Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

XVI DOMENICA A

Luglio 16th, 2020

19 Luglio 2020  

XVI DOMENICA  “A”

“Il Regno dei cieli si può paragonare a…”

 Dal vangelo secondo Matteo, Capitolo 13, versetti 24-43

Anche questa domenica il vangelo parla del regno dei cieli mediante delle parabole: la parabola della zizzania (vv.24-30), del granello di senape (vv.31-32), e del lievito (v.33)..

La parabola della zizzania ha una prima parte narrativa (vv.24-265), una seconda (vv.27-30) che presenta il dialogo tra il padrone e i servi; essa intende dirci qualcosa circa il Regno (v.24). un uomo semina nel suo campo; durante la notte un nemico passa a seminarvi la zizzania, una pianta che non si può distinguere dal frumento fino al momento della mietitura. La proposta dei servi di estirpare la zizzania  viene scartata dal padrone, poiché strappandola si rischierebbe di distruggere anche il grano.

Un famoso esegeta , Jeremias, afferma che la parabola è un invito alla pazienza, con una duplice motivazione:

  1. gli uomini non sono in grado di compiere la separazione tra frumento e zizzania,
  2. solo Dio determina l’ora della separazione, del giudizio.

Al tempo di Gesù i farisei si separavano dal popolo perché secondo loro era destinato alla dannazione. Giovanni Battista aveva parlato di un messia che avrebbe separato il grano dalla paglia (cfr.3,12). Gesù viene, ma si comporta in modo diverso: non si separa dai peccatori, non li condanna, ma li chiama a conversione.

La parabola vuol far notare il contrasto tra il comportamento di Dio, paziente e tollerante, e i suoi servi, rigidi e intolleranti.

L’opera di Dio inizia sempre umilmente e cresce tra mille difficoltà, ma alla fine trionfa. Siamo invitati dunque a non giudicare anzitempo.

La parabola del granello di senape parla dl più piccolo dei semi, che una volta cresciuto diventa il più grande degli ortaggi.

Il seme è qui immagine del Regno dei cieli, e ci propone il seguente messaggio: il regno di Dio è avviato, e giungerà sicuramente a compimento per la forza misteriosa che lo sostiene, anche se inizialmente sembra poca cosa.

Come la precedente, anche la parabola del lievito è una parabola di contrasto, ed è essa pure immagine del regno. Il contrasto sta tra la piccola quantità di lievito che una donna usa per far fermentare la pasta, che diviene una grande massa.

Gesù con queste due ultime parabole voleva dare una risposta a coloro che, aspettandosi un regno grandioso e universale, scuotevano il capo dinnanzi ad un rabbi sconosciuto e al suo pugno di discepoli.

Le parabole del granello di senape e del lievito dimostrano chiaramente come il bene possa far fermentare, trasformare l’ ‘impasto’ dell’umanità e della storia, possa farlo crescere fino a farlo diventare una pianta rigogliosa. Per gli antichi il seme seminato moriva; siamo dunque di fronte al mistero pasquale, al mistero della morte feconda di Cristo.

Ci è chiesto un atteggiamento di fiducia, che non è sterile attesa, ma operosa gestazione del regno di Dio.

 

 

 

XV Domenica A

Luglio 7th, 2020

12 Luglio 2020

XV DOMENICA  “A”

“ Il seminatore uscì a seminare…”

Dal Vangelo secondo Matteo, Capitolo 13, versetti 1-23

Continua anche in questa domenica la catechesi su cosa significa ed esige l’essere discepoli di Gesù.

Nel vangelo la parola di Gesù rivolta alle folle in parabole, continua ad interpellare l’uomo e a ricrearlo a Sua immagine.

Con il capitolo 13 inizia il terzo grande discorso del vangelo di Matteo: appunto il discorso in parabole.

Il primo discorso (quello della montagna) annunciava la dottrina e il programma del Regno, il secondo (missionario) presentava le condizioni della predicazione del regno nel mondo: Il terzo descrive l’intima realtà del Regno di Dio già presente e operante nella vita della  chiesa.

Il discorso inizia in riva al mare (v.1): lì si raccoglie intorno a Gesù una folla tanto numerosa da costringerlo a salire su una barca: e dalla barca Gesù comincia a parlare in parabole (vv.2-3a).

La parabola del seminatore è quella che inizia la serie (vv.3-8).

Un seminatore sparge la semente. Il risultato della semina non dipende né dal seminatore né dalla quantità del seme, ma dalla natura del terreno su cui cade. In Palestina la semina avveniva prima dell’aratura, per cui al contadino non era possibile distinguere il buon terreno dal cattivo. La parabola vuole evidenziare il buon risultato della semina, che è sproporzionato ad essa (v.8), infatti solo una quarta parte giunge a maturazione e produce “dove il cento, dove il sessanta e dove il trenta”.

