiscono e non la capiscono, non la possono capire, perché non hanno le informazioni sufficienti. La dicono i prigionieri. Gli aggressori catturati e salvati e protetti, e ora portati davanti alle tv. Impariamo moltissime cose da loro, che prima non sapevamo e senza di loro non sapremmo mai.

Tutto di loro ci sorprende. Sono stati catturati in Ucraina, ma quasi nessuno di loro sapeva di trovarsi in Ucraina. Han trovato un popolo perdonante, ma gli era stato detto che avrebbero incontrato un popolo di nazisti. E soprattutto: questi invasori catturati e mostrati in tv sono soldati giovanissimi, soldati di leva, perché mandare soldati di leva, al primo arruolamento, a combattere una guerra così delicata, che pone tanti problemi psicologici?

Quest’ultima è la domanda più pericolosa, e va sbrigata per prima. In una guerra che solleva do- mande terribili mandano i soldati che sono più obbedienti non perché rispondono a quelle domande, ma perché non se le pongono. Il soldato non deve sentire e risolvere i conflitti interiori.

Meno sa, meglio è. In un film di Kurosawa si vedono avanzare in trincea dei cani con le bombe a mano legate al collo, vengono di corsa e saltano addosso al nemico, che riconoscono dall’uniforme, come gli arrivano addosso esplodono, sono bombe animalizzate: perfetti come soldati d’assalto, che stupido Cadorna a non averci pensato! I soldati russi catturati e portati in tv a confessare come erano stati istruiti, che cosa dovevano fare, cosa gli avevano detto del nemico, sono parecchi, ma cinque sono stati esibiti in sequenza, uno dopo l’altro. Sono ragazzini. Se sparano, non sanno perché sparano, se uccidono non sanno perché uccidono. Uno si prende la testa fra le mani.

Alcuni sono stati caricati in un convoglio in Russia, si sono addormentati e al risveglio si son trovati in Ucraina. I soldati di un esercito che va in guerra sono le prime vittime di quella guerra. C’è un proverbio militare che dice: ‘In guerra la verità è la prima a morire’, e non significa che la verità vien colpita dalla prima pallottola, ma prima ancora: si uccide la verità perché si possa sparare la prima pallottola.

Questi soldati russi catturati in Ucraina non sappiamo se hanno sparato e ucciso, loro non lo dicono e se hanno sparato (e ucciso) non lo dicono neanche a sé stessi, cominciano a non dirlo adesso e andranno avanti per tutta la vita, non dire la verità è un modo per negarla e vivere fuori della realtà, e infine morire fuori della realtà, in un’altra realtà. È un modo, l’unico modo per accettarsi. Se torneranno a casa, è l’unico modo per essere accettati, come prima. Li guardo. Sono rapati, ma non a zero, dopo la rapatura i capelli sono un po’ cresciuti. Han teste squadrate, da statue futuriste. Non ci guardano in faccia, guardano in basso.

Tutti. Si vergognano di qualcosa. Di essere stati catturati, un bravo soldato non si fa catturare. Di essere fotografati, e di sapere che la foto, prima o poi, va sotto gli occhi dei genitori. E della ragazza? Ma certo, anche della ragazza. La guerra, che doveva essere un’avventura, diventa una vergogna. Vorrei chinarmi fino a loro, per farmi sentire bene, e dirgli: è come ogni guerra, figli miei. Tornate a casa.

 

III DOMENICA QUARESIMA C

Marzo 14th, 2022

20 marzo 2022  

III DOM QUAR C

Lc. 13, 1-9

Gesù parla di una protesta soffocata nel sangue da Pilato. Gesù riporta il fatto con fare volutamente provocatorio: il Messia sarà colui che mette fine a questi soprusi? Perché Dio tollera queste ingiustizie verso i suoi devoti? Il credente, in ogni epoca, e oggi più che mai,  è interpellato dal male, dall’ingiustizia, dalla tracotanza del potere.

Il secondo fatto di cronaca riportato è ancora più provocatorio. Non si tratta di una contrapposizione bene/male, giusti/ingiusti, buoni/cattivi, ma di un fatto tragico : diciotto persone sono morte per il crollo di una terre. La storia quotidiana è costellata di simili eventi: ma dove, e dalla parte di chi sta Dio? E ancora: Perché accadono cose simili? Perché a loro, perché il quel momento?

Si fa appello alla Scrittura per trovare una risposta, che diventa anche una risposta su Dio. Chi è? Come agisce? Dio, nel roveto ardente si rivela a Mosè come un Dio vicino e insieme misterioso, schierato dalla parte degli oppressi ( 1 lettura).

Nel Vangelo Gesù ci dà un’altra risposta: il suo è un invito chiaro a non giudicare, ma a considerare anche le disgrazie inspiegabili e assurde come segni chi inducono a convertirsi, a volgersi a Dio e a considerare la storia con i suoi occhi, a non approfittare della sua pazienza per ritardare il momento della conversione, ma a maturare una mentalità diversa, che segni il passaggio a un’adesione filiale a Dio, che giudica con misericordia.

Il male in noi e intorno a noi provoca la nostra fede: può rafforzarla, ma può anche sradicarla: il male esiste e interroga la nostra responsabilità.

Gesù ci insegna ad interpretare gli eventi e a cogliere il messaggio che ci raggiunge. Quelli che hanno subito una morte violenta e quelli che sono morti per il crollo della torre di Siloe non sono stati raggiunti dal castigo di Dio. E’ fuorviante leggere nella loro fine il castigo per i loro peccati.

La parabola del fico mette davanti ai nostri occhi l’agire di Dio, che non agisce con fretta, per giudicare e condannare. Il padrone infatti accetta la proposta del vignaiolo di aspettare e pazientare.

Dio, proprio perché ama, sa anche attendere con pazienza il tempo dei frutti. Gesù – rappresentato dal vignaiolo – prende su di sé la fatica perché il fico fruttifichi.

Dio prende su di sé l’attesa della nostra conversione, si immerge nella fatica fino alla morte di croce, perché noi creature possiamo portare frutto. A ciascuno è lasciata la possibilità di aderire o meno, con la conversione, alla proposta salvifica di Dio.