Comunità Monastica Suore Oblate Benedettine di Santa Scolastica

Ora et labora

LA VITA DAVANTI A SE’

Novembre 18th, 2020

La vita davanti a sé

Ho avuto l’opportunità di vedere il recente film “La vita davanti a sé”  in cui Sofia Loren, diretta dal figlio Edoardo, ci offre un’interpretazione magistrale, intensa e potente che fa presagire per lei un Oscar nel prossimo anno.

La trama è ambientata a Bari, ai giorni nostri. In un quartiere di periferia vive l’anziana Madame Rosa (interpretata appunto  da Sophia Loren), una ex prostituta che è sopravvissuta all’Olocausto e che risponde alla durezza della vita accogliendo in casa bambini orfani o figli di squillo ancora in attività. A modo suo, e con rigidità, fa comunque da madre a queste creature. Un giorno accetta di prendersi cura di un ragazzino difficile, di colore, un ladruncolo che vive di espedienti: inizialmente il rapporto fra i due è  sospettoso, poi lentamente le rispettive solitudini entrano sintonia.

A volte un incontro può essere la salvezza per una persona. Ed è quello che succede a Madame Rosa e Momò. Ad unirli, nel corso della storia, è il dolore che li ha segnati. I loro occhi raccontano le loro sofferenze e le fragilità: quando si incrociano riconoscono che hanno in comune molto più di quello che pensano. Così, l’astio tra i due si trasforma in un’inaspettata e profonda amicizia.

Credo he ci siano due frasi che danno la chiave di lettura del bellissimo film: “ E’  proprio quando non ci credi più che succedono le cose belle”  e: “Tutto dipende dalle persone che incontri e come sai ascoltare”.

Sì, man mano che le sequenze del film avanzano, con emozione si vede come il rapporto tra l’anziana ‘madame Rose’ e il ragazzino vada evolvendosi in un’intensa e profonda intesa e complicità.

L’unica pecca di questo film mi sembra  quella di aver toccato altri interessanti spaccati di realtà attorno a Rosa e Momò senza però approfondirli. Ne è un esempio Lola, prostituta transessuale, ex pugile, alle prese con il figlio e con il padre che non accetta la sua sessualità. Un altro spaccato solo sfiorato è il rapporto tra l’anziano commerciante e il piccolo Momò, che anche da lui riceve lezioni di vita.

Trovo che Edoardo Ponti realizzi una regia abile che ci coinvolge, grazie ai bravissimi interpreti, con sguardi poetici ed emozionanti, tenerezza, silenzi che valgono più delle parole, la fiducia nel domani, una commovente umanità ed esempi di civiltà.

La visione del film mi ha ricordato una mia esperienza di molti anni fa. Ho vissuto un periodo ospite di missionarie laiche che ospitavano alcune prostitute della città: ho incontrato tra loro persone vere, sensibili, altruiste e generosissime.

Ponti porta sullo schermo una storia di solitudine, di uguaglianza, e di grande sofferenza di chi vive ai margini della società. Ma anche un ritratto poetico di un’umanità solidale, senza pregiudizi, tollerante e che si dà al prossimo anche se non ha nulla di concreto da offrire. Solo amore e solidarietà. E questo non è poco, soprattutto al giorno d’oggi.

 

CRISTO RE A

Novembre 17th, 2020

22 novembre 2020

CRISTO  RE  ‘A’

XXXIV Dom ‘A’

Mt. 25, 31-46

Sta per  concludersi un altro anno liturgico. E’ doveroso chiedersi, alla luce della parola di Dio, in questa festa di Cristo Re, come stiamo vivendo il nostro oggi, nella prospettiva dell’eternità, quando verrà il giorno quando il Cristo giudice si siederà in trono e davanti a lui nulla resterà impunito. Mi piace però pensare più che a un giudizio a un ‘collaudo’. E la festa che stiamo celebrando vuol proprio dirci che siamo ancora nel tempo favorevole per la salvezza, per ‘restare a galla’ al momento in cui Egli apparirà nella sua potenza.

L’annuncio del ‘giudizio’ vuol suscitare appunto la nostra responsabilità, affinché Dio sia tutto in tutti, affinché solo l’amore resti e non ci sia più il male. Ma perché ciò avvenga occorre il fuoco purificatore dell’incontro col Signore che brucia tutte le scorie, tutto ciò che in noi è contrario all’amore.

Matteo pone la scena del giudizio finale a conclusione del ‘discorso escatologico’. Siamo di fronte a una pagina evangelica di grande forza, sia per il messaggio che per la suggestione della scena.

La parte più importante del nostro testo riguarda l’insistenza sulle opere di misericordia, opere fatte con amore e gratuitamente verso i fratelli nel bisogno e premiate perciò da Dio.