Il seme seminato lungo la strada e mangiato dagli uccelli simboleggia un ascolto superficiale, quello caduto sulle pietre denuncia un ascolto infruttuoso perché non perseverante, quella seminato tra le spine parla di chi si lascia distrarre e sedurre dagli idoli senza ingaggiare con essi una lotta spirituale. L’antichità cristiana ha sempre visto invece nel seme caduto sulla terra buona i martiri, che hanno vissuto in se stessi il dinamismo pasquale.

Gesù invita ad applicare la parabola alla propria situazione, e a domandarsi quale messaggio ci offra.

Non è chiaro se il seminatore sia Gesù , il Padre, o chi annuncia il Regno dei cieli.

Chi ascolta è comunque invitato ad essere un buon terreno, gli vien raccomandato di non deludere le speranze del seminatore.

Matteo si riferisce agli ascoltatori della sua comunità, e la parabola vuol dire loro che devono lasciarsi condurre all’incontro con Gesù in modo da portare frutto abbondante, agendo secondo la volontà di Dio. E’ facile lasciarsi entusiasmare dall’insegnamento di Gesù, ma bisogna trasferire nella vita ciò che Lui ha detto e fatto: si deve essere disponibili alla Sua chiamata, non ci si deve lasciar sviare da eventi transitori ed effimeri.

Matteo invita gli ascoltatori del suo tempo – e noi!- a diventare in modo sempre più vero, discepoli di Gesù.

La fecondità, il portare frutto, implica però una certa morte: il sacrificio della terra, secondo l’immagine della nostra parabola; la logica della croce non è comunque mai eludibile; il dolore è una realtà custodita nella fiduciosa accettazione del discepolato alla sequela di Gesù.

 

XIV Domenica A

Luglio 3rd, 2020

5 Luglio 2020   

XIV  DOMENICA  “A”

“Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi “

Dal Vangelo secondo Matteo, Capitolo 11, versetti 25-30

Il brano evangelico di oggi si compone di tre parti, ciascuna delle quali ha un suo destinatario.

La prima è una lode al Padre  (vv.25-26).

Gesù si rivolge al Padre come Signore del mondo e il motivo della lode è la sua rivelazione ai piccoli.

 Nella seconda (v.27) Gesù parla di se stesso e del suo rapporto col Padre e con gli uomini.Egli rivela il profondo rapporto di comunione esistente tra lui e il Padre: non si tratta di una conoscenza puramente intellettuale, ma di una profonda comunione e partecipazione personale e spirituale. Tra Figlio e Padre c’è una relazione di conoscenza unica, che pone tutti e due su un piano di parità.

 La terza parte (vv. 28-30) è un invito rivolto a tutti, particolarmente a quanti sono in gravi difficoltà.

Gesù si pone come risorto, Egli è il vero povero di spirito, umile di cuore, e perciò può ristorare coloro che sono affaticati e oppressi, cioè –allora- coloro che  si sentivano schiacciati dalle complicate e minuziose prescrizioni della legge, e smarriti di fronte al sottile insegnamento dei rabbini.

Prendere il giogo (v.29 a) nel mondo rabbinico significava  porsi sotto la legge come alla guida che avrebbe dovuto condurre a compiere la volontà di Dio, ma il legalismo farisaico aveva trasformato tutto questo in un peso insopportabile.

Gesù offre invece un giogo dolce e leggero. Le sue parole, pure se impegnative, danno risposta alle esigenze più profonde dell’uomo, e per questo sono un giogo non pesante da portare.

  Le tre parti contengono tre importanti affermazioni: a) solo Gesù può rivelare il volto del Padre; b) tale rivelazione è riservata ai ‘piccoli’; c) coloro che sono affaticati ed oppressi possono trovare il loro riposo in Cristo.

Gesù si definisce mite e umile (v.29). Umile indica il suo atteggiamento di docile obbedienza alla volontà del Padre. Mite indica invece l’atteggiamento di Gesù verso gli uomini: il suo essere misericordioso, tollerante, pronto al perdono.

 La mitezza è l’atteggiamento di chi non accampa per prima cosa i suoi diritti, ma riconosce nel diritto dell’altro un proprio dovere. Questa mitezza può portare alla croce, ma risponde alla vocazione più intima di ogni uomo: essere dono per il fratello, per farlo risorgere nella gioia, non rinchiudendolo nella solitudine del peccato, ma dandogli la possibilità di vedersi alla luce dell’amore di Dio.

 Il riposo che Gesù promette è quella pace interiore che offre la possibilità di dare nuovo impulso alla vita, identificando sempre più la propria esistenza con la Sua.