E’ chiaro che il Re e Giudice escatologico e Gesù, il crocifisso, che ha sperimentato la solitudine, la morte, il dolore.

Questo Re e Signore, che si identifica con i poveri, vive sotto spoglie sconosciute, preferibilmente nei fratelli ‘più piccoli’.

Ma: come imparare a fare del bene agli altri? Gesù ci dice di fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi (Mt.7,12). E S. Antonio scrive: “Colui che fa del bene al suo prossimo, fa del bene a se stesso, e colui che sa amare se stesso, ama anche gli altri”.

Solo con questi atteggiamenti reggeremo al ‘collaudo’ e saremo eternamente beati nel Suo Regno!

 

 

XXXIII Domenica A

Novembre 9th, 2020

15 Novembre 2020    

 XXXIII  DOMENICA  “ A “

“ Bene, servo buono e fedele…”

Dal Vangelo secondo Matteo, Capitolo 25, versetti 14-30

La parabola dei servitori cui sono stati affidati i talenti non fa che approfondire  la prospettiva di quella di domenica scorsa (Le 10 vergini).  Siamo alla resa dei conti!

Secondo Ireneo di Lione il denaro affidato ai servi significa il dono della vita accordato da Dio agli uomini, Dono che è anche compito e che chiede di non essere sprecato, né ignorato o disprezzato, ma accolto con gratitudine attiva e responsabile.

Per capire con quale fine Gesù ha raccontato questa parabola, dobbiamo porci una domanda: dobbiamo chiederci quale sia il ‘nocciolo’ del racconto, ossia l’elemento su cui il narratore cerca di attirare l’attenzione.

La scena principale è il rendiconto al momento del ritorno del Signore. Dobbiamo dunque concentrare l’attenzione sul servo cattivo: la chiave del racconto sta infatti nel dialogo tra lui e il suo signore.

Per farsi un idea di coloro a cui Gesù indirizza la parabola, basta ascoltare le spiegazioni date dal servo cattivo (v.24 e seguenti): il suo scontento non lascia dubbi, si tratta degli scribi e dei farisei, dei pii osservanti della legge. Di fronte alla condotta di Dio che si manifesta in Gesù essi insorgono: se Dio si comportasse come Lui dice, non sarebbe giusto!

Questi interlocutori di Gesù compiono esattamente il loro dovere, si attengono strettamente alla giustizia, ma si rifiutano di accettare che il Signore esiga da loro più di quanto è legalmente prescritto.

Il signore della parabola, che esprime evidentemente il punto di vista di Dio, mostra a questi tali il loro errore.

Nel versetto 26 vediamo il padrone che vuol mostrare al servo il suo errore, ponendosi dal suo punto di vita, ma subito, al v.27, gli dimostra che egli non ha compreso il significato del deposito che gli era stato affidato. Ricevere un dono è ricevere una responsabilità: quella di far valere questo dono!

I primi due sono dei servitori “buoni e fedeli” (vvv.21-23) perché fanno circolare ciò che hanno ricevuto, e i loro talenti fruttificano.

Il terzo non ha riconosciuto che il suo talento era un dono, e non ha capito che il suo padrone, recandosi lontano, rimaneva presente nel suo dono.

Improduttivo per sé e per gli altri, si scopre povero, privato dell’unico talento che aveva messo al sicuro.

In questa parabola  S. Matteo vuole esortare alla vigilanza (tema che percorrerà tutto il tempo di avvento, ormai alle porte).

Il versetto 19 precisa che il signore ritorna “dopo molto tempo”: Matteo invita i suoi ascoltatori ad essere ‘vigilanti’ al pensiero del giudizio a cui verrà sottoposta la loro condotta e da cui dipende il loro ingresso nella felicità del regno (v.21. 23: “entra anella gioia del tuo Signore!”).

Il tempo dell’’assenza’ del Signore, più che un tempo cronologico, è lo ‘spazio’ in cui ognuno può e deve assumere le sue responsabilità: il Vangelo è un capitale; quelli a cui è stato affidato non hanno il diritto di lasciarlo improduttivo. Devono farsi trasformare da esso: questa è l’accoglienza operosa del Regno a cui invita la parabola su cui stiamo riflettendo.

In questa prospettiva, ciò che manca al servo cattivo è l’amore e la libertà data dall’amore, che non ha paura del rischio.

 

 

XXXII Domenica A

Novembre 4th, 2020

08 Novembre 2020

 XXXII  DOMENICA  “ A “

“Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”

 Dal Vangelo secondo Matteo, Capitolo 25, versetti 1-13

Le 10 ragazze della nostra parabola sono compagne e amiche della sposa, noi le chiameremmo ‘damigelle d’onore’.

Cinque di esse sono ‘insensate’, cinque invece sono ‘giudiziose’.

Le vergini “prudenti” sono dette anche “sagge”, ma più che una saggezza umana, il termine sta ad indicare una certa ‘intelligenza’ del mistero di Dio: le vergini sagge non sono solo scaltre, posseggono in più l’apertura del cuore all’accoglienza del Regno di Dio.

Le altre cinque vergini non sono solo ‘sbadate’, ma “stolte”: si tratta anche qui dell’atteggiamento spirituale di fronte a Dio.

In Oriente (ma un po’ ovunque), è normale che la sposa  si faccia attendere, ma nella nostra parabola è lo sposo a tardare. Nel contesto del discorso escatologico in cui Matteo inserisce la nostra parabola, questo elemento assume una grande importanza: non si afferma che il Signore tarda, ma che le vergini insensate si comportano come se tardasse.

Lo sposo arriva a mezzanotte (v.6). La tradizione relativa alla venuta del Signore nella notte è molto antica, ed è confermata dalla I Lettera ai Tessalonicesi :”Voi sapete che il Signore viene come un ladro nella notte” (1 Ts. 5,2).

Fissando il ritorno dello sposo a mezzanotte, Matteo fa ricordare ai suoi ascoltatori la notte della Pasqua eterna, alla fine dei tempi.

L’olio (vv.8-10) simboleggia le buone opere, la carità;: si capisce allora perché le giovani sagge non possono dare del loro olio alle compagne: perché non è questione di quantità, ma di qualità.

L’arrivo dello sposo fa prendere coscienza alle une e alle altre della natura del loro amore: l’amante vero è sempre pronto ad accogliere, mentre lo stolto deve ricorrere ai mercanti, per poi trovare la porta chiusa, e addirittura sentirsi dire :”Non vi conosco!” (v.12).

Indubbiamente, la sentenza di esclusione può sembrare severa, ma coloro che sono chiamati e trascurano di prendere l’olio della vigilanza, preparano con le proprie mani la loro rovina. Riempire la propria lampada d’olio significa fare la volontà del Padre.

La nostra parabola può essere definita, in ultima analisi, l’immagine di un giudizio che l’uomo ha prima realizzato in se stesso col proprio comportamento, e che solo in un secondo tempo Dio ha ratificato: le vergini stolte si sono escluse da se stesse.

E’ chiarissimo che ci troviamo qui alla presenza non di uno sposalizio palestinese, ma di una storia divina: le vicende di questa storia sono analoghe alle vicende del Regno. Essendo padrone del tempo, Dio può arrivare all’ora che gli pare. La sua venuta, che segna l’irruzione dell’eternità nel tempo, sorprende sempre ,e proprio perché non ne conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna tenersi pronti in ogni momento.

 

 

Solennità di Tutti i Santi

Ottobre 27th, 2020

1 Novembre 2020

XXXI DOMENICA  ‘A’  

                                                         SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

                                                           Dal Vangelo secondo Matteo, 5,1-12

“Beati voi …”

Il brano evangelico delle Beatitudini ci comunica il volto di Gesù: è lui che realizza in pienezza lo stile di vita che le Beatitudini delineano.

La liturgia della Parola della solennità di tutti i Santi propone questo brano perché provare a vivere così, apprezzare chi cerca di vivere così, è incontrare il volto di Gesù dentro la storia. La sua incarnazione continua a compiersi quando gli uomini provano a vivere così.

Le Beatitudini sono allora il vero volto della santità: essa non è infatti costituita da prodigi o da una vita eccentrica, ma dal vivere Cristo, dal vivere il suo stile di vita.

Sono le Beatitudini ad offrirci il suo stile di vita, a coinvolgerci nella sua santità, cioè in una vita veramente umana, umana in pienezza e verità.

Allora la solennità dei Santi è la gioiosa festa di chi cerca di vivere Cristo.

L’esperienza di Gesù e delle beatitudini sono segnate dal dono della vita come segreto della felicità dell’esistenza.

Ha scritto fr. Roger di Taizè: “Ciò che rende felice un’esistenza è avanzare verso la semplicità: la semplicità del nostro cuore e quella della nostra vita. Perché una vita sia bella, non è indispensabile avere capacità straordinarie o grandi possibilità: l’umile dono della propria persona rende felici”.

Una preghiera del XIV secolo mi sembra adatta per la solennità di oggi, per sentirci fratelli dei Santi, per sentirci con gratitudine nella santità che è Gesù:

   Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani, per fare il suo lavoro oggi.

   Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri.

  Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini di oggi.

  Noi siamo l’unica Bibbia che  i popoli leggono ancora: siamo l’unico messaggio di Dio, scritto in  opere e parole.